Una doppia vita

Doppia vita

La pioggia a Milano in ottobre non è solo acqua che cade dal cielo. È qualcosa di personale. Si infila sotto il colletto, ti bagna le scarpe, cade dalla grondaia proprio sul collo quando suoni il citofono. Mi sono ritrovata davanti a una porta sconosciuta, al terzo piano di un palazzo in zona Brera, e pensavo solo a una cosa: le mie mani stanno tremando?

No, non tremavano. E questo mi ha stupito un po’.

Il portone si è sbloccato senza risposta; qualcuno stava uscendo. Ho tenuto la porta, salita a piedi anche se c’era l’ascensore. Quei due piani a piedi mi servivano, per raccogliere qualcosa dentro di me.

Appartamento ventisette. Il numero lo sapevo a memoria da tre settimane. Anche il nome. Il volto, pure: avevo guardato la sua pagina sui social. Giovane, ovviamente. Ventotto anni. Si chiamava Bianca. Bianca Elena Ferraro, da quel che cera scritto sui documenti.

Ho bussato. Non ho suonato, ho bussato proprio, con le nocche, da padrona di casa.

Dietro la porta silenzio per cinque secondi. Poi passi. Leggeri, a piedi nudi.

Si è aperta.

Ci siamo guardate. Io, cinquantatré anni, cappotto color sabbia firmatomarca inventata, Leonardi, che mio marito Paolo aveva portato da Firenze tre anni fa. E questa ragazza. Bianca. Jeans, maglietta grigia semplice, i capelli raccolti in uno chignon disordinato.

Bella. Lho riconosciuto subito, senza fastidio. Bella come si è solo a ventotto anni, quando non serve ancora sforzarsi.

Lei è Emilia, vero? Emilia Santini ha detto Bianca. Non era una domanda. Era una constatazione.

Sì.

Prego, entri.

Non me laspettavo. Nessun vada via, nessun non la conosco. Neanche una porta sbattuta. Solo entri, come se mi aspettasse da tempo.

Ho varcato la soglia.

Lappartamento era piccolo, ma non triste. Belli i mobili, sobri. Sul davanzale tre vasi con piante molto verdi. Una stampa appesa al muro che non ho riconosciuto. Un lieve odore di mandorla.

Si tolga le scarpe, per favore, ha detto Bianca, mettendo davanti a me delle pantofole.

Il gesto era così normale che lho fatto. Ho tolto il cappotto bagnato e lho appeso dove mi ha indicato lei.

In cucina il bollitore era già sul fuoco. Bianca si è voltata:

Vuole un tè?

No, grazie, ho risposto.

Ci siamo sedute in soggiorno. Lei sul divano, io sullunica poltrona. Tra noi un tavolino rotondo con riviste mai sfogliate.

È venuta per parlare, ha detto Bianca. Constatazione, non domanda.

Sono venuta per dirle che tutto questo deve finire, ho detto piano. Ho preparato questa frase per tre settimane. Suonava giusta.

Bianca mi ha guardata. Senza paura, senza ostilità. E senza servirsi di quelle armi tipicamente femminili che aspettavo. Ero pronta a una scenata. Per quella ero davvero preparata.

Anche io volevo parlare con lei, ha detto Bianca semplice.

Altro che lacrime, altro che scuse e drammi. Solo una calma ammissione.

Voleva parlare con me? ho ripetuto.

Sì. Da tempo. Ha accarezzato il cuscino del divano, poi lha rimesso al suo posto. Posso dirle una cosa strana?

Dica pure.

A me non interessa Paolo.

Sono rimasta in silenzio.

Non lo amo. Non lho mai amato. Mi è… comodo. Suona brutto, lo so. Ma è vero.

E quindi?

Bianca si è fermata. Fuori la pioggia aumentava, batteva sul cornicione.

Quindi volevo studiare lei.

Me?

Sì. Il suo tono era diretto, senza ironia. So molto di lei. Come cammina, come parla, come riceve gli ospiti. Lho vista a due cene: Paolo mi ha portata, lei non sapeva. Io ero dallaltra parte della sala. Lei era lei era esattamente il tipo di donna che vorrei essere.

Qualcosa mi ha stretto il petto. Non in testa. Più giù.

Vuole essere me.

