Ho frequentato una donna per quasi un anno, non ho mai badato a spese per lei e suo nipote. Ma appena le ho chiesto di prepararmi dei cannelloni da portare a casa, ho subito capito quale fosse il mio vero posto.

Stavo frequentando una donna quasi da un anno, non ho mai lesinato su spese per lei e per suo nipote. Ma è bastato che chiedessi di portare a casa qualche suo panzerotto e ho subito realizzato il mio vero posto nella sua vita.

Il cameriere ci aveva appena posato davanti un contenitore di plastica, nel quale aveva gentilmente disposto la fetta quasi intatta di torta al cioccolato. Laura, con evidente soddisfazione, si era subito impossessata della scatoletta. Eravamo seduti in un buon caffè nel centro di Firenze, dove la musica scorreva lieve tra i tavolini, mentre dentro di me saliva piano un sordo fastidio.

Stavamo insieme da quasi un anno. Io, Massimo, ho cinquantotto anni, lei cinquantaquattro. Entrambi con storie di matrimoni alle spalle, divorzi, figli ormai adulti e, ovviamente, nipoti. Io due, una ragazza e un ragazzo. Lei uno, il piccolo Tommaso, sei anni, il «re di casa» come lo chiama lei. Lho visto solo un paio di volte di sfuggita, ma credo di sapere di lui più che delle mie analisi del sangue.

Laura ripose il contenitore nella borsa e mi rivolse quel suo sorriso dolce, quello stesso che mi aveva fatto perdere la testa ai tempi.

Tommaso impazzisce per il cioccolato, disse. Ormai sono piena, non ne voglio più. Peccato sprecarlo, no?

Annuii in silenzio, chiamai il cameriere e pagai il conto. Anche la torta, il mio caffè, la sua insalata: tutto compreso. I soldi non erano il problema, non era la somma, ma la modalità che si era instaurata da alcuni mesi. Insistevo a farmi andare bene tutto, giustificando la sua «tenerezza da nonna». Quando poteva e quasi sempre pagavo io , Laura portava a casa tutto il prendibile «per far felice il suo adorato nipote».

Il primo campanello dallarme, lo ricordo bene, era suonato tre mesi fa. Andammo al cinema per un film molto atteso. Io comprai i biglietti, lei chiese una maxiporzione di pop-corn al caramello e una lattina di Fanta.

Mi sorprese. Di solito sta attenta alla linea, evita i dolci. Pensai volesse semplicemente concedersi una coccola. Arrivati in sala, la luce si spense. Allungai la mano verso il contenitore ma lei lo teneva sulle ginocchia, ben chiuso, avendo chiesto apposta il coperchio.

Non ti va? sussurrai. Sono buoni.

In realtà li porto a Tommaso. Dorme da me stasera e adora i pop-corn del cinema, rispose sottovoce.

Rimasi lì, con la Fanta in mano. Stava usando la mia spesa per il nipote, senza parlarmene. In sala mangiai poco: ormai il secchiello sembrava sorvegliato speciale. Finito il film, accompagnai Laura a casa e lei uscì tutta contenta, il pop-corn stretto come un tesoro. Io mi sentii un corriere… e anche il pagatore.

Non era certo per necessità, Laura guadagna bene, veste con gusto, ha la sua macchina. Non rinuncia a nulla.

La vera scossa è arrivata sabato scorso. Laura mi invita a pranzo da lei, mi promette i suoi panzerotti, tanto decantati. Arrivo con una bottiglia di buon Chianti, frutta e un bel vassoio di bresaola: volevo arricchire la tavola. In cucina cera un profumo inebriante di pasta e forno, una voglia di restare.

Sul tavolo, coperta da uno strofinaccio, una ciotola colma di panzerotti appena fatti. Ci sediamo, lei versa il tè e ne dispone cinque sul mio piatto.

Mangia, Massimo, che sono caldi, mi dice.

Erano davvero squisiti. Ne mangio tre con la carne e due con le verdure, mi sento pieno e felice. Chiacchieravamo, si stappò il vino, il clima era da vera casa.

