La casa di carta
Lella, facciamo tardi!
Papà, arrivo! rispose Lella, saltellando su un piede mentre infilava la calza.
Erano proprio buffe, quelle calze. Di due colori diversi: una rosa e laltra verde. Gliele aveva regalate zia Caterina, insieme alle sneakers, anche quelle spaiate. A detta della zia, era la nuova moda del momento.
A Caterina, Lella si affidava. Era una vera intenditrice di tendenze, la zia fashionista. Diceva sempre che, se madre natura era stata avara con laspetto, bisognava puntare su altro per farsi notare.
Lella, su questo, non si trovava daccordo con Caterina. E allora? Anche se la zia non era certo la regina delle bellezze secondo i canoni moderni snella al limite dellimpalpabile, capelli scuri, occhi grigio-perla Caterina aveva un tale carisma che Lella non poteva far altro che sorridere quando passeggiavano insieme.
Non ti vedono, eh! Guarda lì quanti si girano!
Chi? chiedeva Caterina fermandosi a ruotare la testa con aria confusa.
In quei momenti Lella scoppiava a ridere. In fondo, la zia aveva uno spirito fanciullesco. Era più grande di lei, certo, ma in sua compagnia Lella si sentiva quasi adulta.
La semplicità di Caterina la stupiva.
Mi ha detto che gli piaccio! Lella, non so che fare!
Ma lui, ti piace?
Tantissimo! Ma mi fa paura!
Perché?
È troppo bello! Tutte le ragazze dellufficio gli girano intorno, eppure… lui ha notato proprio me. È una follia!
Caterina, tu non sei una follia! Sei intelligente e bella! È naturale che qualcuno si innamori di te!
Era un discorso che non prevedeva risposta. Ma per quanto Lella cercasse di convincerla, la corazza d’insicurezza di Caterina restava intatta. Da frustrarla, a volte, fino alle lacrime.
Figlia mia, è dura cambiare chi sei diventata in tanti anni sospirava papà Giulio, dando una carezza a Lella, ormai adolescente.
Papà, e chi glielo ha fatto diventare? E perché? Mica mi hai educata così!
Io no, avevi buoni maestri.
Invece Caterina? So che tu parli di nonna. Ma non lammetti mai chiaramente.
Cosa vuoi che ti dica, figlia? Dovrei dirti che tua nonna ha sbagliato a crescere sua figlia? È rispetto quello? Mia madre mi ha cresciuto da sola, senza mio padre. Solo più tardi è arrivato Enrico, il mio patrigno. Lo consideravo un vero papà. Aveva pazienza, mi ha insegnato tanto più di quanto capirò mai. E soprattutto, non permetteva a mia madre di intromettersi troppo. Sosteneva che un uomo deve crescere un uomo.
Papà, ma con Caterina invece?
Entrava anche lì, ma aveva un altro principio: con le figlie tocca alle madri. E così era la madre a occuparsi di Caterina. Non giudicarla, aveva i suoi motivi.
Che motivi? A volte Caterina è così insicura, papà… Mi viene da piangere. Perché ha così paura della vita, della gente?
Tua nonna, quella paura, lha sempre trasmessa. Era talmente angosciata per Caterina da non lasciarla nemmeno andare da sola a scuola fino quasi alla maturità. Forse, perché Caterina è stata tanto desiderata, difficile da avere. Ricordo le lunghe degenze di nonna in ospedale. Io e Enrico, due uomini in casa senza la donna che amavamo, a preoccuparci per lei… Così, Enrico ha imparato a curarla, a farle brodini, spremute di melograno, ad alzarsi presto per andare a comprare il fegato fresco al mercato. Solo allora ho capito quanto la amasse, e cosa vuol dire essere uomo. Era un tipo di poche parole, Enrico. Peccato tu non possa ricordarlo.
No, papà… Però mi ricordo il cavallino a dondolo che mi costruì lui.
Sì! Lo fece mentre ti aspettavamo. Aveva le mani doro. Nonostante fosse malato, lavorava lo stesso, temeva di non finire in tempo.
Dovè quel cavallino?
In soffitta. Lo tirerò fuori per i miei nipoti.
Papà!
Che cè? Prima o poi mi renderai nonno.
Non ancora!
Meno male!
Papà!
Ho già detto qualcosa di sbagliato?
