Semplicemente una funzione

«Silvia, hai messo su il tè?»

Silvia era rimasta alla finestra, osservando un passerotto muoversi a balzi sul davanzale. Piccolo, grigio, con una macchietta nera sul petto. Beccava qualcosa, poi si fermava rigido per un attimo, poi ancora beccava. Silvia lo stava a guardare da almeno tre minuti, incapace di distogliere lo sguardo.

«Silvia!»

Arrivo, rispose lei nel nulla.

Il passerotto volò via.

Andò in cucina, mise a bollire lacqua, prese una tazza. La sua tazza, grande, con la scritta Il Boss, che la figlia aveva portato da Roma come scherzo tanto tempo prima. Ormai lo scherzo non faceva più ridere, ma la tazza era rimasta.

Ci metti tanto? Vittorio entrò in cucina con le pantofole, la tuta un po scucita sulle ginocchia e il giornale in mano. Ti chiedo il tè e sparisci.

Ero alla finestra.

Alla finestra. La guardò come se avesse parlato in una lingua sconosciuta. A fare cosa?

Cera un passerotto.

Vittorio abbassò il giornale.

Silvia, stai bene?

Certo, disse lei, e riempì la sua tazza con lacqua bollente.

Vittorio prese la tazza e tornò in soggiorno, si sedette sulla poltrona e riaprì il giornale. Silvia restò qualche secondo davanti al bollitore. Anche lei avrebbe voluto il tè, ma per qualche motivo non se lo preparò. Stava lì, semplicemente a guardare il bollitore.

Avevano entrambi cinquantotto anni. Si erano conosciuti a ventitré allaperitivo aziendale della fabbrica a Reggio Emilia, sposati a venticinque, e da trentatré anni Silvia metteva su il bollitore appena lui lo chiedeva.

Non aveva mai capito esattamente quando fosse iniziata questa cosa. Forse non era mai iniziata: cera sempre stata.

Lamica Laura glielo aveva fatto notare tre anni prima, durante un pomeriggio in cui bevevano vino in bicchieri di plastica quelli veri li aveva spaccati lei stessa nel trasloco.

Silvia, ti ascolti? Dici sempre «lui vuole», «a lui piace», «lui si trova». E tu? Tu cosa desideri?

Voglio che tra noi tutto vada bene.

Questo non è un desiderio. È una funzione.

Allepoca Silvia si era offesa. Aveva detto che Laura era solo invidiosa, visto che era rimasta sola. Laura non si offese, riempì solo un altro po il bicchiere.

Adesso, stando lì davanti al bollitore, Silvia ripensava a quella parola. Funzione. Come in matematica: la X dipende dalla Y. Silvia dipende da Vittorio.

Si fece finalmente il tè per sé, si sedette al tavolo. Prese il cellulare, aprì i messaggi di Laura. Lultimo era di tre settimane prima: Silvia, tutto ok?. Silvia aveva risposto con una faccina sorridente. Laura aveva mandato una faccina con il sopracciglio alzato.

Silvia digitò: Sì, vivo. È tanto che non ci vediamo.

Laura rispose subito, come se stesse aspettando. Vieni sabato? Faccio la crostata.

Di solito il sabato Vittorio voleva il minestrone.

Silvia scrisse: Vengo.

Poggiò il telefono, finì il tè, si alzò. Andò a scongelare il pollo per la minestra.

Laura abitava a dieci minuti a piedi, in una casa vecchia, con ringhiere di legno e i gradini un po scheggiati. Silvia salì come faceva da quando aveva venticinque anni, ormai conosceva ogni scalfittura. Suonò il campanello alle due e mezza, portando un piccolo barattolo di marmellata di susine più per abitudine che per altro.

Oh, fece Laura aprendole. Ti sei tagliata i capelli?

Tre mesi fa.

Stai bene.

Entrarono in cucina. La crostata di mele intiepidiva sulla griglia. Cera profumo di cannella e di qualcosa di indefinito, quel senso di conforto che a casa di Laura cera sempre, a prescindere da tutto. Laura aveva divorziato due volte, cambiato casa quattro volte, seppellito mamma e papà a un anno di distanza eppure, lì dentro, si respirava sempre qualcosa di buono.

Allora, racconta, disse Laura tagliando la torta.

Cosa dovrei raccontare.

