Cucciolino

Micetta

La chiamò Micetta già al primo incontro, quando si lasciò cadere sulla poltrona accanto, rossa e di velluto, consumata dalle braccia di tanti spettatori, proprio come quella su cui era seduta io, Isabella.

Per un minuto osservò la platea, poi rivolse lo sguardo alla vicina.

Che cè, micetta, ti annoi? sospirò, provò a incrociare le gambe ma il passaggio stretto tra le file in sala non glielo permise: la scarpa appuntita sbatté contro la sedia davanti, la caviglia gli si piegò male e lui, Michele, fece una smorfia.

Feci finta di non accorgermi di lui, concentrandomi sulla scena, anche se non cera nulla di interessante. Tavoli in fila, podio, gente che si affaccendava con i microfoni, tutto come solito alle conferenze. E quellafa opprimente.

Mi sono sempre sentita a disagio nei posti affollati, costretta spalla a spalla, senza via duscita.

Eh sospirò Michele, grattandosi il mento Una vera noia! Senti, micetta, qui non sentiremo nulla di nuovo. Te lo assicuro! Ho letto tutti gli interventi, è il mio lavoro. Niente di che.

Mi voltai e lo fissai severa. Era in ordine, giacca e cravatta, scarpe, anzi, lucide. Eppure qualcosa str stonava, come se avessi infilato una sagoma sbagliata dentro un vestito buono. Un po spaccone, un po giullare, troppo chiacchierone. E i capelli dritti a spazzola, due vortici che gli arricciavano le ciocche morbide e sottili.

Michele disse, senza lasciarmi il tempo di dire niente, porgendomi la sua enorme mano. Senti, ci va di andare a mangiare qualcosa? Sei così piccolina, sottile, vorrei sfamarti. Sì, proprio così. Andiamo!

Intanto abbassavano le luci mentre sul palco salivano i capi, i manager, i lavoratori modello, tutti a battere le mani, e Michele senza alcun imbarazzo mi trascinava via, pigiando i piedi addosso alla gente, scusandosi e infilando a forza la cravatta nella giacca, che sembrava farsi beffe di tutti quei tizi cupi.

Ma cosa fa?! Mi lasci immediatamente! cercavo di liberarmi e gli andavo dietro a passi piccoli, verso luscita.

Sbucammo nel foyer mentre lapplauso diventava un frastuono, qualcuno picchiettava sul microfono chiedendo silenzio.

Lasciami! Devo tornare, devo prendere appunti, ho un compito! protestai, abbracciando il mio blocco appunti, ma la penna mi cadde, mi chinai, Michele fu più svelto.

Ma dai, lasciala perdere questa noia, micetta! Ti mando io tutti gli interventi, ci dai unocchiata dopo. Ora mangiamo. Ma prima un po dacqua. Sei pallida. E il polso corre Eccolo, lo sento! Aria, cibo, niente conferenze!

In verità mi sentivo proprio così: il cuore rimbombava nelle tempie.

Nessuno mi aveva mai coccolata così. Di solito, ero io a prendermi cura degli altri mia madre, mio marito, mia figlia. Per me era normale. A volte sarebbe stato bello lasciarmi andare, fare la ragazzina, bere vino e ridere come le attrici nei film romantici. Ma non mi era mai capitata loccasione.

Michele me la diede, quelloccasione.

Non mi resi nemmeno conto di come fossi finita seduta a un tavolino di un ristorantino dallaltra parte della strada. Intanto il cameriere ci portava dei bicchieri di spremuta, gialla e arancione, luminosa come se il sole stesso, africano e succoso, fosse stato spremuto dentro.

Prendi, bevi. E ora lacqua. Allora, cosa ci mangiamo?.. fece Michele.

Credo che gli piacessi molto. Non ero affatto brutta, anzi, abbastanza graziosa, minuta, niente di troppo. Potrei anche piacere agli uomini, se non fosse per Quella maschera di stanchezza fissa, ormai senza speranza. Quaranta e passa, famiglia, niente più amore, tutto che stanca come si fa a fiorire?

