Un indirizzo di casa estraneo
Mi senti almeno quando parlo? O di nuovo una chiamata importante, devo andare?
Elena, ti sento. Solo che ora non è il momento migliore.
E quandè il momento giusto? Da quanto non torni a casa prima delle dieci di sera? Da quanto non ceniamo insieme come una coppia normale?
Lavoro, lavori anche tu. Abbiamo orari difficili entrambi.
Non serve che mi spieghi gli orari. Sono ventanni che guido unambulanza, so cosa vuol dire avere orari impossibili. Non è una scusa. È solo un modo per non dire nulla.
Quella volta non risposi nulla. Posai la tazza nel lavandino, mi misi la giacca ed uscii. Chiusi la porta piano, senza rumore, come se avessi paura di svegliare qualcuno che in casa non cera. Elena Maria Bianchi rimase qualche istante ferma in cucina, a guardare il caffè che avevo lasciato. Poi prese la borsa e andò di turno. Era mercoledì. O forse martedì. Non ricordava più, quei discorsi si ripetevano troppo spesso ed erano sempre gli stessi: lei parlava, io uscivo, lei andava a lavorare.
Ci aveva fatto il callo, dopo ventanni. Ogni volta che dentro le faceva male o ribolliva, lavorava. Il 118 non ha tempo per il malumore, non si interessa dei problemi di casa, non chiede permessi per stare male. Lì servono mani, testa e la capacità di lasciar fuori tutto il resto. E questo la salvava. Laveva sempre salvata.
Aveva cinquantadue anni, il viso ne mostrava cinque di meno, ma non se lera mai detto. Bassa, con i capelli corti scuri in cui da tempo resistevano orgogliosi fili dargento. Le mani secche e veloci, occhi grigi e un po stanchi, capaci di fissarti calmi anche quando dentro era tempesta. I colleghi la rispettavano. Non le portavano i pasticcini né la celebravano, ma la stimavano e, in questo lavoro, era tutto. Il collega, Costantino, con cui lavorava in squadra da tre anni, diceva sempre: Se vai con la Bianchi, stai tranquillo. Non sbaglia mai.
Suo marito, Andrea Carlo Bianchi, lavorava nelledilizia. Cosa facesse di preciso, Elena lo sapeva ormai solo a grandi linee progetti, riunioni, investitori. Ventitré anni insieme. Un figlio, Massimo, che viveva a Milano e faceva il programmatore. Domenica chiama: Tutto a posto, mamma? Tutto normale, rispondeva lei. Era sincera, perché quella routine era la loro normalità.
Quel turno fu lungo e pesante. Non che fosse successo qualcosa di eclatante, ma tutto sembrava pesare di più. Mattina: chiamata in periferia, anziano con pressione alle stelle e paura folle di salire sullambulanza, la figlia che insultava tutti padre e soccorritori. Poi un bambino di otto anni con reazione allergica, madre smarrita, ripetere le stesse istruzioni tre volte. Poi signora anziana con dolori addominali, portata in Pronto Soccorso e accompagnata di persona alla reception. Poi ancora pressioni da misurare e mediare, moduli da firmare.
Alle otto di sera, Elena si sentiva con addosso non solo stanchezza, ma una specie di vuoto nelle gambe, pesantezza su gli occhi. In macchina, sorseggiava il suo tè verde senza zucchero dal solito thermos, ormai tiepido. Costantino dormiva davanti, testa lanciata allindietro. Aveva il talento di addormentarsi per cinque minuti ovunque, svegliandosi subito lucido. Elena lo invidiava in silenzio, senza rancori.
La radio gracchiò.
Bianchi, ricevi?
Ricevo.
Chiamata. Via dei Vetri, civico 4, interno 81. Donna, ventotto anni, tachicardia, dispnea, formicolio alle mani. Dice che è la prima volta. Molto spaventata.
Ricevuto.
Costantino aprì subito gli occhi.
Dove andiamo?
Via dei Vetri, quattro. Probabilmente panico.
Giovane?
Ventotto.
Annuii e avviai il motore. Elena finì il tè, rimise via il thermos. Via dei Vetri era in quella zona che tutti chiamavano la parte di vetro: palazzi nuovi, vetrate immense, parcheggi sotterranei, videocitofoni di ultima generazione. Appartamenti costosi, silenzio, odore di ascensori nuovi. Elena era stata lì più volte. Chiamate sempre uguali: pressione da stress, crisi dansia, soprattutto tra le donne giovani. Vita dorata, stessi nervi di tutti.