Giulio scherzava con la figlia, ma dentro si sentiva sollevato. Le domande non finivano mai, e non sempre aveva la forza di rispondere, almeno non a tutto.
In fondo, la loro famiglia non era mai stata semplice. Caterina da bambina chiamava la loro casa di carta.
Perché di carta, Caterina?
Giulio, allora liceale, magro e sempre inaffarato, trovava ugualmente il tempo per la sorellina. Caterina lo divertiva.
Perché sembra un tulipano di carta! spiegava girando in mano un fiore di origami fatto dal fratello. Così bello! Guarda ora, però…
Posò il fiore sul palmo e lo schiacciò con laltra mano.
Ma che fai? Giulio sussultò.
Vedi? Era vuoto dentro. Fanne un altro!
Lo distruggi pure?
No! Voglio mostrarti una cosa.
Caterina infilava con fatica la plastilina colorata attraverso il foro del tulipano di carta, fino a riempire tutto l’interno.
Ora non riuscirai più a schiacciarlo. È sempre di carta, ma è forte. Alla nostra casa manca la plastilina.
Giulio restò colpito dalla profondità con cui la sorella intuiva le cose. Girava tra le mani quel piccolo tulipano, colmo di saggezza infantile.
A fare i tulipani lo aveva imparato da una compagna di banco, Alessandra: ragazza sempre seria in volto, ma incapace di tenere ferme le mani durante le lezioni.
Le mie mani prudono. Devo fare qualcosa mentre penso.
Con le sue dita sottili faceva prendere vita alla carta. A fine ora sulla scrivania cera una gru, una rana, a volte un intero mazzo di tulipani. Gli insegnanti, conoscendola, lasciavano fare: era la migliore della classe, rispondeva a ogni domanda. E se lei sprecava un po di carta, pazienza, bastava che studiasse.
Giulio raccoglieva i lavoretti e li portava a casa per la sorella, che ne era affascinata.
Come Li fa?
Vuoi che te la presenti? Così te lo insegna lei.
Sì!
Giulio allora chiedeva a sua madre di lasciarlo andare al parco con la sorella. Non gli sarebbe mai venuto in mente di portare Alessandra a casa: sapeva che la madre non avrebbe gradito.
Anna Maria, la loro madre, era una donna severa, a tratti anche troppo. Giulio la amava e, almeno da piccolo, si giustificava dicendo che era solo molto apprensiva.
Giulio! Devi pensare al tuo futuro! Nessuno ti deve niente! Ho fatto il mio, ti ho dato la vita e insegnato quel che potevo. Il resto, da solo! Ho ancora Caterina. E non pensare su Enrico: non è tuo padre, ma patrigno. Non scordarlo.
Giulio non rispondeva. Sapeva bene che, in caso di bisogno, sarebbe stato Enrico il primo a intervenire. Ormai non lo chiamava più patrigno, nemmeno davanti agli estranei. Era babbo, lui.
Le chiacchiere che la madre faceva solo quando Enrico non era in casa, lui sapeva che il babbo non le avrebbe mai tollerate. Per Enrico la famiglia era tutto, e la costruiva così che tutti stessero bene.
Solo che Giulio aveva capito presto che star bene significava cose diverse per ognuno. Dove Enrico preferiva coccolare i figli, la madre era più per la disciplina. E soprattutto, la paura…
Anna Maria si preoccupava per i figli venticinque ore al giorno. Quel non si sa mai era un mantra in casa, più ancora da quando era nata Caterina.
Non si sa mai che Caterina venga ferita!
Era una diffidenza che abbracciava tutto e tutti. Nessuna amica sembrava abbastanza degna di stare accanto alla figlia, né i professori, né gli allenatori. Solo rapporti professionali. Troppa confidenza con la maestra? Bandita! Gli altri? Inutili, superflui, fonte solo di potenziali problemi.
Giulio allinizio non capiva quellossessione materna; la vedeva sempre indaffarata, quasi in trappola, a incastrare tutto per restare sempre accanto a Caterina: cambiò lavoro pur di avere orari diversi, prese la patente solo per accompagnare la figlia a tutte le lezioni. Certo, Giulio aiutava, ma a quel punto aveva già costruito la sua vita.
E quante cose in quella vita! Alessandra… Poi, insieme, la nascita della piccola Emilia: per Anna Maria, uno shock. Non aveva certo previsto di diventare nonna prima dei cinquantanni.