Ma a Michele andavo bene proprio così, stanca, fragile, la sua micetta.

Non mi serve niente. Respiro un po e torno in sala! Già mi sento meglio mormorai.

Va beh! annuì lui. Ma prima orata con verdure, insalatina E da bere, micetta, che vuoi?

Sollevò lo sguardo dal menù, fresco, ribelle, il profumo di sigaretta e dopobarba, muscoli forti. Mi guardò.

Arrossii, corrucciai la fronte.

Sono impazzita! Uno sconosciuto mi trascina al ristorante, mi sfama, mi chiama micetta, mi sistema una ciocca sulla fronte e io mi sciolgo tutta.

Lui mi aveva appena toccata e sentivo ancora la pelle calda, un brivido sulla schiena.

Bevemmo vino bianco e Michele raccontava di quando da giovane faceva lavoretti nelledilizia, poi giù in Calabria, un paio danni a saltare tra cantieri e poi

Poi, micetta, io e Gigi, il mio amico, abbiamo messo su la nostra impresa. Niente di che, costruivamo villette, una squadra di ragazzi e via. Tutti vogliono stare bene, comodi, al caldo, senza correre fuori gelati. Noi sapevamo come fare. Mangia, mangia! indicava il mio piatto. Brindiamo a te, micetta! Appena ti ho vista ho pensato: questa ragazza deve essere nutrita! Ne vuoi ancora?

Negai piano con la testa. Ormai mi sentivo sciolta: per il vino, il cibo, ma soprattutto perché, per la prima volta da anni, qualcuno voleva davvero sfamarmi, perché ero solo una ragazzina, stanca e magra.

A casa era tutto diverso. Da piccola, mia mamma, Mariangela, lavorava sempre. Al mattino non cera già più, facevo colazione da sola; di sera tornava tardi. Aspettavo, scaldavo la cena per lei, lavavo i piatti mentre lei faceva la doccia, poi a letto tardi tutte e due.

A capodanno mamma rientrava quasi alle undici. Lavorava in negozio: il 31 portava tanti clienti.

Mariangela tornava spossata, pallida. Io la aiutavo a vestirsi, le raccoglievo i capelli in una pettinatura da festa e uscivamo a salutare gli ospiti.

A casa cerano sempre amici, vicini, qualche parente capitato per caso, tutti allegri o già brilli. Io controllavo che mamma non si addormentasse dopo il primo bicchierino.

Mai vino, sempre grappa, per lei, lo spumante era una sciocchezza.

Peccato che poi, appena ingoiato il primo bicchiere, si spegneva: cadeva addormentata a tavola fra tutti. La scuotevo con il gomito, apriva gli occhi stupita, parlava, rideva di colpo, ma sempre con una malinconia amara. Come potevo permettermi il lusso di sentirmi fragile?

Presi marito presto. Antonio era quasi dieci anni più grande, serio, istruito, ma non affettuoso né loquace. Sembrava solo avermi aggiunta alla sua vita come un ingranaggio ben scelto, giusto e sparagnino, niente di più.

E a me pareva perfetto così. Romanticherie, passioni, brividi sì, cerano allinizio, ma poi sono passati. Limportante era la famiglia, la casa. Via la mamma sempre stanca, via quella finestrella sulla discarica, via la camera con la carta da parati logora. Ora avevo la casa, anzi, quella di Antonio: cucina, bagno enorme, balcone, due stanze, libreria fornitissima e marito. Tutti mi invidiavano! Senza la suocera, persino: una benedizione!

Sempre, dalla nascita fino allincontro con Michele, sono stata Isabella, o Isabellina, oppure Isabella Costantini. Antonio, la mamma, le amiche tutti Isabellina.

