Per sua volontà
E dove credi di andare? sibilò Martina, appena notò che Isabella si stava preparando a uscire quindici minuti prima del tempo. La giornata lavorativa non è mica finita, sai.
Ragazze, ho una cosa urgente Isabella lanciò unocchiata supplichevole alle colleghe.
Ma nei loro occhi non vide un briciolo di pietà. Occhi freddi come quelli del ghiaccio.
Non voglio saperlo! Se adesso te ne vai, racconto tutto alla signora Elena Rossi, minacciò Martina.
Fai quello che preferisci, Isabella fece un gesto sprezzante con la mano, afferrò in fretta la borsetta dal tavolo e corse fuori dallufficio.
Sapeva benissimo che probabilmente il giorno dopo lavrebbero licenziata, ma non poteva fare diversamente. Anche se aveva un motivo che nessuno avrebbe definito serio, per lei era importantissimo. Peccato che nessuno lo capisse.
*****
Un mese prima.
Isabella era seduta nello studio della signora Elena Rossi, il cuore impazzito mentre attendeva il verdetto della direttrice.
E, nel frattempo, pregava silenziosamente tutti i santi affinché lassumessero.
A quanto pare lì in cielo qualcuno la stava proprio ascoltando.
Lei è adatta a noi, disse con tono severo la signora Rossi, esaminando ancora unultima volta i documenti sul tavolo. Ma la avverto subito
Isabella si tese. Restò impassibile.
Qualunque cosa avesse detto ora la signora Rossi, Isabella avrebbe accettato tutto.
Perché? Semplice: un posto con quello stipendio a Bologna non si trovava. E per lei, in quel momento, era questione di sopravvivenza.
Aveva deciso di adattarsi a tutto. Fino a un certo limite, almeno.
Nella mia azienda, continuava Elena Rossi, gli orari si rispettano. Gli impiegati devono entrare e uscire puntuali.
Isabella ascoltava attentamente, senza perdere una parola.
Se qualcuno viola il regolamento interno, scatteranno sanzioni e via la tredicesima. Se la cosa si ripete, la chiacchierata sarà breve: firmi la lettera di dimissioni e tanti saluti.
Isabella tirò un leggero sospiro di sollievo. Niente di terribile in fondo, pensò. La disciplina va di moda ovunque, ormai.
Ho spiegato chiaramente? chiese la direttrice aggiustandosi gli occhiali. Se arriverai tardi senza motivo, non sperare nella mia comprensione.
Stava per mettere via i documenti, poi si fermò e tornò a fissare Isabella.
Qui si lavora. I problemi personali, per favore, dopo il lavoro. È chiaro?
Sì, tutto molto chiaro, annuì Isabella. Quando posso cominciare?
Domani alle nove, sarebbe bene arrivare una decina di minuti prima.
Va bene.
E il cellulare in silenzioso, o spento, durante lorario dufficio. Sono le mie regole: non trattengo nessuno con la forza.
Mi sta bene tutto, signora Rossi. Grazie mille di avermi dato una possibilità.
Spero che non mi deluderai.
Isabella le era davvero riconoscente. Erano settimane che cercava lavoro e veniva sempre respinta.
Nessuno voleva una ragazza giovane e senza esperienza. Nemmeno con la lode alluniversità.
Ormai la lode te la stampi su internet, le aveva detto il responsabile del personale in un altro colloquio. Qui serve esperienza, non carta. Bisogna saper lavorare da subito, capisce?
Ma Isabella proprio non lo capiva. Come faceva a fare esperienza se nessuno la prendeva?
Elena Rossi era lunica che aveva deciso di darle una chance. E Isabella sentiva il peso di questa responsabilità. Doveva dimostrare di meritarsela.
*****
Lindomani Isabella, alle otto e venti, era già davanti alla porta dellufficio.
Allinterno, nessuno. Così attese che arrivasse il portinaio, il signor Nicola Ferretti.
Lui spuntò alle otto e mezza e rimase sorpreso di trovarla lì.
