Per libera scelta

Diario di Giulia

– E tu dove pensi di andare? ha sibilato Patrizia appena ha notato che mi stavo preparando ad uscire con un quarto dora di anticipo. Il turno non è ancora finito, lo sai bene.

– Ragazze ho davvero bisogno ho rivolto uno sguardo supplichevole alle colleghe.

Ma nei loro occhi neanche lombra di compassione. Erano freddi, come cubetti di ghiaccio.
– Non mi interessa! Se esci adesso racconto tutto alla Signora Elena, ha minacciato Patrizia.

– Fai quello che vuoi, ho detto con un gesto della mano, afferrando la borsa dal tavolo per poi scappare fuori dallufficio.

Sapevo perfettamente che il giorno dopo mi avrebbero quasi certamente licenziata, ma non potevo fare diversamente. Anche se il motivo non era dei più nobili, per me era davvero essenziale. Peccato che nessuno volesse capire.

*****

Un mese fa.

Seduta nello studio della dottoressa Elena Marchetti, la direttrice, il cuore mi batteva forte mentre aspettavo il suo verdetto.
E non solo aspettavo: pregavo interiormente Dio che mi concedesse quel posto.
E, a quanto pare, la mia preghiera era arrivata in alto.

– Ci sembra adatta, ha dichiarato con tono severo la direttrice dopo aver esaminato con attenzione il mio curriculum e i miei documenti. Però voglio metterti subito in guardia

Mi sono irrigidita, ma sono riuscita a non darlo a vedere.

Ormai qualunque condizione avesse imposto la direttrice, io avrei accettato: in città non si trovava altro con uno stipendio così.
Mi ero mentalmente preparata agli accordi, pur sempre nei limiti del ragionevole.

– Nella mia azienda, ha proseguito la signora Elena, qui si entra e si esce puntuali.

Lascoltavo fissandola, cercando di assorbire ogni parola.

– Chi sgarra col regolamento sarà multato e niente premio. Chi insiste, se ne va. Ma, in realtà, niente discorsi: foglio bianco, penna, lettera di dimissioni volontarie e arrivederci.

A quelle parole mi sono sentita paradossalmente sollevata, perché non aveva proprio detto nulla di terribile. Al giorno doggi la disciplina viene prima di tutto.

– Spero di essere stata chiara. si è aggiustata gli occhiali. Se farai tardi senza una vera scusa, non aspettarti comprensione. E nemmeno che io sorvoli.

Stava rimettendo i documenti nel cassetto quando, dun tratto, si è fermata con lo sguardo su di me.

– Qui si lavora. I problemi personali li risolvi nel tuo tempo libero. Intesi?

– Sì, tutto chiaro, ho assentito. Quando posso iniziare?

– Domani. Qui si inizia alle nove in punto, ma meglio arrivare dieci, quindici minuti prima.

– Va bene.

– Anche il telefono, meglio spegnerlo o metterlo in silenzioso: detesto le distrazioni. Sono le mie regole. E nessuno è obbligato a restare.

– Va tutto bene, signora Elena. E la ringrazio infinitamente per lopportunità.

– Non farmi pentire della mia scelta.

Ero davvero grata a questa donna apparentemente severa. Negli ultimi trenta giorni ero passata da un colloquio allaltro, ma sempre rifiutata.
Nessuno voleva una ragazza inesperta, neanche se con una laurea con lode.
– Tanto al giorno doggi quel titolo lo compri su internet, aveva sghignazzato un HR a una selezione. A noi serve esperienza, non carta. Uno che sia già pronto.

Ma come si ottiene esperienza, se nessuno ti assume?
Lunica che mi aveva dato fiducia era stata Elena. Dovevo dimostrarle che era la scelta giusta.

*****

Il giorno dopo, alle otto e venti ero già davanti allufficio.

Tutto deserto. Aspettai larrivo di Vittorio, il portinaio.
Arrivò alle otto e mezza, sorpreso di trovarmi lì.

– Da molto aspetti? si è messo a ridere mentre cercava le chiavi.

– No, solo dieci minuti.

– Ma come mai sei già qui? Vuoi magari farti notare?

– No, è solo che il mio autobus arriva presto. Se prendo il prossimo rischio di arrivare in ritardo. E con la disciplina che cè qui

– Già. ha detto aprendo la porta. Vuoi un caffè?

– Volentieri! sorridendo, pensando che era gentile come un padre.
Mi sentii riscaldata al pensiero che uno sconosciuto mostrasse premura. Oggigiorno è raro.

Stavo per andare al distributore, ma mi fermò:
– Nemmeno pensarci.

