Mele a ottobre
Lucia, cerca di capire. L’appartamento è uno solo, ma siamo in due. Io sono il fratello maggiore, per legge mi spetta di più. Lo sai anche tu.
Lucia Sereni era ferma alla finestra, guardando il cortile dove i rami spogli del sorbo si piegavano nel vento. Non piangeva. Guardava soltanto come oscillavano i rami e pensava che quello era stato un anno ricco di bacche, rosse e fitte, che però ormai gli uccelli avevano quasi del tutto portato via.
Io non capisco niente, Vittorio sussurrò senza voltarsi.
Dai, non dire così. Lappartamento è un trilocale, pieno centro di Firenze. Sono io ad avere la residenza. Ho famiglia, dei figli.
Anche io sono qui residente.
Ma è solo temporaneo. La mamma ti ha fatto restare quando ti sei separata. Ma questo non vuol dire che tu sia comproprietaria.
Finalmente Lucia si girò. Vittorio aveva cinquantasette anni, lei cinquantaquattro. Avevano condiviso una stanza da bambini, un tavolo, una mensola di libri e una madre sola. Ora lui era fermo sulla soglia della sua stanza, in un cappotto costoso, con il cellulare in mano, lo sguardo fisso sopra la sua testa.
Il notaio ha detto che per testamento la casa si divide a metà. Non puoi decidere tu, Vittorio.
Lo so, cosa ha detto il notaio. Finalmente le incrociò lo sguardo; ma non cera rabbia, né durezza, solo quella stanchezza triste di chi ha già deciso tutto molto tempo prima. Vorrei proporti il riscatto. Il valore di metà al mercato non è poco, ma lo sai che accendermi un mutuo non avrebbe senso. Posso darti i soldi dilazionati. Oppure
Oppure?
Oppure prendi la casa in campagna. Cè ancora il podere della mamma a Castelvecchio. È vecchio certo, ma il terreno è buono. Mille metri quadri, la casa, il fienile. Sul catasto vale come la tua metà. Quasi.
Lucia restò in silenzio. Fuori il vento piegò più forte il sorbo e lultimo grappolo di bacche cadde.
Vuoi che io me ne vada in campagna.
Voglio solo che andiamo daccordo. Senza tribunali.
Ci penserò, disse.
Vittorio uscì senza sbattere la porta. Forse fu questo a farle male: sbatterla avrebbe significato che gli importava ancora qualcosa.
Castelvecchio era a centoventi chilometri. Lucia ci andava da bambina, poi da ragazza insieme alla madre. Lultima volta otto anni prima, quandera ancora la mamma a condurla là. Allora la casa già odorava di umidità, il tetto della veranda sabbassava, ma la mamma ripeteva sempre che lì si respirava meglio. Che laria era diversa.
Quando Lucia chiamò la sua amica Nina, quella fu decisa:
Sei matta? Non accettare. Porta tutto in tribunale. Trovati un avvocato serio.
Non posso permettermi un avvocato. E non ho le forze per una causa.
E per la campagna invece, sì?
Non so. Lucia restò un attimo in silenzio. Prima devo andarci. Vedere.
Vedrai che capirai subito. Lì non cè niente.
Mamma diceva che laria era diversa.
Nina tacque per un po, poi sospirò:
Lucia, vuoi solo scappare da tutto questo. Ti capisco. Ma la campagna non è la soluzione. È una fuga.
Forse ho proprio bisogno di una fuga.
Partì un sabato mattina col regionale. Ottobre faceva già freddo, gli alberi lungo i binari erano quasi nudi. Lucia guardava fuori dal finestrino, senza pensare. Solo osservava i campi, i boschetti, le recinzioni nere delle vecchie case coloniche. Pensare le dava dolore; così, per ora, decise di non pensare.
Castelvecchio era un piccolo paese: poche vie, un alimentari allangolo, una chiesa senza campanile. La casa era in fondo alla seconda strada, dietro ad alcuni vecchi meli, e si presentava come tutte le case vuote da troppo tempo: vernice scrostata alle persiane, cancello storto, il muschio sulle scale. Ma i muri erano ancora dritti e il comignolo era integro.
