Tre fili. Tre destini
Che cosa ha detto? Vera, non ho sentito, cosa? mi sono piegata un po in avanti, verso la mia amica, Vera Pavoni.
Lei ha cominciato a spiegarmi pazientemente quello che avevano appena detto quella mamma e la bambina che erano passate accanto a noi.
In classe loro cè uno un po turbolento, e quella piccola gli ha fatto notare
Vera parla sempre ad alta voce, così tutta la strada sente. Io invece ascolto senza interrompere, poi mi giro a guardare quella bambina, le sorrido di spalle.
Sembra proprio una brava bambina, pulitina e a modo. Però un po troppo complicata, secondo me, dico alla fine.
Ma perché? domanda Vera sorpresa mentre mi prende sottobraccio, e mi spinge verso lattraversamento pedonale, dove il semaforo ci indica il verde già da qualche secondo e le auto ci aspettano ordinate.
Cosa dici, Irina? Non ho capito! chiede Vera, guardandosi intorno confusa. Accelera il passo stringendo la borsa, ansiosa di raggiungere il marciapiede.
Ti dicevo, perché troppo complicata? ripeto a voce alta.
Così, solo perché sì.
A volte non ho voglia di spiegare i miei pensieri, forse pigrizia, forse mi sembrano già chiari.
Quella bimba si assume la responsabilità di correggere il fannullone della classe? Gli fa la morale e lo educa? No no, ragazze! Così non si fa Non si risolvono così le cose!
Scuoto la testa, mentre Vera sospira. Talvolta la sua reticenza mi esaspera, ma senza Irina questo mondo ormai così bizzarro mi sembrerebbe troppo arduo da affrontare.
Siamo vicine di casa, Vera e io. Le nostre case sono singolari: tutte con ingresso direttamente dal cortile, senza scale né ascensore. Viviamo in una delle vecchie dependance duna villa patrizia di periferia, che, dopo molte traversie, negli anni si è ritrovata a ospitare una scuola darte, qualche laboratorio artigianale e, tra fienili e scuderie, anche i nostri piccoli appartamenti.
Molti condomini se ne sono andati per luoghi più moderni e spaziosi, ma Vera, io e la nostra amica Tatiana Tania per tutti rimaniamo sempre qui, strappando e gettando via ogni settimana lettere con offerte di acquisto, scambi, conguagli, aiuti per il trasloco, promesse di mantenimento della residenza.
Troppo ghiotto questo angolo di Firenze, e la nostra villa, bassa e ad arco, una volta scuderia ridipinta, fa gola a chiunque abbia agenzia o attività; in pieno centro, a due passi da Santo Spirito e vicino al Duomo. Ma noi, ormai fragili, rimaniamo attaccate alle nostre tane. Qui è passata tutta la nostra vita. E qui la vogliamo finire.
Che ne dici, passiamo da Tania? propone Vera, guidando rapida, la scatola della torta stretta tra le mani. La festeggiamo
Che dici? Non riesco a sentirti, Vera, guardami almeno, così leggo le labbra! mi dispiace dare fastidio, mi sento in imbarazzo: temo sempre che Vera si stanchi davvero della mia sordità e mi lasci. Certo: non è facile, ma Veruccia ha una pazienza doro
Vera si ferma, si china verso di me e scandisce bene le parole.
Ah, sì! Era da Tania che volevo andare! annuisco, subito rincuorata.
Da Tania, povera, oggi è un giorno speciale. È il compleanno della figlia, Lidia. Lidia ormai non è più giovane, lavora, è sempre di corsa, viene poco. Dovevano festeggiare nel weekend, poi hanno spostato tutto. Ma Tania non si lamenta mai.
Colpa mia, come sempre, mormora dopo averci fatto accomodare al tavolo che ha preparato con cura. E non parlatemi male della mia bambina! avverte alzando il dito, anche se nessuna di noi ne avrebbe mai avuto lintenzione.
Vera le accarezza la mano agitata. Una manina secca, ossuta, che da ragazza strappava erbacce dal cortile durante la guerra, quando si tentava di cavare dagli orti qualche zucchina o carota per sfamarsi. Con quella stessa mano Tania piantava semi, con una speranza così forte che sembrava avrebbe dato i suoi frutti di certo, nonostante tutto.
Erano anni duri, quelli, di fatica vera e fame. Le madri delle tre ragazze andavano tutte a lavorare in ospedale, loro rimanevano sole, a cucinare quel poco che trovavano. Qualche volta le madri portavano a casa pane e un po di burro ma un burro con un retrogusto di segatura. Le ragazze non si lamentavano: sapevano che era normale, che i tempi erano quelli.
Ma loro avevano lorto. E dopo mille peripezie riuscirono ad avere dei semi dal vecchio agronomo in fondo alla strada, zio Procopio. Lui si arrabbiava sempre, diceva che avrebbero sprecato tutto, eppure regalava loro crostini e consigli.