Giulio! Perché così presto, così… senza pensarci? Ormai stavi finendo luniversità!
La madre tremava come sempre nelle crisi, abbracciata alle sue spalle davanti alla finestra.
Mamma, non sono più un ragazzino. So prendermi le mie responsabilità. Alessandra aspetta una bambina. La nostra bambina.
Ma potevi fare attenzione! Ora… si può rimediare ancora…
Fermati, mamma. Diresti una cosa che non potrei sopportare. Ho già sentito troppo. Ma voglio pensare che sia solo lo choc a parlarti. Riflettici.
Giulio uscì in silenzio e salutando Caterina entrò nella stanza di Enrico.
Enrico era malato già da sei mesi. Soffriva in silenzio, pallido, ma si confidava solo con Giulio.
Gli strinse la mano, forte più del solito, poi gli diede le chiavi del suo appartamento.
I documenti li sistemiamo in settimana. Per la mamma e tua sorella lascerò la casa in campagna; presto costruiranno un nuovo complesso, così il terreno varrà sempre di più. Non resteranno a mani vuote. Ma voi… vivete! Hai fatto bene, figlio mio. Tua figlia deve avere una vera casa. Solida, forte, sicura. Mi capisci?
Certo, babbo. Grazie…
Enrico non vide mai Emilia: nacque una settimana dopo la sua scomparsa, lui se ne andò silenzioso senza un ultimo lamento.
Giulio, senza che nessuno glielo chiedesse, prese in mano la famiglia; Caterina, dopo tanto tempo, poté respirare.
Per anni, Giulio tenne il piccolo tulipano di carta su una mensola della sua scrivania.
Perché? domandava Caterina, tastando i petali e sentendo la durezza della plastilina.
Mi ricorda da dove vengo. E che devo riempire le vostre vite di qualcosa che abbia sostanza, non solo con la mia e di Emilia, ma anche la tua e quella della mamma.
È difficile, Giulio. Lei non ti ascolterà mai.
Ma posso almeno provarci.
Solo provarci… sospirava Caterina, cambiando argomento.
Non voleva assolutamente che Giulio litigasse con la madre.
Con Anna Maria, tutto era complicato. Dopo la morte del marito aveva chiuso una parte della sua anima. Caterina non riusciva a capire, Giulio capiva fin troppo. Ricordava a quattro anni quando il padre se nera andato: le lacrime della madre, la furia in cui aveva distrutto il vaso di cristallo a lei caro, poi la raccattava, piangendo e rimproverandolo. Rimase scalfito, ma aveva imparato a restare impermeabile.
Sei dura come un ramarro, figlio mio! Io piango, tu niente. E si tranquillizzava solo quando lui si mordeva il labbro per non piangere. Non mi sbagliavo su di te, vieni qui, la mamma ti vuole bene!
Giulio ci passava sopra come poteva, cercava di risparmiare Caterina da tutto questo. Ma per riuscirci avrebbe dovuto stare in casa con la madre, cosa impossibile: Alessandra era delicata, fragile, fragile come quei giochi in carta che costruiva un tempo.
Figlio mio, per fortuna Emilia è nata sana! Ma la povera Alessandra, così giovane e già con un cuore malato… È una tragedia. E tu, sempre fra lavoro e casa… A volte quanto pesa la scelta giusta nella vita
Giulio stringeva i denti.
Mamma, ora basta o litighiamo davvero.
Ma che dici? Non volevo… io sono fatta così.
Troppo… borbottava lui, prendendo la figlia e andandosene, scordandosi, dopo quelle sfuriate, persino di chiedere a Caterina come stava.
E Caterina non si lamentava mai. Era paziente, riservata, seria come suo padre. Aveva grande cuore, ma lo affidava solo a Giulio e alla madre, quando riusciva.
Il rapporto con Anna Maria era instabile, la fiducia si poggiava su una lastra di ghiaccio sottilissima, pronta a frantumarsi col rischio della solitudine ad ogni passo sbagliato.
Alessandra morì cinque anni dopo la nascita di Emilia. Una mattina non si svegliò più. Giulio, che si preparava silenzioso per andare al lavoro, rimase impietrito, il bollitore in mano, sentendo il gatto prendere paura per lacqua bollente caduta a terra. Subito capì cosa era successo. Il mondo si fermò, restò solo il pensiero ossessivo: Emilia!