Stai qui da tanto? le chiese scherzoso, cercando le chiavi.
No, solo dieci minuti.
E come mai sei già qua? Vuoi farti vedere dalla signora Rossi, eh?
No, è che il mio autobus passa solo così presto. Con quello dopo rischio di arrivare tardi, preferisco essere in anticipo. Ho capito che qui la disciplina è sacra.
Eh, sì, rispose Nicola, aprendo la porta. Un caffè?
Non dico mai di no, rispose Isabella con un sorriso. Sentiva in lui un calore paterno che le scaldò davvero il cuore. Gesti semplici, ma oggi sono una rarità.
Isabella si avvicinò alla macchinetta del caffè, ma lui la fermò:
Ma dove vai? Lascia perdere.
La invitò nel suo piccolo stanzino, tirò fuori dalla borsa un grande termos e un sacchetto di cornetti appena sfornati.
Li ha preparati sua moglie? chiese Isabella, guardandolo impiattare i dolci.
Macché, li ho fatti io…
Davvero?
Eh, che cè? Vivo solo, devo arrangiarmi. Uso la ricetta di mia nonna. Assaggia, questi due sono con le mele, gli altri con la marmellata di more. Ce la fai a mangiarne un paio?
Ci provo, Isabella allungò la mano sorridendo.
Alle nove meno un quarto era già alla sua scrivania, immersa nei documenti che avrebbe dovuto sistemare. Le altre colleghe arrivarono con dieci minuti di ritardo.
La guardarono male, senza nemmeno salutarla. Passarono i primi cinque minuti a chiacchierare, discutendo di qualche serie della Rai o di un fatto di cronaca.
Puntuale alle nove entrò la signora Rossi. Seria, sopracciglia arcuate, aria da grande capo.
Vera donna di ferro: teneva lo staff sotto controllo ma in modo stranamente magnetico. Isabella sentiva che, dietro la fermezza, cera qualcosa di buono. Anche se non capiva ancora cosa.
Arrivando, la direttrice salutò tutti, poi si fermò a guardare Isabella. E sembrò sorriderle. Solo a lei.
Nicola mi ha detto che sei arrivata prima di tutti oggi. Bene. Ragazze, prendete esempio… Isabella sta già lavorando e voi nemmeno avete acceso il computer.
Dopo lumiliazione le colleghe la fulminarono con lo sguardo, comera prevedibile.
Ancora ieri, quando la signora Rossi laveva presentata come nuova, tutte lavevano squadrata e borbottavano fitto fitto. Ora era diventata la nemica pubblica numero uno. Non facevano nemmeno finta di sopportarla.
Quella che sembrava odiare Isabella più di tutte era Martina, la capa ufficiosa del gruppo. Tutte le altre la seguivano in ogni cosa.
Appena Isabella provava a chiederle un consiglio, Martina rispondeva a monosillabi e con frecciatine che suonavano sempre taglienti.
Ma cosa le ho fatto? si chiedeva Isabella. Perché si comporta così, e soprattutto perché coinvolge pure le altre?
Provò a chiederglielo una volta, senza ottenere risposta.
Settimane passavano…
Isabella finiva sempre più immersa nel lavoro, ignorando sguardi storti e risatine a mezza voce. La signora Rossi la elogiava spesso:
Imparate da Isabella come si lavora: stamattina le ho chiesto dei documenti per stasera, lei li ha finiti prima di pranzo. Se faceste tutte così!
Mentre la direttrice tornava nel suo studio, Martina e la sua combriccola la osservavano musone per unora.
Rapporti difficili, insomma: Isabella non sarebbe mai stata dei loro. Ma almeno non le facevano dispetti, si consolava Isabella.
Lunico con cui potesse dialogare era il portinaio Nicola.
Ora arrivava prima, apposta per non lasciarla sola fuori dalla porta.
Davanti a un caffè scambiavano due chiacchiere prima dellorario di lavoro. Un giorno…
Come va il lavoro, qui da noi? chiese Nicola, riempiendo le tazzine.