Lucia aprì il lucchetto, entrò. Sapeva di chiuso, disabitato, ma non di marcio. Girò per le stanze: la cucina col camino, la sala, una stanzetta con un divano. Nellingresso appeso un vecchio impermeabile della mamma; lo toccò, qualcosa le si strinse nella gola, ma non pianse. Stette solo un poco, aggrappata al tessuto.
Lorto era invaso dalle erbacce ma i meli erano vivi. Cera ancora qualche mela tardiva, piccola, gialla. Lucia ne raccolse una, la lucidò sulla manica del cappotto, la morse. Era dolce, leggermente aspra, profumava dautunno.
Quando tornò in città chiamò Vittorio:
Accetto. Sistema tu le carte per la casa.
Daccordo, disse Vittorio. E niente più.
Il trasloco prese due settimane. Non aveva molte cose. Libri in scatole, biancheria, stoviglie, vestiti. Nina la aiutò a caricare, borbottando tutto il tempo che Lucia commetteva una stupidaggine, ma ormai era solo un mantra, senza convinzione.
Ma tornerai ogni tanto? chiese lamica, quando il camioncino fu colmo.
Sì, verrò. E tu pure, vieni.
In campagna? Nina rise un po stonata. Lì ci saranno le zanzare.
È ottobre. Le zanzare non ci sono.
Lanno prossimo, sì.
Iniziò dalla cucina. Così era giusto, pensava Lucia. Prima bisogna far funzionare il camino, avere caldo, poter cucinare una minestra. Per fortuna il camino funzionava, solo la canna fumaria era sporca. Il secondo giorno si presentò il vicino, Mario Ferretti, un vecchietto che abitava di fronte. Entrò come per caso e le disse:
Ho sentito che è arrivata la figlia di signora Zina.
Sì. Lucia. La più giovane.
Mario Ferretti. Si tolse il cappello. Ero amico di sua mamma, diciamo, da sempre. Semplici vicini.
Vuole entrare?
Si affacciò, osservò la cucina, toccò il camino e disse:
Va pulito. Ci penso io, non si preoccupi.
Posso imparare a farlo da sola.
Certo. Sorrise. Ma meglio se lo faccio io, cè unarte in queste cose.
Mentre lui sistemava il camino, Lucia riordinava la sala. Loro parlavano da una stanza allaltra, senza vedersi, e la cosa le sembrava curiosamente comoda.
Lei qui da tanto? chiese Lucia.
Son nato qua. Sempre vissuto qui.
Non ha mai voluto andare in città?
Da giovane sì. Poi mi è passata.
Perché?
Mario rimase un po in silenzio, poi disse:
In città c’è sempre qualcosa da fare. Qui invece decidi tu cosa fare davvero. Sa la differenza?
Lucia pensò e rispose di sì.
I primi giorni trascorsero in uno strano torpore. Si svegliava presto, perché in campagna la luce arriva prima e i passerotti fanno chiasso dal mattino. Prendeva il tè alla finestra guardando i meli, poi faceva la spesa, le faccende, aggiustava, leggeva. La sera andava a dormire presto.
I pensieri su Vittorio arrivavano di notte. Non erano cattivi, solo stupiti. Cercava di capire quando aveva iniziato a sentirlo estraneo. O forse era sempre stato così e non se nera accorta. Cresciuti insieme, ma sempre separati da quei tre anni tra loro: come una staccionata bassa che non vuoi mai scavalcare, anche se lo potresti.
Verso la fine della prima settimana trovò una gatta. Era sotto al portico: piccola, grigia, occhi doro spalancati. Lucia le portò un pezzo di pane col burro; la gatta lo annusò e se ne andò.
Fiera, disse Lucia a voce alta.
Il giorno dopo portò del latte. La gatta ne bevve metà, e restò.
Quando Mario la vide commentò:
Ah, quella è Tosca. Non ha casa, va dove trova compagnia. Ma non prenda labitudine, lei non si lascia addomesticare.
Vedremo, rise Lucia.
Dopo una settimana Tosca dormiva sul suo divano.
Cera sempre da fare, ed era un bene. Perché quando le mani lavorano, la testa pensa meno. Lucia cambiò i cardini del cancello, ridipinse le persiane, riordinò gli scaffali dellingresso. Mario portò una catasta di legna e la sistemò lui.
Lei è di città le spiegò. La legna si mette dritta, sennò si bagna.