Fece un passo, poi un altro, chiuse la porta della camera da letto, andò da sua figlia. Il peluche giallo, inseparabile, era sul cuscino: Emilia aveva dormito dalla nonna quella notte. Stringendo il morbido felino, Giulio urlò tutto il suo dolore tentando di non sprofondare nella disperazione.
Non ricorda nulla dei due mesi successivi. Solo gesti automatici: cucinare, accompagnare Emilia allasilo. Emilia, sentendo come stava il papà, non lo lasciava mai, non chiedeva quasi nulla della mamma. Solo molto dopo, sorprende Giulio nel vedere la bambina seduta al bordo del letto nella stanza ora chiusa, il peluche stretto in braccio, a parlare con la grande foto della mamma sul comodino. Così capì: Emilia aveva capito tutto.
Non entrò a interrompere. Quando la figlia uscì, la strinse forte e tra una carezza e una treccina arruffata, chiese:
Chi ti ha detto della mamma?
Nonna. Ha detto che ora devo badare a te, che non bisogna parlare della mamma perché ti fa male.
Giulio strinse la figlia fin quasi a farla lamentare, poi si corresse.
Scusa, piccola mia! Puoi parlarmi della mamma quando vuoi! Non dare retta a nessuno, solo a me, va bene?
Quando Lella si lasciò finalmente andare in pianto, Giulio sentì il peso di averla lasciata da sola col suo dolore, di non essere riuscito a spiegare cose semplici a sua madre.
La rabbia divenne incontenibile, soprattutto la notte dopo, quando Caterina arrivò a casa sua.
Lella già dormiva, Giulio sedeva al buio, accarezzando il gatto e fissando la finestra nel silenzio. Dormiva su un materasso nella stanza della figlia, ma capiva che così non si poteva continuare.
Il campanello lo riscosse. Ripensandoci, ebbe spesso paura pensando a cosa sarebbe successo se, quella notte sotto lacqua torrenziale dautunno, Caterina non lavesse trovato sveglio.
Fradicia, senza una parola, Caterina si lanciò tra le sue braccia, come aveva fatto lui poco prima con la figlia.
Caterina! Cosè successo?
Fa male… sussurrò, barcollando. Giulio la sollevò e la portò sulla branda nella camera di Emilia. Solo al mattino successivo vide i lividi sulle braccia della sorella.
Cosa sono questi?
La maglietta larga di Giulio non bastava a nascondere le chiazze scure. Caterina tentava di tirare giù le maniche, ma inutilmente.
Caterina?
Giulio, non voglio parlarne.
Lo capisco. Ma devi. Se non me lo racconti non posso aiutarti. Devo sapere.
Gli occhi grigi si riempirono di lacrime, e Caterina scosse la testa. Poi, tremante:
è la mamma? Giulio trovò il coraggio di domandare, temendo la risposta.
Caterina annuì silenziosa, afferrò le sue mani e le strinse.
Non farmi tornare da lei… almeno per adesso! Ho paura, Giulio…
Mentre la consolava, Giulio rifletteva furiosamente. Se facesse subito una scenata finirebbe male. Ormai era chiaro: la madre aveva sorpassato un confine, ormai Caterina era tutto ciò che le restava.
Raccontami. Racconta e poi vedremo, okay? Ti prometto che non piangerai più, ci credo. Ti fidi di me?
Se Caterina non avesse annuito subito, Giulio avrebbe creduto di aver perso per sempre la sua dignità. Ma lei capì e si raddrizzò, i lineamenti divenuti improvvisamente quelli del padre. Giulio rabbrividì al pensiero di deluderlo.
La mamma ha scoperto che esco con Massimo. Ricordi chi è?
Quello coi capelli arruffati? Giulio spinse verso la sorella una tazza di tè e un panino. Mangia!
Dopo. Piuttosto, sei tu che hai i capelli arruffati… Sì, è lui. Ma non erano cose serie, te lo giuro! Solo due film e qualche passeggiata al pomeriggio. Giulio, nemmeno mi ha mai baciata!
Caterina, calma. Ti credo. Ma cosa è successo tra te e la mamma?