Ed ecco che un giorno spunta Micetta. Vino, antipasti E qualcuno che vuole sapere cosa penso, cosa desidero io.

Antonio non aveva mai avuto tempo. Certo, discuteva con me degli acquisti, dei piani per le ferie, ma più che altro minformava delle sue decisioni. Le mie obiezioni finivano inghiottite dal rumore della città che entrava dalla finestra. Antonio amava lasciare laria aperta, vietato chiudere i vetri, anche se cera corrente.

Michele, appena entrati al ristorante, invece, aveva subito chiesto di farci mettere in un angolo tranquillo, senza spifferi. Attento

Mi faceva domande, io rispondevo imbarazzata. Sì, ho un marito. E una figlia. Come si chiama? Teresa. Teresina studia lingue alluniversità, sono riuscita a trovarle una bravissima insegnante, ora partirà per un Erasmus.

Teresa non era figlia desiderata, non abbiamo pregato per averla. Labbiamo semplicemente fatta. Antonio doveva ormai diventare padre, come diceva sua madre. E io ero giovane, doveva essere facile. Invece niente, la gravidanza tardava e lavoravamo per quello.

Quando finalmente sono rimasta incinta, Antonio per nove mesi mi guardava a malapena, niente carezze, niente mano sul pancione, niente parole con la creatura che scalciava dentro. Gli sembrava tutto strano, sgradevole, quasi repellente.

Quando sarà nata, ne parliamo diceva se accennavo a qualcosa. Ti accompagno in auto alle visite!

Mi accompagnava, pure allospedale, con famigliari e palloncini, Grazie per la figlia. Controllava laumento di peso, il latte, sceglieva cibi sani, di notte cullava Teresa, portava lei alle vaccinazioni. Quando venne la pediatra, controllò lui che si fosse lavata le mani, tastava il camice, scaldava lo stetoscopio col fiato perché Teresina non sentisse freddo.

Sei sfinita? mi domandava lamica Giulia. Eh sì, un figlio è una fatica! Antonio aiuta almeno?

Alzavo le spalle. Aiuta sì, credo. Ma troppo poco…

In qualche modo, sentirsi la vittima, sempre esausta e impegnata, quasi mi faceva piacere. Qualcuno mi compativa, rimproverava Antonio. Non si prendeva cura della sua Isabella.

Ma Michele mi coccolava, insisteva che mangiassi, mi chiamava micetta e mi faceva arrossire.

Ma dai, micetta, mangia! Così non ti lascio andare via, capito?

Addentavo il labbro, lo guardavo con i miei occhi tristi e mangiavo.

Quel giorno mi accompagnò fino alla metropolitana, non volle salire; avevo degli impegni.

La sera stessa mi arrivarono al computer tutti gli appunti delle relazioni.

Per la Micetta, da Michele! cera scritto.

Chiusi di scatto il portatile, eppure Teresa, mi sa, lesse qualcosa e sorrise ironica.

Uff, che soprannomi assurdi! sbottai. Sono documenti ufficiali, e scrivono queste sciocchezze!

Teresa non rispose, si mise le cuffie e partì con la musica…

Isa, Terry, sono a casa! A cena! gridò Antonio dallingresso.

Stravolto dal caldo della metro e dal bus gremito, si tolse la camicia, poi anche i pantaloni, si infilò i suoi pantaloncini dai colori sgargianti, spalancò il balcone e prese aria.

Sapeva di sudore, acre, rimasto addosso dal giorno prima.

Non pensare che mi lavi tutti i giorni! ribatteva alle mie parole sussurrate. La doccia mi dà fastidio alla pelle, domani poi vedo! Dai, mangiamo.

Si mangiava in silenzio, ognuno immerso nei suoi pensieri. Io pensavo a Michele, alla sua freschezza, alla delicatezza…

Mi chiamò al lavoro il giorno dopo.

