Salame
La nostra vecchia, rumorosa casa sembrava davvero una colonia di formiche, si trovava in un palazzo scrostato allangolo tra via San Donato e via Garibaldi, nel cuore della Torino che non cè più. Non cercate sulle mappe, Dio vi scampi! Di quelle vie e di quella casa ormai non c’è traccia: hanno demolito il palazzo, cambiato i nomi delle strade, e al loro posto ora corre un grande viale illuminato la sera dalla luce gialla dei lampioni moderni. Non ci passo da anni, tra una cosa e laltra, e forse è meglio così. Non mi piace tormentarmi con i ricordi, preferisco conservare tutto comera nella mia memoria.
Nella mia testa resta sempre uguale. Io, bambina con i calzettoni e il vestitino di lana, mamma con i capelli acconciati in quello chignon che solo lei sapeva fare con tanta grazia. Nessuno è mai riuscito a rifarlo uguale! Nei giorni di festa, la nostra stanza si trasformava in un vero salone da parrucchiera. Da una parte i ferri caldi per arricciare i boccoli, dallaltra i bigodini, e in una scatolina di latta le forcine e le mollette. Nellenorme poltrona lasciata dai vecchi proprietari sedeva zia Nunzia, aspettando che i ricci le si raffreddassero e mamma le desse un nuovo aspetto a quella sua testa impossibile. Così la definiva lei stessa, zia Nunzia. Capelli neri, duri, pesanti eredità del padre che, pare, venisse da Napoli. Da lui aveva preso anche quel naso orgoglioso e tenace. Zia Nunzia era ancora zitella, cercava uno “degno” di lei, ma tutti gli uomini che trovava erano sempre troppo banali.
Sei troppo esigente, Nunzia, troppo! Luomo perfetto non esiste! la zittiva mia mamma, Alba, Albina, oppure, come la chiamavano tutti con affetto, la signora Albina.
E meglio così! rispondeva zia Nunzia stringendo le labbra, lasciando nella stanza un silenzio rigido.
Zia Nunzia non aveva mai perdonato a mio padre, che se nera andato da mamma quando avevo appena un anno e mezzo. Che cosa fosse successo di preciso non lo so, ma da piccola sentivo spesso le donne in cucina parlare male di lui, insieme a tutto il resto di quello che portava a casa la nonna Giuseppina, la Giuseppina Maria. Era stata trasferita nella nostra casa popolare da un paesino del Monferrato, invaso dall’acqua dopo un’alluvione. All’inizio si lamentava per la mancanza di oche e galline, ma ben presto si era sistemata: un paio di orticelli dietro casa, i pomodori per le vitamine dei bambini, una serra improvvisata che controllava come un tesoro, difesa dal cane Gigi, anche lui venuto dal suo paese natale. E ovviamente, cucinava sempre qualcosa: pane, stufati, conserve, formaggi e perfino sidro di mele. Da dove venivano tutti quegli ingredienti? Ah, la nonna Giuseppina aveva sempre i suoi agganci: amici degli amici, conoscenti dei paesi vicini. Aveva la panna nascosta, le mele cotte nel forno, i salumi, a volte il pesce, perfino la selvaggina. Una volta si presentò con un enorme pezzo di carne e andò subito a chiamare la mamma.
Albina, ho qui un cinghiale e non entra nella pentola! Dobbiamo fare qualcosa! disse con tono da cospiratrice.
Mamma la guardò lievemente spaventata.
Ma Giuseppina Maria, ma che ti è saltato in testa di portare qui un cinghiale?! E dove lo registro adesso?
Sempre a scherzare, tu! Vedrai che lo buttano, il pezzo, poi piangi! si offese la nonna.
Mamma pensò un attimo, poi risero e si misero allopera. Ravioli. Ne fecero così tanti che non sapevamo dove metterli.
Zia Grazia, la nostra altra dirimpettaia, magra come uno stuzzicadenti con sempre quellaria di chi ha annusato qualcosa di acido, ex attivista del partito, possedeva il frigorifero più grande di tutti, uno di quei giganti in miniatura dei tempi andati. La nonna Giuseppina andò da lei a proporgli di mettere i ravioli nel suo frigo.