Nel complesso bene, rispose Isabella.
Trovi la signora Rossi troppo severa?
No, davvero. Anchio sono cresciuta con regole severe. Anzi, mi fa stare sicura.
E fai bene, sorrise sorridendo Nicola. In fondo, la signora Rossi è buona dentro. Magari sembra dura, ma in realtà è stata costretta. È anche tanto sola.
Sola?
Ognuno ha i suoi drammi, Isabella. Vedi, la signora Rossi, da giovane, ha fatto una scelta difficile: ha rinunciato a diventare madre e ora non può più avere figli. Vorrebbe, ma non può. Non ha nemmeno un marito, nonostante abbia successo ed è bella. Per non impazzire, si dedica al lavoro. Ma la felicità, credimi, non è nei soldi o nella carriera.
Non posso che essere daccordo. Ma lei come fa a sapere tutte queste cose?
La curiosità di Isabella era sincera. Da dove sapeva? Possibile che la signora Rossi gli avesse raccontato tutto?
Beh Nicola si commosse. Poi si asciugò una lacrima, e mormorò: È stata con me, una volta. Da giovani, ci siamo amati davvero. Una storia vera. Ma venivamo da mondi diversi. La sua famiglia benestante non mi voleva: io venivo dallorfanotrofio. La costrinsero a quella scelta. Anche lei, giovanissima, era spaventata. Lei studiava in università, io lavoravo come manovale: ci conoscemmo mentre ristrutturavamo la casa dei suoi. Quando scoprii cosa era successo… non volli più vederla. Cambiai città e mi feci la mia strada. Poi tornai, e il destino ci fece rincontrare qui, anni dopo. Lei è la capa, io il portinaio. Incredibile, no?
Nicola bevve un sorso di caffè e gli tremò la mano.
Allinizio non mi aveva riconosciuto poi ha pianto a lungo nel corridoio. Stavo per scappare, lei aprì la porta e mi assunse. Ma pure a me, come a te, fissò delle regole severe: mai tardi, mai bere. O via subito.
Non lha ancora perdonata, vero?
Certo che lho perdonata. Ma lei non riesce a perdonare se stessa. Per quello che è successo. Questo è tra noi, però, promesso?
Non si preoccupi, non lo dirò a nessuno, promise Isabella. E poi, a chi dovrei raccontarlo?
Quando Isabella completò la seconda settimana di lavoro e sapeva ormai cavarsela da sola, la signora Rossi convocò tutto il team:
Devo andare a Milano per una trasferta urgente, annunciò. Nel frattempo, Martina avrà la responsabilità. La conosco da tempo, so che posso fidarmi. Ma attenzione, la disciplina non cambia.
La direttrice lanciò uno sguardo fermo a tutte.
Se scopro che arrivate tardi o uscite prima… sarete licenziate.
Isabella non fece una piega, anche se quella notizia la preoccupava un po.
Niente di grave succederà si rassicurava. E Nicola la rincuorava pure lui.
E invece successe eccome. Proprio il giorno dopo, con Martina alla guida dellufficio.
*****
Mattina presto.
Signorina, allora? Sale o no? sbottò il conducente dellautobus urbano.
Isabella non rispose. Era lì, titubante sul gradino, gli occhi fissi su una gatta grigia che, a pochi metri, giaceva sotto la panchina della fermata.
Che ci fa lì? Perché respira così male? Si sentiva agitata.
Allora?! insistette il conducente, ora visibilmente irritato.
Cosa?… No, scusi non salgo, mormorò Isabella imbarazzata, scendendo sul marciapiede.
Lautobus partì con uno sbuffo di porte e Isabella si avvicinò alla panchina, si chinò e toccò delicatamente la gatta.
Ehi, tutto bene?
La gatta, ansimando, aprì gli occhi e la guardò con stupore. Aveva chiesto aiuto a tanti, nessuno si era fermato. Ora invece qualcuno si accorgeva di lei.