Voglio il suo posto. Non è la stessa cosa. Bianca mi guardava negli occhi. Voglio la sua casa. Il suo ruolo. La sua posizione. Lei sa essere quella che tutti notano e nessuno può ferire. Io non ci riesco. Ho provato a copiare, ma non serve. È come imparare a nuotare senza acqua.

E cosa propone? ho chiesto, e solo dopo ho realizzato che era una domanda vera.

Di scambiarci. Bianca lo ha detto come si dice oggi piove.

Silenzio.

La pioggia.

Scambiarci la vita, ha ribadito Bianca. Prendo io il suo posto. Paolo non si accorgerà della differenza: non se ne accorge mai. E lei se ne va.

E dove?

Cè una casa. Bianca si è alzata, ha preso una busta da un cassetto e lha posata davanti a me. In Provenza. Piccola, in pietra, con giardino. Paolo lha comprata tramite un prestanome. Ho trovato i documenti per caso. Penso che la tenesse per qualcun altro.

Non ho toccato la busta.

Paolo non sa che lei sa.

No.

E ha taciuto.

Aspettavo il momento giusto. Bianca è tornata sul divano. Ecco, questo è il momento. Lei arriva qui per cacciarmi. Io le offro una via duscita vera. Niente scenate, niente cause, niente spartizioni. Semplicemente, vada. Diventi qualcun altro. Vivrà lì. Nel silenzio, nel calore.

Guardavo la busta.

Ho vissuto con Paolo per ventidue anni. Non era un cattivo uomo, nel senso di quegli uomini cui tutto va facile. Non era maleducato. Mai umiliante. Ha solo smesso di vedermi piano piano, talmente piano che non ho saputo accorgermene. Quando ho capito ero ormai parte dellarredamento. Di pregio, ben tenuta.

La villa a San Siro. La domestica, Lucia, assunta quindici anni fa e cresciuta con me. Le solite cene di rito dove ho sempre brillato senza sbagliare nulla: abiti, parole, pause. Tutto a posto.

E sotto, sotto tutto, qualcosa di molto calmo e molto stanco.

Come avete fatto con il passaporto falso? ho chiesto.

Bianca non era sorpresa dalla domanda.

Ho conoscenze. Ci ho lavorato in anticipo. Il nome è Maria Sofia Colombo, nata nel Sessantadue. Un altro colore di capelli, e nessuno la riconosce. Tutto pulito.

Ha pensato a tutto per davvero.

Ci penso da due anni.

Lho guardata in modo diverso. Niente più disprezzo, quello che mi ero portata appresso.

Due anni, ho ripetuto.

Non mi affretto mai per le cose serie, ha detto leggermente sorridendo, un sorriso prudente, di chi non è sicuro che tutto sia davvero accaduto.

Ho preso la busta. Lho aperta. Foto di una casa, stampate male. Muri in pietra. Persiane verdi. Un giardino pieno di lavanda. Sembrava progettata da qualcuno che una volta è stato felice.

A chi è intestata la casa? ho chiesto senza alzare gli occhi.

A un prestanome. Ma ho latto di donazione. Vuoto. Paolo lha firmato senza leggere, un paio danni fa. Bianca era calma. Mettiamo il suo nome, anzi quello di Colombo, e lei ne diventa proprietaria.

Ha firmato così, senza leggere?

Paolo firma sempre senza leggere se dico che è per affari. Si fida di me.

Lho guardata negli occhi.

Ha organizzato tutto molto bene.

Ci ho provato.

Perché vuole tutto questo, davvero? Questa volta la domanda era senza protezione.

Bianca ha esitato più a lungo.

Vengo da un piccolo paese, vicino a Bergamo. Papà operaio, mamma in un negozio. Sono arrivata a Milano a diciotto anni con una valigia. Non sarò mai come lei, non ce lho nel sangue. Ma se potessi prendere il suo posto, il suo ruolo, vivere la sua vita… magari qualcosa cambierebbe davvero. Forse imparerei.

Non cambierà, ho detto piano. Senza cattiveria. Non funziona così.

Lo so, ha detto Bianca. Ma voglio provarci. È la mia scelta.

Ci siamo guardate a lungo. Fuori la pioggia si era fatta debole.

Devo pensarci, ho detto.

Certo, ha detto Bianca. Però il tè lo gradisce?

