Lezioni al limite del collasso

Lezioni sul filo del precipizio

Sergio Paolo Cavalli si sistemava davanti al grande specchio antico nella camera da letto, con il ciglio aggrottato, indaffarato a provare una cravatta dopo laltra contro il nuovo abito blu notte sartoriale acquistato da un celebre atelier milanese. Nervoso, tirava la seta a destra e a sinistra, inclinava la testa, cercando la luce della sera per vedersi meglio.

Sergio, rise la donna seduta sul bordo del letto. Si chiamava Francesca Andreoli. Non stai per andare a un ricevimento nobiliare, ma ad accogliere tua figlia, ricordi? Questa qui, a righe sottili, secondo me è perfetta.

Si alzò, gli prese di mano la cravatta prescelta e, in un gesto abituale, gliela annodò con dita sicure. Poi sistemò il nodo, piegò il colletto della camicia, e gli diede un bacio lieve sulla guancia.

Sergio Paolo si passò una mano tra i capelli scuri leggermente diradati sulla sommità e lanciò un’occhiata fuori dalla finestra.

Dove saranno? sussurrò impaziente. Sono usciti dall’aeroporto più di un’ora fa. Il tragitto non è lungo.

Calmati, rispose Francesca con tono dolce. Arriveranno, stai tranquillo.

Mi manca tanto Lucrezia. È la mia unica figlia, la mia gioia più grande. Ho contato i giorni, da quando mi ha detto che sarebbe tornata dai suoi studi a Londra per le vacanze estive. Il nostro autista mi ha già chiamato: stanno per arrivare e ancora niente. Anche se lo nascondo, mi preoccupo. E ho diritto a farlo.

Fece qualche passo nervoso nella stanza, con le mani dietro la schiena.

E poi, continuò più sommessamente, non so come prenderà la presenza di una donna nuova nella mia vita. Di te, Francesca.

Andrà tutto bene, rispose sicura la donna. Non tormentarti in anticipo.

Ma dove sono? ripeté Sergio Paolo per la milionesima volta e si affacciò alla finestra.

Sei proprio impaziente, lo rimproverò Francesca con un sorriso tenero. Forse cè traffico. Ringrazia che almeno viene a trovarti. Non dovevi lasciarla partire allestero per studiare, così lavresti avuta qui più spesso.

La scelta è stata mia, replicò deciso Sergio Paolo. La carriera diplomatica è nobile, garantisce uno stipendio adeguato. Mia figlia non deve farle mancare nulla.

E adesso non ha certo problemi di soldi, osservò Francesca. Sostieni ogni suo capriccio.

Ho le mie ragioni per farlo, disse con una vena di malinconia. Lo sai bene.

Lo so, si avvicinò, lo abbracciò. Tua moglie è morta quando Lucrezia aveva appena cinque anni. Hai mosso il mondo per salvarla, senza badare a spese, i migliori specialisti, i viaggi in Svizzera Non è servito. Non è colpa tua. Ti sei chiuso nel lavoro per anni, ti sei dedicato solo a Lucrezia. Poi sono arrivata io.

Lui le accarezzò il viso, la baciò sulla fronte e disse piano:

Arrivare tu nella mia vita è stato come tornare a respirare. Ma avrò dato abbastanza a Lucrezia? Sempre assente, sempre in ufficio

Le hai dato tutto, rispose Francesca. Istituto privato, lezioni ovunque, viaggi. Un padre così lo avrei voluto anchio.

Già sorrise lui, amaro. Ha fatto scherma, pittura, pianoforte. Ho seguito ogni sua passione. Così non ha sprecato il tempo in sciocchezze come spesso succede nei figli delle famiglie benestanti. Niente spiagge caraibiche, ma campi linguistici. Ora ha amici dappertutto.

Ricordo, annuì la donna. E quando disse che lInghilterra era il suo sogno, tu le hai dato fiducia.

Non mingannavo. Lei non dovrà mai affrontare le difficoltà che ho vissuto io. Mio padre portava il pane a casa come operaio, la mamma era sarta. Sono cresciuto sapendo che tutto andava conquistato. Studiavo, sapevo che una laurea era solo linizio; il resto dipendeva dalla mia volontà.

