Pneumatici estivi: la scelta ideale per guidare in sicurezza sulle strade italiane durante la bella stagione

Gomme Estive

Vuoi le patate al rosmarino o semplici? chiese Laura senza voltarsi dai fornelli.

La padella sfrigolava, il profumo resinoso di rosmarino si mescolava allaria calda della cucina. Dietro i vetri, febbraio stendeva silenzioso un altro strato di neve sulle persiane della villetta, mentre dentro il tepore odorava di casa, di abitudini, di quella familiarità che non percepisci più, come il profumo dei tuoi capelli.

Al rosmarino, dai, rispose Andrea dallingresso. Il rumore della zip della giacca, il tonfo sordo delle scarpe sul parquet, poi il silenzio. Da sempre. Rientrava, si toglieva le scarpe, restava qualche minuto fermo come se volesse espirare tutta la strada prima di sentirsi davvero a casa.

Laura mescolò le patate, abbassò la fiamma. Ventitré anni così: abbassare la fiamma appena in tempo, sapere che il rosmarino va messo alla fine, altrimenti amaro. Sono queste le cose che tengono insieme una famiglia, pensava.

Comè andata oggi? urlò.

Niente di che, rispose lui. Riunione su riunione. Quel maledetto appalto.

Laura annuì, anche se sapeva che non poteva vederla. Lappalto. Da due mesi, quellappalto viveva in casa con loro deciso, insistente, come un ospite indesiderato, si sedeva con loro a tavola, rubava ogni conversazione, giustificava ogni ritardo. Laura non domandava. Era moglie, non investigatrice.

Andrea entrò in cucina con i calzini e i pantaloni della tuta. Appoggiò il cellulare sul bordo del lavello e andò verso il frigorifero a prendersi lacqua. Laura lo guardò di sfuggita: cinquantuno anni, le spalle un po più larghe, i capelli che venivano tagliati corti per nascondere le stempiature. Un volto familiare. Quello stesso viso che aveva visto sul cuscino ogni mattina, tanto spesso da aver perso il conto.

Ti faccio linsalata? chiese lei.

Lascia perdere, non ho gran fame.

Prese lacqua e si spostò in salotto. Lo schermo della TV si accese, voci basse parlavano del meteo. Laura versò le patate in una pirofila, le coperse, afferrò lo strofinaccio.

In quel momento, il telefono di Andrea si illuminò lievemente sul bordo del lavello.

Non era sua intenzione sbirciare. Locchio ci cadde sopra nel distrarsi delle mani impegnate. Sul display: Gommista Dima. Sotto, in anteprima, poche parole.

Laura le lesse una volta. Poi una seconda. Posò lo strofinaccio sul tavolo. Prese in mano il telefono.

Mi manchi, amore. Vieni anche stasera?

Guardava lo schermo. Il telefono non aveva codice. Andrea diceva sempre che non aveva nulla da nascondere, che le password sono per chi ha doppie vite. Laura aprì quella chat.

I messaggi partivano da ottobre. Quattro mesi, anzi quasi sei. Leggeva, e ogni nuovo messaggio era come scendere un gradino in una cantina buia che sa di terra bagnata. Stasera eri bellissimo. Ho pensato a te tutta la notte. Quando ci vediamo, impazzisco. Amore, chiamami quando puoi. Anche le sue risposte, uguali, vitali, calde, diverse da tutto quello che lui diceva a lei.

Laura rimise il telefono dove laveva trovato. Le patate fumavano sotto il coperchio. Fuori continuava a nevicare. La TV borbottava. Tutto era come tre minuti prima, eppure non lo era più niente.

Riprese il telefono. Cercò quel numero. Chiamò dal suo cellulare.

Uno squillo. Due. Tre.

Sì? rispose una voce giovane, sorpresa, roca.

Buonasera, si sorprese a dire Laura. La sua voce le sembrava estranea, neutra, quasi tranquilla. È il gommista?

Pausa. Breve, ma netta.