E io, inaspettatamente:

Lo gradisco.

Abbiamo bevuto tè insieme, parlando poco. Bianca non forzava, io non uscivo. Intorno, la Milano di Brera proseguiva la sua giornata dautunno, senza occuparsi di noi.

Sono andata via dopo unora. Ho portato la busta con me.

Ci ho pensato per tre giorni.

Il terzo giorno ho chiamato Bianca.

Accetto.

Silenzio al telefono per qualche istante. Poi:

Quando cominciamo?

Oggi.

Bianca ha aperto la porta di nuovo, stavolta senza sorpresa. Sul tavolo i documenti, il passaporto a nome Colombo, unaltra busta più spessa.

Qui cè latto di donazione già compilato, ha detto Bianca. Dovrebbe solo firmare. Con il suo vero nome, serve per validità legale. Passerò dal notaio più tardi.

Ho letto il documento tre volte. Con calma. Bianca non ha pressato.

È tutto in ordine, ho detto firmando.

Bianca ha riposto le carte.

Ora devo imparare tutto, ha detto. Mi dà qualche ora?

Qualche ora ce lha.

Sono state ore strane. Girellavo per lappartamento di Bianca raccontando ogni dettaglio, e lei prendeva appunti come chi sta imparando la vita.

Lucia arriva alle otto in punto, non ritarda mai. Capisce tutto subito, ma vuole che le si dica per favore e grazie. È questione di rispetto. Se ordina in modo secco, fa lo stesso, ma smette di impegnarsi. Se ne accorgerà.

Bianca scriveva tutto in un taccuino.

Paolo rientra tra le otto e le nove di sera. Se fa tardi, è per lavoro. Non chieda dovera. Non ama giustificarsi. Metta la cena in tavola, gli versi da bere, poi lasci che stia in silenzio venti minuti. Parlerà lui per primo.

Cosa beve?

Whisky. Fontechiara, lo fanno a Siena, Paolo lo prende a casse. Due dita, un solo cubetto di ghiaccio, mai acqua.

Bianca prendeva nota.

Cè una cosa delicata in casa, ho continuato. Terzo scaffale della libreria a sinistra. Libri rilegati in rosso, nove in tutto. Non li tocchi mai. Sono suoi, personali.

Cosa sono?

Non lho mai saputo. E non ho mai provato a scoprirlo. È importante: qualcosa devessere solo suo. Se rispetta questa barriera, Paolo si fiderà ancora di più.

Bianca mi ha scrutata.

Mai aperti?

Mai. In ventidue anni.

Silenzio.

Lei sa rispettare i confini, ha detto Bianca. Non in tono di giudizio, ma quasi di ammirazione.

So vivere accanto a qualcuno senza annientarmi, ho risposto.

Abbiamo parlato ancora di Lucia, dei vicini, di come muoversi alle cene ufficiali, chi chiamare per nome e chi con il titolo.

Cè una persona da tenere docchio, ho detto.

Chi?

Vittorio Gualtieri. Sta in Procura, amico di Paolo. Ogni tanto si presenta allimprovviso. Stia in disparte. Non freddamente, solo… con garbo. Non si può essere troppo spontanei con lui.

Perché?

È attento. Guarda la gente come cercasse contraddizioni.

Anche questo, Bianca lo scrisse.

Siamo passate agli abiti.

Ho aperto la borsa portata da casa, ne ho tirato fuori un cardigan grigio-beige, in lana fine, senza logo in vista.

Lo indossi stasera. Semplice, con un dolcevita. Paolo preferisce tenuta informale in casa, nessuna ostentazione.

Bianca ha indossato il cardigan. Le cadeva bene, solo un po largo sulle spalle.

Va bene, ho detto. E tolga quello. Ho indicato il braccialetto colorato. E lanello dallindice. Io porto solo la fede sullanulare destro.

Bianca ha obbedito.

I capelli, le ho detto osservando la sua acconciatura, più bassi. I miei sono un po più chiari, ma di sera non si vede. Così, brava.

Bianca ha replicato il gesto.

Ottimo, ho detto. E mi sono sentita strana, come se stessi guardando il mio riflesso in uno specchio sconosciuto.

Ha paura? mi ha chiesto Bianca, dimprovviso.

