I sogni devono avverarsi
Margherita Platoni, sistemando con eleganza il foulard al collo e tirandosi un po più su i guanti, passeggia senza fretta per Via Po a Torino, osservando come il fogliame sugli alberi cambi con larrivo dellautunno: le chiome sembrano dipinte da un artista distratto che ha colato colori accesi sulle foglie stanche della calura estiva. Le auto passano veloci sulla strada, lucide, nuove, mentre i pedoni sfrecciano indaffarati, persi nei propri pensieri. Quanto è bello che le persone abbiano i loro impegni, pensa Margherita.
Margherita osserva le vetrine illuminate: ogni negozio è decorato in modo elegante, ogni vetrina sembra un piccolo palcoscenico con la sua scenografia. Non smette mai di stupirsi del modo in cui la cittàuna volta grigia di fuliggine e faticasi sia trasformata con gli anni.
Madonna, ma da quanto vivo al mondo? si domanda tra sé Margherita. Tanto che quasi non si può credere! E perché Dio mha lasciato sola, portandosi via papà, mamma, e tutti quelli che amavo?
Perché dovevi dare alla luce la nostra Lucilla, e lei avrebbe dovuto avere la nostra Sandra… risponde nella testa la voce di suo marito.
Forse hai ragione sorride Margherita Platoni. Qualcuno deve pur andare avanti…
Non ha più motivo di correre. Le sue corse, le ha fatte tante volte. Prima la scuola, poi aveva passato gli esami per l’università, ma scoppiò la guerra, e Margherita iniziò a lavorare alla Fiat, resistendo durante i bombardamenti, sopravvivendo per miracolo, così magra che le clavicole e gli zigomi sembravano fuggirle fuori dalla pelle. Dopo la Liberazione, come tutti, ripuliva e ridava vita alla sua Torino stanca ma non spezzata, la sua città, bella nonostante le ferite.
Cosa aveva aiutato Margherita a sopravvivere nei momenti più difficili? I sogni. Sogni semplici, ingenui, nascosti.
Cosa sognava? Voi non ci crederete. Sognava il caffè.
Sì, sì! Suo padre, architetto, ogni mattina si preparava un caffè scuro e denso, con una sola zolletta di zucchero, niente latte. Margherita, la Marghe di papà, si sedeva davanti a lui mentre sua madre preparava una polentina nella rumorosa cucina comune, osservava papà socchiudere gli occhi soddisfatto e sorseggiare il suo caffè da una tazzina sottile di porcellana bianca con fili blu, ascoltava il ticchettio dellorologio a parete, lo scricchiolio della finestra. Ma per lei tutti i suoni erano ovattati: il papà stava bevendo il caffè.
Era un rito per tutti: per la mamma che si alzava allalba per prepararne una moka, per il papà che si sbrigava a lavarsi e indossare la giacca (il caffè si raffredda e poi si rischia di far tardi in Comune), e per Margherita, che amava suo padre più di qualunque altra cosa.
Papà non era uno di tante parole, ma era uno spettacolo osservarlo. Margherita si tappava la bocca per non ridere mentre lui leggeva La Stampa, sgranava le sopracciglia indignato o storceva la bocca come a voler criticare. Poi si illuminava di sorrisi, e anche Margherita, di rimando, sorrideva felice. Quando un sorso del caffè la portava a storcere il naso da una battuta buffa di papà, sembrava sentire odore di cavolo… Era il suo teatro personale e Margherita non si stancava mai di andare a vederlo.
Ma che ti sei zittita oggi, piccola peste? si riscuoteva il papà. Dai, fammi prendere la cartella, si parte! Ci aspettano grandi imprese!
Obbediente, Margherita trascinava la cartella di pelle, il papà le dava un bacio sulla fronte e usciva, importante, mentre lei si sentiva parte di qualcosa di grande. La tazzina restava sul tavolo, dentro solo il fondo denso. Zia Lina, la vicina, diceva di saper leggere il futuro nella posa, ma a suo dire, raccontava molte bugie: profetizzava avanzamenti sul lavoro e un fratellino che non arrivarono mai…
E quel giorno in cui scoppiarono i bombardamenti, la tazzina rimase lì, mentre il papà correva in Comune a capire come affrontare il domani.