Sei stato straordinario, affermò Francesca. Ma tua moglie era lei a starle più vicina. Dopo la sua morte, hai pensato di compensare lassenza con regali e tate.

Ho trascorso troppo poco tempo con lei sospirò Sergio Paolo. Basta, chiamo lautista.

Uscì dalla camera e, nel corridoio, incrociò Maria Pavan, la governante, per oltre dieci anni vero pilastro della casa e seconda madre per Lucrezia. Donna bassa e robusta, con occhi acuti ma buoni.

Nessuna notizia? domandò lei sottovoce.

Nulla, confessò Sergio Paolo, sentendo il nodo nello stomaco stringersi.

Lo sa come le dirà tutto? chiese Maria, abbassando ancora la voce perché Francesca non sentisse.

Non ci riesco, ammise lui. Ho paura che Lucrezia non approvi. Dopo la morte di mia moglie sono rimasto solo, ma sono umano anchio. Ho amato e amerò sempre mia moglie, non voglio rinunciare alla speranza di essere ancora felice. Non posso restare solo per sempre.

Ha avuto altre donne, osservò Maria caustica. Ma nessuna lha mai presentata a Lucrezia.

Perché capivo quanto fosse stato duro il lutto per lei. Ancora oggi le manca la madre, anche se la ricorda appena. Ma Francesca è diversa. Con lei ho riscoperto la leggerezza. Lucrezia lo deve capire. Francesca è buona, sincera, speciale. Si adoreranno, ne sono certo. Io le amo tutte e due.

Tacque, ripensando al primo incontro con Francesca. Un vecchio amico, decano della Facoltà di Economia della Statale, lo aveva invitato a raccontare agli studenti la sua storia: come ce laveva fatta un ragazzo di periferia a diventare amministratore delegato di una grande azienda. Accettò, e al suo arrivo venne accolto da una docente raffinata in tailleur scuro e occhi vivaci: Francesca Andreoli. Dopo la conferenza, chiacchierarono a lungo in un caffè vicino, scoprendo di avere molto in comune. Lei era single da anni, niente figli, tutta dedita alla carriera. Da lì, tutto cambiò.

Forse doveva avvisare Lucrezia prima, sospirò Maria Pavan.

No, fu categorico lui. Al telefono certe cose non si dicono. Mia figlia ha un carattere forte, rischiavo di non vederla neanche tornare. Meglio affrontarla a quattrocchi, seduti a tavola, da famiglia.

Maria scosse la testa, ma proprio allora guardò fuori dalla finestra e gridò:

Arrivano, Sergio Paolo! Eccoli!

Lui si precipitò verso il portone, uscendo sul vialetto. Unelegante berlina nera si fermò davanti al cancello. Ne saltò fuori una ragazza in abito leggero e sandali con zeppa esagerata.

Papà! esclamò Lucrezia, correndo ad abbracciarlo.

Tesoro mio, la stringeva stretto, baciandola sulle guance. Comè andato il viaggio? Perché ci avete messo così tanto? Ero in pensiero.

Le strade sono trafficate, papà, sorrise lei.

Lautista, uomo avanti negli anni con il volto segnato, scaricava due enormi valige.

Era tutto bloccato, dottore, perdono, spiegò.

Adesso siete qui, concluse Sergio Paolo, sollevato.

Fece un cenno a Francesca, rimasta qualche passo indietro, con aria apprensiva. Sergio Paolo prese la figlia per mano e la portò davanti alla donna.

Lucrezia, ti presento Francesca.

La donna sorrise, porgendole la mano con eleganza.

Piacere di conoscerti.

Ma Lucrezia non ricambiò il gesto. Scrutò Francesca dalla testa ai piedi il tailleur costoso ma sobrio, il raccolto ordinato, pochissimi gioielli e senza dire nulla la ignorò, entrando in casa ostentatamente. Sergio Paolo sentì il sangue ribollire tra vergogna e dolore.

«Viziata,» pensò amaramente, «mi ha rovinato un momento così importante. Ora gliela faccio pagare.»

Abbracciò Francesca, la strinse, le sussurrò allorecchio:

Amore, non ci far caso. Per lei è una notizia troppo grande. È colpa mia, Maria aveva ragione: avrei dovuto prepararla prima. Entriamo, ci sediamo, facciamo colazione insieme. Vedrai, si scioglierà. Ti imparerà a conoscere, e ti vorrà bene come me.