No, ho risposto. Era vero.

Ho chiesto il bagno. Sono andata, ho chiuso la porta. Ho guardato la mia immagine. Ho tolto il cappotto beige, la sciarpa di seta, le scarpe erano già in ingresso. Mi sono ritrovata in pantaloni e camicia leggera.

Bianca ha bussato.

Ecco. Ha passato attraverso la porta una giacca blu scuro, semplice, e delle sneakers quasi nuove. Dovrebbero starle.

Mi sono vestita. Ho rivisto il mio riflesso: una donna in giacca e scarpe da ginnastica, senza gioielli, senza quello sguardo sicuro a cui avevo lavorato anni. No, forse lo sguardo era rimasto. Ma tutto il resto… era cambiato tanto che a stento mi riconoscevo.

Ed è stata la sensazione più bella che avessi provato da anni.

Sono uscita dal bagno.

Bianca mi ha guardata.

Uscirà così?

Sì.

Alla Stazione Centrale?

Sì.

Il biglietto è per il notturno per Roma, poi laereo. I documenti e la carta sono nella busta. È sicura?

Ho indossato la giacca.

Bianca, ho detto. Voglio solo dirle una cosa, non come consiglio, solo un fatto.

Dica.

Lei è davvero in gamba. Ma quello che cerca non lo troverà in quella casa. Non viene dai mobili, né dalla posizione sociale. O ce lha dentro, o non lo avrà mai. E non c’entra coi soldi.

Lo so, ha sussurrato Bianca.

Allora perché?

Perché almeno voglio provarci. Non aveva più corazze. Lo capisce, no? Quando almeno vuoi provarci?

Ho preso una piccola borsa con solo lessenziale.

Le chiavi, ha detto Bianca porgendomele. Quella argentata col punto rosso ingresso. Quella gialla casa. Quella piccola cassaforte dello studio. Paolo ogni tanto controlla.

So dovè la mia cassaforte, ho detto.

Sì, giusto. Mi scusi.

E questo. Ho estratto il mio telefono dalla tasca. Scocca verde scura. Lo prenda. Cè tutto: contatti, orari, messaggi. Legga bene.

E lei?

Un altro telefono, a nome Colombo.

Bianca ha preso in mano il mio.

La password?

Zero sei volte. Non la cambio da anni.

Siamo rimaste in ingresso: io pronta a uscire, lei col telefono e il cardigan in mano.

Dovrei augurarle qualcosa ha iniziato Bianca.

Non serve, lho interrotta benevola. Vivi e basta.

E ho aperto la porta.

Fuori pioveva ancora, ma di quella pioggerellina milanese che non è pioggia, solo umidità nellaria. Camminavo su Corso Garibaldi con una giacca comprata da qualcun altro, un passaporto falso in tasca, e non mi sono voltata mai.

Dentro di me era tutto silenzioso.

Non vuoto. Silenzioso.

Mi sono sorpresa a guardare le vetrine. Senza motivo. Le persone con lombrello. Un gatto affacciato a un balcone. Un lampione acceso anche se non era ancora buio. Era tanto che non guardavo il mondo senza scopo.

In stazione cera folla. Ho comprato una focaccia da una signora con il grembiule blu. Lho mangiata in piedi, vicino a una finestra, guardando i binari. Era ripiena di verdure e un po troppo unta, ma buonissima.

Il treno partiva alle ventitré e quaranta.

Avevo ancora unora.

Ho preso un libro al chiosco. Un giallo, che non avrei mai scelto prima. Scritto da una donna dal nome semplicissimo, copertina sgargiante. Una cosa da prendere solo adesso.

Mi sono seduta su una panchina e ho iniziato a leggere.

E a San Siro, proprio allora, nella villa illuminata, Bianca Ferraro indossava cardigan beige e si guardava a lungo allo specchio della camera patronale. Provava la postura, lo sguardo: diretto, calmo, un po distante. Non veniva bene come a me, ma ci si avvicinava.

Lucia, la domestica, impazziva di domande mai dette. La padrona era tornata diversa. Non malata, non triste. Solo… diversa. Nuovo profumo, movimenti un po più rapidi. Ma Lucia, dopo quindici anni, sapeva: le cose della signora sono sue.

Il dottor Paolo stasera arriva? ha chiesto Bianca, la voce quasi giusta.