Solo grazie allastuzia di zia Lina, che suggerì mesi prima di fare scorte, la famiglia Platoni aveva ancora qualcosa da mangiare. Nonostante la guerra, si cercava di vivere come sempre e mamma Olimpia insisteva con il rito del caffè per papà ogni mattina, con Margherita che guardava ammirata.
Si diceva che avrebbero evacuato il personale del Comune e le loro famiglie. Ormai era questione di giorni… ma non fecero in tempo.
Margherita Platoni si ferma su una panchina e si siede a riposare. Poco distante, in mezzo alle foglie, una gatta giovane e allegra gioca tranquilla. Margherita annuisce con complicità. Che bello, la vita ovunqueun tempo di gatti, durante i bombardamenti, non ne sarebbe rimasto nessuno.
E il papà non tornò. La tazzina rimase lì, la mamma non fece in tempo a portarla via: lei e Margherita scapparono di corsa nel rifugio. Il papà, invece, sparì per sempre. Nemmeno la cartella rimase.
Furono avvisate quasi subito. Olimpia impallidì, invecchiò in un attimo, divenne rigida come il marmo; le sue labbra erano due fili incolori, le mani serrate.
Olimpia smise di parlare, stringeva forte Margherita, quasi soffocandola. Margherita sopportava, perché doveva.
Quasi studentessa, Margherita non riusciva a capacitarsi: perché ammazzare suo padre? Non aveva mai fatto del male a nessuno, come tanti altri che vedeva portar via per sempre. Nessuno aveva fatto niente, eppure morivano.
E questa incomprensione, e poi il dolore di non poter aiutare la mamma malata, la fame, il freddo della stanza, la mancanza di cibo, piombavano Margherita nella disperazione. Cercava di essere forte, la piccola peste di papà, ma a volte era quasi insopportabile.
Allora tirava fuori dal mobile la tazzina del padre, con il residuo di caffè ormai indurito. Lo annusava, il naso affondava nel profumo di porcellana e ricordo.
Marghe, che fai lì seduta? domandava spaventata zia Lina. Vai piuttosto a prendere lacqua. Altrimenti chi lava la mamma?
Margherita ricorda bene quando la madre la respingeva, non voleva essere lavata, ma Margherita la convinceva, la rassicurava.
Solo la schiena, mamma, poi ti lasciamo stare. Domani chiedo che venga il dottore. Adesso laviamoci e poi ti farò un po dacqua calda le diceva dolce.
Olimpia scuoteva la testa. Non serviva il dottore, desiderava solo che tutto finisse.
Lasciami in pace, Marghe. Vai, chiama la zia Lina. Su, vai! brontolava coprendosi con il lenzuolo.
In quella stanza faceva caldo, Margherita aveva infilato nella stufa pezzi del vecchio tavolo da pranzo: li avevano conservati fino allultimo. Ormai era rimasto solo quello, tutto il resto bruciato libri, quaderni, tappezzeria… Il tavolo era rimasto in un angolo. Su quel tavolo Margherita da bambina guardava il sole che sorgeva, sperando nei respiri regolari della mamma, prima di correre alla Fiat. Su quel tavolo, un tempo, c’era una tovaglia e la tazzina del caffè per il papà. La tazzina si ruppe la vigilia di Capodanno
Margherita ascoltava e obbediva, chiamava zia Lina. Zia Lina, sbuffando, chiudeva le finestre, che sennò Olimpia si prende la polmonite, e lavava con delicatezza la schiena e le spalle della madre di Margherita.
A volte veniva anche Michele, il figlio di zia Lina. Lui e Margherita, se lei era in casa, si sedevano vicino alla stufa sopra un cappotto vecchio e sognavano insieme un futuro migliore che la guerra finisca, che possano comprare dolci quanti ne vogliono.