Ma Francesca si staccò piano.

No, Sergio. Devo andare al lavoro, sono già in ritardo. Dovete stare un po soli, non te la prendere.

Gli sistemò la cravatta, gli tolse una piega dalla giacca e si allontanò verso la sua auto. Sergio Paolo la seguì con lo sguardo, rientrò in casa e trovò la figlia in salotto, in piedi, con aria di sfida e le mani sui fianchi.

Lucrezia, disse in tono duro, capisco che il viaggio sia stato lungo, ma questo comportamento è inaccettabile.

Inaccettabile? ribatté lei provocatoria. In casa mia mi comporto come voglio. Spiegami chi è quella donna e perché gira per casa nostra.

Volevo spiegartelo, rispose contenendosi, ma ti sei comportata come una bambina viziata senza voler ascoltare.

Allora parla.

Si sedette, accavallò le gambe e lo fissò, gelida.

Sono quasi un anno che sto con Francesca, continuò con calma. È diventata centrale per me. Ti chiedo di portarle rispetto.

E la mamma? negli occhi azzurri di Lucrezia brillavano le lacrime. La mamma, papà?

Lui le reggeva lo sguardo con dolce fermezza.

Amo ancora tua madre. È sempre nel mio cuore. Non smetterò mai di volerle bene: mi ha dato te, la cosa più preziosa. Ma il tempo passa, figlia mia, bisogna andare avanti. Quando ho incontrato Francesca, mi sono reso conto che meritavo ancora la felicità. Anche lei fa parte della famiglia. Spero che saprete conoscervi. Ci tengo molto.

Ci credo poco, ribatté lei, offesa, alzandosi. Vado al ristorante, ho appuntamento con le ragazze.

Lucrezia, non abbiamo finito!

Ma lei già saliva le scale e chiudeva la porta con uno schianto. Sergio Paolo rimase in salotto, oppresso dallangoscia. Sentì i passi rapidi, i tacchi sulla scala e il portone che si richiudeva.

Lucrezia si accomodò dietro la berlina, dette lindirizzo del più elegante ristorante del centro. Durante il tragitto scrollava il profilo Instagram, rispondeva ai messaggi delle amiche. Allingresso fu accolta da un elegante portiere e dalla hostess, che la accompagnarono con sorrisi di rito a un tavolo sulla terrazza con vista su tutta la città illuminata.

Lu! gridarono le amiche. Finalmente! Racconta, comè Londra? Sei abbronzatissima, sembri appena tornata dai Caraibi!

Ma quale Londra, Lucrezia prese un flute di prosecco, bevve, iniziò a mostrare le foto sul telefono. La settimana scorsa ero a Parigi, a Capodanno in Austria. Guardate qui che panorama. Appena sono arrivata, son stata male: qui è tutto grigio e piccolo. Come fate a vivere qui?

Alessandra, una delle ragazze, tentò di intervenire:

Io questanno sono stata in Costiera con i miei

Lucrezia la interruppe:

Io volo ormai solo con jet privati. Guardate questa foto la yacht dei miei amici americani. Un capolavoro! Qui non cè neanche il mare. Se avessi potuto, ne avrei comprata una a papà.

Io sono stata con il mio ragazzo in Sicilia, aggiunse Giulia, mostrando uno scatto sulla barca.

Lucrezia rise:

Quella la chiami yacht? Tesoro, sembra una scialuppa. E poi il costume che porti è imbarazzante. Comprato alle svendite? Fa difetto, ti fa le maniglie. Guarda il mio fisico invece io in palestra ogni giorno, la moda la seguo a Milano. Qui siamo provinciali.

Fece una giravolta davanti alle amiche.

Shopping solo nei boutique di via Montenapoleone, mai badato a spese. Qui la moda si trova? Non scherziamo. Nei vostri palazzoni tristi nemmeno arriveranno mai. La vita vera è fuori, viaggiando, allestero: festival, teatri, eventi, musei. Qui non cambia mai niente, nemmeno le buche sulle strade.

Ma noi stiamo bene, timidamente disse Alessandra.