Quale gommista? Forse ha sbagliato numero.

Può darsi, rispose Laura. Come si chiama lei?

Altra pausa, lievemente più cauta.

Alessia. E lei chi è?

Sono la moglie di Andrea Severini, disse Laura. Quello che chiama amore. Quello che stasera aspetta con lo spumante.

Il silenzio, di quelli densi che sembrano poter soffocare.

Io… balbettò Alessia.

Basta, la interruppe Laura. Non mi serve nulla da lei. Volevo solo essere sicura di aver letto bene.

Chiuse la chiamata.

Il telefono vibrò. Laura lo riappoggiò. Si voltò verso i fornelli. Sollevò il coperchio delle patate. Il profumo secco di rosmarino la raggiunse come uno schiaffo.

Andrea, chiamò.

La voce le uscì calma. La sorprese.

Che cè? rispose lui dal salotto.

Vieni a cena.

Entrò dopo un minuto, guardò il tavolo, sedette, prese la forchetta. Laura servì le patate e si sedette di fronte, fissandolo.

Perché non mangi? chiese lui senza guardarla.

Andrea.

Qualcosa nel modo in cui pronunciò il suo nome gli fece alzare lo sguardo. Lo incontrò. E, a quanto pareva, lesse qualcosa nel volto di lei, abbastanza perché la forchetta restasse sospesa.

Che succede?

Chi è Alessia?

Un secondo. Due. Non abbassò lo sguardo ma qualcosa si mosse, una minuscola crepa quasi invisibile per chi non sapesse dove cercare. Laura lo sapeva. Ventitré anni, ogni mattina, ogni sera. Era il suo viso, lo conosceva meglio di se stessa.

Come fai a…

Hai lasciato il telefono in cucina, disse Laura. È arrivato un messaggio.

Posò la forchetta. Restò in silenzio qualche secondo. Poi:

Non avevi diritto di leggere i miei messaggi.

Laura lo guardava. Dentro di lei qualcosa si spegneva, si raffreddava, come le patate sotto il coperchio che non si servono mai.

Non avevo diritto ripeté. Bene. Allora parlami del gommista Dima.

Il suo volto si colorò. Non di vergogna. Di fastidio.

È solo un contatto di lavoro, io…

Andrea. Lo disse piano, senza peso. Ho chiamato quel numero. Mi ha risposto una ragazza che si chiama Alessia. Ti aspetta stasera. Con lo spumante.

Il silenzio scese, a strati come neve. Pian piano, inesorabile, senza rumore.

Non rispose subito. Guardava ora il tavolo, poi la finestra, poi ancora il tavolo. Laura aspettava. Non lo incalzava. Allimprovviso aveva tutto il tempo del mondo.

Non è… non è come pensi, disse infine.

E comè?

Era niente di serio. È solo…

Solo cosa, Andrea?

Alzò gli occhi. Dentro aveva qualcosa che lei non sapeva dare un nome. Non era rimorso. Era più complicato e più sgradevole.

Da ottobre. Lavora con noi. È una commerciale. Giovane, sì. Non era previsto. È venuto così.

Così, ripeté Laura.

Laura, devi capire…

Quanti anni ha?

Pausa.

Ventotto.

Laura annuì. Ventotto. Quasi coetanea di loro figlia, Caterina, che abitava a Firenze con marito e figli e chiamava la domenica. Laura annuì ancora, come se mettesse quella cifra negli scaffali.

Perché? chiese.

Cosa perché?

Perché. Solo dimmelo.

Di nuovo lo sguardo perso fuori. Oltre la finestra ancora la neve lenta, indifferente.

Non capiresti.

Prova.

Silenzio. Poi:

Con te ho tutto. Casa, doveri, problemi con la macchina, la ristrutturazione, i conti, i nipoti di Cate. Tutto quello che si deve. Con lei… con lei respiro. Tutto è leggero.

Laura ascoltava, con attenzione chirurgica di chi deve ricordare tutto senza distorsioni. Come chi ascolta una sentenza.