E poi compro il caffè, lo preparo nella caffettiera, cè ancora la nostra, lo vedi? Vieni, che te la mostro! gridava Margherita, aprendo il mobile e mostrando la piccola caffettiera. Annusa, Michele! Così profumava la nostra mattina, con papà.
Michele, dieci anni, testa rapata, occhi grandi, inspirava e chiudeva gli occhi con forza.
Il profumo della caffettiera era lieve, di caffè bruciato, di alluminio e legno.
Portala a scambiare per mangiare. Marghe, ti ho detto! Che resta lì a fare? Al papà non serve più. E che caffè ormai?! Michele, basta annusare!
Il ragazzino spaventato restituiva la caffettiera, Margherita si ribellava.
Non la voglio vendere, mamma! E neanche scambiarla! Voglio farci il caffè, chiaro? Annusa, Michele! gridava Margherita, spingendo la caffettiera sotto il naso del bambino. È il profumo della vita di prima, possibile che non capisci, mamma?!
Quella vita non tornerà! Usala almeno per qualcosa da mangiare per Michele e te! la madre avrebbe voluto aggiungere altro, ma vedendo la figlia in lacrime tacque.
Quando Olimpia se ne andò, zia Lina chiedeva a Margherita di non portare rancore alla madre.
Olimpia era delicata, più dedita alla casa, alla cura di tuo padre… Si dice studiasse al conservatorio, poi sei arrivata tu. Lei non era fatta per tutto questo, zia Lina indicava le finestre sigillate coi giornali, i mobili a pezzi, la stufa annerita. Tovaglioli, tende, libri e il pianoforte, quello era il suo mondo. E adesso come farai… guardava Margherita, che fissava il cortile dalla fessura della finestra coperta di giornali, quasi in attesa che dalla porta del portone sbucasse il papà, che si sistemasse il cappello, la giacca e salutasse con la mano.
La mano di Margherita inconsciamente si alza, pronta a salutarlo
Margherita poi vive con zia Lina e Michele nella loro stanza, più piccola ma più calda.
Michele passava il tempo solo, mentre la mamma e Margherita lavoravano in fabbrica, e sfogliava per ore un vecchio libro su aerei, piccoli disegni, progetti, e aspettava.
Avevano tessere del pane, ma spesso era zia Lina a dividere le sue razioni con il piccolo. Quando la mamma dormiva, i ragazzi si intrufolavano nella stanza dei Platoni ormai vuota e fredda: tutti i mobili bruciati, il pavimento desolato. Si sedevano a terra, stretti uno allaltra, a sussurrare desideri a mezza voce, con la complicità di cospiratori.
Quando finirà tutto, ridaremo a Torino la sua bellezza, diceva Margherita. Costruiremo ponti nuovi, ricostruiremo le case. E regaleremo gelato a tutti.
Ma la mia mamma non lo può mangiare, ha sempre mal di gola Michele si lamentava, ma i suoi occhi brillavano di speranza. Quello importava.
E cosa le piace allora?
Il caffè. La tua mamma, signora Olimpia, lo faceva benissimo Lo macinava pianissimo, e in tutta la casa profumava. Da piccolo non mi piaceva, ora sì. Una volta una farfalla stava sulla finestra, sono corso a liberarla e la zia Olimpia mi ha sorriso… Mia mamma avrebbe voluto poterlo preparare così, ma per lei cera solo il surrogato…
Era il papà, portava il caffè in chicchi da lontano. Se vostra mamma lo avesse chiesto, glielavremmo dato! Ma nessuno chiede mai…
Entrambi sospiravano. Forse ora Michele avrebbe avuto il coraggio, ma non cera più nulla da chiedere, né nessuno.
Così si stringevano fino a gelarsi, poi tornavano da zia Lina, dividevano il letto e Margherita abbracciava forte il piccolo Michele finché non si addormentava…
La città veniva ancora bombardata, gli edifici crollavano, ma la casa di Margherita resisteva, e la caffettiera rimaneva ancora nascosta, dietro al letto.