Tutto.

Silvia prese una fetta di torta. Era calda e dentro le mele si scioglievano. Al primo morso le si strinse qualcosa in gola: non era il sapore, era altro.

Ieri mi ha chiesto dovera il telecomando, disse. Era appoggiato sul suo bracciolo. Sono andata, lho preso e glielho dato.

E?

E niente. Ha cambiato canale, io sono tornata a stirare in cucina.

Laura la fissava.

Silvia.

So cosa stai per dire.

No. Vorrei solo chiederti: tu, mentre lo facevi, che sentivi?

Silvia ci pensò. Che strano, non ci aveva mai pensato. Semplicemente si era alzata. Preso il telecomando. Consegnato. Tornata indietro.

Niente, disse infine, quasi sorpresa. Non sentivo niente. Non ho pensato a niente. Lho fatto e basta.

Ecco il vero problema, disse piano Laura. Non che tu gli abbia dato il telecomando. Il problema è che non hai sentito niente.

Rimasero in silenzio. Dal cortile si vedeva un vecchio pero; un merlo ci ballava sopra sabato dopo sabato. Silvia fissò quel merlo.

Tu dai il nome agli uccelli? chiese.

Do il nome a tutto quello che per me è importante.

Silvia guardò Laura. Poi il merlo. Poi di nuovo Laura.

Ho cinquantotto anni, Laura.

Lo so. Anchio.

Non è più tempo di cambiare.

Laura riempì di nuovo la tazzina. Sistemò a Silvia una bella tazza, decorata di azzurro. Silvia la tenne con entrambe le mani.

Sai che penso io? disse Laura. Secondo me è il momento giusto. Prima pensavi di avere tempo. Ora sai che non ne hai più così tanto.

Silvia tornò a casa con calma. Era ottobre, a Parma lautunno era dolce, le foglie formavano tappeti. Camminava pensando a quando fosse stata lultima volta che camminava senza buste della spesa, senza programmare il pranzo.

Vittorio lavorava ormai da anni come amministratore in unautofficina. Tornava alle sette meno un quarto, si sedeva in poltrona, accendeva la tv e aspettava la cena. Non chiedeva era solo abitudine.

Entrando, lui alzò lo sguardo.

Dove sei stata?

Da Laura.

E il minestrone?

Silvia si fermò allingresso.

Non lho fatto. Ero dalla mia amica.

E allora cosa mangio?

La guardò lo stesso viso conosciuto da trentatré anni. Le stesse rughe intorno agli occhi. Le mani appoggiate sui braccioli come il padrone di un ufficio.

Ci sono le polpette di ieri, disse. E il pane fresco.

Si tolse le scarpe, passò in camera, prese un libro dal comodino e si stese a leggere.

Dopo dieci minuti Vittorio entrò con il piatto di polpette.

Fredde.

Scaldale nel microonde.

Lui la guardò a lungo. Lei non alzò gli occhi dal libro.

Sentì la microonde chiudersi, poi il ronzio. Poi silenzio.

Silvia leggeva. Era un romanzo di una donna che a cinquantanni apriva il suo laboratorio di ceramica. Quel libro lo aveva comprato sei mesi fa, sempre rimandato per mancanza di tempo.

Ora leggeva e si accorgeva di non capire: come faceva quella donna del romanzo a sapere così bene cosa voleva? Silvia non lo sapeva. Non era nemmeno certa di aver mai saputo cosa desiderava, al di fuori del che tutto fosse a posto.

Si chiamava Silvia Conti, nata Martinelli. Cresciuta in un paesino vicino Cremona, trasferita a Parma per studiare ragioneria, poi rimasta per sposarsi. Aveva lavorato nellufficio di una ditta edile ventanni, poi, dopo il fallimento, era stata persino alle scuole medie come maestra di educazione tecnica. Poi Vittorio le disse che non aveva senso attraversare la città per due soldi: e lei passò part-time in una piccola agenzia sotto casa. Da un anno era in pensione.

Pensava che sarebbe stata felice. Avrebbe avuto tempo per sé.

Ma la pensione era solo più tempo per fare le stesse cose. Cucinare, pulire, fare la spesa, stirare, bollire lacqua.

La domenica successiva si svegliò alle sei, come sempre. Vittorio dormiva. Rimase a fissare il soffitto. Lo stesso soffitto da trentanni, una crepa sopra la finestra, divenuta più lunga col tempo. Tutto qui.