Ma la zia Grazia, arricciando il becco daquila, cioè il naso appuntito, fece una smorfia sprezzante.
Grazia! Dai, che hai il frigorifero vuoto! fece notare la nonna. Riempilo un po, così almeno risparmi luce e non buttiamo via nulla. I bambini almeno potranno mangiare!
Ma lei sbarrò la strada verso il frigorifero, e niente ravioli.
Mamma alzò le spalle.
Pazienza, allora li cuciniamo! Ma dimmi un po, dove lhai pescato un cinghiale così grosso, che non sai dove metterlo?
Così cucinarono. Mangiammo tutti: io, zia Nunzia, il professore di storia al piano di sotto, la nonna Giuseppina, la mia mamma Solo la zia Grazia non assaggiò nulla: si mise in disparte, scartò una carta di salame con pane nero e andò a farsi il caffè.
Eh, è proprio acida quella lì! borbottò la nonna Giuseppina. Che ti costa? E magari, se mangiasse, diventerebbe pure più dolce!
Non parliamo male di lei, scuoteva la testa mamma mia. Soffre molto, per il figlio, lo sapete…
E calò il silenzio. Io non sapevo cosa fosse successo a quel figlio, ma capivo che era qualcosa di doloroso, e non chiedevo altro.
Ecco, mi sono distratta Dicevo che sentivo sempre le donne sparlare di mio padre:
Quel disgraziato ha abbandonato la piccola Albina è una brava donna, certo non è una principessa, ma fedele! Quanto ha pianto, la poverina, quando lui se nè andato. E ora, tutto quello che era in casa, se lè portato via! Tutto, tutto! Dice che se lè guadagnato con il suo sudore Ma che ci ha mai messo, lui? Lo avrei preso a suon di scopa, io! Ma Albina, anziché reagire, si è messa a piangere. Non cè orgoglio in lei, ecco il problema! sentenziava zia Nunzia.
Troppo facile parlare! ribatteva la nonna Giuseppina. Non cero al momento della rottura, ma lorgoglio non centra. È che noi donne, quando ci affezioniamo, diamo tutto. E loro ci tradiscono. Non ci si crede, si resta lì, a domandarsi come sia possibile.
Ma non era mica Michele, Albina? Il marito lo chiamavano Ernesto! strologava zia Nunzia, ferma tra i suoi pensieri.
La nonna arrossiva.
Cambia poco Tutti uguali, questi uomini! Che sia Michele o Ernesto Va a controllare il brodo che vado a prendere il latte. Ecco la lattaia che passa!
E si precipitava via con i bidoni, sempre pronta ad accaparrarsi un po più di latte per tutti noi.
In mezzo a queste cose di cortile, orto e cucina, ci prendeva sempre sotto la sua ala protettiva, accarezzando mamma per la sua solitudine e criticando papà per la sua fuga.
Mi chiamo Lucilla Ernestina e non ricordo mio padre, non ne ho nemmeno una foto, che mamma non me lha mai mostrata. Ma va bene, anche senza di lui stiamo bene!
La nostra camera era luminosa, con due letti, un tavolo per fare i compiti, la toeletta di mamma, e un vecchio armadio, che invece di vestiti conteneva libri dogni tipo. Mamma faceva la traduttrice, stava in ufficio tutto il giorno, e la sera si metteva a tradurre articoli a pagamento, coprendo la lampada con un foglio di giornale per non disturbare il mio sonno.
Facevamo ognuna del nostro meglio: io ordinavo, innaffiavo i fiori, cercavo di essere bravissima a scuola, e mamma lavorava, perdonando anche i miei voti bassi, e promettendo sempre che “lestate prossima” saremmo andate al mare. Una sua collega aveva dei parenti a Sestri Levante, che ci avrebbero affittato per poco una stanza e mi assicura che finalmente saremmo andate a nuotare e camminare sulla sabbia. Era il mio sogno da tre anni.
Mi dispiace, piccola anche questanno niente sospirava mamma. Ma lanno prossimo, te lo giuro!