Ciao, micetta! Come stai? Hai mangiato? sentii la sua voce dal telefono, mi bloccai, guardandomi intorno per vedere se qualcuno ascoltava. Sembrava che il volume fosse altissimo.

No ancora no, troppo da fare balbettai. Micetta: ero fragile, delicata Un brivido mi corse addosso.

Molla tutto, scendi. Sono qui sotto nel bar, niente di che, ma bisogna pur mangiare. Dai! Ti aspetto!

Balbettai qualcosa, chiesi il permesso ai colleghi, entrai in ascensore indecisa su che tasto premere. Mi bruciavano le guance. Chissà se tutti ormai avevano capito che Isabella Costantini stava andando a un appuntamento.

Già, pensai proprio così: amante. Era emozionante, quasi sfacciato.

Quella volta Michele era in jeans e maglietta, ancora un po spettinato, fresco.

Ci prendemmo un caffè, io gli raccontai episodi della mia infanzia, lui ascoltò.

Micetta, sei bella lo sai? mi interruppe allimprovviso. Dai, andiamoci a comprare qualcosa! Un vestito. Conosco gente nei negozi giusti, ti troveranno il meglio! Ti voglio vedere con un abito.

E mi vide. Non subito. La sera, quando mi portò al Passaggio, restò seduto su una panchetta mentre le commesse mi sventolavano vestiti intorno e io mi sentivo smarrita.

Dio! Come mi guardava! Con una fame negli occhi, una passione. Antonio non mi aveva mai guardata in quel modo.

Una cosa mai vista! sussurrai quella notte allorecchio di Giulia, la più fidata delle amiche. Solo nei film. Non pensavo che qualcuno potesse guardare così me. Mi sono sentita una vera donna. È terribile, ma mi è piaciuto.

E Antonio? domandò Giulia, sensata come sempre.

Non ne sa nulla. E non deve saperlo. Neanche io so che succede scossi la testa. Non dirgli niente, ok? E tieni tu il vestito, lì nel sacchetto. Come glielo spiego? Costa un patrimonio! Oh, cosa ho fatto?!..

Giulia spostò il pacco verso di sé, alzando le spalle. Quel che sarà, sarà.

Non lo so Isa Sei tu che combini. Antonio sarà anche rude, ma non dimenticare come faceva i chilometri in Toscana in pieno inverno per portarti il latte fresco. E lavora, si dà da fare. Un altro se ne starebbe sul divano. Lui lavora, compra la macchina, aggiusta tutto. Ti porta al mare tutti gli anni. È una persona trasparente. E Michele chi è? Da dove saltano fuori quei soldi?

Non so. Non capisco nemmeno io. E che cambia?! Giulia, Antonio è un incubo. Non potresti mai capire! Lo detesto ormai, chiaro? Mi invidi solo!

Giulia alzò ancora le spalle. Sì, forse invidiava Isabella, ma per il marito

Da allora tornai sempre più tardi a casa, buttavo insieme qualcosa da mangiare, non assaggiavo niente, restavo invece pensierosa a rimestare una tazza di tè ormai freddo.

Mamma, che chai? Sono cinque volte che ti chiedo una fetta di pane! protestava Teresa, si serviva da sola. Finito il pane, eh sbuffava.

Annuivo corrucciata e scappavo in camera a sognare.

Antonio e Teresa mi osservavano stupiti.

Sognavo, e mi tremavano le mani.

Michele era tenero, baciava bene, rideva della mia inesperienza, mi chiamava micetta, mi coccolava, regalava fiocchi da nascondere da Giulia, a volte mi mandava soldi sulla carta, e qualche notte si faceva prendere dalla frenesia e mi mandava messaggi. Io fuggivo dal letto, chiudevo la porta del bagno, leggevo, cancellavo, aspettavo i suoi messaggi. Poi spegnevo il cellulare, mi sciacquavo il viso e tornavo a letto.