Quindi io, disse piano, sono casa e problemi.

Non intendevo questo.

Esattamente questo hai detto. Adesso.

Andrea si alzò. Camminò per la cucina, si fermò alla finestra. Dietro di lui la neve si incollava al vetro e scendeva lenta.

Laura, non possiamo parlare normalmente? Senza…

Senza cosa?

Senza questa inquisizione.

Non è processo, disse lei. È una conversazione. Sedevi a questo tavolo, mangiavi il mio cibo, e intanto aspettavi la sera per andare da lei. Giusto?

Non rispose. La risposta era nel suo silenzio.

Prendi il tuo telefono, disse Laura. Prendi il cappotto. Vai in albergo.

Laura…

Non grido. Non faccio scenate. Ti chiedo di andartene. Adesso.

Lui la fissò. Negli occhi ancora quella strana miscela di colpa e rabbia, qualcosa tra il scusami e il è anche colpa tua. Laura non laveva mai visto così. Nemmeno in ventitré anni.

Ma dove vado a questora?

Andrea, sappiamo entrambi dove andrai.

Abbassò lo sguardo. Poi lo sollevò, rassegnato.

Va bene, mormorò. Vado. Ma dovremo parlare.

Un giorno parleremo, acconsentì lei. Ma non stasera.

Sparì dalla cucina. Laura sentiva il suo camminare nellatrio, poi il rumore dellarmadio, il cappotto estratto. Una lunga pausa. Poi la porta di casa che si chiudeva.

Restò seduta un po. Le patate erano ormai fredde. Il rosmarino aveva perso il profumo. La TV continuava a raccontare di tempo, e Laura pensò che forse doveva spegnerla, per non sprecare corrente. Poi pensò che era un pensiero stranissimo per una donna che aveva appena visto crollare il suo matrimonio.

Si alzò. Mise la pirofila in frigo. Spense la luce sopra il fornello. Tornò al tavolo, prese il telefono del marito, di nuovo dimenticato in cucina.

Lo tenne in mano qualche secondo.

Poi riaprì la chat con Alessia.

Non ci pensò molto. Lei era sempre stata una donna veloce nel pensiero, quando serviva. Ventanni di contabilità. Numeri, schemi, documenti. Vedeva struttura dove altri vedevano solo caos.

Sapeva dellappalto. Ne sapeva più di quanto Andrea credesse. I primi dieci anni glieli aveva fatti lei i conti, prima di lasciare tutto al ragioniere. Ma le conversazioni a tavola non erano mai andate via. E la memoria era sempre stata buona. Molto buona.

Scrisse dal suo telefono, tono secco, diverso dal solito.

Alessia, urgente. Nella cartella blu sulla scrivania hai i documenti dellappalto per la Statale Sud. Nascondili subito. Subito. Lì cè materiale che non deve uscire.

Inviò. Attese. Dopo due minuti: Va bene, amore. Li sposto subito. Vieni?

Laura mise il telefono in tasca. Sinfilò il cappotto. Uscì nella notte.

La neve le colpiva il viso, morbida. Lauto si accese subito. Il navigatore sapeva lindirizzo. Laveva trovato in pochi minuti, ancora seduta col piatto freddo davanti. Andrea non cancellava mai la cronologia. Non pensava di doverlo fare. Era convinto di essere onesto.

Fuori dalle case, tutto quasi deserto. Febbraio, notte, neve. Laura guidava calma, entrambe le mani sul volante. La radio spenta. Le piaceva il silenzio. In silenzio ci si pensa meglio.

Alessia viveva in periferia, in un residence di palazzine uguali, vetro e cemento. Laura si fermò cento metri prima, accese le quattro frecce, fissò davanti a sé.

Lì, allangolo, stava lauto di Andrea. Il suo SUV grigio con il graffio sul paraurti che non aveva mai riparato. Laura guardò quel graffio. Cera anche lei, due anni prima, quando laveva fatto uscendo dal cortile stretto. Lui bestemmiava, lei si era messa a ridere, poi andarono a mangiare una pizza e lo dimenticarono.