Mi fece accomodare nella minuscola guardiola, tirò fuori un termos e dei panini dolci.

– Li ha fatti sua moglie? ho chiesto osservando le brioche.

– No, è tutto merito mio

– Davvero?

– Eh, sì! Vivo da solo, quindi tocca a me. Sono quelli della ricetta di mia nonna. Provali: due sono con le mele, due con la marmellata di ribes nero. Riesci a mangiarne?

– Certo, e allungai subito la mano verso il piattino.

Alle nove meno un quarto ero già alla scrivania a studiare tutte le pratiche. Le colleghe arrivarono dieci minuti dopo.
Mi guardarono senza nemmeno salutare, perdendosi a chiacchierare di qualche serie TV o pettegolezzo quale fosse.

Alle nove in punto entrò la signora Elena. Volto serio, sopracciglia arcuate.
La classica lady di ferro, ma allo stesso tempo dotata di un carisma misterioso.
Nonostante laspetto severo, mi trasmetteva una certa fiducia.
Sentivo che, in fondo, era una brava persona.

Si fermò qualche secondo alla porta del suo ufficio, e si soffermò proprio su di me. Avevo pure limpressione che mi avesse rivolto un sorriso. Solo a me.

– Vittorio mi ha detto che sei arrivata prima di tutti, brava! Ragazze, prendete esempio da Giulia lei ha già iniziato mentre voi state ancora accendendo i computer.

Dopo questo rimprovero, le colleghe mi guardavano come fossi una nemica. E, sinceramente, potevo capirle.
Già dal giorno della presentazione mi fissavano con sospetto, bisbigliando tra di loro. Ora ero lantagonista.
E la peggiore era Patrizia, la leader indiscussa della corte. Le altre le andavano sempre dietro.

Ogni volta che le chiedevo aiuto, rispondeva a malapena e con tono beffardo.
Cosa le ho mai fatto? mi chiedevo. Perché si comporta così, trascinando anche le altre?

Una volta provai a chiederle apertamente, ma non ottenne risposta sensata.

Passarono una settimana, poi laltra
Provai a ignorare sguardi e risatine, seppellendomi nel lavoro. La signora Elena, però, più volte mi prese ad esempio:

– Imparate da Giulia. Stamattina le ho chiesto dei documenti per stasera e lei per pranzo aveva già finito. Se tutti seguissero il suo esempio!

Elena tornò nel suo ufficio, mentre Patrizia e il suo gruppo passarono unora a guardarmi di traverso.
Insomma, il clima non era granché. Non mi avevano accettata, e difficilmente sarebbe successo.
Almeno non mi fanno dispetti, meglio di niente, pensavo.
Lunico con cui potevo parlare era Vittorio.

Si era abituato ad arrivare presto, alle otto e venti, così non ero da sola.
Facevamo colazione insieme, chiacchierando di tutto e di più. Una volta, in particolare

– Allora, come ti trovi qui da noi? mi ha chiesto mentre versava il caffè dal termos. Ti piace?

– Tutto sommato sì.

– Forse credi che la signora Elena sia eccessivamente severa?

– Dico la verità: in famiglia mi hanno educata con disciplina, quindi sono abituata.

– E fai bene, ha sorriso lui bevendo lultimo sorso di caffè. Ma, credimi, la signora Elena è una bravissima persona. Se la tratti bene, ricambia con altrettanta umanità. E dietro quella corazza, cè solo una grande bontà e tanta tristezza.

– Ma perché tanta tristezza?

– Perché, Giulia, siamo tutti umani e ognuno ha le sue croci. Lei, da ragazza, ha dovuto interrompere una gravidanza e ora non può avere figli. Lo desidererebbe ancora. Inoltre, pur essendo in gamba e molto bella, non è mai riuscita ad avere un marito. Lavora e lavora per non pensare, ma la vera felicità non è nei soldi né nel lavoro.

– Vero Ma come fa a saperlo?

– Ehm si è fatto serio, quasi pentito di aver parlato troppo.

Poi si è asciugato una lacrima e mi ha detto: Quella gravidanza era la nostra. Da giovane ne ero innamorato.

– Sul serio?

– Sì. Eravamo due mondi diversi. Lei ricca, io orfano. I suoi genitori la convinsero che non era il caso, lei stessa si spaventò. Lei studiava, io lavoravo come muratore per ristrutturare casa loro. Ci incontrammo così.

– E poi?