Il palazzo era proprio come me lo aspettavo: alto, facciata chiara, ampi gradini. Al citofono una voce di donna, affannata: Salite. Lascensore, tutto specchi e luci soffuse. Costantino reggeva la valigetta, io andavo accanto, pensavo soltanto che dovevo passare a prendere pane e forse la ricotta.
Interno 81 era in fondo al corridoio. La porta si aprì ancora prima che avessi suonato. Davanti a noi una ragazza in vestaglia color avorio, capelli biondi scompigliati. Era bella, lo notai senza nemmeno pensarci. Giovane e terrorizzata. Le mani sul petto, quasi a scaldarsi.
Meno male che siete arrivati, disse. Pensavo non venisse nessuno.
Eccoci, rispose Costantino. Possiamo entrare?
Sì, certo.
Entrammo. Lappartamento era grande, soffitti alti. Arredamento costoso ma non ostentato: muri chiari, divano grigio perla, un bicchiere dacqua mezzo vuoto sul tavolino. Angolo illuminato da una lampada. La stanza sembrava accogliente e inquieta allo stesso tempo.
Come si chiama? chiese Elena aprendo la borsa.
Vittoria. Vittoria.
Vittoria, si sieda qui, sul divano. Da quanto comè iniziato?
Da quaranta minuti, credo. Ero tranquilla, leggevo, dun tratto il cuore è partito. Respiro corto. Ho avuto paura di un infarto.
Vediamo subito. Dolore al petto?
No, solo forte battito.
Bene. Mi dia le mani.
Elena mise il misuratore, ascoltò il polso, rapido sì, ma regolare. Iniziò a segnare la pressione. Costantino già distendeva la pellicola per lECG, con la solita rapidità. Vittoria ci osservava tutti e due, con quel misto di sollievo e paura che tanto conoscevo anchio nei pazienti: lalleggerimento che siano venuti e la paura di sentire brutte notizie.
Centoventi su ottanta disse Elena. Tutto nella norma.
Sicuro?
Certo. Pulsazioni alte, ma vediamo meglio tra poco. Vive da sola?
Era una domanda abituale, serviva capire se ci fosse qualcuno in caso peggiorasse la notte.
No, disse Vittoria, esitò appena. Non proprio da sola.
Bene, qualcuno allora può chiamare aiuto se necessario.
Costantino attaccava gli elettrodi, Vittoria sollevò con imbarazzo la vestaglia qualche centimetro. Elena segnava i dati, guardava lorologio sono le otto e mezza. Pensava che Andrea forse era già a casa, o ancora in riunione. Poi lasciò perdere, lì cera una paziente, cera il lavoro.
In quellistante, dal corridoio verso, si sentono passi leggeri. La porta si socchiude.
Non alzai subito la testa. Compilavo ancora il modulo, la mano muoveva automatica. Poi alzai.
Sulla soglia cera Andrea.
Era in maglietta e jeans, senza giacca, come se fosse uscito poco prima dalla camera accanto. Capelli spettinati, telefono in mano. Sul viso, mentre ancora non mi aveva visto, lespressione rilassata di chi è nel suo ambiente.
Poi mi vede.
Rimasi a guardarlo due secondi buoni. Avrei rivisto nella mente infinite volte quei due secondi, senza sapere davvero cosa avevo provato. Qualcosa cera, ma era silenzioso. Come se dentro avessi premuto un piccolo interruttore: in una stanza si fece buio, nelle altre la luce era la stessa.
Andrea sbiancò, anche con la luce fioca si vedeva.
Diedi unocchiata al tracciato che Costantino mi porgeva.
Fammi vedere gli dissi.
La voce era la solita; lo notai con sorpresa io stesso.
Costantino passò il foglio. Controllai attentamente. Tachicardia sinusale, solo battiti accelerati, niente di pericoloso. Esattamente ciò che mi aspettavo.
Vittoria, disse Elena, il cuore è sano. Si chiama attacco di panico. Spaventa, ma non è pericoloso. Tutto a posto.
Davvero? chiese Vittoria, guardando verso Andrea, non verso di me. Nel tono cera qualcosa rigidità, forse.