Ha chiamato, dopo le nove, e non da solo.

Con chi?

Non ha detto.

Bianca ha annuito. Come facevo io.

Prepara per due. Il whisky e qualcosa da accompagnare.

Subito.

Bianca ha camminato per la casa. La vedeva per la prima volta, ma la conosceva a memoria. Sapeva dovera ogni cosa.

Biblioteca. Terzo scaffale, sinistra. I nove libri rossi. Si è fermata a guardarli, poi si è allontanata. Non li toccherà mai. Questa è una delle poche regole che davvero vuole rispettare, non perché glielhanno detto, ma perché lo sente.

Nel salone, sopra il camino, un ritratto: io, quindici anni fa. Più giovane ma riconoscibile. Lo stesso sguardo, la stessa schiena dritta. Bianca lo fissava.

Ce la metterò tutta, ha mormorato. Non per me. Per sé.

Paolo è arrivato alle nove e mezza.

Bianca ha sentito la macchina nel vialetto. Si è alzata: in piedi nella posizione esatta che le avevo spiegato. Non alla porta, non in ingresso. Lasciare che sia lui a vederla quasi per caso.

La porta si è aperta.

Paolo era alto, un po più robusto che in foto. Capelli spruzzati di grigio. Cappotto costoso tolto con gesto abitudinario. Volto segnato dalla stanchezza.

Dietro di lui un altro uomo.

Bianca, subito, ha saputo chi era.

Vittorio Gualtieri. Procuratore. Tieni la distanza. Non essere troppo vera.

Era più basso di Paolo, robusto, occhi grigi attentissimi. Non vecchio, sui cinquantacinque. Fissava Bianca con intensità.

Emilia, ha detto Paolo lanciando le chiavi sulla credenza, ti presento Vittorio Gualtieri, lo conosci già.

Buonasera, ha detto Bianca.

Gualtieri non ha risposto subito. Ha fissato a lungo. Poi:

Buonasera, signora Santini.

Accomodatevi in salotto, Lucia ha preparato, ha detto Bianca avviandosi davanti.

Tacco. Io porto il tacco. Bianca aveva tacchi, ma non i miei, e sulluscio ha vacillato appena.

Gualtieri se nè accorto.

Sono andati in salotto. Lucia ha portato il whisky, il tagliere di formaggi e salumi. Paolo parlava con Gualtieri daffari, Bianca ascoltava in silenzio, come avevo insegnato: alle cene di lavoro del marito non si interviene mai per primi. Solo se chiamati.

Ma Gualtieri la chiama subito.

Signora Santini, dice voltandosi: Lultima volta ci siamo visti alla festa dai Rinaldi, a luglio, ricorda?

Bianca non sa nulla dei Rinaldi. Nessun appunto. Io non ne avevo parlato.

A luglio, sì, ha detto cautamente.

Mi disse una cosa interessante, Gualtieri sorrideva senza espressione. Che aveva certi documenti da passarmi.

Bianca lo fissava.

Paolo smette di mangiare.

Vittorio ha sussurrato.

Solo un promemoria, dice Gualtieri. Aveva promesso di darli. Stasera sarebbe perfetto.

Il silenzio si fa spesso.

Bianca non sa nulla di quei documenti. Io non le ho detto nulla. O sì? No. Nessuna informazione.

Dottor Gualtieri, riesce a dire con voce calma, mi perdoni, non mi sento bene stasera. Possiamo rimandare?

Gualtieri la fissa. A lungo.

Certo, dice. Ovviamente.

Ma la osserva ancora.

Paolo prende il bicchiere, lo appoggia, lo riprende. La osserva, con uno sguardo indecifrabile.

Non bevi? le chiede.

No. Ho mal di testa.

Di solito a cena lo prendi.

Stasera non va.

Pausa.

Cardigan nuovo? chiede Paolo.

Come?

Questo. Non lavevo mai visto.

Sì, lho comprato di recente.

Paolo scruta. Gualtieri scruta.

Bianca sente la maglietta aderire alla pelle sotto il cardigan. La stessa maglia con cui ha aperto a me tre giorni fa. Se lè dimenticata addosso. Non pensavo fosse importante; invece lo è.