Antonio si girava, mi abbracciava con il suo braccio pesante, borbottava qualcosa. Io annuivo, bloccata. Peccato, pensavo, che nella mia vita ci sia Antonio Peccato aver dovuto aspettare così tanto per scoprire cosa voglia dire essere una micetta, fragile, amata, desiderata. Quanti anni buttati

Ora però cera Michele, la mia felicità.

Ci si vedeva da lui, in un appartamento grande e luminoso, finestre enormi senza tende, vista su Milano illuminata. La testa girava per lo spumante e il suo dopobarba. Le lenzuola di vero seta

Il mondo esplodeva di piccole scintille, fuochi dartificio che cadevano sulle lenzuola come diamanti. Magia

A casa invece, ormai, mi sentivo straniera. Avevo limpressione che tutti sapessero di me e Michele, Teresa mi lanciava occhiate di sbieco, Antonio mi osservava severo.

Inventavo scuse per tardare, arrivare quando tutti già dormivano. Restare sola in cucina, a bere caffè solubile amaro e sognare

Isa! Dove sei? Ho preso il cavolo da tagliare, come dicevi mi raggiunse la voce di Antonio dal viva voce, mentre guardavo Michele nuotare sul bordo della piscina. Un brivido mi attraversò il corpo, lacqua era fredda, la piscina allaperto nuvole di vapore un miracolo dellingegneria.

Alla Rondine non avevo mai nuotato, oggi Michele mi ci portò, mi fece cambiare e voleva che nuotassimo insieme a guardare la nebbia salire nellaria. Pochi intorno, una pace. Se salivi sulla torretta vedevi le luci della pista di pattinaggio in Sempione. Ma non mimportava. Guardavo solo lui. Finalmente trovato. Finalmente lamore. Dio…

Il cavolo? balbettai, avvolgendomi nellasciugamano. Lascia stare. Oggi torno tardi. Siamo Siamo alla piscina con Giulia. Mi hanno detto che la schiena va allenata. Abbiamo fatto labbonamento. Il cavolo, domani. Scusa, Giulia chiama. Ciao!

Riattaccai. Bisognava avvisare Giulia, che magari Antonio chiamava lei!

Quando rispose, sussurrai del nuoto, ansimando, ma mi zittì.

Isa, vi ho portato il cumino. La fate la verza col cumino, vero? Passando dal mercato ne ho preso, mi sono fermata a lasciarvelo. Antonio ha già messo a bollire lacqua, mi rispose. Vi ho portato il cumino

Morsi le labbra, cercai Michele con gli occhi. Lui, giocando con i muscoli, era già sulla torre, pronto a tuffarsi. Sotto, alcune ragazzine snodate e allegre strillavano.

Allora, micette! Uno, due, tre! gridò, tuffandosi come un atleta, perfetto. Si rialzò a pelo dacqua, mi fece cenno con la mano. Isa, vieni! La serata è appena cominciata!

Le ragazze si voltavano, curiosando lIsabella di turno. E io, dun tratto, di nuovo mi sentii bruttina, normale, con la pancia un po moscia e le gambe non proprio toniche. E nuotavo come una rana maldestra. La solita aria sofferente.

Le nuove micette di Michele già giocavano a polo, cercando di toccarlo sotto lacqua.

E lui rideva, non sembrò nemmeno troppo dispiaciuto quando sparii di colpo. Capiva tutto casa, famiglia, cavolo Fa pure!

Lingresso era buio, in casa pure. Luce solo in cucina.

Antonio mise davanti a me una padella di uova.

Sarai affamata, dopo la piscina. Mangia. Vuoi un po di salame? E mi versò unenorme tazza di tè.

Scossi la testa. Avevo paura a guardarlo, occhi bassi, forchetta nella frittata.

Lo sa oppure no? E adesso? Perché così tranquillo?!