Sei magrissima, disse Isabella, accarezzandole il manto grigio, ma con una pancia grande Aspetti cuccioli, vero?
Mrrrau miagolò con una voce che spezzava il cuore.
E ora che farai? Come ce la farai in strada, con i piccoli? Chi ti darà da mangiare?
Isabella guardò lorologio, poi la gatta. Non poteva chiedere a Martina di lasciarla andare, lo sapeva, non avrebbe mai accettato.
Allora qualcosa la inventerò, decise. Prese delicatamente la gatta tra le braccia e la portò a casa.
Da quel giorno cambiò ogni cosa…
Come aveva previsto, Martina la linciò verbalmente. E adesso, da vice-capo, aveva campo libero.
La tredicesima te la sogni, disse Martina con un ghigno.
Pazienza per la tredicesima, pensò Isabella, la cosa più importante è che la gatta ora è in salvo. Questo conta davvero.
Quella sera, rientrata a casa, Isabella pregò la gatta di resistere almeno fino al weekend.
Alle due e mezza di notte fu svegliata dal trambusto in soggiorno: la gatta stava partorendo. Rimase con lei fino allalba, finché nacquero tre batuffoli di vita.
Sei proprio unirresponsabile! urlò Martina, quando Isabella fu in ritardo il secondo giorno di fila.
Scusa, ho trovato una gatta per strada, ha partorito Non potevo lasciarla sola.
E questa sarebbe una ragione per arrivare tardi?
No, però
Allora, da ora, ogni ritardo = multa. Capito? E non dire che non ti avevo avvertita.
Isabella promise che non sarebbe successo di nuovo, e mantenne la parola. Ma il giorno dopo tardò a causa del traffico, tornando dal veterinario dove aveva portato i cuccioli per un controllo.
Se la gatta non avesse avuto problemi ad allattare, non avrebbe mai lasciato lufficio, ma doveva correre a casa ogni giorno per nutrire i cuccioli in difficoltà.
Martina non mostrava la minima empatia: solo rimproveri, multe, punizioni.
A questo ritmo resto senza stipendio, pensava sconfortata Isabella, e il mangime per i piccoli? Come farò?
Brutta situazione davvero sospirò Nicola. Posso fare qualcosa?
Grazie Ma cosa può fare? Non verrò mai qui con la gatta e i cuccioli. E poi, forse perderò pure il lavoro: la signora Rossi mi licenzierà non appena rientrerà dalla trasferta.
Vedremo…
Quindici giorni volarono. Il giorno dopo sarebbe tornata la signora Rossi, ma Isabella aveva fissato dal veterinario proprio oggi, così fu costretta a uscire in anticipo. Martina la spiò subito.
Dove credi di andare? Il lavoro non è finito, sibilò Martina vedendola pronta a uscire.
Vi prego, è una cosa urgente Isabella lanciò unultima occhiata alle colleghe.
Nessuna pietà. Occhi di ghiaccio.
Se te ne vai lo dico alla Rossi, minacciò Martina.
Fai pure! Isabella scrollò le spalle, afferrò la borsa e uscì correndo.
*****
Il giorno dopo la aspettavano in ufficio la signora Rossi e Martina. Un foglio e una penna erano già sul tavolo. Isabella capì subito.
Mi hanno detto come sono andate queste due settimane, cominciò Elena Rossi.
Sì, ho sbagliato, ammise Isabella. Ma non avevo altra scelta.
Nicola mi ha già raccontato che stavi crescendo una gatta abbandonata con cuccioli.
Un motivo che non giustifica i ritardi ghignò Martina.
La signora Rossi la fissò e Martina rimase zitta allistante.
Per favore, non interrompere. È vero, una gatta che partorisce non è una causa valida per il regolamento ma la direttrice guardò Isabella con uno sguardo materno serve forse solo il regolamento, a volte? Non è umanità questa?
Ma ha disobbedito, ha ritardato e ieri se nè andata senza permesso!