Non scese. Non andò alla porta, non suonò campanelli, non chiese spiegazioni.

Prese il suo telefono. Trovò il numero.

Agenzia delle Entrate, buonasera, rispose una voce femminile, stanca.

Buonasera, rispose Laura. Vorrei segnalare delle irregolarità nella gestione di una società, S.R.L. Granit-Costruzioni, la Partita IVA ce lho. Riguardo lappalto per la Statale Sud. Credo ci siano atti che vi interesseranno.

Parlò piano, preciso, senza emozione. Nomi, date, cifre, schemi. Tutto quello che aveva nella memoria, allenata da anni di numeri. Dallaltro lato la stanchezza lasciò spazio allattenzione.

Può lasciarci un contatto?

Certo, rispose Laura. Prima mi dica solo i tempi della verifica.

Con documenti alla mano, avviamo in pochi giorni.

I documenti ci saranno. So dove si trovano ora.

Dettò i dati. Mise via il telefono. Guardò di nuovo il SUV grigio.

Dentro di lei cera qualcosa. Non rabbia. Non trionfo. Qualcosa di più freddo. Più puro. Come laria dopo una nevicata, quando tutto si ferma e diventa trasparente.

Non ripartì. Aspettò. Non dovette aspettare molto.

Unora e mezza dopo davanti al portone arrivarono due auto. Uomini in borghese entrarono. Laura vide una luce accendersi e spegnersi al terzo piano. Poi silenzio. Poi scesero, portando qualcosa.

Laura uscì dalla macchina.

Andò verso lingresso, piano, senza fretta, nel cappotto grigio. I suoi stivali facevano scricchiolare la neve nuova. Il portone era aperto, qualcuno lo teneva. Salì in ascensore, schiacciò il tre.

La porta dellappartamento era spalancata. Nellingresso, due uomini. In fondo, alla finestra, Andrea. Gli stessi abiti con cui era uscito di casa. Laura lo notò meccanicamente, senza interesse. Sul divano, in accappatoio, una ragazza bionda, giovane, con il mascara colato sugli occhi.

Andrea vide Laura e rimase pietrificato. In faccia gli passarono mille pensieri. Laura li lesse tutti.

Laura… iniziò.

Non adesso, disse lei. Prima si preoccupino loro.

Uno dei funzionari si voltò a lei, mostrò il tesserino, spiegò del sequestro dei documenti. Laura annuì. Poi estrasse dalla tasca il telefono di Andrea e glielo porse.

Qui cè la chat che può servirvi disse Laura. Incluso il messaggio di stasera. Dove si dice di nascondere i documenti.

Andrea la fissava. Era come svuotato.

Laura, ti rendi conto di quello che fai?

Benissimo, replicò lei.

Alessia fissava Laura con occhi grandi. Dentro quello sguardo Laura non volle cercare niente. Non era lì per lei.

Andrea, disse stasera ho fatto la richiesta di separazione. Online, mentre venivo qui. Tutto regolare, ho controllato. Tirò fuori dalla borsa una chiave appesa a un nastro bianco, la appoggiò sul mobile. È della cassaforte in studio. Lì cè il fascicolo con i nostri documenti finanziari. Ti servirà un buon avvocato. Anche due.

Andrea non rispose.

E poi, aggiunse Laura, ci sono patate in frigo. Se domani torni per le tue cose, puoi scaldarle.

Si voltò e se ne andò.

In ascensore restò dritta, guardando il proprio riflesso nello sportello dacciaio. Sbiadito, impreciso: una donna non più giovane, cappotto grigio, cinquantanni a marzo. Ventitré anni di matrimonio. Ragioniera, brava padrona di casa, madre di una figlia ormai grande, nonna di due. Questo sapeva di sé. Questo era, vista da fuori.

Ascensore aperto.