Vorrei imparare.
Imparerà, lanno prossimo la farà da sola. Questa volta la guardò più a lungo. Allora, rimane qui per sempre?
Non so ancora.
Passerà linverno qui?
Credo di sì.
Annui, e sistemò i ceppi in modo da bastare a lungo.
Novembre portò il freddo vero. Il paese si addormentò, i vicini sparivano, solo il fumo dei camini denotava che qualcuno cera. Lucia accese il camino e scoprì che la tranquillizzava. Cera qualcosa di essenziale: aprire il tiro, aggiungere le stecche, accendere, aspettare che il fuoco attecchisse. Poi mettere altra legna e ascoltare il crepitio nella cucina.
Chiamò Nina:
Lo sai? Accendo il camino.
E allora?
Mi piace, mi fa sentire bene.
Lucia Nina fece una pausa. Ma come stai davvero?
Meglio di quanto pensassi.
E meno male. Temevo ti deprimessi tanto da non riconoscerti più.
Dai, Nina.
Hai ragione, scusa. Vuoi che passi a trovarti?
Vieni. Ma più avanti, in primavera. Vedrai i meli.
Parli dei meli come fossero chissà che.
Sono speciali. Li piantava la mamma.
Allora ci vengo in primavera, sospirò lamica.
Alla fine di novembre Lucia cominciò a fare dolci. Fu per caso: nel cassetto della cucina trovò un quadernino di ricette della mamma, scritte fitte e precise. Crostata di mele con lievito secco, Focaccine della zia Clara, Dolce al miele semplice. Lucia lesse e provò la crostata di mele. Ne aveva ancora della raccolta.
Non venne perfetta: un po bruciata sotto, crosta troppo spessa. Ma il profumo era buono. Tagliò una fetta e chiamò Mario.
Lui venne, sedette, ne assaggiò un po:
Buona, la crostata. Le mele sono le sue?
Dal mio orto.
Quelle sono le renette. Sua mamma le adorava, diceva che erano le migliori per i dolci. Gliene faceva spesso.
Non lo sapevo. Lucia guardava la fetta di torta. Negli ultimi anni venivamo di rado.
Le mancava, disse Mario, senza colpa.
Lo so, disse Lucia. Mancava anche a me.
Rimasero in silenzio. Tosca saltò sul davanzale a guardare fuori.
In città lavorava? chiese Mario.
Ragioniera, ventanni nella stessa azienda. Poi mi hanno licenziata due anni fa.
E ora?
Niente. Vivo coi risparmi. Non sono molti.
Mario annuì, senza offrirle nulla né compassione. Solo un cenno, giusto.
Qui cè mercato? domandò Lucia. Dolci, ad esempio. O altro. È possibile vendere?
Il venerdì, nel paese vicino, Ponte Rosso. Sono otto chilometri. Vendono le cose fatte in casa.
Otto chilometri.
Ho la macchina. Si alzò, prese il cappello. Ogni venerdì ci vado. Se vuole posso passarla a prendere.
Ci penso.
Faccia con calma. Cè tempo.
Passò il primo venerdì. Poi un secondo. Al terzo Lucia cucinò quattro crostate di mele, le avvolse nei canovacci e andò con Mario a Ponte Rosso. Il mercato era piccolo, sotto una tettoia: conserve, patate, cetrioli sottaceto, calze fatte a mano. Lucia trovò un angolo e mise in mostra i dolci.
La prima ad acquistare fu una signora con il cappotto verde. Annusò, chiese:
E dentro cosa cè?
Solo mele, dellorto mio.
Cannella?
No, solo zucchero.
Peccato. Comunque la prendo.
A fine mercato era tutto venduto. Lucia contò i soldi: pochi euro, ma fatti con le sue mani.
Nella Panda, tornando, Mario le fece:
Allora?
Ho venduto tutto.
Lo so, ho visto. Impari a fare anche i biscotti speziati, vanno fortissimo sotto Natale.
La mamma non li faceva.
Ognuno fa ciò che può, provi. Sorrise leggermente. Ha la mano buona, non tema.