Si vestì, prese il cappotto e uscì.

Alle sei di domenica, Parma era deserta. Cera solo un netturbino, un gatto sulla siepe. Silvia camminava verso il parco, senza uno scopo.

Il parco era vuoto e umido. Si sedette su una panchina, si pulì lo schienale con la mano, e restò lì.

Pensò a Laura. Laura diceva: «Dai il nome a tutto quello che conta». Silvia non dava il nome a nulla. Non cera nulla che fosse davvero suo.

Una casa cera, ma era loro, non sua. Un servizio di piatti che avrebbe voluto comprare tre anni fa e mai comprò, perché Vittorio diceva: Perché buttare soldi, quelli che abbiamo ci bastano. Un abbonamento in piscina, regalato per il compleanno, usato tre volte poi smesso scomodo lasciare casa quando lui era a casa.

Seduta lì, Silvia si accorse che era come se si fosse cancellata pezzo per pezzo. Uno per il minestrone, uno per le camicie da stirare, uno per il dove sei stata, uno per il cosa si mangia.

Passò una signora con il cane. Un bassotto fulvo e curioso guardò Silvia.

Morbido? chiese Silvia.

Non morde, ama tutti, sorrise la signora. Passeggiata mattutina?

Sì. Così, sono uscita un po.

Si fa bene, rispose la signora. Io ogni mattina. Prima era con mio marito. Poi ho preso il cane, adesso vengo lo stesso anche senza di lui. È morto ormai da anni. Ma io continuo.

La disse così, senza accenti di malinconia. Silvia la osservò: serena, quasi allegra.

Non le manca?

Lui? Sì. Ma anche a me stessa. Negli ultimi anni mi ero persa del tutto. Dopo se ne è andato, mi sono detta: e io, chi sono? Ho preso Oliver annuendo verso il bassotto e ho ricominciato a vivere.

Oliver intanto aveva annusato la scarpa di Silvia e si spostò alla panchina dopo.

Quanti anni ha? chiese Silvia.

Sessantatré. Perché?

Così, per sapere.

La signora sorrise e seguì il cane. Silvia la guardò andare via.

Tornò a casa: Vittorio era già in piedi, seduto in cucina, il broncio.

Dove sei stata?

Al parco.

Al parco. Lui guardò lorologio. Alle otto di mattina.

Sì.

E a fare cosa?

Sedermi. E pensare.

Lui abbassò gli occhi sul tavolo. Lei capì che aspettava la colazione.

Mise su lacqua. Prese le uova. Fece la frittata. Tagliò il pane. Mise tutto davanti a lui.

Vittorio mangiava in silenzio. Lei stava davanti con la tazza di tè, guardandolo.

Vitto, disse.

M?

Ti ricordi perché ci siamo sposati?

Lui sollevò lo sguardo, un po sorpreso.

Che domanda è?

Solo una domanda. Perché ci siamo sposati?

Mah… ci amavamo.

Ci amavamo, ripeté Silvia. E adesso?

Lui mise giù la forchetta.

Silvia, che hai?

Chiedo solo.

Ora… viviamo insieme. Siamo una famiglia.

Una famiglia, disse lei, e tacque.

Vittorio finì la frittata, lasciò il pane e tornò in soggiorno. Lei rimase lì a guardare il pane avanzato.

Lunedì chiamò la piscina e riattivò labbonamento. Decise: ci sarebbe andata il mercoledì e il venerdì.

Il mercoledì si preparò la borsa. Prima di uscire disse:

Vado in piscina. In frigo cè la cena: scaldatela.

Vittorio la fissò sopra gli occhiali.

In quale piscina?

La Delfino.

Ma è lontana.

Venti minuti di autobus.

E perché ci vai?

Lei indossò il cappotto.

Ho voglia di nuotare.

Lui non rispose. Silvia uscì.

Sullautobus cera poca gente: una coppia anziana, una mamma con una bimba. Silvia guardava Parma dautunno scorrere fuori dal finestrino: platani gialli, bar con insegne, passi veloci sulle strisce.

Si accorse che le piaceva viaggiare in autobus.