Fuori.

La neve aveva smesso. Il cielo sopra i palazzi era basso, arancione di luci. Un lampione pulsava fiacco, quasi contando. Laura inspirò profondamente. Sentì laria entrare, fredda, limpida.

E lì, sotto quel lampione, in mezzo alla neve già sporca, scoppiarono le lacrime.

Non le fermò. Non ce nera motivo. Nessuno intorno, solo il lampione e il raro passaggio delle auto lontane. Piangeva in silenzio, senza sussulti, solo lacrime, calde su guance fredde. Non se le asciugava.

Erano lacrime diverse, non da disperazione. Non isteria, non rottura. Qualcosa come cambiare pelle: fa male, è necessario e sotto cè già qualcosa di nuovo, fragile, ma vivo.

Pensava ad Andrea. A comera ventitré anni fa, la prima volta che lo aveva visto a una cena aziendale, dove lei lavorava. Rideva forte, di gusto, con la testa allindietro. Quello la fece innamorare. Quella risata era vera. O forse no? Forse non aveva mai saputo distinguere.

Pensava alla casa di campagna costruita insieme. Al litigio sul colore delle mattonelle, alle notti abbracciati con Caterina, allora bambina, che si infilava nel letto. In quei momenti tutto sembrava eterno e giusto.

Niente è eterno. Tutti lo sanno, ma ciascuno pensa che il proprio caso sia diverso.

Le lacrime si affievolirono. Laura si asciugò la faccia col dorso della mano. Prese il telefono. Cercò il contatto di Andrea. Lo guardò a lungo.

Cancellò.

Aprì il browser. Cercò: voli per la Puglia. Guardò prezzi e date. Aprile. Là era già caldo, il mare si riempiva del primo sole e ancora pochi turisti. Silenzio. Unaltra luce, dorata.

Sognava la Puglia da anni. Prima di Andrea. Poi Andrea, la casa, Caterina, i nipoti, lappalto. Nella vita si rimanda facile. Realizzare, quasi mai. Cè sempre altro.

Scelse una data. Otto aprile. Due mesi dopo. Una camera singola in una pensione sul mare, bianche pareti, persiane di legno, gerani sui davanzali.

Pagò.

Arrivò lemail di conferma.

Laura mise il telefono in tasca. Andò verso lauto.

La neve sotto i piedi sembrava più leggera. O forse era una sensazione.

Guidò verso casa, la testa vuota come non mai. Solo silenzio. Quello dopo la nevicata, quando tutto tace.

A casa aprì la finestra in cucina. Inspirò laria fredda, guardando i tetti infarinati del quartiere. Poi andò in studio, aprì la cassaforte, controllò la cartella. Tutto al suo posto. I documenti raccolti piano, senza fretta, negli ultimi mesi, da quando aveva cominciato a sentire qualcosa. Non sapere: sentire. Allinizio un fruscio, poi più chiaro.

Ragioniera. Sapeva leggere i numeri. Da un anno quelli del marito parlavano chiaro.

Chiuse la cassaforte. La chiave era ora a casa di Alessia, su una consolle ormai lontana. Che restasse lì.

Laura mise su il bollitore. Intanto andò nella stanza dei sogni, come chiamavano il ripostiglio. Dentro cerano le sue cose: scatole di libri, un vaso panciuto, e in fondo una cassetta di legno rivestita di pelle consumata.

La aprì.

Dentro, pennelli. Tubi di colore secchi. Un vecchio album da schizzi di almeno quindici anni. Lo sfogliò. Una spiaggia. Barche. Cielo accennato in pochi tratti. Sapeva dipingere, un tempo. Prima che mancasse il tempo.

Prese uno schizzo. Lo guardò a lungo.

Poi andò a prendersi il tè.

Quella notte non dormì quasi. Fissava il soffitto, ascoltava la neve che di nuovo copriva il tetto. I pensieri ondeggiavano, niente era più organizzato in colonne o risultati di bilancio. Ogni cosa alla rinfusa.