A volte Margherita sporgeva la mano tra il materasso e il muro, e cercava il suo tesoro.
Quando tutto finirà, ti farò un caffè da leccarsi i baffi, Michele, vedrai! mormorava ostinata prima di addormentarsi col sorriso.
I sogni Dio solo sa quante volte hanno immaginato, desiderato, fantasticato a bassa voce eppure sempre convinti che il futuro sarebbe arrivato!
Ma un giorno il passato sparì per sempre: Margherita, come al solito, allungò la mano per sfiorare la caffettiera, ma non la trovò.
Dovè?! Michele sobbalzò alla sua voce, vedendola agitata.
Che succede? Dormi, sciocca! sussurrò zia Lina dal letto. Ho barattato la tua caffettiera per del cibo, capisci? Ho portato anche le nostre cucchiarelle dargento erano così vecchie! Ora abbiamo patate e carne in scatola. Pensavi fossero miracolosamente spuntate? guardava attonita la giovane.
Non dovevi! Era la memoria di mio padre… Margherita manca il respiro, singhiozza sotto il maglione di sua madre.
Michele tentava di consolarla, lei si divincolava, poi fuggiva nella stanza dei genitori, oscilla chiudendo gli occhi.
Aveva così freddo e fame che le girava la testa, ma le lacrime non finivano mai. Eppure la carne era gustosa, Michele aveva acquistato energia, quella caffettiera, però che rimpianto!
È denutrizione. Vi trasferiremo, ma non so dire quando, spiegò un medico dalla faccia severa venuto a visitare Michele. State pronti, ogni occasione è da cogliere.
E tu? Non vieni con loro? domandò zia Lina con voce bassa.
Il dottor Igino Ferrante era un amico di famiglia da tempo, spesso passava dai Tonicelli prima e dopo la guerra.
No, Lina, io vado con lospedale militare. Cè bisogno di me, Lina… non piangere! le accarezzò piano la spalla. Poi guardò Michele:
Michele, forza, la primavera arriva, devi resistere al sole! Lina, fate il possibile, ce la farete. Margherita, io ti ricordo che eri piccolissima! Sempre in braccio a tuo padre, non lasciavi avvicinare nessuno. In casa vostra cera sempre profumo speciale di torte e… di caffè.
Lo faceva sempre la mamma sussurrò Margherita.
Già, caffè vero! batté le mani Igino. Oggi non se ne trova neanche a pagarne a peso doro… Pazienza, la vita risorgerà. Lina, ho portato qualcosa…
Tirò fuori un pezzo di pane avvolto in stoffa, qualche zollette di zucchero. Lina si irrigidì.
Metti via! Michele, lascia stare, il dottore ne ha più bisogno di noi!
Ma che dici. Vi porto doni come nella favola di Bella e Bestia! Cosa vuoi, Michele?
Una macchina fotografica! Non lho mai avuta…
Te la porto! Da chi sa, parola di dottore!
E a me… mi piacerebbe una caffettiera. La nostra non cè più… Ma sono solo sciocchezze, dica pure addio.
Lui annuì.
Margherita, dalla porta, vede il saluto tra la zia Lina e Igino: un abbraccio, forse persino un bacio. Michele dorme, ignaro che il suo futuro patrigno sta partendo per il fronte.
Il portone stride, si chiude. Igino, già lontano nella neve, si volta: Margherita lo saluta con la mano, lui la ricambia.
Quante persone dovranno ancora andarsene perché tutto finisca e arrivi quel futuro radioso sognato da bambini?
La caffettiera di mamma diventò per Margherita un ricordo lontano, simbolo di calore e casa, sempre meno vivido. Forse i sogni devono svanire anche loro, a loro il destino non concede leternità.
Furono salvati poco dopo, di notte, in aereo: la paura e la gioia insieme, il motore che vibra sicuro, i piloti che, strizzando locchio, li spronano: Coraggio, su il morale!.