Parli facile tu che non sei mai andata oltre Ventimiglia, sorrise sprezzante Lucrezia.

E a cosa mi servirebbe? Ho i miei qui, il mio ragazzo.

Io non sposerò mai un italiano, dichiarò con sdegno. Solo straniero. E per ora la carriera, il matrimonio può aspettare. E per favore, basta con questi vini imbevibili.

Dai Lu, abbiamo ordinato il Barolo più caro della carta! A me sembra buonissimo!

Non avete mai bevuto quello che mi servevano in Toscana dai miei amici. Lì i vigneti sono un sogno, festa a Firenze, ho anche vinto una bottiglia preziosa. Qui… che noia.

Anche io sono stata a una festa del vino, cercò di dire Alessandra.

Ma Lucrezia si alzò di scatto.

Ragazze, io vado. La cucina è peggiorata. Si mangiava meglio mille volte quando cucinava Maria, la governante.

Raccolse la borsa e se ne andò, ignorando i saluti. Le amiche restarono sedute, ammutolite.

La sera, tornando, trovò la casa piena di luci. In cucina, sentiva le risate del padre e di Francesca seduti davanti a un bicchiere di Chianti. Sergio Paolo si volse e la vide sulla soglia.

Unisciti a noi per cena, Lu!

Non ho fame, borbottò e salì in camera.

Domani non prendere impegni, chiamò il padre dietro di lei. Stiamo organizzando una cena, vengono i miei amici, i colleghi. Voglio che tu sia con noi. Lo abbiamo atteso apposta per il tuo ritorno.

Lucrezia non rispose, rimase a lungo, in piedi nella sua stanza a ripensare ai poster sbiaditi, ai libri dimenticati. Dentro sentiva solo vuoto e rabbia.

Il mattino dopo, la casa era tutta in fermento. Maria dalla cucina cucinava senza sosta; Francesca era impeccabile in abito da cocktail e apparecchiava con gesti precisi. Sergio Paolo, elegantissimo, controllava ogni dettaglio nella sala.

Lucrezia scese tardi, pranzò in silenzio e tornò nuovamente in camera. Verso sera indossò il vestito più elegante, si truccò con cura, si presentò in sala quando già gli ospiti erano numerosi: colleghi del padre, vecchi amici, personaggi di spicco milanesi con le mogli ingioiellate e lorchestra in quartetto darchi ad accompagnare le portate degli chef. Camerieri in guanti candidi servivano prosecco ghiacciato e finger food.

A un certo punto, Sergio Paolo batté un cucchiaino sul calice per richiamare attenzione.

Amici miei! Silenzio, per favore.

Siamo tutto orecchi, Sergio! gridò qualcuno.

Oggi per me è un giorno importante, dichiarò. Restò in piedi e trasse Francesca accanto a sé. Accanto a me cè una donna che mi ha restituito la vita. Sono grato al destino e a lei, perché voglio trascorrere tutti i miei giorni insieme. Le ho chiesto di sposarmi. E lei mi ha risposto

Il silenzio era totale, molti avevano già gli occhi lucidi.

Sì, disse Francesca, semplice e soddisfatta.

Presto ci sarà il matrimonio, annunciò Sergio Paolo.

Applauso fragoroso, brindisi, risate. Tutti a congratularsi, tra baci, abbracci, scherzi. Ma Lucrezia restava in un angolo, il prosecco in mano, viso torvo.

Le si avvicinò Maria.

Lu, che fai qui da sola? Nemmeno ti sei congratulata. Guarda come sono felici.

Felici? sferzò lei, con la voce impastata, dopo tre bicchieri. Finalmente le nozze del mio papino! Chissà che gioia! Onestamente, non capisco questa allegria.

La voce si fece più alta; gli invitati iniziarono a voltarsi.

Perché, vedete, il mio papà ha trovato una donnetta e vuole risposarsi. Complimenti! Tanti auguri! Spero nel divorzio lampo.

I presenti sbiancarono. Sergio Paolo strinse i pugni, respirò a fondo.

«Sciagurata, ecco la riconoscenza per tutto quello che le ho dato»

Si impose la calma, conscio che una sfuriata sarebbe servita solo a peggiorare.