Pensava: comè possibile vivere accanto a qualcuno e non conoscerlo? Ventitré anni. Stessa tavola, stesso letto, vacanze, chiamate video con i nipoti. E poi, questo.

Poi pensò: lo ha mai conosciuto davvero? O solo unimmagine, costruita su misura, fatta di dettagli comodi? Di una risata a una cena aziendale, del colore delle mattonelle, delle gite al mare. Da tutto questo aveva costruito suo marito. E il vero Andrea era lì, ma separato da uno spesso vetro.

Pensiero duro. Il peggiore di quella notte.

Al mattino chiamò Caterina.

Caterina rispose subito, ancora assonnata:

Mamma? Così presto?

Non è presto, sono le nove, disse Laura. Cate, devo dirti una cosa.

Silenzio. Poi: Che succede?

Io e papà ci separiamo.

Lunga pausa.

Mamma…

Sto bene, confermò Laura. Dovevo dirtelo. Ma non chiamarlo subito, lasciami qualche giorno.

Ma perché… cosè successo?

Te lo spiegherò tutto, con calma, parola per parola. Ora però ti chiedo solo di sapere che sto bene. Non serve che tu venga né che mi aiuti. Solo un po di tempo.

Caterina aveva la voce tremante.

Ma come…

Cate, disse Laura piano. Sto davvero bene. Andro in Puglia, ad aprile.

Dove?

In Puglia. A dipingere. Sul mare.

Silenzio.

Sicura di stare bene?

Per la prima volta da tanto tempo, rispose Laura. Ed era vero. Non tutta la verità, non semplice, ma vera.

Chiuse la telefonata. Bevve il caffè alla finestra aperta. Fuori i bambini andavano a scuola, lasciando segni freschi nella neve. I passeri facevano chiasso nel gelso del cortile. Il cielo era bianco e sereno.

Tre giorni dopo incontrò lavvocata. Una giovane donna decisa, capelli corti, prendeva appunti ascoltando senza interrompere.

Quindi la richiesta è già stata depositata, disse.

Sì.

La divisione dei beni la casa, i conti, le quote in azienda. Sarà dura, soprattutto con la verifica fiscale in corso.

Capisco, rispose Laura. Non voglio tutto. Solo la mia parte. E vorrei chiudere senza scandali, in fretta.

Lavvocata la osservava.

È molto calma per la situazione.

Ho fatto la ragioniera, spiegò Laura. Con i numeri, non con le emozioni.

Aiuta.

Non sempre, disse Laura.

Andrea chiamò la settimana seguente. Numero sconosciuto, rispose.

Sono io, disse lui.

La voce diversa. Mancava qualcosa, forse la sicurezza.

Sentiamo, rispose lei.

Laura, dobbiamo parlarci. Come persone, senza avvocati.

Stiamo parlando.

Sai quello che hai causato? Verifiche, documenti È pesante.

Sì. Lo so.

Lhai fatto apposta.

Andrea, pronunciò Laura decisa. Sei stato tu a vivere una doppia vita per mesi. A mentirmi ogni giorno. Ora sono solo conseguenze. Dei tuoi gesti.

Silenzio.

Laura, io volevo credevo che forse noi potessimo

No, tagliò lei. Non possiamo.

Non mi hai fatto finire.

Volevi proporre di ricominciare?

Pausa.

Non so ammise lui. Sono confuso.

Lo so bene, disse Laura. Non ti aspettavi conseguenze. Pensavi che tutto potesse continuare. Casa, moglie, cena, e lei. Insieme. Pensavi che fosse normale, che agli uomini va sempre bene.

Sei ingiusta.

Forse. Ma sono onesta.

Ancora silenzio.

Come stai? chiese piano.

Laura restò in silenzio. Guardava fuori: era già marzo, la neve scioglieva lasciando terra e vecchie foglie.

Sto, disse. Meglio di te.