Ha urlato! Ha cominciato a scuotermi e urlare… Ha detto delle cose terribili… si rannicchiò su se stessa. Non riesco a ripetere tutto… Perché mi fa questo? Ho sempre obbedito! E mica sono così stupida da mettermi in situazioni serie ora. Ma lei mi ha urlato che farò la fine tua, figli e guai… Scusa! Non volevo ripetere… Giulio, forse ha ragione lei! Non so tenermi le cose per me
Caterina esplose in un pianto disperato. Giulio la prese e la tenne stretta, come faceva con sua figlia.
Basta così lacrime! Nessuno ti farà del male! Lo prometto!
Gli occhi di Caterina lo fissavano, e Giulio ripeté deciso:
Nessuno, nemmeno la mamma. Lho promesso a papà. Pensi che possa venir meno a quellimpegno?
Caterina scosse la testa tra i singhiozzi.
Appunto. Lui mi ha insegnato che la parola di un uomo è sacra. Ora resta qui con Emilia. Appena si sveglia, falle la colazione. Io vado dalla mamma.
No! Caterina protestò.
Devo! Giulio la sistemò sulla sedia con il panino. Finisci, poi lavati il viso! Non spaventiamo la bambina.
La conversazione con la madre fu dura. Anna Maria urlava, voleva Caterina subito a casa, piangeva, supplicava Giulio di ridarle la vita. Lui rimase in silenzio fino a che si calmò:
Mamma, Caterina resta qui da me.
Bloccando ogni protesta con un gesto, continuò:
Per ora. Si deve calmare. Anche tu, ti farà bene.
Ma Caterina ha scuola! Gare di ginnastica! Verifiche! Lanno scolastico finisce, Giulio!
Mamma, ti ascolti? Che ti importa di una verifica? Non ti sei nemmeno accorta che non era a casa! E se non fosse venuta da me?
Credevo dormisse dalla zia!
Il tuo desiderio di controllare tutto ti fa dimenticare che siamo persone, non marionette! Lo capisci?
Ma che dici, figlio mio?!
Quando è stata lultima volta che mi hai chiesto come sto, dopo Alessandra? Ti occupi di Emilia e ne sono grato, ma parli con me come fossi il tuo impiegato. E con Caterina uguale. Noi siamo figli tuoi, non subordinati! Come madre… mi spiace dirlo, ma qui hai fallito. Anche ora: tua figlia piange da unaltra parte della città e tu pensi solo ai voti e ai trofei! Basta! Caterina ha me! Anche se finisse la scuola con brutti voti, me ne occuperò io. Persino i suoi sogni non li conosci: vuole diventare veterinaria, non medico, veterinaria! E lo sarà. Te lo garantisco.
Non puoi decidere per lei! Sono sua madre!
Questo non ti dà il diritto di spezzarla! Giulio si calmò. Davanti a lui cera solo una donna smarrita, non più tigre ma fragile. La baciò sulla fronte e uscì di casa, sedendosi sui familiari gradini del palazzo.
Quante volte ci era passato, su quei gradini? Saltando, scivolando. Ora era esausto, le forze esaurite ai piedi di quella scala che conosceva a memoria, a contare i gradini come se servisse a qualcosa.
Il telefono lo scosse. Giulio si rialzò. Salendo sul pianerottolo, contò i gradini uno per uno, decise che sapeva cosa fare e tornò a casa.
La sua strategia diede frutto. Anna Maria non resistette e dopo due giorni si presentò per provare a riconciliarsi con la figlia. Ma fu solo linizio di un processo lungo.
Caterina non riuscì a perdonare subito. Per altri cinque anni il loro rapporto fu come unaltalena sbilenca: tra alti e bassi, senza una direzione precisa.
Anna Maria si sforzava: aveva finalmente capito che i suoi figli non sarebbero più rimasti ad aspettarla. Nella sua anima ora dominava il ritornello: Loro sono uniti e io?
Caterina si laureò e trovò lavoro in una clinica veterinaria. Emilia rideva di cuore vedendo il padre sospirare ogni volta che la zia si presentava con un nuovo paziente.
Caterina! Ma questo è un pitone!
E allora? Guarda che bel musino, Giulio! Toccagli la pelle, è caldissimo!
Oddio, ha pure un nome?
Certo! Si chiama Giorgio.
Emilia rideva e minacciava suo padre: Voglio fare la veterinaria anche io come la zia!