Per favore, vai nella tua stanza, disse piano ma fermo.

E io che ho fatto? Ho detto la verità. In casa mia posso dire quello che mi pare.

Non dimenticare, la voce coltelli questa casa lho costruita io, con il mio lavoro. E non tollero altre scenate così. Su, sbrigati.

Come vuoi, gettò il bicchiere su un tavolo e lasciò la sala a testa alta, senza salutare.

Latmosfera si fece tesa; qualcuno cercò di sciogliere la tensione con una battuta, ma la festa era ormai rovinata.

Lucrezia si chiuse in camera, sedette sul letto, stringendo le braccia al petto. Si sentiva ferita, tradita.

«Come ha potuto parlarmi così? Per una donna, per lei ha cancellato la memoria di mamma. Anche me. Diceva che eravamo tutto per lui, e ora… Che sposo a quelletà, poi!»

Le lacrime le bagnarono il cuscino e si addormentò quasi subito, esausta e oppressa.

Si svegliò quasi a mezzogiorno, il sole alto sulle lenzuola. Si stiracchiò, scese in soggiorno.

Buongiorno, papà, si sedette come nulla fosse.

Ieri hai passato il limite, la voce del padre era gelida. Lucrezia alzò il sopracciglio, stupita. Mi hai messo in imbarazzo davanti a tutti, hai mancato di rispetto a Francesca. Dimostri solo egoismo: non ti interessa nulla che non siano i miei soldi. Nemmeno una telefonata per chiedermi come sto senza secondi fini. Solo quando hai bisogno di soldi. Tanto aspettavo il tuo arrivo, speravo dividessi la mia felicità. Invece hai distrutto tutto. Mai avrei pensato che mia figlia crescesse così.

Bravissimo, Lucrezia scattò in piedi. Me ne vado! Non hai più una figlia!

È una tua scelta, rispose calmo lui. Non ti fermerò.

Benissimo! Resta pure con Francesca, se ci tieni tanto.

Salì sbattendo i piedi. In camera buttò a caso i vestiti nel trolley, decisa a scomparire.

«Io chiedere scusa? Proprio no! Me la caverò, e tu goditi la tua nuova sposa.»

Si vestì, prese la valigia e, senza salutare nessuno, andò verso il cancello. Lautista lavava la macchina.

Mi accompagni in centro, ora.

Mi dispiace, Signorina Lucrezia, luomo abbassò lo sguardo. Ordine di suo padre: non devo portarla da nessuna parte.

Papino, eh? sbuffò. Prenderò un taxi.

E si mise a fare l’autostop. Le auto passavano, nessuna si fermava. Dopo dieci minuti, una vecchia Fiat Panda bianca rallentò. Lucrezia fece una smorfia disgustata, ma quando il finestrino si abbassò e apparve un ragazzo moro, con camicia a quadri lisa e jeans sdruciti sulle ginocchia, ebbe un moto di sollievo.

Serve un passaggio? sorrise lui.

No, grazie, rispose velenosa.

Mi sembrava aspettassi proprio un passaggio. Vieni, non guardare la macchina: sono rapido, ti accompagno dove vuoi.

Ho detto che non mi serve il tuo aiuto.

Sul fondo strada una berlina nuova sfrecciò senza accennare a fermarsi.

Aspetterai a lungo, commentò il ragazzo. Qui nessuno raccoglie chi fa lautostop. Puoi rimanere tutto il pomeriggio.

Fatti gli affari tuoi.

Sali. O hai paura? Prometto, sono onesto.

Non ho paura di nessuno!

Ah, rise lui. Non ti piace mescolarti con chi non ha i soldi. Ma tranquilla, non ti lascio qui sola: sarei senza coscienza.

Lasciami perdere!

Alla fine dovette cedere. Lui scese, le aprì la porta, caricò la valigia nel portabagagli. Dentro, odore di sedili vecchi e deodorante da supermercato. Sulla parabrezza, moscerini seccati. Lucrezia storse di nuovo il naso.

In quale hotel vuoi andare? chiese il ragazzo.

AllHotel Excelsior, il più caro della città.

Come vuoi. Io sono Andrea. E tu?

Lucrezia.

Lauto non lho trovata in discarica, se lo pensi, ironizzò lui.