Laura, sono una meraviglia, le dico appoggiandomi alla sedia. Stasera vengono i miei nipoti, me li porta mia figlia. Mi lasceresti qualche panzerotto da portare a casa loro? Sono stanchi delle solite cose confezionate, mia figlia non è proprio cuoca…

E lì, succede quello che non mi sarei mai aspettato.

Laura dimprovviso cambia. Fino a un attimo prima sorridente e accogliente, ora dimprovviso si irrigidisce, gli occhi diventano freddi, quasi defensive.

Oh Massimo… dice, con un tono che vuole sembrare gentile, ma già duro. Mi dispiace, ma posso dartene proprio pochi. Stasera viene Tommaso, li ho preparati più che altro per lui.

Si alza, va verso la ciotola (giuro, ce nerano almeno trenta), fruga, prende un sacchetto trasparente e ci infila… tre panzerotti. Due con le verdure, uno con carne.

Ecco, mi dice porgendomi quella bustina misera. Fagli assaggiare, ma così Tommaso avrà la sua cena.

Guardo quel sacchetto minuscolo e sento un bruciore di rabbia. Sul tavolo cè una montagna di panzerotti. Ho appena portato vino, frutta, pesce. Non le ho mai fatto mancare nulla. E lei davvero fatica a lasciare ai miei nipoti qualche panzerotto in più?

Ma Laura, ce nè uninfinità… provo a sdrammatizzare, dentro però comincio a esplodere. Tommaso non li finirà, lasciane almeno uno a ciascuno dei miei nipoti, sono due!

Lei stringe le labbra, ricopre la ciotola come se dovesse difendere un tesoro e scandisce:

Massimo, ho contato tutto. Avevo promesso i panzerotti a Tommaso. Non te la prendere, ma non posso distribuire tutta la roba che preparo. Hai mangiato, ti sono piaciuti, va bene così. Questi sono per mio nipote.

Lo chiamò proprio così: “distribuire”. Come se fossi uno scroccone di passaggio, non la persona con cui sta costruendo un rapporto, quella che le aveva appena rifornito la tavola.

Perché nei suoi pensieri devo venire dopo un bambino di sei anni?

Mezzora dopo me ne sono andato, dicendo che avevo da fare. I tre panzerotti sono finiti sul sedile del passeggero, e quellaroma che poco prima sapeva di casa, ora mi dava solo fastidio, come un odore di finto. Cercavo di capire cosa le passasse per la testa, ma le conclusioni erano amare.

Ho sempre creduto che in una relazione sana al centro ci fossero due adulti. Noi siamo il pilastro luno per laltro. Figli e nipoti sono importantissimi, certo, ma dopo. Con Laura è il contrario: il sole della sua orbita è il nipotino. Lui è tutto. E io chi sono allora? Un bancomat, utile a pagare caffè, cinema e pop-corn da portare via?

Quando pago una torta per suo nipote è normale, siamo quasi famiglia, anche se dopo un anno non cè davvero una famiglia. Se chiedo qualche panzerotto per i miei nipoti non si può distribuire. Un dare a senso unico. Il suo nipote è lerede privilegiato che mangia il meglio, i miei possono anche accontentarsi di tre panzerotti. E lei pare non rendersi conto di quanto fosse avvilente darmi da adulto una bustina minuscola, mentre nascondeva una ciotola piena.

A casa i nipoti erano già arrivati. Mia figlia, stanca, sistemava la spesa.

Oh papà, profumo di panzerotti!

Ho tirato fuori la bustina e mi sono sentito a disagio.

Li manda la signora Laura, ho detto senza incrociare gli occhi di mia figlia. Assaggiate.

Sono spariti in un attimo. Saporiti davvero.

Ce ne sono ancora, nonno? chiede mia nipote, lecca le dita.

No tesoro, bastavano questi, rispondo e mi rifugio sul balcone con una sigaretta.