Paolo vede. Non la maglietta, no. Qualcosaltro. Il modo di sedersi, il bicchiere che non tocca, la risposta sui Rinaldi.

Vittorio, dice senza staccare lo sguardo da Bianca, lasciaci un momento.

Gualtieri si alza e sparisce verso la biblioteca. Si muove sicuro: conosce la casa.

Restano soli.

Emilia, dice Paolo.

Bianca lo guarda.

Hai messo la fede alla mano sbagliata.

Bianca abbassa lo sguardo. La vera di Emilia sta sullanulare destro, come si usa, ma lei lha infilata al sinistro, come portava la sua.

Ho solo cambiato mano inizia.

Non lhai mai messa lì, in ventidue anni.

Silenzio.

Dovè Emilia?

Bianca tace.

Dovè mia moglie?

Proprio allora il telefono vibra sul tavolino accanto a Bianca. Cover verde. Quello che ha preso oggi da me. Un messaggio.

Bianca lo apre.

Bianca. Avrai capito ormai che larrivo di Gualtieri non è stato casuale. Era programmato. I documenti di cui parlava, relativi agli affari di Paolo, li ha già avuti da me, prima. Latto di donazione firmato oggi mi ha permesso di acquisire la casa e altri beni, tramite lo stesso prestanome. Paolo ha spostato i fondi sul mio conto pensando fossero normali pratiche dufficio portate da te, credendo di firmare per me. Hai recitato benissimo la tua parte. Grazie. La casa in Provenza non la avrai, mi spiace. Ma questa villa resta tua finché Paolo non capirà tutto ci vorrà tempo. Volevi provare la mia vita: ne hai la possibilità. Io ho già passato il confine. Addio. E.

Bianca rilegge due volte. Poi guarda Paolo.

Paolo la fissa.

Gualtieri rientra, silenzioso.

E in quel momento succede qualcosa che neanche Bianca si aspettava da sé stessa. Scoppia a ridere.

Non isterica. Gareggia con un riso vero, che non vuole fermarsi. Quello di chi è stato battuto con arte e quasi non riesce ad arrabbiarsi.

Paolo non distoglie lo sguardo: in lui vedo sconcerto, poi freddezza, alla fine… qualcosa come comprensione.

Era Emilia, dice. Non è una domanda.

Era Emilia Santini, conferma Bianca, smesso di ridere. Sì.

Gualtieri, dalla porta, sorride appena.

Intanto, il treno notturno Milano-Roma corre nelle tenebre. Fuori, luci che scorrono, poi la campagna nera.

In cuccetta siede una donna con una piccola borsa. Giacca blu scura, sneakers. Capelli sciolti, senza acconciature. In mano un giallo economico, aperto a pagina quattro.

Emilia Santini. O Maria Sofia Colombo. O semplicemente una donna che viaggia dove vuole.

Il sedile accanto è vuoto. Stendo le gambe.

In tasca ho una camicia di lino a quadretti da uomo. Di Paolo. Lho presa dallarmadio due giorni fa, lultima volta che sono entrata in camera nostra. Non mi serviva. Lho presa per niente, come si prendono certe cose senza sapere perché.

Era la camicia con cui era rientrato tardi, mentendo su una trasferta. Lho capito subito. Ho taciuto. Lho riposta in armadio come niente fosse.

Adesso è qui con me, calda contro la mano.

Non so perché lho portata. Forse solo per buttarla via, lasciarla su una riva, abbandonarla tra la lavanda a vedere che vento ci farà.

Il treno corre.

Apro il giallo e leggo.

Non penso a Paolo. Né a Bianca. Né al domani. Leggo di un commissario lombardo che non dorme mai, ed è proprio quello che mi ci vuole.

Alla pagina duecentouno trova un indizio importante. Copro il libro e guardo fuori. Buio. LItalia fuori corre via, campi e boschi non si vedono per la notte.

Penso alla Provenza.

Cero stata una volta, con Paolo, dodici anni fa. Lui era lì per affari, io lho seguito. Un giorno libero e ho camminato sola in un paese. Ho pranzato in un baracchino, parlato a gesti con un vecchio che vendeva vasi. Ne ho comprato uno, portato a casa. Messo in cucina.

Paolo non ha mai chiesto che vaso fosse.

É ancora lì, in cucina.

Lasciamocelo.