Io mi vergognerei a portare in giro le persone, tagliò corto. Vale più la mia borsa della tua macchina.

Per me questauto è un ricordo di mio nonno.

E tuo padre non poteva regalartene una vera?

Preferisco guadagnarla con le mie mani.

Temo che col tuo stipendio non la vedrai mai.

Lui parcheggiò davanti allhotel. Andrea scaricò il bagaglio, ma lei rifiutò ogni aiuto e si avviò diretta alla reception.

Suite, grazie, buttò il passaporto al banco.

Buon pomeriggio, sorrise laddetta. Pagamento con carta?

Lucrezia appoggiò la carta al lettore. Bip.

Transazione rifiutata.

Impossibile, tagliò corto.

Provò altre due carte. Tutto inutile.

Forse ha dei contanti? chiese la receptionist.

Ormai in Europa nessuno usa più i contanti! Chiamate subito il direttore.

È momentaneamente occupato.

Lo pretendo! Ditegli che cè Lucrezia Cavalli.

Dopo qualche minuto arrivò un distinto signore in giacca. Era Michele Simonetti, amico storico del padre.

Zio Michele, si lamentò lei, aiutami, papà mi ha bloccato le carte.

Avete litigato? disse con tono comprensivo.

Sì. Ma come lo sai?

Mi ha chiamato lui. Mi ha chiesto di non aiutarti. Scusami, ma non posso. Te lo dico da amico: ti sei comportata male.

Ma siete tutti contro di me! Nemmeno una stanza?

Mi spiace. Ti ho promesso di non andare contro tuo padre. Devo mantenere la parola.

Fai come ti pare.

Uscì infuriata. La Panda era ancora lì; Andrea stava pulendo i fanali.

Mi stai seguendo? lo aggredì.

Sono tassista, aspetto i clienti.

Bene, allora portami da una mia amica.

Troppo caro lalbergo, vero?

Sei spiritoso, ora?

Lui tacque. Lucrezia improvvisamente crollò e cominciò a parlare, le lacrime che minacciavano.

È tutta colpa di papà. Vuole risposarsi, tradisce la memoria di mamma, chiede che io accetti quella donna. Francesca gira per la nostra casa, usa le cose di mamma. Io non ci sto! Se per lui conta più lei, può tenersela. Io non ci metto più piede.

Andrea ascoltava in silenzio. E Lucrezia, per la prima volta, si sentì più leggera.

A casa dellamica non cera nessuno, era fuori città. Laltra, Cristina, la ricevette con freddezza, ricordandole le offese al ristorante e le chiuse la porta in faccia. Lucrezia restò sulluscio, si sedette su una panchina e scoppiò a piangere.

Andrea non era partito.

Che cè? domandò.

Nessuna delle mie amiche mi vuole vedere più. interruppe singhiozzando. Finché cerano i soldi, tutte ai miei piedi. Ora sono sola. Non posso nemmeno tornare a casa.

Posso aiutarti, propose lui dopo una pausa. Ho una sistemazione modesta, ma gratis.

La portò nella periferia della città. Un palazzone grigio, un monolocale dal decoro daltri tempi, tappezzeria stanca e mobili antichi, ma pulito.

Ma che incubo è questo? sibilò guardandosi intorno.

Questa è casa. Se non ti va bene, la porta è lì.

Lei serrò la mascella e, ricordando di non avere scelta, tacque.

Iniziava così una vita nuova. Andrea lavorava in fabbrica e la sera faceva il tassista. Lucrezia passava ore sdraiata, lasciando tutto in disordine, senza toccare neanche un bicchiere. Andrea sopportò qualche giorno, poi sbottò:

Lucrezia, qui nessuno ci fa le pulizie. Non puoi lasciare tutto in giro. Non sono abituato al caos.

Non ho fatto la domestica io! Posso rovinarmi le mani ho pure la manicure!

Quella si rifà, la coscienza se ne va, rispose calmo.

Il giorno dopo, le parole del padre tornarono nella sua mente. Comprese che era vero: davvero non aveva mai chiesto come stesse suo padre. Ebbe vergogna.