Poi laccoglienza a Bari: il sole, i canali pieni dacqua, le fette danguria luminose come sangue pieno di zucchero e semi neri, il profumo del pane appena sfornato e il latte, di cui Margherita aveva scordato il sapore.
E il caffè. Margherita osserva la donna che li ospita con zia Lina e Michele prendendo una piccola macinacaffè dalla dispensa, versa chicchi pregiati, mette sullacqua, accende il fuoco. Gli occhi di Margherita si illuminano, quasi chiama Michele per annusare, ma il profumo è diverso. Buono, intenso, pieno… ma non come a casa. Così Margherita, con maturità, saluta per sempre il passato; non lo dimentica, non lo lascia, ma sa che non tornerà mai come prima.
Zia Lina e Michele rimasero a Bari, Margherita, appena poté, tornò a Torino.
A poco a poco nella loro casa tornavano quelli che, come lei, avevano vissuto in esilio o avevano combattuto. Nessuno era più lo stesso.
Ma la cucina della sua casa popolata era di nuovo confusione e allegria; le pentole sui fornelli borbottavano, la radio cantava, sulle finestre pulite si rifrangeva il sole col suo calore generoso.
Dai, Marghe, ora andrà tutto bene! le diceva il vicino, il vecchio Egidio. Ormai brizzolato e con gli occhi alati di lacrime, Margherita desidera solo consolarlo.
Margherita si è iscritta a Ingegneria: sogna, come il papà, di costruire la città, invitare Michele a Torino, e allora…
Sogni…
Un giorno, tornando dalluniversità e correndo in cucina per bere, Margherita si blocca: sulla stufa cè la vecchia caffettiera di mamma. Non sbaglia! La maniglia un po stortina, il bozzo sul lato…
Di chi è? Come mai qui? domanda sottovoce la ragazza.
Mia. Scusi, non mi sono neppure presentataMaria Gavarri, proprio come in una poesia, sorride dietro di lei una donna sconosciuta, elegante nella sua vecchia giacca da cui spunta un collettino di lana lavorata, scarpe scure troppo larghe.
Ma di Maria ce nera anche una di Dante! obietta Margherita, infastidita. Quella caffettiera però era di casa mia, la mamma preparava il caffè così. Da dove lha presa?
Ho ricevuto lordine per la stanza accanto alla vostra. Sa, il dottor Igino Ferrante me lha lasciata. Mi soccorse a Bari, durante la guerra; andava via con lospedale da campo e ha lasciato qui… anche una macchina fotografica. Vuole vederla?
Corre a prenderla e la mostra a Margherita, che resta senza fiato. Igino… Non si era dimenticato le promesse a Michele e Margherita.
Se la caffettiera è vostra, sono felice di restituirla. Margherita, perché non beviamo insieme questo caffè, in segno di pace? È solo cicoria, ma ho anche delle brioches e del burro. Una vicina mi ha regalato tutto pane e burro, Margherita, questa sì che è felicità!
Gli occhi di Maria brillano di una gioia infantile; Margherita, contagiata, sorride. Ognuno ha i suoi sogni, ma se anche solo in parte si avverano, possono rendere felici…
E anche se il caffè non è come quello di papà, e non cè la tazzina blu e bianca, Margherita è grata. Accanto a lei cè una donna che, come lei, porta tante cicatrici, ma continua a ridere davanti alle brioche un po dure, al burro un po rancido, allestate che ormai si avvicina…
Margherita è ormai cresciuta, ma crede ancora nei miracoli. Che altro se non un miracolo che la vecchia caffettiera di casa Platoni sia tornata? I miracoli esistono, servono perché i sogni si avverino.
Sei mesi dopo, la zia Lina riceve a Torino una lettera da Igino Ferrante; Margherita risponde e lascia lindirizzo di Bari. Dopo qualche tempo, un allegro barese porta a Margherita un melone profumato, grappoli duva, fichi, cachi. Stanco ma sempre sorridente.
Un pensiero per voi! annuncia. Da Igino. Si è sposato con Lina, Michele è con loro. Tutto bene!