Lei vede quando mi vengono le lacrime agli occhi. Cerco di trattenerle, neppure una deve scivolare Ma una goccia traditrice cade sempre sulla sua mano. Mamma si scusa per le “spese grandi” dellanno: il cappotto, gli stivali Che vergogna sentire mamma scusarsi! Non dovrebbe mai farlo! La mia mamma è la migliore! A volte di notte piange; le chiedo perché. Dice solo di essere molto stanca e che se piange, si sentirà meglio. Allora la accarezzo, le porto lacqua, lei beve e poi torniamo a letto insieme.
E anche se il mare lo sognamo ancora, passeggiare per le vie della città, andare giù alle giostre, mangiare i gelati, correre dietro alle farfalle vivere, in fondo, è già una piccola felicità!
Lunica che giudicava mamma, o almeno la sua solitudine, con fredda superiorità era la zia Grazia. Bastava si accennasse al mio padre il disgraziato che lei diventava subito fredda, sollevava il mento e rinforzava il rimprovero: era tutta colpa di mamma! Non si era nemmeno fatta sposare, “ha convissuto”, le hanno dato una stanza per conoscenza e ora si lamenta? O si sposava, o non si lamentava. Ernesto si è trovato libero, senza obblighi. Solo tua mamma ha da incolpare se stessa!
A quel punto, le discussioni finivano. Perché, a ben vedere, aveva ragione. Anche se la sorte di mamma mi faceva pena, pure lei qualche responsabilità ce laveva.
La camera che abitavamo era stata assegnata proprio a Ernesto Cavallini dal suo capo, il signor Gracci. Avevano messo tutto regolare: cera dappertutto lordine di assegnazione.
Ernesto era di sette anni più grande di mamma, sapeva il fatto suo e certo sapeva essere elegante.
Eh sì, elegante come un pianoforte Steinway! rideva zia Nunzia. Arrivava dalla doccia che piantava schiuma ovunque e gridava ad Albina di portargli il rasoio, pure quando era incinta allottavo mese di Lucilla! Ma lei, poverina, tutto per lui.
Nunzia, inutile difendere sempre la donna! Gli uomini se ne fregano delle nostre fatiche, è sempre stato così! diceva la zia Grazia. E poi Albina aveva scelto di stare a casa, la responsabilità lha presa lei…
Zia Nunzia sbuffava.
Secondo te le donne non meritano rispetto? Dici che sono nate solo per essere sottomesse agli uomini?
Io dico solo che bisogna saper usare la testa. Chi ti ospita ti può anche buttare fuori, ricordalo bene! chiudeva la conversazione zia Grazia, che poi se ne tornava nella sua camera, sempre chiusa a chiave.
Mi sono sempre chiesta cosa ci fosse di tanto misterioso là dentro, perché non si poteva entrare
Un dettaglio particolare era la porta della sua stanza, con un buco a forma di cuore allaltezza degli occhi, poi coperto con una tavoletta. Nessuno mi ha mai spiegato perché, e io sognavo di guardarci di nascosto, come farebbe qualsiasi bambina curiosa.
Zia Grazia per me era come venuta da un altro pianeta: dura, segreta, che odorava di caffè forte e di Nazionali senza filtro.
Ogni mese preparava un pacco e lo spediva a non si sa chi. Un piccolo baule di legno con una tavoletta a scorrimento; ci sistemava salame secco, qualche scatoletta, a volte fazzoletti, talvolta un asciugamano arrotolato e sigillava con minuscoli chiodi il tutto. Sulla tavoletta scriveva un indirizzo, pigliava il pacco sotto braccio e spariva. Poi, lì nel corridoio buio, si sentiva la voce del professore di storia, il signor Vittorio Morelli:
Ancora via col pacco, signora Grazia? Non serve, sa
Non sono affari suoi! rispondeva lei, ringhiando, e spariva con la sua spedizione.
Tutto sarebbe sempre filato così, se non fosse successo il famoso scandalo.
Arrivò improvviso, nessuno se lo aspettava. Dal frigorifero della zia Grazia sparì di colpo un pezzo di salame. Tutti erano fuori per lavori; quando rientrarono, il salame era scomparso.
Chi è stato?! interrogava lei, fissando ciascuno negli occhi, Lo saprò, chiunque sia stato! Quello era per Gianni! Come avete potuto?