La piscina si chiamava Delfino. Solo corsie blu e odore di cloro. Si cambiò, entrò in acqua. Nuotò piano, a rana. Lacqua fresca, densa. Silvia nuotava senza pensieri. Solo questo: nuotare.

Quando tornò a casa, si sentiva stanca di una stanchezza buona, diversa dal solito.

Sulla via del ritorno si concesse un caffè al bar. Da sola, vicino alla finestra. Una cameriera le portò un biscottino. Silvia lo mangiò pensando che forse era quella la vita: solo caffè, solo un biscotto, solo una finestra.

A casa, Vittorio era in poltrona davanti alla TV. Piattino accanto, vuoto.

Hai scaldato la cena? chiese lei.

Ho scaldato. Troppo salata.

Silvia non rispose. Andò in bagno, poi si mise a leggere.

La settimana dopo tornò da Laura. Raccontò del parco, della piscina, del caffè preso da sola.

Bene, disse Laura. E poi?

E poi?

Cosa vuoi fare ancora?

Silvia ci pensò.

Vorrei imparare a fare qualcosa. Non so cosa. Forse disegnare. Lo facevo da bambina.

Allora vai.

Dove?

I corsi ci sono ovunque. Guarda su internet.

Alla mia età… iniziò Silvia.

Ferma la interruppe Laura . Se dici alla mia età non farai mai niente.

Silvia tacque.

Va bene, disse.

Trovò la scuola per caso. Vide il cartello: Acquerello per adulti, entrò, chiese informazioni. Lezioni il martedì e giovedì, gruppo piccolo. Linsegnante, Anna Simeoni, sessantenne, capelli cortissimi e orecchini dargento.

Hai mai disegnato? chiese Anna.

Da bambina. Quarantanni fa.

Ottimo. Sei pura, senza vizi. Vieni martedì.

Silvia ci andò. Il gruppo: quattro donne della sua età, una ragazza, un signore di cinquanta e una studentessa.

Anna mette davanti a loro una mela. Guardate.

Si guardarono la mela cinque minuti. Poi si iniziò a disegnare. La sua era più una patata, ma chi se ne importava. Si sentiva bene.

Hai il senso del volume, disse Anna, guardando la sua patata. Questo conta. Il resto arriverà.

Sul bus del ritorno Silvia teneva il foglio con la mela.

A casa, Vittorio guardava i telegiornali.

Dove sei stata? chiese.

A disegnare.

Lui si voltò.

Cosa?

A disegnare. Con lacquerello. Una mela.

Lui la guardò, poi guardò il foglio.

Questa sarebbe una mela?

È linizio della mela, rispose Silvia, e si mise a preparare il tè.

La sera chiamò la figlia, Caterina, che viveva a Roma, faceva la manager in una azienda farmaceutica, due bambini, telefonate la domenica.

Mamma, tutto ok? Non ti ho sentita mercoledì.

Volevo raccontarti: mi sono iscritta a un corso di disegno.

Pausa.

Disegni?

Acquerello. Due volte a settimana.

Bellissimo, rispose Caterina, ma cera qualcosa nel tono… Non stupore né felicità. Qualcosa di indefinito. E papà?

Lo sa.

Che dice?

Ha chiesto se il mio disegno era una mela.

Caterina rise.

Sei forte, mamma. Stai bene?

Meglio di prima.

Va bene. Qui cè baccano. Domenica ci sentiamo?

Va bene.

Posò il cellulare. Poi prese il disegno e lo appese sul frigo, con una calamita di Capri.

Vittorio entrò a prendere lacqua, vide il disegno, scosse la testa ma non disse nulla.

Novembre arrivò umido e pungente. Silvia andava in piscina, alla scuola di disegno, qualche volta da Laura. Il resto: pulire, cucinare, leggere più di quanto avesse letto negli ultimi ventanni.

Alla scuola, una signora si accostò a Silvia: si chiamava Nadia, sessantun anni, ex prof di geografia. Capelli tinti di rosso, un po disordinati, le stavano bene.

Da tanto disegni? chiese Nadia.

Terzo mese.

Si vede che impari. Io è da sei mesi ma faccio ancora le linee storte.

Anna dice che le linee non contano.

Anna è una filosofa! rise Nadia. Dice che disegnare non vuol dire saper disegnare ma saper vedere.

Silvia ci pensò.

Forse è vero anche per la vita.