E ride con denti bianchissimi, uomo di sole.
Margherita ricambia il sorriso e spedisce la macchina fotografica a Michele…
La vita corre veloce sulle strade polverose, milioni di sogni caricano il carro, tra pioggia e sole, e accanto a Margherita salgono Maria Gavarri e il marito trovato per miracolo Michele ormai grande, baffetti e pelle scura, purtroppo senza la zia Lina, e il marito di Margherita, Valerio, gentile, magro, con gli occhiali.
Con Valerio inizia la sua vera vita familiare.
Valerio ricorda un po il papà di Margherita, negli occhi profondi e pieni damore, anche se non amava indugiare. Un giorno, le porta un pacchettino di vero caffè, quasi un tesoro.
Margherita, però, incinta, appena ne annusa il profumo, si sente male, corre in bagno e piange di non poterlo neppure tollerare in casa
Ma tutto passa: nasce Lucia, che corre con i piedini intorno alla mamma, la stringe, la guarda di una felicità così trasparente e completa che la mamma vorrebbe prenderla in braccio e farla girare come una trottola. E sia il sole, sia le nuvole, sia la città, sia Valerio: Lucia tende le manine al cielo e ride.
Al mattino, Margherita serve il caffè al marito; lui lo beve in fretta, sempre di corsa, ben diverso dal papà. Ma non importa più, importa poter fare il caffè per qualcuno che ami!
Grazie, Marghe, vado! esce di volata, la bacia, lei annuisce.
Stammi bene mormora lei mentre lui scende, anche se fuori ormai è pace. Si desidera sempre che chi si ama si salvi.
Valerio non cè più da un anno, il cuore, la guerra, le ferite Lucia ora è al mare coi figli a fare il bagno nella Riviera, conquista il settembre doro. Margherita ogni giorno passeggia, lo trova salutare, meraviglioso, camminando in una città che ha contribuito a ricostruire. Non ha costruito nuovi ponti, come sognava, ma la strada è di nuovo luminosa, tra case colorate come mattoncini di bambini. E a chi dice che Torino è buia e umida, risponde che la città è piena danima: quella del papà, della mamma, di Michele ormai anziano, che zoppica col bastone, ma ogni domenica chiama Margherita e la invita a spasso.
Eccolo che arriva, sorride alle ragazze che passano, vecchio Casanova!
Ehi, Marghe! Michele si siede accanto, stiracchiando la gamba Allora, andiamo in caffetteria? Proprio la nostra?
Margherita acconsente. Nel loro piccolo bar semi-nascosto e comodissimo, servono il caffè in tazzine identiche a quelle dei genitori di Margherita. Ora lo fanno le macchine moderne, che fanno casino, emettono vapore e rumori strani. Margherita si è abituata.
Michele beve con calma e le fa i suoi soliti complimenti. Oggi ha degli occhi bellissimi, dice e un sorriso straordinario
Oh, basta, Michele! Compriamo, piuttosto, un sacco di gelati? ride Margherita.
Così lo distribuiremo a tutti in città, come sognavamo!
Margherita ricorda.
E il papà sembra quasi seduto laggiù, in un angolo, a leggere il giornale, mentre gli portano la tazzina di caffè, con lo zucchero, senza latte. E la mamma è lì, felice nel suo vestito della domenica
Margherita Platoni sbatte le ciglia, scacciando i ricordi, saluta con gratitudine la cameriera che porta il gelato. Una ragazza giovane, e chissà che la vita non sia tutta davanti a lei. Limportante è che sia bella, luminosa, che dentro ci sia il profumo del caffè: amore, sogni, bontà e la voce del papà Allora, piccola peste, prendi la cartella! Ci aspettano grandi imprese!.
E Margherita ha ancora mille cose da fare si augura di riuscire a farle tutte. Vita, sogni, desideri: tutto si accumula su quel tavolo, come pile di giornali da sfogliare. Limportante è continuare, trasmettere tutto a qualcuno. Così si compiono i sogni.