Non era mai un raccolto abbondante, ma qualcosa spuntava: qualche cavolo, i cetrioli che si intrecciavano nellerba, il prezzemolo che moriva dopo i primi timidi germogli
E poi, in piazza, la guerra. La morte era ovunque, ma quando toccava qualcuno che sentivi vicino, faceva ancora più male. I papà delle ragazze non tornarono mai. Lorto lo fecero crescere da sole.
E adesso, sediamo qui, tutte e tre. Vera liscia la mano di Tania, io taglio il pollo e affetto i cetrioli, mentre la bottiglia di liquore è già pronta per un brindisi. Tania adora il rosolio.
Brindiamo alla salute di Lidia, alle gambe di Tania che non reggono più e ai nostri inverni che speriamo siano clementi.
Le gambe di Tania si sono bloccate allimprovviso, dopo una sciocca caduta su una lastra di ghiaccio dinverno. La notte successiva, non riusciva più a muoversi. Cercò di chiedere aiuto, pianse dalla paura. Ma non poteva raggiungere il telefono. Restò lì, bloccata, al freddo, mentre le ore scorrevano lentissime.
Ci preoccupammo subito. Tania non fa mai tardi la mattina, sempre la prima a mettere il caffè sul fuoco e avviare la radio. Ma quel giorno, niente. Bussai io, Vera arrivò poco dopo, persino il portinaio si è messo in mezzo.
Abbiamo sfondato la porta, trovata Tania per terra, e subito Vera ha iniziato a cambiarle le lenzuola, a lavarla senza una parola di rimprovero. Vera aveva già assistito il marito paralizzato, morto otto anni prima, con fatica e sollievo insieme.
Ha sofferto tanto, ora è in pace diceva davanti alla sua tomba.
Chi pensava che un uomo come lui potesse andare in Paradiso? Ma era inutile contraddirla.
Tania finì in ospedale, dove i medici non le diedero molte speranze. Pensava che fosse una punizione divina. Per cosa? Da giovane aveva avuto Lidia da una grande passione un amore di scuola finito troppo presto, e una maternità affrontata praticamente da sola e in provincia, dopo che la madre aveva provato ogni modo per evitare lo scandalo. Tornarono in città dopo due anni, la piccola Lidia allevata come una figlia dalle tre ragazze del cortile.
Lidia passava le giornate ora a casa di una, ora dellaltra. Era la figlia di tutte.
Crescendo, Tania continuava a lavorare sodo, finendo il suo percorso di studi per corrispondenza. La mamma morì quando Lidia era una bambina.
Poi, un giorno, nella tipografia dove Tania lavorava, arrivò una delegazione francese, e un belluomo Pier le rubò il cuore. La portava a ballare, le regalava abiti, vestiti, bambole per la piccola. E le propose di cambiare vita, seguirlo in Francia.
Lui ha una villa fuori Parigi! È tutto pronto, anche per Lidia, raccontava Tania sognante.
E Lidia? domandai io.
Rimane qui per un po. Io mi sistemo, poi la porto con me
Ma Lidia non la prese bene. Buttò a terra i regali di Pier, fece a pezzi la porcellana tutto davanti agli occhi atterriti della madre.
Quel giorno sentii come se mi mancasse laria raccontò poi a Vera. Un dolore al petto come morire.
Tua madre tornerà, vedrai le disse Vera, riprendendola tra le braccia , e allora sarai tu a decidere. Non giudicarla ora. Noi donne, a volte, cediamo alla voglia di qualcosa di bello e nuovo. È una nostra debolezza
Vera lo sapeva bene. Anni prima, per una pelliccia promessa in strada, si era fatta fregare da una truffatrice. Aveva speso tutto, e ricevuto in cambio solo un sacco di stracci.
Alla fine, Tania rimase in Francia solo pochi mesi. I parenti di Pier non accettarono Lidia, e anche Pier si dimostrò daccordo. Così Tania tornò con nulla, e trovò la figlia arrabbiata, tutti i regali buttati nella spazzatura.
Pensi che Lidia mi perdonerà? mi chiese Tania un giorno Forse più avanti, quando crescerà e vivrà il suo amore, risposi io.
Allora Vera e io eravamo entrambe sposate, con figli maschi, e non ci saremmo mai sognate di lasciare la famiglia, nemmeno per un giorno.
Forse fu per questo errore, per questa colpa che Tania attribuisce la sua sofferenza fisica e morale.
Lidia le trovò una badante, ma lei era rigida, sbrigativa. Una volta le rovesciò addosso dellacqua bollente e scappò via per paura. Le urla di Tania si sentirono a tutto il condominio. Vera accorse subito, aveva le chiavi come me. La curò, rimase con lei, si occupò di tutto.
Ma dai, lascia stare, non mi pagherai, sorrideva Vera. Usa i soldi per qualcosa di utile, non ti preoccupare!
Avevamo vissuto tutto insieme: le code alle poste, la visita dal dottore, la guerra… Cosa ci sarebbe da nascondere? Che senso avrebbe farsi problemi ora?