Chiudo il libro. Mi metto giù, la giacca per coperta, non apro nemmeno la cuccetta.

Fuori una stazioncina illuminata sfreccia e sparisce.

Penso: la vita è come questo, vedi una luce e credi sia importante. Poi scopri che il vero inizio sta ancora davanti.

Ho cinquantatré anni. Un passaporto da Maria Sofia Colombo. Davanti a me un aereo, un altro treno, una piccola auto diretta a una casa di pietra con persiane verdi. Non conosco anima viva là. Nemmeno un legame, nemmeno un debito.

Prima mi sarebbe sembrato terribile.

Adesso suona come silenzio. Proprio quello che cercavo.

Chiudo gli occhi.

A San Siro, nello stesso momento, Paolo Santini resta in salotto a fissare il telefono della moglie nelle mani di unestranea. Gualtieri se n’è andato. Ha detto qualcosa sulla soglia, Bianca non ha ascoltato.

Siamo lì, io e Paolo. Lui col whisky, io senza nulla.

Lha pianificato a lungo, dice infine.

Io non ho pianificato niente, risponde Bianca onestamente. Credevo di farlo, ora capisco che no.

Paolo la osserva.

Come si chiama davvero.

Bianca. Bianca Ferraro.

Di dove è.

Della provincia di Bergamo.

Lui annuisce. Beve, posa il bicchiere.

Lei sapeva tutto, dice rivolgendosi chissà a chi.

Cosa?

Tutto. Fa un cenno con il capo. Lei ha sempre saputo tutto. E ha sempre taciuto. La voce è strana, non arrabbiata. Sembra quella di chi capisce tardi qualcosa che avrebbe dovuto sapere. Ventidue anni. E taceva.

Non aspettava il suo fallimento, dice Bianca allimprovviso.

Paolo alza lo sguardo.

Non aspettava nullaltro che il momento in cui a lei stessa non sarebbe più bastato. Quando anche lei avrebbe avuto bisogno di uscire. È diverso. Me lha detto.

Paolo resta in silenzio a lungo.

E lei, dice, ora cosa fa?

Non lo so, risponde Bianca. Imparare a vivere qui, per un po.

Per poco?

Il tempo che servirà a lei per sistemare tutto. Poi me ne andrò. Si alza. Desidera che dica qualcosa a Lucia per domani?

Paolo la guarda da sotto in su.

No. Lucia sa cosa fare.

Allora buonanotte, dottor Santini.

Va verso le scale. Lui non la ferma.

Al piano di sopra trova la camera degli ospiti, la stessa che ho descritto. Piccola, finestra sul giardino. Non la stanza padronale, ma proprio la camera degli ospiti. Bianca si sdraia sul letto bianco e fissa il soffitto.

Pensa a me, con la giacca scura, in viaggio.

Le torna in mente come sfogliavo i documenti, come parlavo di Lucia e del per favore e grazie. Come mi sono tolta il caro cappotto per indossare una giacca qualsiasi.

E Bianca pensa: questa è libertà vera. Non soldi, non status. Questo. Uscire in una giacca non tua senza voltarti mai.

Se le dispiace o la invidia, non sa deciderlo.

Forse entrambe le cose.

La mattina dopo Lucia è lì alle otto, fedele come sempre.

Bianca è già in cucina. Sta alla finestra con un tè, guarda il giardino dottobre. Spoglio, grigio. Qualche melo, un cespuglio che destate, forse, fiorisce.

Buongiorno, dice Bianca.

Lucia si ferma sulla porta.

Buongiorno, signora Santini.

Pausa.

Mi chiamo Bianca, dice Bianca.

Lucia la guarda. Tranquilla. Ha una certa età, mani di chi ha lavorato una vita.

Va bene, risponde Lucia. Bianca.

E nientaltro. Entra in cucina e prepara la colazione come fa da quindici anni.

Bianca la osserva e pensa: ecco chi è vera qui. Chi non recita, non finge. Chi vive e basta.

Lucia, dice.

Sì.

Emilia… se nè andata.

Lo so, risponde Lucia, senza voltarsi.

Lo sa?

Mi ha salutata ieri mattina. Ha detto che sarebbe partita. Mi ha chiesto di restare finché la casa cè. Lucia si ferma. Mi ha lasciato una lettera. E i soldi, sei mesi anticipati.