Nessuno ha preso, magari lhai mangiato tu e ora non ricordi. Su, sforzati tentava di sdrammatizzare la nonna Giuseppina.
Non lho toccato, era per Gianni! Come potete essere così Vi odio, siete tutti falsi! Solamente Ernesto mi ha aiutata una volta, voi cosa fate? Rubate!
Grazia, perché accusi così? Albina non era nemmeno in casa, vero? la difese la nonna.
Mamma annuì.
Niente, allora Nunzia non sarebbe capace, il professore a mala pena mastica la pastina Chi sarà dunque?
Si restava tutti sospesi, finché non arrivò il custode, il signor Federico Monti, famoso per i suoi baffi e le storie in cortile.
Scusate, signore, disse, tossicchiando mentre gettava occhiate alla nonna. Oggi è venuto il vostro ex, quello come si chiama? Cavaspina? No si grattò la testa.
Cavallini? saltò su Nunzia.
Ecco, lui! È entrato, perché ho pensato: è il padrone! Ma che! Stava qui, aspettava la signora Albina, poi è andato via. Ha detto che passava di nuovo la sera Ah, ha anche raccolto un po di prezzemolo nellorto.
Silenzi. Poi Nunzia, scrollando le spalle:
È stato lui. Ha mangiato il salame.
Tutti si precipitarono a controllare. Ad Annamaria era sparita la panna fresca, e pure un pezzo di formaggio stagionato che voleva tenersi da parte per un brindisi col marsala la domenica. Nonna Giuseppina aveva perso due uova e la patata bollita per cena.
Mamma trovò il piattino di pesce svuotato. La nonna non si trattenne:
Porca miseria! Ha rubato pure il cibo della sua bambina! Se lo becco, gli faccio passare la voglia di tornare! Una madre risparmia pane ai figli, e lui viene qui a portar via lultima briciola!
Il pomeriggio si tinse di tensione. Che dire a Grazia? La nonna prese il coraggio a due mani, bussò dalla parte opposta della parete.
Dopo poco, entrò zia Grazia rigida e pronta a giudicare.
Allora?
Lui, il tuo caro Ernesto, ha mangiato anche da noi, non solo il tuo salame! E pure il piatto della piccola Lucilla.
Zia Grazia fece spallucce, e tornò ai suoi misteri.
La sera era lunga, il tempo si fermava nellattesa. Tutti con le orecchie dritte per sentire un segno dalla porta; anchio ero agitata, dovevo vedere mio padre. Perché? Solo per curiosità, per vedere quelluomo che, in fondo, ci aveva lasciato la camera.
Veniva verso le nove. Appena lo vidi arrivare, corsi nella nostra stanza da mamma.
Lui, uomo daltezza media, magro, con il cappotto e il berretto di lana, mi lanciò unocchiata e chiese subito:
Tua madre è a casa?
Neanche un saluto, neanche una parola gentile.
Quale madre cerchi? E poi, chi ti credi? Lucilla, mettiti la giacca, non voglio che ti ammali! arrivò la nonna Giuseppina a scacciarmi.
Obbedii, me ne andai.
Non sto parlando con lei! gridò Ernesto. Poi bussò alla porta della nostra camera. Dai, Albina, lasciami mangiare!
Mamma era seduta, fingeva di cucire le mie calze.
Buonasera, Ernesto. Volentieri, ma non ho nulla in casa. Hai svuotato tutto prima rispose calma, ma aveva le mani che le tremavano, e persino le labbra. Non lo amava più, lo temeva e basta.
Questa resta casa mia! Se voglio vi caccio tutte! gridò. E dimostro pure che Lucilla non è figlia mia! Faccio causa!
E a mamma lanciò una parola amara e offensiva.
Mamma si mise a piangere.
Guarda che non ti caccio. Dai qualcosa da mangiare! e sbatté il pugno sul tavolo.
In quel momento entrò zia Grazia.
Era disposta a perdonargli tutto, Ernesto in fondo le piaceva, forse di nascosto ne era stata innamorata, così galante e gentile, anche se spesso sembrava falso. Quando gli conveniva recitava la parte: portava le patate, aggiustava le finestre, diceva a mamma di pulire anche per Grazia. Quasi una simpatia, ma con tanti segreti.