Così Vera aiutava Tania, poi accompagnava me a spasso, perché da quando ludito è peggiorato rischio qualsiasi cosa in strada, anche sotto lo scooter! Vera mi prende sottobraccio, camminiamo per via de Serragli, poi verso lArno, oppure ci fermiamo nei piccoli cortili, a guardare i bambini giocare, a ricordare i nostri figli che si arrampicavano sugli alberi di tiglio.
A Firenze ce ne sono tanti, e la città sa di miele quando fioriscono. Raccolgo i fiori e spiego alle amiche come farne ottima tisana. Una volta allanno prepariamo la sera del tè al tiglio, ognuna porta qualcosa di speciale.
Quelle sere, tra torte e chiacchiere, Tania racconta di Parigi, Vera dei suoi pittori del museo, io invece ascolto, ché già allora ludito cominciava a mancarmi.
Durante la guerra rimasi quasi sorda per unesplosione che mi colpì da vicino. Da allora le orecchie hanno sempre sofferto.
Più tardi, in fabbrica, conobbi mio marito, Giovanni, di dodici anni più vecchio. Allinizio non voleva saperne, diceva che lo avrei lasciato, che non meritava una come me. Ma lo sposai lo stesso. La prima notte insieme, Giovanni non dormì per nulla, ascoltava ogni mio respiro. Dormì solo allalba, e allora lo guardavo dormire, contenta di averlo vicino. Non mi spaventarono mai le sue cicatrici, e i suoi capelli brizzolati erano bellissimi.
Lui fu il mio unico grande amore. Morì giovane, cinquantacinque anni appena, in una notte tranquilla. Io piansi, pensando che le mie lacrime potessero bruciare la sua pelle.
Fu mio figlio Egidio a chiamare Vera e Tania. Anche Lidia venne. E forse quel giorno capì quanto aveva bisogno anche lei di sua madre.
Il marito di Vera, invece, non piaceva a nessuna di noi sempre avaro, calcolatore. Vera desiderava cose nuove per la casa, ma lui rimandava tutto, lamentandosi dei soldi. Quando si trattò di comprare il frigo nuovo, trovò mille scuse. La solita storia…
Perché ti sei sposata con lui? domandai io.
Paura di non trovarne un altro voi eravate belle, io una qualunque. Temevo di restare sola.
Lasciatelo! proponevamo Tania e io, ma Vera non voleva per non ferire il figlio Mino, che adorava suo padre.
Poi, un giorno, Vera sembrava unaltra: felice, raggiante, camminava come se galleggiasse.
Cosa succede? domandai.
Mi sono innamorata. Un uomo vero, gentile con me
Ma Vera non avrebbe mai lasciato il marito gravemente malato, e qualche anno dopo lui morì. Solo allora laltro uomo le propose di sposarla. Ma lei disse di no.
Mino non capirebbe. Sarebbe un tradimento.
Quelluomo se ne andò per sempre. E fu un peccato.
Gli anni passarono, il tempo segnò i nostri visi e le nostre case, ma la musica della scuola darte restava una carezza per lanima, e ai concerti ci trovavi sempre noi, sedute in prima fila: Tania in carrozzina, con il vestito di velluto e il colletto di merletto, Vera elegante col suo abito color cioccolato e la cintura di perline, e io in abiti semplici, ormai sdruciti ma dignitosi, con il sorriso sereno di chi alla vita dice grazie.
E tutte portavamo i guanti di pizzo, un vezzo parigino che Tania ci aveva lasciato
Tania, smettila di tormentarti, dice Vera, tagliando la torta in cucina. Lidia è ormai grande, mamma a sua volta, ha conosciuto lamore, sa cosa significa. Forse odia Pier, e fa bene, ma te ti vuole bene.
Già, la gioventù non perdona, aggiungo io. Col tempo tutto si sfuma. Lidia crescendo ha capito ma Pier resta un tipetto odioso
Abbiamo rimesso il bollitore dellacqua, e anche se non è quello a carbone di un tempo, ci dà lo stesso calore e compagnia.
Fuori la pioggia ha iniziato a picchiettare sulle foglie gialle, la prima brina presto annerirà i fiori in cortile. Sento il profumo dautunno nellaria.
Poi, dalle finestre appannate, unauto entra e si ferma sul cortile. Qualcuno batte i tacchi sulla pietra bagnata, si avvicina, suona il campanello. Vera apre, saluta con un bacio Lidia, che entra con un enorme mazzo di dalie viola scuro e gialle, i fiori preferiti di mamma Tania.
Lidia piange ma sorride, incredula di essere stata perdonata, o forse ancora in debito con se stessa. O forse perché oggi è veramente felice: ha appena avuto una bimba, rossa come lei, avvolta in una coperta rosa. È il giorno migliore della sua vita.
Se oggi guardate dalla finestra di questo piccolo condominio dietro via Maggio, vedrete tre anziane signore che ridono, bevono tè, ricordano il passato e aspettano figli, nipoti, pronipoti, tutti quelli che danno senso alla loro esistenza. Presto se ne andranno, ma per ora stringono forte la loro famiglia, sanno che quello che conta è restare insieme. E questo, non ha prezzo.