Tutto vale per la vita, annuì Nadia. Sei sposata?

Trenta­tré anni.

Mamma mia. Io mi sono separata due volte. Sto sola, e mi va bene.

Non ti senti sola?

Certo che a volte sì. Però meglio che prima. Il primo mio marito beveva, il secondo no, ma con me parlava solo se doveva: tipo elettrodomestico. Premi il tasto, risultato.

Silvia annuì.

Come elettrodomestico…

Esatto. E guarda, il tuo albero sembra vivo. Vedi come respira il tronco?

Silvia guardò il suo tronco: davvero sembrava un po vivo. E non sapeva nemmeno come avesse fatto.

A novembre cambiò qualcosa tra lei e Vittorio. Lentamente. Si abituò al fatto che Silvia uscisse tre volte a settimana. Non domandava più. Imparò a scaldarsi la cena. Una sera trovò addirittura le patate bollite.

Hai fatto le patate.

Avevo fame.

Bravo, rispose lei.

Era strano. Non brutto. Diverso.

Una sera, seduti entrambi a bere tè, senza TV che funzionasse.

Silvia, disse lui.

Sì?

Sei cambiata.

Lei lo fissò.

In meglio o in peggio?

Lui ci pensò.

Non lo so. Diversa.

Sì, sono diversa.

Non ci sono abituato.

Nemmeno io, rispose lei. Ma impareremo.

Rimasero in silenzio. Poi lui disse:

Fammi vedere i tuoi disegni.

Si sorprese, ma gli portò la cartellina. Lui sfogliò piano.

Questo cosè?

Una brocca. Studiavamo la luce.

E questo?

Una mano. La mia.

Restò fisso sulla mano a lungo.

È somigliante.

Grazie.

Sei brava, disse semplicemente.

Silvia sentì un calore nuovo. Non era lapprovazione che sapeva di dover cercare. Era un altro sentimento, tranquillo.

Lo so, rispose lei.

Dicembre portò il freddo. Silvia si regalò un paio di stivali nuovi, blu scuro, caldi. Vittorio guardò lo scontrino: Costosi, ma lei rispose: Sono caldi, e via.

Alla scuola si passò ai paesaggi invernali. Anna portò vecchie foto in bianco e nero: boschi, fiumi gelati, paesini sotto la neve.

Linverno non è mancanza di colori, disse Anna. Linverno sono tutti i colori, ma che parlano sottovoce. Cercateli.

Silvia cercava nei bianchi: blu nellombra della neve, rosa chiaro allorizzonte, giallo spento nei tronchi delle betulle.

Il mio è tutto grigio, bisbigliò Nadia.

Guarda sotto le ombre, suggerì Silvia. Non sono grigie.

Nadia guardò e prese il blu dacqua.

Oh…

Ecco.

Finite le lezioni, prendevano insieme un caffè nellosteria allangolo. Nadia le raccontò della figlia a Firenze che la voleva con sé.

Ci andrai? chiese Silvia.

Non lo so. Temo di non farcela. Qui ci siete voi, la scuola, il mio gatto Arturo.

Arturo, sorrise Silvia.

Sì, grasso, rosso, pieno di dignità. Siamo bene insieme.

Laura dà il nome agli uccelli, disse Silvia. Il suo merlo si chiama Carla.

Fa bene, approvò Nadia. È giusto dare un nome a tutto ciò che ci importa.

Fuori la gente camminava in fretta, un cappotto rosso, i capelli scompigliati.

Nadia, hai mai rimpianti per i divorzi?

Nadia mescolava il caffè.

Per gli anni sprecati, qualche volta. Ma mai per aver deciso. Un giorno mi sono svegliata e non ricordavo più lultima volta che avevo pensato a me. Solo a lui, alla sua cena, al suo umore, a come lui avrebbe reagito. A me, mai più. Mi ero annullata.

E cosa hai fatto?

Allinizio niente. Poi tentai di parlare. Lui: Ti inventi tutto. Capito? Non ti ascolto, non parliamone. Solo: Te le inventi.

E?

E se per lui non esisto, non esisterò mai. E me ne sono andata.

Si guardarono. Poi Nadia si riscosse:

Vabbè, ora ho Arturo e lacquerello. Non è poco.

Uscirono: sulla strada fioccava il primo, incerto, nevischio. Silvia voltò il viso: una goccia di neve si sciolse sulla guancia.