Lo credo, disse lui. Dentro la voce, qualcosa che non volle decifrare.

Andrea, disse. Parla con lavvocata. Servono documenti in regola. Per entrambi.

Daccordo.

E Caterina sa tutto. Glielho detto io. Ti vuole parlare. Chiamala, per favore.

Laura

Non penso di chiedere, disse. È solo giusto. È tua figlia. Merita la verità.

Chiuse.

Restò seduta, il suono della pala per la neve fuori ritmava. Pensò che doveva pulire il vialetto, comprare il latte, chiamare lidraulico per il rubinetto. Pensieri di una persona viva. La confortava.

Affrontò tutto come un progetto: ordinò casa, mise le cose di Andrea in scatole in cantina. Non buttò nessuna foto. Spostò i mobili, cambiò cuscini.

In cucina, buttò la padella del rosmarino. Non perché fosse rovinata, ma per cambiare. Ne comprò una nuova col manico rosso, ridicolo e vivace. Le fece ridere e poi smise, perché la faceva stare bene.

A marzo si iscrisse a un corso darte. Piccola scuola in paese, insegnante riservata. Alla prima lezione restò venti minuti col pennello in mano, senza iniziare. Ma poi iniziò.

La mano ricordava. La sorprese. Quindici anni di inattività, e ricordava. Dipinse una riva. Inventata. Blu e bianco, acqua e cielo, la striscia di spiaggia.

Bene, disse linsegnante affiancandola. Si vede che ha esperienza.

Passata, rispose Laura.

Non ha importanza.

La sera leggeva. Non romanzi gialli, non riviste di cucina. I libri lasciati ad aspettare per anni. Li leggeva piano, lasciando sedimentare le parole.

Caterina venne a trovarla a fine febbraio. A tavola, con il tè, la guardava in modo strano.

Mamma, sembri

Cosa?

Diversa.

Più vecchia?

No, fece una pausa. Più tranquilla. Non apatica, solo diversa.

Forse, ammise Laura.

Sei arrabbiata con papà?

Forse, dentro. Ma non è quello che sento di più.

E allora?

Laura la fissò. Nel volto di Caterina, qualcosa di suo, qualcosa di Andrea, tutto insieme eppure solo Caterina.

Curiosità.

Curiosità?

Sì, per quello che verrà. Non ricordo un tempo così. Sapevo sempre tutto. Ora invece, niente. Spaventa un po, ma si sente vita.

Caterina ci pensò a lungo.

Non vuoi che papà torni?

No. Anche se volesse. No.

Perché?

Laura abbracciava la tazza con le mani. Calda, lucida. Una buona tazza.

Perché ho letto quella chat, Cate. A lei scriveva come mai ha fatto con me. Forse perché era più facile, senza dover fingere. Io ero casa, i doveri. Ora so. Non voglio essere una funzione.

Caterina si voltò verso la finestra.

Ti ha chiamata. disse. Dice che si pente.

Forse, disse Laura. Ma il pentimento non è cambiamento. E riguarda lui, non me.

Mamma, non credi si potesse gestire in altro modo? Senza la segnalazione?

Laura tacque.

Forse sì. Uno può fare scenate, può perdonare, può far finta di niente. Succede spesso. Io ho scelto come sapevo fare. Non per ferire. Perché altro non ero capace.

Sei sempre stata precisa, disse Caterina.

È male?

No. A volte fa paura.

Stettero un po in silenzio. Poi Caterina labbracciò, stretta.

Davvero tutto bene?

Davvero.

La Puglia è vera?

Otto aprile.

Da sola?

Sì.

Caterina rimase così, poi si rilassò. Versò altro tè. La loro era una pausa densa, non strana, domestica. E anche quello era qualcosa.

Lavvocata aveva ragione: sarebbe stata dura. Lo fu. Andrea assunse un suo legale, incontri lunghi e faticosi. La verifica fiscale pesava su tutto. Laura gestiva, leggeva, firmava, poi tornava a casa cucinava, leggeva, dipingeva.