Dicembre Lucia lo trascorse in cucina. Provava ricette nuove, prendeva appunti su cosa fosse riuscito, cosa no. Prese a fare due tipi di biscotti: uno con miele e zenzero, un altro con scorza di limone. Mario assaggiò e preferì i primi. Tosca annusò e, come sempre, girò al largo quello era cibo da umani, non da gatti.
Verso sera, Lucia prese il cellulare a fare foto: la torta sul tavolo, la gatta al davanzale, il tramonto sulle piante, il forno aperto. Guardò le immagini e scoprì una bellezza nuova, reale.
Nina in risposta scrisse:
È tutto incredibilmente bello. Sei in campagna, Lucia. Così bello in campagna non si vede mai.
Viene, rispose Lucia, solo che tu non hai visto.
Mettile online. Su PiccoloMondo, così tutti vedono.
Lucia aprì la pagina su PiccoloMondo, la chiamò Meli dottobre. Mise qualche foto. In una settimana aveva cinquanta follower. Dopo due, duecento.
Ne fu stupita. Non capiva cosa piacessero. Solo cucina, crostate, la gatta sul davanzale. Eppure la gente scriveva: Come da nonna!, Vorrei venire anchio, Facci vedere la ricetta!
Cominciò a girare piccoli video: limpasto, il fuoco nel camino, lei che stendeva la pasta. Voce calma, naturale, soltanto spiegava. I follower aumentavano.
Nina le telefonò:
Ormai sei una star del web, lo sai?
Macché star. Siamo solo in cinquecento.
Cinquecento non è zero. Ti scrivono?
Sì. Chiedono ricette. Una signora da Prato fa le crostate come le mie.
Hai visto? Nina rideva. Credevo ti spegnessi di tristezza, invece sbocci.
Non esagerare, Nina.
Sul serio! Hai unaltra voce.
Lucia non rispose subito. Poi concluse:
Qui sto bene. Non credevo possibile, ma sto davvero bene.
Ne sono felice. Sul serio.
A gennaio arrivò una bufera di neve. Tre giorni senza tregua. Le strade bloccate, il negozio lontano. Lucia stava in casa, accendeva il fuoco, nutriva Tosca. Cerano provviste. Mario portò patate e una marmellata fatta in casa, bussò al vetro per non portare dentro la neve.
Tutto a posto? gridò da fuori.
Tutto a posto! rispose lei.
Mario fece un cenno, si inabissò tra i cumuli. Lucia lo seguì con lo sguardo, pensò che di lui sapesse quasi nulla. Se avesse famiglia, storie, vecchi dolori. Ma lui non raccontava, lei non chiedeva. Ed era anche questo, in fondo, davvero giusto.
Durante quei giorni trovò i soldi.
Successe quando cercando una vecchia pentola sopra al camino, trovò anche una scatola di latta da tè, pesante. Scesa, laprì: dentro fascette di euro tenuti insieme da un elastico, e un foglietto.
Sul biglietto, la mano della madre: Per Lucia. Per vivere bene.
Lucia restò seduta a lungo col barattolo fra le mani. Non li contò subito. Stava solo seduta, a guardare la carta. Poi Tosca saltò sul tavolo, le spinse la mano con il muso.
Tu lo sapevi? chiese Lucia alla gatta.
Tosca strusciò la guancia sulle sue dita.
Era una bella cifra. Non una fortuna, ma abbastanza per affrontare linverno, comprare un fornello nuovo per la cucina destate, sistemare la veranda, magari un camino nuovo. La mamma aveva messo da parte per anni, un po alla volta, per Lucia.
Lucia chiamò Vittorio, solo per comunicarlo:
Vittorio, ho trovato dei risparmi della mamma a casa, insieme a un biglietto.
Silenzio.
Quanto?
Abbastanza.
Sarebbe Insomma anche quello è eredità. Per legge va diviso.
Lucia tacque. Poi, calma, disse:
Cè scritto per Lucia. È la sua scrittura.
Lucia, la legge è legge.
Ho capito, Vittorio.
Chiuse la chiamata. Si sedette un po, mise su lacqua per il tè. Tosca osservava dal davanzale. Preparò la tazza, mise il tè, aspettò che lacqua bollisse. Bevve. Non richiamò.
Febbraio fu limpido e silenzioso. La neve liscia, alberi di brina. Lucia usciva ogni mattina con il cellulare per fotografare i meli; sembravano severi e belli, dinverno. Le foto venivano bene.