La realtà li aveva separati con asprezza. Ernesto aveva divorato la provvista destinata al figlio di Grazia, condannato a una vita travagliata e chiuso in un posto lontano. Qua il salame serviva per lui: si doveva mandare rapido, che non si rovinasse e ora?
Grazia, dì pure a quella lì Ernesto indicava mamma di darmi da mangiare! Almeno lei lo capisce
La zia Grazia si alzò, e lo schiaffeggiò così forte che sulla guancia gli rimasero i segni. Non era certo alta, ma la mano le arrivò dritta.
Questo per il salame, Ernesto! Se venivi da persona decente, ti avremmo imboccato tutti, ma ora? Sei un ladro, Ernesto!
Ma chi siete voi per giudicarmi?! Voi, che mandate i pacchi al vostro ragazzo sulle spese di tutta la casa! Io qui ci ho vissuto!
Qui non cè più la tua famiglia, replicò Grazia. E la moglie non ti cucina per caso? chiese, tagliente.
Vicino a lei si mise Nunzia, con aria cupa.
E allora, a casa tua tutto bene? aggiunse. Bisogno di aiuto? Qui verdura, patate, nessuno le nega a chi ha fame! Dici di venire dal Sud? sogghignò la nonna.
Mio padre era frastornato.
Sei stato tu a sbagliare, Ernesto. Mi vergogno per te. Davanti a Lucilla, mi vergogno mamma si alzò. Ora puoi anche andare. Subito.
Ernesto non replicò, lanciò qualche parolaccia Nunzia mi tappò le orecchie si guardò intorno e se ne andò.
Questo fu solo il primo round, perché più tardi si rifaceva vedere, barcollando, e si lamentava col professore dei guai della nuova moglie: lo teneva a stecchetto, gli chiedeva soldi; lui non ci stava a darle di più! Lui che pagava ancora la Cooperativa! E ora pure la schiena gli faceva male, lui non poteva andare di certo a scaricare vagoni! E poi, la moglie aspetta un figlio. “Tutte le donne fanno solo quello, mettono al mondo figli”
Il professore sopportava in silenzio, stringendo una guancia, e la nonna lo portava via a fargli i risciacqui.
Poco dopo, la nuova moglie di papà telefonava per pregare che lo rimandassimo a casa.
Alla fine, fu Nunzia a cacciarlo una volta per tutte. Rimase ancora un po in cortile, abbracciato al lampione, a imprecare, poi se ne andò.
Il giorno dopo, io e mamma andammo dal monte dei pegni. Lei lasciò un anellino doro sottile, e con quei pochi euro lire, allora, ma sono passati troppi anni abbiamo comprato il salame nuovo per zia Grazia. Lei non lo voleva, quasi si offendeva, poi mi guardò e promise che sarebbe ricambiata.
Allepoca non sapevo quanto fosse fragile e piena di dolore la vita di zia Grazia, quanta amarezza avesse in cuore, ma mamma lo sapeva. Per questo, la invitò a prendere tè e torta. Era una torta di mele, perché a ottobre il cortile era pieno, che la nonna Giuseppina aveva raccolto due sacchi di mele e il custode, affannato dal peso, le aveva portate su in soffitta. La nonna, pensando che non la vedessi, lo baciò pure sulla bocca: Federico arrossì tutto, si sentì svenire, ma lei lo accompagnò fuori.
Non ho mai saputo fare le torte, confessò zia Grazia, ringraziando quando la mamma le porse una fetta. Mia madre sì faceva delle torte incredibili, ma erano altri tempi. Cerano altre forze.
Le forze mancano sempre, cara, ma le occasioni si cercano! Mangia, che è calda! Nunzia, porta il liquore, brindiamo: a chi cè, a chi non cè, e anche alla salute di Ernesto, magari finalmente dormirà pieno!
Risero tutti, e per un po dimenticammo salame e vecchie storie. Era passato, ormai coperto di muschio e di tempo.
La vita proseguiva, e continuavamo a credere che il domani sarebbe stato migliore di ieri. Lo credevo io, mamma lo credeva.
E quellestate, finalmente, siamo andate davvero al mare. Ed è stato felicità.