Si fece assumere come commessa nel negozio della zia di Andrea, Maria Pavani. Allinizio trattò male una cliente, che uscì in lacrime. Maria fu scioccata, ma Andrea intervenne:

Dagli tempo, zia. Non la licenziare.

Bisogna pesare le parole, le disse poi.

Io dico solo la verità.

Ma la verità senza gentilezza è crudeltà.

Questa frase la fece riflettere sul serio. A poco a poco imparò. Cominciò a pulire, mettere a posto, cucinare. Andrea non lodava mai, ma una sera disse:

Buona, la pasta, oggi.

E fu come ricevere un premio mai avuto.

Dopo un paio di settimane, fu colpita da un attacco di appendicite. Andrea la accompagnò lui in ospedale, pagò i farmaci, chiamò casa. Sergio Paolo era in viaggio daffari, ma Francesca arrivò subito.

Lucrezia, pallida in corsia, aprì gli occhi e vide Francesca entrare col sorriso, un mazzo di fiori e le arance in mano.

Come ti senti? chiese la donna piano.

Grazie di essere venuta, sussurrò Lucrezia, e le lacrime sgorgarono. Mi scusi. Mi sono comportata malissimo. Mi vergogno.

Francesca le prese la mano.

Amiamo lo stesso uomo. Facciamolo felice insieme. Ricominciamo?

Lo voglio, debolmente annuì Lucrezia.

Dopo qualche giorno fu dimessa. Tornò a casa. Francesca sulla soglia le sussurrò:

Sei forte. Supererai anche questa.

Dopo una settimana Sergio Paolo tornò. Vedendo la figlia, restò di sasso.

Papà scusa. Sono stata egoista.

Amore mio! la strinse piangendo.

A cena raccontò ogni cosa: Andrea, il lavoro, il negozio, la fatica di diventare diversa.

Avevi ragione tu. Ti chiamavo solo per il denaro. Ora so cosa hanno valore: il lavoro e le persone.

Sergio Paolo rimase in silenzio, poi:

Ti amo, figlia mia. E sono fiero di te.

Il mese seguente ci fu il matrimonio: semplice, in campagna, tra gli ulivi. Francesca aveva un abito bianco, Sergio un completo blu notte, Lucrezia testimone per il padre.

Prima di tornare a Londra, Lucrezia invitò Andrea a cena. Lui arrivò con la sua Fiat Panda e Sergio Paolo lo ringraziò:

Avete fatto un miracolo. Ho ritrovato una figlia migliore, grazie a voi.

Ho solo fatto il mio dovere, arrossì Andrea.

Poi Lucrezia raggiunse Andrea in cortile. Abbracciava lorlo del vestito.

Ti mancherò?

Certo.

Andrea, bisbigliò, tu mi piaci. Solo tu sei rimasto quando tutti sono spariti. Non so come dirtelo

Ma lui la baciò prima che potesse continuare.

Tre mesi più tardi, Andrea prese un volo per Londra a Capodanno. Passeggiarono tra le luci di Trafalgar Square, risero, scoprirono finalmente la bellezza della semplicità. Quella sera, tra il profumo di castagne arrosto e le feste, Andrea si mise in ginocchio, tirò fuori una scatolina di velluto.

Vuoi sposarmi?

Lucrezia pianse di gioia, poi sussurrò:

Sì.

***

Le vite si piegano, franano, si rialzano. Sergio Paolo, per anni solo, ha imparato ad aprire il cuore. Francesca, donna di scienza, ha conosciuto la tenerezza. Lucrezia ha scoperto che la ricchezza vera non si misura in euro o firme, ma in atti e parole. Andrea, un ragazzo ai margini, ha dato senza chiedere nulla in cambio: è stato questo a sciogliere il gelo nel cuore di chi credeva di valere solo per ciò che possedeva.

La vita insegna che cambiare è possibile, se accanto hai chi, invece di giudicare, ti tende la mano. Solo chi tocca il fondo può vedere davvero la luce. Solo perdendo tutto si trova ciò che conta: amore, lealtà, il coraggio di chiedere scusa.

Alla fine, non conta quanto hai, ma chi, nel momento più buio, verrà a sedere accanto a te, portando un fiore senza pretesa. Lucrezia lo ha trovato. Ed è la sua fortuna più grande.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eleven + six =