A casa trovò Vittorio al telefono. Rideva con qualcuno. Entrò, lui fece un cenno senza interrompere la chiamata. Silvia mise su lacqua. Mentre aspettava, guardava fuori.

Era notte, nevicava. Il lampione disegnava un cerchio di luce. Bello.

Prese il cellulare, scattò una foto. La mise come sfondo. Prima cera una vecchia foto di famiglia, fatta al matrimonio di Caterina sette anni prima. Bella foto. Ma quella con il lampione era sua.

A gennaio fece un disegno che riuscì davvero. Una strada sotto la neve, quella della sua finestra, con il lampione. Anna Simeoni lo guardò a lungo.

Ecco, disse infine. Questo è la tua voce.

Cosa vuole dire?

Ogni disegno ha la voce di chi lo fa. Come il canto. La tecnica la impari, la voce ce lhai o no. Tu ce lhai.

Silvia guardò la strada illuminata dal lampione.

Ho solo disegnato quello che vedevo dalla finestra.

Appunto. Hai disegnato ciò che conta per te. Non ciò che deve essere bello secondo le regole, ma ciò che vedi tu.

Lo appese sul frigo accanto alla mela.

Una mattina Vittorio era fermo davanti al frigo, fissava entrambi i disegni. Silvia entrò.

Che cè?

Li guardo. Sono belli.

Grazie.

Sapevi farli da sempre?

Non lo so, rispose Silvia forse sì. Ma non li facevo.

Lui annuì, prese una fetta di formaggio.

Vittorio, disse Silvia.

Sì?

Vorrei andare al mare destate. Da sola, o con Nadia della scuola. Una settimana, niente di che.

Si fermò col formaggio in mano.

Da sola?

Sola, o con Nadia. Ho proprio voglia.

Tacque. Silvia aspettò.

Hai soldi?

Ho la pensione. Ho messo da parte.

Be, disse lui. Se vuoi…

Non era: Certo, vai, tesoro. Era: Be, se vuoi, come se non sapesse come reagire a una moglie che decideva da sola. Però era qualcosa.

Scrisse a Nadia: Vieni al mare questestate? Pensavo Liguria.

Risposta dopo cinque minuti: Porto Arturo da mia figlia e vengo anchio! Quando?

Febbraio fu lungo. Silvia andava in piscina, a scuola, da Laura. Una sera andò a teatro con Nadia, uno spettacolo di Goldoni. Vittorio non volle venire: Non mi interessa, così Silvia prese due biglietti e invitò Nadia.

Lo spettacolo era bello, lento. Silvia si accorse che non andava a teatro da quindici anni. Dopo andarono a bere.

Che ne dici? chiese Nadia.

Bello. Mi sono sentita come la Beatrice di Goldoni.

Quella del andrà tutto bene?

Sì. Rimanda sempre la vita.

Goldoni è spietato, ma vero. Ti mostra come la gente spreca la vita. Tranquillo, ma ti entra nella carne.

Già.

Hai deciso qualcosa?

Silvia la guardò.

Cosa intendi?

Su te stessa. Da mesi sembri una che ci riflette.

Silvia mescolò il tè.

Non so. Semplicemente… ho cominciato a vivere un po. A modo mio.

È tanto.

Vittorio non capisce.

Glielhai spiegato?

Ci ho provato. Lui dice: Sei cambiata. Io: Sì. E lui: Non ci sono abituato. Io: Ti ci abituerai.

E lui?

Tace. Però adesso si cucina pure le patate.

Nadia rise.

Questo sì che è progresso.

Nadia, tu sei felice adesso?

Non rispose subito.

Non so bene cosa sia la felicità. Se è non avere mai problemi e star sempre bene, allora no. Ho il ginocchio che duole, i rapporti con mia figlia difficili, i soldi pochi. Ma se la felicità è sentirsi finalmente se stessi, allora sì. Forse sì.

Silvia annuì.

Bella risposta.

Chiedi perché pensi di lasciarlo?

Silvia guardò fuori, la strada buia di febbraio, lucida di lampioni.

Non lo so, sinceramente. Trentatré anni non sono poco. Non è cattivo. Non mi vede, tutto qui. E non so se posso insegnare a vedere una persona come persona, non come funzione.