– Quando ho saputo, sono scappato. Non volevo più vederla. Ho girovagato per lItalia, deciso a non innamorarmi più. Ma lei è rimasta lunica. Il destino ci ha riportato qui. Sono venuto a cercare lavoro, e mi sono ritrovato davanti lei, la grande direttrice. Non se laspettava nemmeno lei.

Ha sorseggiato il caffè, e la tazzina gli tremava tra le mani:
– Inizialmente non mi riconobbe, poi mi fece uscire per piangere in ufficio. Stavo per andarmene, ma poi mi chiamò, dicendo che mi avrebbe assunto come portinaio. Però, proprio come te, mi mise subito le cose in chiaro: ritardi o peggio licenziamento.

– Non lha mai davvero perdonata?

– Sì, lho perdonata. Ma lei ancora non perdona sé stessa, per il tradimento della nostra storia, per la sua sterilità, per non aver avuto felicità. Ma questa è solo tra noi, daccordo? ha concluso. Giuralo.

– Non lo dirò a nessuno, ho promesso.
Ma, in fondo, a chi mai avrei dovuto raccontarlo?

Dopo due settimane ero ormai entrata a pieno regime, senza il supporto delle colleghe. Un giorno la signora Elena chiamò tutte in ufficio.
– Devo partire per una trasferta di lavoro. Patrizia sarà la mia sostituta. La conosco da anni ed è di fiducia. Ma vi avverto pretendo la stessa disciplina di sempre.

Si è assicurata che tutti capissero che non stava scherzando.
– Se scopro che qualcuno arriva tardi o va via prima lo licenzio.

Certo, mi seccava che partisse, ma feci di tutto per non darlo a vedere.
Non succederà nulla di grave mi rassicuravo. Anche Vittorio la pensava così.
E invece, accadde. Proprio il giorno dopo.

*****

Mattina presto.

– Signorina, si decide a salire o no? sbottò lautista dellautobus.

Ma io ero come ipnotizzata: davanti alla fermata, sotto una panchina, una gatta grigia respirava a fatica.
Perché è stesa lì? Cosa cè che non va? mi chiedevo, con una strana ansia.

– Allora, sale o no? ripeté lautista, stavolta irritato.

– No, scusi risposi imbarazzata, scendendo dal predellino.

Lautobus richiuse le porte e sparì.
Io mi avvicinai alla gatta, accovacciandomi.

– Ehi, come va? Tutto bene?

Lei aprì gli occhi e mi guardò sorpresa.
Chiedeva aiuto a tutti, ma nessuno si era mai fermato. E, invece, eccomi lì.

– Ma quanto sei magra le carezzai il pelo grigio e che pancione sei incinta, vero?

– Miao emise un flebile miagolio carico di disperazione.

– E come farai qui da sola, con i tuoi piccoli? Chi ti aiuterà?

Guardai lorologio, poi di nuovo la gatta. Sapevo che Patrizia avrebbe riferito tutto se avessi fatto tardi. Chiedere permesso non aveva senso: non me lo avrebbe mai dato.
Troverò una soluzione, decisi.

Presi la gatta tra le braccia e me la portai a casa.
Da quel giorno la mia vita cambiò

Come previsto, Patrizia mi fece il terzo grado. Ricoprendo il ruolo di caposquadra, non perse occasione per umiliarmi, minacciando di togliermi il premio produzione: Questo mese, niente premio, cara mia!

Pazienza, pensai, limportante è che ora la gatta sia al sicuro a casa mia. Conta più di qualche euro.

Quel sabato notte mi svegliai alle due e mezza per strani rumori in salotto: la gatta stava partorendo. Rimasi con lei fino mattina, vegliando i suoi tre piccoli appena nati.
Il giorno dopo, seconda volta in ritardo, scatenando le urla di Patrizia.

– Puoi spiegarmi il motivo dei tuoi ritardi?

– Ho trovato e soccorso una gatta incinta, ieri ha partorito Non potevo lasciarla da sola.

– E tu pensi sia un motivo valido per ritardare al lavoro?

– So che non lo è, ma

– Allora, da ora in poi ogni ritardo ti verrà multato. Chiaro? E non dire che non sei stata avvisata!

Promisi che non sarebbe successo di nuovo.
Il giorno seguente arrivai puntuale, ma poi rientrai in ritardo dalla pausa pranzo: ero corsa a casa in taxi traffico pazzesco per nutrire i micetti. La madre aveva problemi e dovevo integrare con il biberon.
E così, quasi ogni giorno: non cera verso che non succedesse qualcosa che mi facesse tardare. Ogni volta cercavo di spiegarmi, parlando dei gattini.

Ma Patrizia non ne voleva sapere: continuava con le multe e le minacce.