Isa dopo un lungo silenzio, disse Antonio. Sai, Giulia ha portato delle cose. Aveva questa mania di mettere ordine, lho mandata via. Che ci fa? La cucina è tua, lei invade Quelle indicò i sacchetti sotto il tavolo. Dice che sono tuoi. Ma saranno?

Alzai piano la tovaglia, fissai i sacchetti, alzai le spalle.

Infatti! sembrò rasserenato. Versami anche a me un po’ di tè. O anzi, portami il cognac. Voglio il cognac, chiese.

Mi alzai di scatto, presi la bottiglia, poi mi immobilizzai.

Micetta, sentii la voce di Antonio, mi voltai di scatto e lo guardai negli occhi. Dicevo, micetta sul tavolo, pulisci. Teresa sparge sempre le briciole. Prendi lo straccio e tira via tutto, finì piano, poi mi guardò serio, si voltò

Bevemmo il cognac in due. In silenzio, senza incrociare lo sguardo.

Alla fine Antonio si alzò e se ne andò.

Giulia, te ne rendi conto? Se nè andato! Ha lasciato le chiavi sul mobile. Giulia! Piangevo al telefono, guardando il mio viso nello specchio, il volto storto, brutta micetta, quella che solo tre ore prima nuotava con Michele. I capelli odoravano ancora di cloro, la schiena slogata. Giulia! Come ha potuto! Un uomo vero Ha lasciato me e Teresa, ci ha lasciate!

Sentii la rabbia salire, stretto il pugno, battei sul tavolo.

Proprio come un vero uomo, Isa. Un altro ti avrebbe picchiata. Lui se nè solo andato. E guarda che era casa sua. E hai pure il coraggio di parlarne male? rise Giulia. Senti, per anni non ho capito perché con voi non funzionava, soldi ce nerano, Teresa è brava, Antonio non beve, è capace. Silenzioso sì, ma almeno non porta amici ubriachi in casa. Meglio così, no? Ma tu volevi la vita bella e tutte le smancerie Ma tu non gli dici mai una parola gentile o di lode. Gli uomini, Isa, sono bambini: li lodi e danno il doppio. No, scusa, questa volta io sto con lui. Buona notte.

Abbassai il telefono di colpo, mi accasciai sulla sedia e misi a piangere

Teresa superò la sessione desami, andò in campagna con amici. Non mi parlò, lasciò un biglietto dicendo di non chiamarla.

Michele si fece vivo dopo una settimana sotto casa, emerse dal buio.

Ciao, micetta! sibilò, infilando la faccia rossa nel bavero del giubbotto. Ti sono mancato?

Lavevo chiamato varie volte per sfogarmi, non rispondeva mai, ma poi venne lui

Michele dissi spenta. Cosa vuoi?

Cercai la sua auto con lo sguardo.

Sono qui da te. Ora tocca a te, micetta! mi cinse.

In che senso? Che vuoi?

Avvertii paura, provai a sfilarmi il gomito ma lui mi strinse forte.

Ti ho nutrito, coccolato, ti sei divertita, eh! soffiò nellorecchio. Ora ho bisogno di una mano. Dammi dei soldi, micia spelacchiata! Ho dei guai, e tu la casa di tua madre Son cinquecentomila almeno. Vendiamola. E pure questa dove vivi. Su, apri, parliamone dentro!

Miagolai di spavento, cercai di liberarmi, ma lui mi trascinava sulle gambe molli verso il portone. Il cortile stranamente deserto.

Su, Micetta, apri, sto congelando! mi spinse.

Mi accasciai a terra, in lacrime, e dimprovviso lui mi lasciò andare. Ruotò la testa a scatti nellaria, poi crollò di lato con un gemito.

Davanti a lui stava Antonio, senza cappello, arruffato e furioso. Stringeva i pugni.

Sparisci! Fuori dai piedi! Ti spacco le ossa! urlò, e si gettò su di lui, ma io lo bloccai. Michele, riconosciuto il marito, sogghignò, come a dire hai le corna, ma si zittì quando ricevette un pugno in faccia.