Un giorno Vesna, la vicina, venne con un vasetto di marmellata.

Signora Laura, dicono che avete avuto problemi.

Giusto.

Andrea se nè andato?

Sì.

Per sempre?

Per sempre.

Vesna taceva, poi porse la marmellata.

È di ciliegie, fatta in casa. Prenda.

Grazie, disse Laura.

Coraggio, disse lei, senza pietà, senza curiosità. Solo parole semplici. Sembra che tutto finisca. Poi invece cambia. Basta.

Lo sa per esperienza?

Vesna accennò un sorriso.

Primo marito viaggiava troppo. È passato tanto. Poi ventanni da sola, nessun rimpianto.

Se ne andò. Laura con il vasetto pensava che le storie di vita dopo un tradimento esistono ovunque, in ogni casa, non gridate mai. Le donne le portano dentro, silenziose. A volte per sempre.

Laura non voleva più tacere. Non sapeva cosa voleva, ma almeno ora aveva altre possibilità. Prima era ignoranza. Adesso invece era scelta.

Allinizio di aprile svuotò il ripostiglio. Trovò una vecchia scatola di foto. Rimase a guardarle. Lei e Andrea giovani, Caterina piccola, tutti e tre davanti al mare, in Puglia, Caterina con lo sguardo altrove. Laura ricordava bene quel giorno. Caldo, Caterina non voleva foto, Andrea la faceva ridere con rumori assurdi. Era gioia vera.

Chiuse la scatola. Non la buttò. Lappoggiò comunque in alto.

Il passato non va distrutto. È stato, cè stato del bello, autentico. Quello che è venuto dopo non cancella, solo aggiunge strati. Così deve essere.

Il sei aprile fece la valigia. Piccola, con le rotelle, quasi nuova. Mise solo cose leggere, un libro, lalbum da disegno, pennelli e nuovi acquerelli. Occhiali da sole. Cappello comprato e mai indossato.

Il sette aprile uscì in giardino. Sotto lolmo la terra era già sgelata, odore di foglie vecchie e qualcosa di nuovo. Uccelli cinguettavano. Giornata pallida, non calda ma già senza gelo.

Andrea chiamò. Nuovo numero.

Laura, domani parti?

Sì.

Cate me lo ha detto.

Sì.

Buon viaggio.

Restò zitta. Poi:

Grazie.

Vai sul serio a dipingere?

Sì.

Non sapevo che sapessi dipingere, disse lui, piano.

Cè molto che non sapevi.

Pausa.

Laura, volevo dire…

Non serve, lo interruppe. Tutto già detto.

Io solo…

Andrea. Guardava i germogli sulle prime foglie. Ti auguro di trovare chiarezza. Davvero. Non voglio vederti infelice. Voglio la mia vita.

Lungo silenzio.

È giusto, disse lui infine.

Sì. Ciao.

Rimise via il telefono. Rimase ancora un po sotto lalbero. Quelle gemme sui rami così ostinate che le punsero il naso. Non pianse. Solo stette lì.

Poi tornò in casa.

Otto aprile, alle sei, chiuse la porta della villetta. Controllò la serratura. Quartiere silenzioso; in fondo alla via, il netturbino spazzava le foglie. Laura sistemò la valigia vicino lauto.

Vicino al cancello, la sua macchina. Aprì, caricò la valigia. Poi si fermò.

Guardò le ruote. Gomme estive. Buone, appena cambiate, la stagione ormai passata. Aveva prenotato settimane prima dal gommista, non quello in rubrica. Gomme nuove, leggere, attente sullasfalto.

Le fissò un istante. Poi sorrise. Piano. Come chi capisce una cosa semplice.

Gomme estive. Era ora.

Si mise al volante, accese il motore, abbassò un po il finestrino: aria di aprile, fresca, profumo di germogli e dasfalto bagnato. Il navigatore segnava: Aeroporto di Bari. Due ore, se non cè traffico.

Partì.

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