Bianca tace.

Era una buona signora, dice Lucia. Semplice. Esigente, ma giusta.

Sì, ammette Bianca. Probabilmente sì.

Lucia mette la colazione sul tavolo: caffè, pane tostato, un po di formaggio.

Si sieda, le dice. Si raffredda.

Bianca si siede.

Mangia il toast al tavolone, in una casa non sua, riflettendo a quanto è strano tutto. Due anni a programmare di diventare unaltra. E invece è sempre se stessa, seduta al tavolo di qualcunaltra.

Forse conta anche questo.

In treno mi sveglio presto. Fuori albeggia. Prima il cielo grigio romano, poi i sobborghi, poi le piattaforme.

Mi lavo in un bagno stretto, mi guardo in uno specchio sbiadito. Sembro una donna qualsiasi.

È un bene.

A Roma prendo un taxi per laeroporto. Lautista è silenzioso, io pure. Traffico lento del mattino, Milano me la ricordo diversa, meno caotica.

Allaeroporto faccio il check-in per Nizza. Mancano tre ore.

Mi prendo un caffè lungo, caldo. Mi siedo vicino a una vetrata.

Accendo il nuovo telefono preso ieri in stazione. Apre la mappa della Provenza. Trovo il paese. Straducce, mercato la domenica, vigneti oltre la collina.

Là non mi conosce nessuno.

Sono nessuno.

Maria Sofia Colombo, sessantadue anni, ex insegnante in pensione, ama il silenzio. Questo dirò se qualcuno chiede.

E se nessuno domanda, starò zitta.

Finisco il caffè.

Fuori un aereo si stacca dalla pista, decolla nel cielo grigio.

Lo seguo con lo sguardo, sorrido.

Non un sorriso largo, ma quel tipo di sorriso che viene quando nessuno ti sta guardando, quando puoi essere totalmente te stessa.

Forse non succedeva da dieci anni.

O da ventidue, se siamo precise.

Laereo sparisce nel cielo. Apro il giallo a pagina duecentouno. Il commissario trova una prova. Adesso deve solo capire che fare.

Leggo, bevo caffè e non ho fretta.

Mancherà ancora più di due ore al mio volo.

Ho tempo.

Tempo per leggere. Tempo per pensare. Tempo per sedermi e vedere gli aerei degli altri che decollano e atterrano.

È una bella giornata.

Normale.

Ed è proprio questo che la rende, finalmente, la migliore degli ultimi anni.

Poi annunciano limbarco.

Con la giacca blu, prendo il libro e la borsa e vado al gate. Cammino dritta, senza urgenza, come chi sa che nessuno lo aspetta, nessuno verrà a prenderlo. Ed è questo che rende ogni passo finalmente libero.

In aereo chiedo un posto finestrino.

Me lo danno.

Decollo. Nuvole. Poi sole. Sole vero, non milanese. Quello del sud che non chiede niente indietro e non si nasconde.

Appoggio la fronte al vetro freddo delloblò.

Sotto cè lItalia. Poi non più. Poi lEuropa, che dallalto sembra una coperta colorata: campi, boschi, fiumi, paesi piccoli.

Non piango. Non mi va.

Mi va solo di guardare.

Guardo.

Tra tre ore e mezza vedrò il Mediterraneo. Guiderò una macchina a noleggio su una strada che conosco solo dalla mappa. Vedrò i muri di pietra. Le persiane verdi. Il giardino.

Non so cosa mi aspetta.

Per la prima volta, questa incertezza non mi preoccupa.

In tasca, la camicia a quadretti. La sfioro con le dita e penso: domani. Domani uscirò in giardino, vedrò come brucia.

Poi mi fermo.

Magari no.

Magari la appendo a un ramo. La lascio lì. Che il vento faccia quello che vuole.

Laereo vola sopra le nuvole, il sole illumina il finestrino.

Chiudo gli occhi.

Desidera qualcosa? chiede la hostess.

Un bicchiere dacqua, per favore, rispondo. E le sorrido ancora.

Forse è proprio così che inizia una nuova vita. Non con un grande evento. Né con un annuncio di libertà. Solo con una parola: per favore. Detta a uno sconosciuto, in un aereo diretto chissà dove, senza alcuna paura.

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