Sì, ma Isabella svolgeva tutto il suo lavoro puntualmente. Al contrario, tu e le tue amiche potevate fare meglio. Ma soprattutto, Martina: hai fallito il test dellumanità. Invece di aiutare una ragazza che si è caricata questa responsabilità, le hai tolto tutto lo stipendio. È umano questo?
Martina non sorrideva più.
Rimase impietrita davanti alla sua responsabile, sempre più piccola, come un topo spaventato.
Insomma, Martina: cè il foglio, cè la penna. Dimissioni. In questa azienda non cè spazio per chi non ha cuore. Anche con voi altre parlerò Ma credo che semplicemente siete state influenzate da lei.
Mentre Martina firmava la lettera con la mano tremante, Elena Rossi si avvicinò a Isabella, le strinse la mano con gratitudine e le concesse due settimane di ferie pagate. Ripristinò stipendio e tredicesima.
Isabella non riusciva a crederci: si era preparata al peggio, e invece era accaduto il meglio.
Allora sei stata tu, eh, piccola? sorrise Isabella alla gatta distesa sul letto accanto a lei, mentre i cuccioli dormivano sazi.
Lisa la guardò con quellaria finta sorpresa che solo una gatta sa avere, e Isabella scoppiò a ridere.
Un mese e mezzo dopo, a sorpresa, arrivarono in visita Elena Rossi e Nicola Ferretti.
C-ciao che succede? È tutto a posto? balbettò Isabella.
Tranquilla. Con Nicola abbiamo deciso di adottare i piccoli. Avevi messo lannuncio, vero?
Sì, ma sono tre
Anche dieci non sarebbero troppi, rise la signora Rossi. Ci trasferiamo fuori città, avremo tutto lo spazio del mondo. E poi ora penso un po a me: in ufficio ci sarò poco da domani.
Ecco, arriverà unaltra Martina a fare danni pensò Isabella.
E visto che mancherò, la direttrice sarai tu. Te la senti?
Io? Ma lavoro qui da pochissimo…
Sì, tu. Solo a te posso affidare la mia azienda: ho fiducia.
Ho portato dei cornetti fatti in casa, aggiunse Nicola. Si fa merenda insieme?
Quella sera la cucina di Isabella era piena di voci e risate.
Allinizio si parlava di tutto; poi si svegliarono i micini, e Elena Rossi e Nicola, ridendo, giocarono a lungo con loro.
Isabella li osservava con le lacrime agli occhi. Di gioia.
Lisa, la gatta, sdraiata sul pavimento, guardava i suoi umani sorridere, felice: ci sono ancora PERSONE che sanno amare davvero. Forse non tutto è perdutoIsabella si sedette a terra accanto a Lisa, accarezzando il piccolo mucchio di vita addormentato. Sentiva ancora nelle orecchie leco delle risate e delle parole gentili, come un balsamo sul cuore stanco. Per la prima volta, da quando era arrivata in quella città, non aveva più paura del domani.
Guardò Nicola e Elena: il loro affetto era semplice e prezioso, pieno di ferite guarite e di coraggio nuovo. Era stupefacente pensare che tutto era cominciato con una corsa contro il tempo e una gatta abbandonata.
Forse la felicità, pensò, è proprio scegliere ogni giorno ciò che conta davvero. Quello che si fa per propria volontà, anche quando nessun altro comprende. Isabella aveva salvato una vita, ne aveva cambiate altre, e ora sentiva che quellonda gentile si sarebbe propagata ancora, come anelli dacqua in una pozzanghera sotto il sole.
Lisa alzò il musone e le strofinò la faccia come a dire: Ce labbiamo fatta.
Isabella rise piano, stringendola tra le braccia. Aveva trovato la sua casa. Non nei mattoni, né in un titolo sulla porta, ma nelle persone e negli animali che avevano scelto col cuore.
Fuori dalla finestra, un tramonto rosato tingeva di luce nuova tutta la città. E in quellistante, Isabella seppe che per essere liberi, a volte, basta solo il coraggio di seguire il proprio cuore senza mai chiedere scusa per la propria gentilezza.