Su PiccoloMondo aveva già oltre tremila follower. Le scrisse una certa Rita, proprietaria di una piccola pasticceria in unaltra città, chiedendo se Lucia volesse fare affari coi biscotti. Lucia disse che ci avrebbe pensato. Poi rifletté e accettò. Rita ordinò la prima fornitura, cento biscotti per l’otto marzo.
Mario aiutò con le scatole da spedizione, portate da Ponte Rosso.
Così inizia una cosa grossa, disse, vedendo Lucia disporre i biscotti ordinati.
Forse sì, forse no. Vedremo.
Da giovane anche io sognavo qualcosa di mio. Non ci sono riuscito.
Perché?
Altri tempi. Io ero diverso. Più timido.
Non sembri timido.
Ora no. Guardava le scatole. Ma lei fa bene a non aspettare. Si mette subito allopera.
Lucia avrebbe voluto rispondere che anche lei, un tempo, aspettava. Aspettava che la vita si sistemasse: il marito che decidesse, il capo che si accorgesse, il fratello che facesse la cosa giusta. Ma non disse niente. Continuò a chiudere le scatole.
Con la primavera, Lucia sentì dentro che qualcosa si era disteso. Non subito, non allimprovviso. Un mattino si svegliò e non sentì più il macigno sul petto. Tosca le dormiva accanto, le gemme si gonfiavano sui rami dei meli.
Nina arrivò in aprile, come promesso. Vide la casa, i meli, Tosca, Mario che aiutava con la veranda e restò muta a lungo. Poi disse:
Pensavo che stessi scappando. E invece vivi.
Le due cose non si escludono.
No, davvero Lucia. Guardava il cortile. È proprio bello qui. Non me lo aspettavo.
Mi dicevi lo stesso a ottobre.
Forse. Nina rise. Mi mostri come si accende il camino?
Andiamo.
Stettero fino al pomeriggio a pasticciare col fuoco. Nina impacciata con i ceppi, le schegge che volavano. Lucia la guardava e le pareva di rivedere lamica rilassata e semplice, come non succedeva da anni. In città era sempre di corsa, sempre nervosa. Qui era lì, seduta, a guardare il fuoco.
Senti, dissi Nina la sera, ma Mario, il vicino, è vedovo?
Non ho mai chiesto.
Lucia
Nina.
Solo che ti guarda proprio con attenzione.
È un uomo educato.
Se lo dici tu… Ma dal tono si capiva che non era convinta.
Per il primo maggio Lucia seminò lorto: non solo fiori, ma zucchine, prezzemolo, ribes. Mario portò le piantine di pomodoro.
Le mie, dai miei semi. Tengono bene.
Quanto ti devo?
Niente, è amicizia.
Mario, mi aiuti troppo spesso.
Posò le cassette per terra e la guardò:
Le dà fastidio?
Un po. Non voglio debiti.
Niente debiti. Senza offesa o rimprovero. Anche lei mi aiuta. Porta i dolci, fa due chiacchiere. Io vivo solo da troppo tempo. Le parole servono quanto le piantine.
Lucia lo fissava. Un uomo buono, senza pretese. Rari, certi uomini.
Grazie, allora.
Prego, rispose lui, e iniziò a piantare.
Lestate arrivò calda. I meli fiorivano; lo spettacolo era magnifico, Lucia continuava a sorprendesi. I fiori bianchi sui rami contorti, il profumo che quasi le faceva girare la testa. Fece un video, lo mise su PiccoloMondo. Scrisse solo: Fioritura dei meli. La cosa più bella che ho visto questanno. Il video ebbe migliaia di visualizzazioni. Piangevano. Scrivevano: Mi viene da piangere, Ho dimenticato il profumo dei meli in fiore.
Rita scrisse che i biscotti andavano a ruba e voleva un contratto stabile. Lucia accettò.
A giugno chiamò Vittorio. Il nome sul display la fece indugiare. Poi rispose.
Ciao, disse lui.
Ciao.
Come stai?
Bene. È estate, cè lorto.
Sì, mi dicono che ti sei sistemata. Una pausa. Me lha detto Nina.
Nina racconta molto.