Se va avanti così, non mi resterà uno stipendio mi lamentavo con Vittorio davanti a un caffè. I micetti cresceranno, ma servirà ancora più cibo. Come farò?

– Davvero una brutta situazione commentò lui pensieroso. Posso aiutarti?

– Cosa potete fare? Non posso mica portare qui gatta e gattini e lasciarli a voi! E poi mi licenzieranno la signora Elena, appena torna, mi caccerà.

– Questo si vedrà

Due settimane volarono. Il giorno dopo sarebbe rientrata la signora Elena; oggi, invece, avevo il veterinario e mi sarebbe toccato di uscire in anticipo. Avevo finito tutto il lavoro e, a livello di coscienza, ero serena. Ma Patrizia

– Ma dove vai? sibilò vedendomi raccogliere la borsa quindici minuti prima della fine. Manca ancora un quarto dora!

– Ragazze per favore, devo proprio andare le guardai, sperando.
Freddi, come sempre.

– Se esci ora, lo dico subito alla signora Elena, minacciò ancora.

– Fai come vuoi! e me ne andai.

*****

Il giorno dopo mi aspettavano già in ufficio la signora Elena e Patrizia. Davanti a loro, foglio e penna. Avevo capito tutto.

– Mi hanno raccontato quello che è successo, ha esordito la signora Elena, glaciale.

– Sì, ho sbagliato, ho sospirato. Ma non avevo alternativa.

– Sì, sì, Vittorio mi ha già spiegato che ti sei occupata della gatta e dei cuccioli.

– E secondo me non è una giustificazione, ha ribattuto sarcastica Patrizia.

La signora Elena lha fulminata con lo sguardo e Patrizia ha smesso immediatamente di parlare.

– Non interrompermi, ha ordinato Elena. È vero, non sono motivi previsti, ma mi ha fissata con un sorriso dolce da madre però a volte bisogna aprire il cuore.

– Ma ha violato la disciplina e mi ha perfino disobbedito ieri!

– È vero, ma so che Giulia è sempre stata perfetta sul lavoro, a differenza tua e delle tue amiche. Ma la vera prova lhai fallita tu, Patrizia: quella di essere umana. Invece di aiutare una ragazza che si è presa cura di una povera creatura, hai persino privato Giulia dello stipendio quasi intero. Credi sia umano?

Patrizia era ammutolita, sempre più piccola e contrita di fronte ad Elena.

– Bene, ecco carta e penna, Patrizia. Scrivi tu la lettera di dimissioni. Una persona senza umanità non lavora qui. Parlerò anche con le altre, ma forse sono solo state trascinate dal tuo esempio.

Mentre lei scriveva la lettera con mano tremante, Elena mi ringraziò per aver salvato la gatta, regalandomi due settimane di ferie retribuite e restituendomi tutti i bonus e lo stipendio decurtato.

Ci misi un bel po a riprendermi: mi aspettavo il peggio, e invece era successo il meglio.

– Dimmi la verità è tutto merito delle tue zampine? dissi scherzando alla mia gatta, distesa sul letto insieme a me.

Lisa mi guardò fingendosi stupita, tanto che iniziai a ridere.

Circa sei settimane dopo, ricevetti una sorpresa: la signora Elena e Vittorio vennero a trovarmi allimprovviso.

– B-buongiorno? Che succede? chiesi preoccupata.

– Tutto bene! rispose Elena sorridente. Con Vittorio abbiamo deciso di adottare i piccoli. Mi avevi detto dellannuncio online, giusto?

– Sì Ma sono tre!

– E noi ne prenderemmo anche di più, rise Elena. Ci trasferiamo fuori città, cè spazio per tutti. Ah, e io non verrò quasi più in ufficio, per vivere un po.

Ed ecco che arriverà unaltra Patrizia a comandare pensai tra me e me.

– E infatti, Giulia: il nuovo direttore sarai tu. Te la senti?

– Io? Ma sono qui da poco

– Proprio tu, perché mi fido solo di te. Solo tu puoi portare avanti tutto questo lavoro come merita.

– Ho portato anche qualche brioche fatta in casa! annunciò Vittorio. Prendiamoci un tè?

Quella sera cucinai per tutti, tra risate e racconti. Poi si svegliarono i cuccioli e la signora Elena e Vittorio giocarono con loro come ragazzini.

Guardandoli, mi scesero le lacrime. Chissà perché, forse perché in quei sorrisi avevo visto la felicità.
Lisa, sdraiata sul tappeto, li osservava compiaciuta: sì, al mondo esistono ancora UOMINI capaci damare davvero. Non tutto è perduto.

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