Non se ne parla nemmeno! Giulio si metteva le mani nei capelli, fingendo spavento.
Vita di casa, lavoro, rari incontri con la madre: Caterina viveva ancora un po’ sospinta dallinerzia. Emilia spingeva il padre a combinare incontri, senza molto successo.
Poi arrivò la notizia.
Vorrei farvi conoscere il mio ragazzo… disse Caterina, nascondendo lo sguardo. Ma… promettete che non riderete di me!
Questa volta verrebbe da piangere! la abbracciò Emilia.
Il destro della sneaker, rosicchiata ieri da un altro ospite di Caterina, saltò fuori da sotto il letto nella camera del padre; Emilia lo infilò e corse in corridoio.
Sono pronta!
Finalmente! esclamò Giulio con aria scettica Tanto ormai Caterina ci aspetta da una vita!
Papà, abbiamo altri trenta minuti!
Videro la coppia da lontano, sulla passeggiata del parco.
Papà, papà, è lui? Proprio lui? Quello con i capelli pazzi?
Il sussurro di Emilia era così forte che Caterina, sentendola, si rabbuiò e le fece cenno di zittire.
Massimo.
Giulio.
Stretta di mano, sorriso, cenno del capo.
Emilia.
Capelli pazzi! rise Massimo, lanciando uno sguardo affettuoso alla fidanzata. Non fare il broncio, Caterina, sorridi! Così, brava! Ma che sneakers hai! Le voglio anchio!
Emilia e Giulio si scambiarono uno sguardo e risero. Solo allora Emilia notò che gli occhi della zia erano cambiati: dallacciaio erano diventati dargento. Ne fu così incantata da restare a bocca aperta, e applaudì istintivamente, lasciando Massimo sbigottito.
Cosa cè? Siamo tutti un po matti, qui! Abituati!
Mi hai tranquillizzato! Ora so che sarò parte di questa… allegra banda? O forse meglio… famiglia?
Famiglia, Massimo, famiglia! rispose Emilia, strizzando locchio alla zia e prendendo sottobraccio il papà. ©
Autrice: Ludovica LaviniLa sera, chiusa la porta alle spalle, Giulio si fermò davanti allo specchio dellingresso. Si accorse che aveva un sorriso nuovo, diverso da quelli che regalava per cortesia o per abitudine. Sentì svegliarsi qualcosa che credeva smarrito: la leggerezza. Sul comò vide il vecchio tulipano di carta, ancora saldo nonostante gli anni. Lo prese in mano la carta un po ingiallita, la plastilina allinterno ancora compatta e si sorprese a carezzarlo come avrebbe fatto con una cosa viva.
In cucina, Caterina sorseggiava un tè, i piedi scalzi sulle piastrelle fredde; Emilia disegnava, immersa nel solito pasticcio di penne colorate. Massimo intonava a bassa voce una canzone, stonatissimo, ma felice come raramente capita agli adulti. La piccola tribù era raccolta intorno al tavolo, ognuno a modo proprio, ma tutti insieme. Era il suono migliore del mondo.
Giulio chiuse gli occhi. Ripensò ad Enrico e ad Alessandra, alla mamma severa e a tutte le case di carta che aveva attraversato. Aveva temuto il vento, la pioggia, i colpi bassi del destino. Eppure ora capiva: la forza non era costruire muri contro tutto e tutti, ma imparare come Caterina piccola diceva a riempire la carta con una sostanza più forte delle paure, più morbida del rimorso.
Si sedette accanto alle due donne della sua vita, avvolto dal profumo dolce della camomilla e dal caldo sussurro delle voci, e sentì che famiglia non era un origami perfetto, ma qualcosa che tiene insieme, anche quando si sgualcisce. Guardando il tulipano tra le dita, sorrise.
Emilia, sai cosa cè dentro questo fiore?
La bambina lo guardò e poi scosse la testa, con gli occhi spalancati.
Cè tutto lamore che abbiamo imparato a non farci portare via.
Emilia rise e gli strinse la mano. Caterina gli appoggiò la testa sulla spalla. E, fuori dalla finestra, la sera pareva meno ostile. La casa di carta era ancora lì, e non era mai stata così solida.
E per la prima volta, Giulio sperò che il vento soffiasse ancora. Ma solo per sentirli più vicini, uno allaltro.