A volte si può, disse Nadia. A volte no.

Sì. A volte sì. A volte no.

A marzo, per lotto, Caterina arrivò da Roma coi bambini. Due giorni di casino. Vittorio, con i nipoti, rideva e giocava. Silvia lo guardava: eccolo. Cè qualcosa di vivo. Ma viene fuori di rado.

La sera del primo giorno, i piccoli dormivano. Erano al tavolo: Silvia, Vittorio, Caterina, il marito Andrea, tutti a bere il tè.

Mamma, come va? chiese Caterina. Sei cambiata in meglio!

È il disegno, rispose Silvia.

Fammeli vedere!

Portò la cartelletta. Caterina sfogliò con attenzione.

Sono bellissimi. Sul serio.

Anna dice che ho una mia voce.

Una voce?

Nei disegni. Il tratto personale.

Non lo sapevo, disse Andrea. Che fosse così personale.

Tutto lo è, replicò Silvia. Se fatto davvero.

Vittorio restava in silenzio, tazza in mano. Poi allimprovviso:

Lei è sempre stata capace. Solo che non lo faceva più.

Tutti lo guardarono. Laveva detto senza enfasi, come un dato di fatto.

Tu lo sapevi? chiese Caterina.

Lho visto. Disegnava anche prima che arrivassi tu.

Silvia lo fissava. Era sempre stato lì, a sapere. E non aveva mai detto niente, mai chiesto, mai chiesto perché non disegni più?

Non lo disse ad alta voce. Rimase così.

Dopo la partenza di Caterina tornò la calma. Vittorio tornò poltrona, TV, giornale.

Un giorno di metà marzo, Silvia tornò a casa dopo la scuola. Sul tavolo una nota. Vittorio di solito non scriveva, gridava da una stanza allaltra.

Vado da Piero in campagna, torno dopodomani. Ho fatto io la minestra, è in frigo.

Lesse due volte. Fatto io.

Aprì il frigo: cera una pentola. La minestra, un po pallida, un po troppo salata, sembrava. Ma era minestra.

Si servì una scodella, riscaldò, mangiò.

Troppo salata. Ma mangiava pensando a ciò che quell’atto rappresentava. Non il sapore. Altro.

Passò due giorni da sola. Piscina, disegno. Cucinò per sé, quello che voleva. Lesse fino a tardi. Si preparò il caffè e lo bevve lunga, davanti alla finestra.

Quando lui tornò, capì che un po si era abituata a stare sola. E le era piaciuto.

Fu una scoperta difficile.

In aprile accadde una cosa inaspettata. Anna Simeoni propose a Silvia di partecipare a una piccola mostra collettiva alla biblioteca civica, con gli allievi. Ventiquattro disegni di vari iscritti.

Io? chiese Silvia.

Certo. Hai cose da far vedere.

Ma disegno da sei mesi.

I tuoi sono vivi. Il resto non importa.

Ci pensò tre giorni. Poi disse sì.

Scelse cinque disegni. La strada col lampione. La mano. Lalbero che respirava. La brocca controluce. Lultimo: una tazzina di caffè con libro aperto e neve fuori dalla finestra.

Venerdì la mostra aprì. Arrivarono gli amici del corso, Laura, Nadia persino con Arturo in trasportino (che ovviamente non entrò), Caterina che inviò un vocale: Mamma, sono orgogliosissima di te. Venne anche Vittorio.

Entrava impacciato col soprabito, guardandosi attorno, incertezza di chi non conosce quel mondo. Cercò Silvia, si fermò davanti alla strada col lampione.

È la nostra finestra.

Sì.

Non pensavo ci fosse tanto da vedere, lì fuori.

Io lo vedevo.

Lui si voltò.

Silvia.

Sì?

Voglio dirti che capisco daver perso qualcosa. Non so bene cosa. Ma era importante.

Silvia lo guardava.

Sì, disse piano.

Non sono bravo a parlare.

Lo so.

Rimasero lì, uno vicino allaltra, senza grandi parole.

Poi arrivò Laura e trascinò Silvia dal direttore della biblioteca, che voleva parlare della prossima mostra.

A maggio Silvia e Nadia presero i biglietti per la Liguria. Inizio luglio, otto giorni. Un albergo piccolo, due camere vicine.

Silvia avvisò Vittorio il lunedì sera.