Davvero, confermai. Ora beva qualcosa, respiri piano: inspire per quattro, espiri per sei. Se ricapita non vuol dire che è grave, soltanto che serve un neurologo o uno psicoterapeuta. Gli attacchi si curano facilmente.
Parlavo con tono neutro, come sempre a fine visita. Le mani sistemavano lattrezzatura, mettevano via il misuratore, chiudevano la borsa. Tutto secondo abitudine.
Grazie, sussurrò Vittoria.
Di niente, risposi. Costantino, andiamo?
Pronto.
Andrea era ancora nella porta. Io evitai intenzionalmente di guardarlo. Non perché non potessi, ma perché non avevo ragione di farlo. Misi la borsa a tracolla, presi la cartelletta.
Registriamo tutto, annunciai a Vittoria, la frase di rito che chiudeva ogni chiamata.
Uscimmo. Costantino schiacciò il pulsante dellascensore. In silenzio. Sapeva tacere al punto giusto, senza forzare conversazioni. Arrivato lascensore, montammo.
Tutto ok? chiese piano.
Guardava davanti a sé nel riflesso dello specchio.
Sì, tutto ok, rispose Elena.
Sei strana, oggi
Stanca. Turno lungo.
Accennò col capo e tacque.
Fuori era fresco, aprile quellanno non decideva tra caldo e vento dal Naviglio. Salimmo in macchina, Costantino prese le carte. Io fissai le finestre ancora accese. Quarto piano, ottavo appartamento dal lato, o forse il nono. La luce era accesa.
Presi il cellulare. Cinque chiamate perse, tutte da Andrea negli ultimi dieci minuti. Lo rimisi in tasca.
Costantino, altre chiamate per noi oggi?
Adesso niente. Ma la signora Larisa dice che verso le dieci di solito si riparte.
Larisa era la centralinista, sempre precisa. E infatti alle dieci: anziani col fiatone, giovani in crollo dopo lo stress. Il 118 lavora secondo altre logiche, non quelle dei salotti.
Allora torniamo alla base, ci beviamo un tè, dissi.
Accese il motore.
Io guardavo la Milano notturna dal finestrino. Lampioni, vetrine, passanti radi. Tutto al suo posto. Pensai che ventitré anni non sono solo il passato: sono una vita. Sono Massimo ventisettenne che chiama sempre la domenica. Sono la nostra casa in montagna a due ore, che chiamavamo il nostro rifugio. È il mio plaid di lana sul divano, portato da mamma. Sono feste insieme, influenze insieme, tutte quelle sera noiose davanti alla TV.
Pensai a tutto questo, come chi allimprovviso vede qualcosa di noto sotto una nuova luce.
Alla base, Costantino preparò il tè. Bevemmo in silenzio. Poi disse:
È tanto che ti conosco.
Già.
Vedo che cè qualcosa che non va. Non devi parlarmi per forza. Se hai bisogno ti porto dove vuoi, lo sai.
Lo guardai. Trentanove anni, moglie Patrizia, due figli che vanno a scuola. Una vita di corse anche lui. Persona gentile. Affidabile.
Grazie, Costantino. Davvero. Ma ora non serve.
Ok.
Guardò fuori. Gliene fui grato.
Il telefono vibrò ancora. Andrea. Schiacciai rifiuta. Poi scrissi: Sono di turno. Non chiamare. Inviai. Ripresi la tazza con entrambe le mani. Il calore della ceramica era piacevole.
Pensai a quando tutto era cominciato. Quando Andrea aveva iniziato a tardare sempre, non solo ogni tanto. Quando aveva smesso di raccontare della sua giornata con dettagli, nomi, storie. Ora erano solo frasi generiche, e io avevo smesso di chiedere. Pensavo che fosse solo stress, che gli uomini sono così.
Gli uomini sono così. Mi sorpresi a pensarlo, e accantonai il pensiero, come si fa con una lettera da aprire poi.
Non ci furono chiamate fino alle undici. Poi una chiamata da un vecchietto col ginocchio gonfio: niente da ambulanza, ma in assenza di parenti lo portammo alla clinica, spiegai come fare richiesta chirurgica. Ringraziò troppe volte, si vergognava persino ad aver chiamato. Ha fatto bene, gli risposi.
Al ritorno Costantino mise la radio bassa. Una donna cantava, con malinconia. Io pensai a come sarebbe stato il ritorno a casa, lindomani mattina. Che avrei detto. Che avrebbe detto lui. O, forse, nulla: cè sempre la versione in cui ti convinci che hai frainteso, che magari era solo coincidenza.