Stare lì fuori, nel fresco tra le luci della sera, mi ha fatto riflettere: che senso ha tutto questo? Che senso ha una donna per cui i miei soldi sono di tutti quando riguardano il suo nipote, ma i suoi panzerotti restano sacri? Non è mai una questione di cibo, il cibo si compra. È una questione di rispetto.

Lei nemmeno ha capito di avermi ferito. Più tardi mi chiama, allegra: È arrivato Tommaso, ha mangiato di gusto, sta guardando i cartoni felice. Io ascoltavo in silenzio. Avrei voluto dirle: I miei mi hanno chiesto se ce ne fossero altri, e ho dovuto dire di no. Ma non lho fatto.

E allora mi chiedo: vi siete mai trovati di fronte a questi doppi pesi? Quando il meglio va sempre dalla stessa parte e da te ci si aspetta solo di dare? Vale la pena parlarne, chiedere spiegazioni? O forse, come dice mia madre, le donne sono solo tirchie di natura e io ormai inizio a lamentarmi come i vecchi?

Oggi ho capito che nella vita contano le priorità: se non ti mettono al centro, un giorno te ne accorgerai da solo. E meglio rendersene conto in tempo che illudersi di essere importanti dove non lo sei.

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Ho frequentato una donna per quasi un anno, non ho mai badato a spese per lei e suo nipote. Ma appena le ho chiesto di prepararmi dei cannelloni da portare a casa, ho subito capito quale fosse il mio vero posto.
Il miracolo di Capodanno Olga Alessandrovna e Pietro Vasilievich hanno deciso di festeggiare il Capodanno a casa, da soli. Era arrivato un momento triste in cui la salute non permetteva loro nemmeno piccoli viaggi. E poi, ormai, non avevano quasi più nessuno da andare a trovare. Il cerchio di parenti e amici si era assottigliato. Hanno provato a convincere la sorella di Pietro Vasilievich a unirsi a loro, ma lei ha rifiutato senza esitazione, decisa a trascorrere il Capodanno da sola. Nessuna insistenza è servita a farle cambiare idea. Ebbene, ognuno è libero di fare ciò che vuole! Improvvisamente il campanello dell’appartamento ha squillato. Pietro Vasilievich, sorpreso, è andato ad aprire la porta chiedendosi chi potesse essere. Sulla soglia c’erano i vicini di casa – una giovane famiglia composta da Alessio, Elena e la loro piccola Veronica. – Ecco, ci hanno chiamati urgentemente al lavoro. Potete tenere con voi la nostra bambina? È già sera, tra poco andrà a dormire, e noi torneremo domattina. Portarla con noi in ospedale le toglierebbe la gioia di aspettare il Capodanno. Lei ci teneva tanto a questa notte, e da noi in chirurgia non c’è nemmeno un alberello. E poi, cosa farebbe una bambina tra i malati? Possiamo contare su di voi? I volti dei vicini erano preoccupati, e Veronica sembrava già sul punto di piangere. E le lacrime di un bambino, soprattutto a Capodanno, non ci stanno mai. Pietro Vasilievich ricordava di aver letto che in Africa esiste una tribù dove i bambini non possono piangere: tutta la famiglia li distrae e li fa ridere. E così crescono tranquilli, sorridenti e pacifici. Da noi, invece, si dice: “Lascia piangere pure il bambino, le lacrime d’oro non cadono mica”. – Dai, lasciateci la vostra Veronica. Vieni con noi? Dai, vieni a vedere cosa abbiamo in casa. Quanti anni hai, fammelo vedere con le dita! – Tre, quasi quattro. La bimba parlava con chiarezza. – Ma allora sei già quasi grande! Entrate, su, non restate sulla porta. Olga Alessandrovna, accogli i nostri ospiti! – Gli ospiti sono sempre benvenuti. Vieni pure, abbiamo anche l’alberello. Piccolo, ma Babbo Natale saprà trovare anche lui e porterà i regali sotto il nostro albero. – Davvero li