Ho i biglietti. Vado con Nadia in luglio. Otto giorni.

Lui la fissò sopra gli occhiali.

Otto?

Sì.

Lunghi.

No.

Pausa.

Va bene, fece lui. Andrò da Piero quei giorni.

Bene.

Fai attenzione. Sole, cose così.

Nuoto, gli ricordò. Piscina da mesi.

Già.

Si spostò in cucina, poi tornò indietro.

Vitto.

Sì?

Voglio chiederti una cosa. Sii onesto.

Poggiò il giornale.

Dimmi.

Tu mi vedi?

In che senso?

Mi vedi. Me, Silvia. Non la cena, non il tè, non il minestrone. Me.

Silenzio lungo. Lei aspettava.

Non capisco la domanda, disse infine.

Lo so, rispose Silvia. Ecco il punto.

Tornò in cucina. Si fece il tè. Il suo, nella sua tazza nuova azzurra, comprata a febbraio nella bottega vicino alla scuola. Bella tazza.

Luglio bollente. Alla partenza preparò una valigia piccola, il blocco da disegno e acquerelli nuovi, i pennelli.

Vittorio laccompagnò fino al taxi.

Chiamami, disse lui.

Lo farò.

Porto il cappello?

Sì.

Va bene.

Salì in macchina. Lui restò sotto il portone, nella vecchia tuta, spaesato, grande uomo mai abituato che lei partisse.

Vittorio, disse Silvia.

M?

Se vuoi che cambi qualcosa, bisogna parlarne davvero, insieme. Io sono pronta. Ma da sola, per due, non posso.

Lui la guardava.

Torni?

Vado solo al mare per otto giorni, disse.

Il tassista suonò piano. Salì in macchina.

Vittorio restò là, piccolo nel retrovisore. Poi una curva, scomparve.

Si appoggiò sul sedile.

Parma scivolava fuori dal finestrino. Strade, bar allangolo, i platani, i crocicchi, le voci. Il sole picchiava forte.

Prese il cellulare. Scrisse a Nadia: Sto partendo dove sei?

Risposta: Già in stazione! Ho lasciato Arturo, ho pianto, ti aspetto!

Silvia sorrise.

Poi aprì una nuova pagina su Internet: corsi acquerello adulti online. Solo per vedere. Solo curiosità.

Poi la chiuse. Poi la riselezionò.

Fra quattro ore il treno sarebbe stato al mare. Avrebbe guardato fuori dal finestrino: la pianura che diventava colli, i colli che diventavano il blu del Tirreno.

Avrebbe preso lalbum e iniziato a disegnare quello che vedeva.

Non quello che si deve, non quello che è giusto secondo nessuno. Solo ciò che vedeva lei.

Alla stazione Nadia si fece incontro: piccola, capelli rossi, zaino sulle spalle.

Allora? fece Nadia. Andiamo?

Andiamo, rispose Silvia.

E si incamminarono lungo la banchina.

Ma ecco una cosa strana: Silvia non sapeva se sarebbe davvero tornata, come uno torna a un passato chiuso. Sapeva solo che sarebbe tornata a se stessa. E quella non lavrebbe più lasciata.

La banchina era soleggiata e piena di voci. Qualcuno urlava, da qualche parte vendevano gelato. Profumo ferroso, estate, possibilità.

Camminava, e sotto i piedi sentiva la terra solida.

Solida, sua.

Il treno partì piano, quasi impercettibile, come quando si parte davvero e non si cambia soltanto luogo.

Fuori la banchina, poi i tetti, la città, poi la campagna.

Nadia sonnecchiava appoggiata al finestrino.

Silvia aprì lalbum. Prese una matita.

La pianura scorreva, giallastra, infinita, bruciata dal sole destate.

Si mise a disegnare.

Lorizzonte, diritto.

Il cielo, più scuro solo in fondo.

Una strada che spariva lontano.

Nessuna figura umana.

Solo spazio.

Che disegni? chiese sonno­lenta Nadia, occhi chiusi.

Lorizzonte.

Bello?

Silvia guardò il foglio.

Non so ancora, disse. Ma gli assomiglia.

Nadia borbottò qualcosa e tornò a dormire.

Il treno andava avanti.

E Silvia continuò a disegnare.

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Semplicemente una funzione
Tre fili. Tre destini