Ero abile a cercare scuse. Ventitré anni di esperienza.
Il turno finì verso luna di notte. Ultimo caso mezzanotte: ragazzo giovane, febbre alta, via in infettivologia, nulla di complicato. Poi consegna documenti, cambio. La solita fine.
Ti do un passaggio? chiese Costantino.
No, ho la mia.
Va bene sicura che stai bene?
Costantino.
Daccordo, daccordo, non insisto.
Guidai fino a casa in venti minuti. Di notte si viaggia bene. Mi piacevano quelle ore. Nel silenzio si pensa meglio, senza interferenze.
Luce accesa nellingresso. Andrea era sveglio, lo sapevo ancora prima di aprire.
Appena tolsi le scarpe, uscì dal soggiorno. Mi fissava come chi è colpevole e già sulla difensiva.
Elena, disse piano.
Non adesso, tagliai corto.
Devo spiegare.
Andrea, vengo da un turno, sono esausta. Non adesso.
Non è come pensi.
Lo guardai a lungo. Poi passai oltre, andai in bagno, mi lavai, mi tolsi il trucco. Quando uscii, lui era ancora lì.
Elena, ti prego, parlane con me.
Domani, e andai a dormire.
Non dormii. Rimasi a fissare il soffitto. Silenzio, poi il materasso in soggiorno scricchiolò: si sdraiò lì, meglio così. Non venne in camera, fu un sollievo.
Mi stesi e pensai, fredda, quasi come chi prepara gli strumenti per una visita. Fatto: Andrea era in quellappartamento. Era lì da padrone, in maglietta, rilassato, col suo telefono. Dalla giovane bella ragazza che non viveva sola.
Altro fatto: da almeno un anno e mezzo rientrava tardi. Non sempre, ma spesso. Trasferte mai precisate. Telefono incollato. Così abituale da sembrare normale.
Pensai che le storie lette o ascoltate dalle amiche sembrano sempre ovvie da fuori. Ma come ha fatto a non vedere? Ma dentro è diverso. Ci si abitua. Non vuoi saperlo.
Stare insieme dopo tanti anni non è solo abitudine. È unintera vita mescolata: bello, brutto, anni, quotidianità, un figlio, mille dettagli.
Elena si accorse che non stava piangendo. La sorprese. Non che credesse che le lacrime fossero dobbligo, ma pensava che avrebbe sentito dolore subito e forte. Invece era una tristezza silenziosa, che pesava più come stanchezza che altro.
Si addormentò verso mattina.
Si svegliò alle nove. Nessun rumore dal soggiorno. Si lavò, vestì jeans e maglione, non pigiama. Entrò in cucina.
Andrea era lì, col caffè. Quando la vide, alzò il capo.
Elena.
Buongiorno, disse lei, si versò dellacqua.
Dobbiamo parlare.
Sì, dobbiamo.
Si sedette, dritta sulla sedia, mani sul tavolo, lo guardò fisso.
Ti ascolto.
Andrea parlò. A lungo. Un fiume di parole: non è come immagini, non cè niente, Vittoria è solo una conoscenza, lho aiutata co dei documenti, ogni tanto passo di là per lavorare in tranquillità perché a casa cè sempre tensione. Parlava e mi guardava, come se aspettasse qualcosa: forse che piangessi, forse urlassi, forse chiedessi dettagli così da iniziare la lunga discussione di sempre.
Io non lo interruppi mai. Lo lasciai finire.
Tutto qui? domandai quando concluse.
Elena, ti prego, cerca di capire
Andrea. Lo chiamai a voce piatta. Non discuto su cosa tu facessi in quella casa. Non mi interessa.
Come non ti interessa?
Così. Ti ho visto. Tu hai visto me. Non mi hai telefonato, non hai scritto, nulla. Sei tornato e ti sei messo a dormire. Questo è importante. Il resto, i dettagli, le spiegazioni, non minteressano.
Tacque. Mi fissava smarrito, come se parlassi una lingua imprevista.
Io me ne vado, dissi. Non ora, ma oggi sì. Prendo le cose che servono e basta. Poi sistemiamo tutto, senza drammi.