Fuori! Che non ti veda più vicino a Isabella! abbaiò Antonio, sollevò il suo berretto di lana dal suolo, si soffiò il naso e mi tirò. Vieni a casa. Fa freddo

Di cosa parlarono tutta la notte, quali sofferenze si scambiarono, lo sapevano solo la luna e il vento che si infilava dalla finestra socchiusa. Sul tavolo due tazze di tè intatte, lorologio a pendolo che ticchettava. Poi, il buio: loro due, marito e moglie, ostinati a vivere ancora

Nessuno mai più mi chiamò Micetta. E se lo avesse fatto, avrei solo sussultato e girato la faccia.

Michele non si fece più vivo. Niente da fare con me, troppa grinta Antonio.

Un giorno, sentendo il mio discorso sullautobus su quella casa lasciata da mamma, su quanto fossi stufa, sola e infelice, si convinse che doveva aiutarmi, sistemare la situazione della casa e il mio insopportabile isolamento. Se avesse giocato bene le sue carte, io gli avrei dato tutto, ormai domata, nutrita, scaldata. Ma è stato troppo precipitoso. Le circostanze lo hanno stretto, Gigi chiedeva di restituire il debito, così forte che le costole sembravano bruciarlo Andò allo scontro, chiese a Isabella la mossa decisiva. Non funzionò. Ma ci sono altre micette nel mondo, mille donne stanche, mai davvero amate. Michele le troverà, le farà felici. E poi prenderà il dovuto.

Intanto, ha dovuto lasciare quellappartamento di lusso con le lenzuola di seta e la vista su Milano. Ma si rifarà. Tranne che Gigi non decida il contrarioAntonio tornò a casa tardi, quella sera, senza una parola. Si sedette al mio fianco, il vassoio del tè tra noi, e rimase lì, lo sguardo fisso sui palmi delle mani. Io osservavo le dita screpolate della sua mano che tremava appena, come chi sa di non sapere amare, ma almeno vuole stare. Potevo quasi sentirlo, il peso di tutto ciò che mai ci eravamo detti, ciò che si era rotto, ciò che non sarebbe tornato.

Allalba, aprii la finestra. Laria odorava di pioggia e smog, i rumori della città ancora tiepidi, lontani. Nel silenzio sentii Antonio muoversi dietro di mei suoi passi lenti, le pantofole trascinate. Mi cinse piano le spalle.

Rimasi ferma. Né lui né io eravamo più gli stessi di un tempo, eppure, per un attimo, sentii la certezza di essere ancora presente, con i piedi ben piantati nel cuore della mia vita. Il ricordo del passato passò come unombra gentile.

In cucina, il sole arrossava le tazze. Preparammo il caffè insieme, senza parole, ma con una cura piccola e nuova. Ascoltammo il borbottio della moka che saliva. Antonio versò senza guardarmi.

Fuori, i ragazzi correvano a scuola, le auto grigie si rincorrevano, la città ripartiva. Io, Isabella, non ero più Micetta. Nemmeno Isabellina. Avevo toccato il fondo della mia stanchezza, avevo imparato sulla pelle quanto può far male lillusione di essere speciale solo perché ci chiamano con un nome nuovo.

Quel giorno, per la prima volta, non provai né vergogna né nostalgia. Mi guardai allo specchio: i capelli spettinati, un filo docchiaia, una donna non più una micetta fragile da salvare, ma nemmeno la madre silenziosa, la moglie invisibile. Semplicemente me stessa, tra pioggia e sole, nella casa dove finalmente anche il silenzio sapeva di pace.

Sul tavolo, tra i sacchetti ancora da svuotare, una rosa secca di molti anni prima. La presi, la poggiai in un bicchiere, guardai Antonio e gli sorrisi senza fatica.

Era finita, eppure incredibilmente qualcosa aveva appena avuto inizio.

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