porterà? – Sicuro! – Anche per me? – Se festeggi il Capodanno con noi, certo che anche per te ci sarà. – Bene. Allora lo aspetterò qui da voi. – Chi? – Babbo Natale, ovviamente! Voglio salutarlo e ringraziarlo per il regalo. Perché altrimenti porta i regali e nessuno lo ringrazia. Quest’anno gli ho chiesto una bambola grande. Ma dove li trova, poi, tutti questi regali? Al negozio li vendono, e l’anno scorso mi ha portato proprio un giocattolo del negozio, con l’etichetta ancora attaccata. Veronica spalancò gli occhi e abbassò la voce. – Speriamo che non rubi… – Babbo Natale? Ma no! – rispose deciso Pietro Vasilievich. I genitori di Veronica augurarono buon Capodanno e andarono via pieni di sensi di colpa, mentre la bimba iniziava a esplorare la casa. – Ma che costume indossi? – le chiese Pietro Vasilievich. – Sono un fiocco di neve! All’asilo abbiamo ballato la danza delle neve sotto l’albero. E Babbo Natale ha portato i regali, solo che erano tutti da mangiare… Però se volete vi ballo la danza dei fiocchi di neve, e voi potete ballare con me! – Non siamo molto bravi a ballare, io e la nonna… – Proviamo! Basta saltellare e agitare le braccia. Le parole della canzone vi diranno cosa fare… Noi siamo i fiocchi di neve, Volando siamo arrivati qua! Leggeri come piume, Sempre freddi, si sa… … Veronica cantò e ballò, e i due anziani, pur impacciati, si trovarono a saltellare e muovere le braccia. Erano forse simili a candidi fiocchi di neve? Veronica ne era certa, e applaudì soddisfatta. Una volta finito il numero, risero tutti insieme seduti sul divano. – In tutta la mia vita sono stato tante cose! Militare, sono arrivato fino a generale, ma fiocco di neve mai! Mi è piaciuto, sai? – Io non sono mai stata fiocco di neve, ma la Fata delle Nevi sì, tante volte. E tu mi hai visto proprio in quel costume la prima volta, ricordi? Eri venuto a suonare alla festa. – Mi ricordo che pensavo fossi una ragazzina! Ti ho notata solo dopo, quando ti ho vista al ballo dell’Officers’ Club per il 23 febbraio, con quell’abitino di cotone, le scarpe beige col tacco e la collana rossa. E da allora mi hai conquistato per sempre. Ma sono davvero già 45 anni? Allora brindiamo al nostro anniversario! Non è che mi va di suonarvi una canzone, ragazze? È tanto che non prendo più in mano la chitarra. – Suona, e noi ascolteremo volentieri, io e Veronica. Pietro Vasilievich prese la chitarra e cantò guardando negli occhi la bambina: Occhi incantevoli, Avete incantato me! In voi c’è la vita, C’è la dolcezza, In voi ardono fuoco e carezze… Veronica batté le mani entusiasta. – E adesso quella sull’alberello, nonno! – Ma certo! “Nella foresta è nato un abete…” – Chi l’avrebbe detto che avremmo passato un Capodanno così bello? – disse Olga. – Pensavo avremmo passato la serata in silenzio e saremmo andati a dormire presto. Invece tra canti e balli… altro che fuochi d’artificio! Veronica si fece portare una poltrona vicino all’albero. Decisa ad aspettare Babbo Natale, si addormentò piano piano. Olga le preparò il letto nella stanza, Pietro la prese in braccio con delicatezza e la adagiò, baciandola sulla tempia. – Dormi, tesoro. Alla tua sorpresa penserà Babbo Natale. La mattina dopo, Veronica trovò una scatola enorme sotto l’albero: dentro c’era una bambola. – È venuto davvero! E io l’ho pure mancato… Grazie Babbo Natale! Gridò questa frase dalla finestra. – Secondo te mi ha sentita? – Certo, – sorrise Pietro. Ma dove avrà trovato il vecchio generale una bambola così bella proprio la notte di Capodanno? Rimase per sempre un mistero, anche per Olga Alessandrovna…