Elena, aspetta
Non corre nessuno. Mi alzai. Voglio solo che tu capisca: non è un impulso. Ho dormito, mi sono alzata, ho pensato. È una decisione.
Andai in camera, presi dallarmadio la borsa grande da viaggio, quella da congresso medico. Blu scuro, la maniglia già un po consunta. La aprii e iniziai a mettere le cose essenziali. Non avevo nessuna fretta, solo metodo. Il mestiere di medico ti insegna: valuta cosa serve subito e cosa può aspettare. Così: un cambio, i documenti, i caricabatteria, qualche libro, il plaid di mamma. Al resto si pensa dopo.
Andrea arrivò sulla porta.
Stai facendo sul serio?
Sì.
Elena, ventitré anni. Così, di colpo
Ventitré anni, ripetei senza fermare le mani. E proprio per quello non voglio né scenate né lacrime. Sono stanca, non solo di te. Di tutto. Anche questa è verità.
Sentii che si allontanava. Poco dopo la macchinetta del caffè, poi silenzio. Chiusi la valigia, controllai i documenti, il portafoglio, la tessera sanitaria. Tutto ok.
Allingresso, mi infilai la giacca.
Dove vai? chiese Andrea.
Da Tamara. Era la mia amica, dallaltra parte della città. Maestra, viveva da sola. Mi diceva sempre: Vieni quando vuoi.
Per quanto?
Non lo so.
Elena, disse. In voce cera forse pentimento, o forse paura, ma io ascoltavo solo le sue parole.
Andrea, non rendiamola più dura di così. Non sparisco. Sto da unamica. In futuro parleremo della casa, di tutto. Non voglio guerre.
Aprii la porta.
Aspetta, disse lui. Ma tu stai bene?
Mi fermai. Strano, non me laspettavo. Ci pensai tre secondi.
Non lo so ancora, risposi. Per ora sì.
Uscii.
In ascensore sola, osservai il mio riflesso. La solita faccia stanca, come sempre dopo un turno di notte. Niente di speciale. Sistemai i capelli, la valigia blu posata accanto.
Fuori era fresco, ma pieno di sole. Una mattina di aprile, sincera, senza illusioni. Arrivai allauto, buttai la borsa sul sedile dietro, mi sedetti. Il telefono sul sedile accanto. Mandai un messaggio a Tamara: Posso venire? Starò un po di giorni. Invio. Guardai nello specchietto. La strada era vuota.
Tamara rispose subito: Certo. Sono qui. Ti aspetto.
Accesi lauto.
Guidando, pensavo che il tradimento di chi ami tutti lo raccontano come una tragedia rumorosa, un terremoto. Ma a volte arriva in silenzio: scatta un interruttore e una sola stanza si oscura, mentre intorno la luce resta.
Mi fermai al semaforo. Accanto una macchina con un bambino dietro che osservava il finestrino, perso nei suoi pensieri. Sorrisi senza volerlo, lui ricambiò serio, come fanno solo i bambini.
Scattò il verde.
La casa di Tamara distava mezzora. Andai piano, niente musica. Pensavo che dovevo chiamare Massimo. Non ora, ma presto. Cosa dirgli? Le parole, per ora, non occorrevano.
Pensai che Vittoria, la ragazza della vestaglia, non aveva colpe perché le era venuto un attacco di panico. Pensiero buffo, ma reale. Succede a chiunque. Avevo fatto la visita come si doveva, nessuna sviste, consigli giusti. Saper lavorare bene, nonostante tutto, valeva ancora qualcosa. Era importante, anche se me ne resi conto solo guidando verso Tamara.
Le storie che si raccontano tra donne iniziano con un evento e finiscono con una lezione già pronta. Ma la mia storia, per ora, non avevo conclusione né morale. E forse non era affatto necessario.
Quando tutto frana, il primo istinto è trovare subito un nuovo appiglio. Lo sapevo su di me e sulle persone che soccorrevo. Ma decisi di non correre. Avevo già preso una decisione. Per ora bastava.
Da lontano vidi il palazzo di Tamara: una vecchia palazzina con i pioppi davanti. I rami già punteggiati dal verde tenero.
Parcheggiai, presi la valigia. Era più pesante del previsto, pazienza ero abituato.
Civico, scale. Al terzo piano, la porta già aperta, Tamara sulla soglia, bassezza, vestaglia e una tazza in mano. Tamara Orlandi, cinquantaquattro anni, insegnante, e la sola capace di stare vicino in silenzio come Costantino.
Vieni, disse semplicemente.
Sono qui, risposi.
Lasciai la valigia nellingresso, mi tolsi la giacca. In casa odore di caffè e libri. Un buon odore. Mi venne naturale rilassarmi un po.
Hai fame? chiese.
Non lo so. Magari dopo. Ora lasciami solo stare qui.
Va bene. In cucina.
Ci sedemmo. Tamara mi versò il caffè, mise un piatto con panini al formaggio e insalata. Sorseggiò il suo. Restammo zitti tre minuti buoni.
Vuoi raccontare? chiese.
Dopo. Ora solo silenzio.
Va bene.
Il cielo di aprile era azzurro tra le nuvole. Elena guardava fuori e pensava che la psicologia delle famiglie tutta bella teorica non basta mai a spiegare davvero come ci si sente. Le parole le conosci, ma il sentimento è nuovo, come alla prima volta.
Separarsi dopo un tradimento ha nomi giuridici, termini psicologici. Ma in quel momento lì, è solo una borsa nellingresso, un panino e i pioppi fioriti. Adesso è così: lei è qui, è a posto, ha il lavoro, unamica, un figlio a cui telefonare domenica.
Tamara, chiesi.
Dimmi?
Secondo te, la parte difficile del prendere una grande decisione non è lattimo della scelta, ma ciò che segue? Quando la scelta è già stata fatta ma la vita ancora non ti si è sistemata intorno.
Tamara rifletté.
Sì, rispose. Quando mi sono separata da Vittorio, ho deciso a febbraio, ma lho capito davvero solo a maggio. Tre mesi a vivere nel mezzo.
Esatto, è il limbo.
È normale. Serve per abituarsi alla strada nuova.
Elena prese un boccone. Buono, pane croccante, formaggio, insalata.
Grazie per avermi aperto subito, dissi.
Tu lo faresti per me.
Ovvio.
Il vento agitava il pioppo là fuori. Foglie nuove, brillavano al sole. Elena pensò a quanto destino di donna suoni un po vecchio ma così vero: la sorte te la costruisci ogni giorno.
Non sapeva cosa sarebbe successo dopo. Che avrebbe detto a Massimo, come avrebbero diviso la casa, dove sarebbe andata. Se quella tristezza si sarebbe sciolta in fretta o lunga. Che pensasse Andrea adesso, non lo sapeva né le importava granché.
Sapeva soltanto questo: domani aveva turno alle tre. Doveva dormire, mangiare, rimettersi in forma. Perché il 118 non aspetta, e paradossalmente ora mi consolava. Fare bene il proprio lavoro era già qualcosa.
Le storie di forza danimo di solito celebrano chi fa gesta eroiche. Ma forse forza danimo è questo: sedersi in cucina da unamica, mangiare un panino, guardare i pioppi daprile e dirsi: va bene. Troverò una soluzione.
Il telefono vibrò. Non Andrea, ma Massimo. Mai chiamava il sabato mattina; forse un caso, o forse intuito dei figli.
Risposi.
Ciao mamma. Tutto bene?
Tacqui un secondo. Tamara guardava fuori, gentile.
Ciao Massi. Sto cercando di capirlo, ma sì, sto bene. Tu?
Tutto a posto, volevo solo sentirti.
Mi fa piacere che hai chiamato.
Le feci un gesto da aspettare, uscii nel corridoio. Appoggiato al muro, risposi alle sue domande, parlammo daltro. Non tutto, non adesso, ma sinceramente per quanto potevo. La voce era calma, stanca ma viva. Chiese di nuovo, davvero stai bene? Lo rassicurai.
Quando terminai la chiamata, rimasi un attimo fermo. La valigia blu era allingresso, dal vetro si intravedevano i pioppi.
Ritornai in cucina.
Tuo figlio? chiese Tamara.
Sì.
Un bravo ragazzo.
Già.
Restammo ancora zitti, a terminare il caffè. Poi Tamara disse:
Resta pure quanto ti serve. Cè posto. Ti do le chiavi.
Grazie.
E racconterai quando vuoi.
Volentieri. Elena posò la tazza. Alcune storie devono essere raccontate ad alta voce per capire lordine delle cose.
Tamara annuì. Del resto era maestra di lettere.
Con calma, quando vorrai. Qui non cè fretta.