Lucia, io… Tossì. Le cose qui vanno male. Quel cantiere in cui ho investito si è fermato. Socio disonesto. I soldi spariti.
Lucia tacque.
Non voglio chiederti nulla, aggiunse in fretta. Solo, dovevo dirtelo.
Perché?
Non lo so. Forse era giusto. La voce era stanca. E la casa della mamma, come sta?
È in ordine. Lho sistemata.
Il tetto?
Più tardi. Prima il camino, poi la veranda, il cancello.
Tutta da sola?
Mario mi ha aiutato.
Capisco. Pausa lunga. Lucia, non sei arrabbiata?
Con cosa?
Con tutto. Per come è andata.
Lucia guardava fuori. Tosca sul davanzale osservava lorto.
Non sono arrabbiata. Vivo, Vittorio.
Non rispose subito. Poi, piano:
Sei sempre stata più saggia. Solo che tacevi.
Non più saggia. Solo diversa.
Parlarono ancora un po di altro, poi si salutarono. Lucia spense il telefono, rimase alla finestra. Poi uscì in giardino, prese lannaffiatoio, bagnò i pomodori. Non voleva pensare. Si mise solo a irrigare.
Agosto fu generoso. Le mele vennero ancora più grosse. Lucia le raccoglieva di mattina, le sistemava nelle cassette: alcune per le torte, altre per marmellate. La ricetta, anche questa, trovata sul quaderno della mamma. La marmellata risultò scura, densa, con cannella e chiodi di garofano. Mario disse che sapeva proprio come quella di signora Zina.
Te la ricordi? stupita, chiese Lucia.
Certo. Ce la offriva spesso. Il sorriso fu diverso dal solito, più lontano, più caldo. Era una gran donna tua mamma.
Lo so.
Le assomigli. Non nel viso. Nelle mani.
Nelle mani?
Quando lavorava badava a ogni gesto. Come fosse la cosa più importante. Anche tu sei così.
Lucia non rispose. Mescolava la marmellata sentendo il borbottio, pensando che gli somigliava una cosa bella.
Su PiccoloMondo comparvero i primi sponsor, negozietti veri. Un negozio di attrezzi da cucina la cercò per collaborare. Lucia accettò per un video, poi un secondo. Non era una grossa cifra, ma fu una sorpresa lieta. Lo disse a Mario.
Pagano pure per fare i dolci? chiese lui, divertito.
E per spiegare come si fanno. Strano, vero?
Non poi così strano. Un tempo si vendevano i libri, ora si guardano i video.
Lei guarderebbe i miei?
Riflette seriamente:
Forse i suoi sì.
Perché?
Perché sono veri. Si alzava, pronto ad andare. La gente sente la differenza fra vero e bello. A volte cerca il bello. Quando si stanca, vuole il vero.
E lei non si è mai stancato del bello?
Si fermò sulla soglia:
Ho sempre vissuto nel vero. Non avevo niente da cui stancarmi.
A settembre arrivò Vittorio. Senza avviso, semplicemente si fece trovare al portone, una sacca da viaggio, un’aria stanca di chi, infine, ha deciso.
Lucia aprì, lo osservò: sembrava più piccolo, invecchiato, non di statura, ma danimo.
Posso entrare?
Entra pure.
Mise su il tè. Vittorio sedette in cucina, osservò Tosca che dal davanzale lo spiava diffidente.
Una gatta, constatò.
Tosca.
Da piccola dicevi che non amavi i gatti.
È stata lei a scegliere. Io ho solo detto sì.
Quando il tè fu pronto, Lucia sistemò marmellata e dolcetti sul tavolo. Vittorio si servì, assaggiando piano.
Buoni, osservò.
Ricetta della mamma.
Silenzio. Poi:
Ho perso tutto, Lucia. Quasi tutto. Casa data in garanzia, debito non pagato. Ora vivo con Caterina in una stanza da sua sorella.
I bambini?
Sono con noi. Stretto, ma ce li abbiamo.
Lucia ascoltava, senza provare nulla, solo una sobria comprensione. Non compassione, non gioia maligna. Solo capire che la vita mette ognuno dove sceglie di andare.
Vuoi qualcosa da me? domandò diretta.
No. Lui alzò lo sguardo. Solo… dirti che ho sbagliato. Allora. Con la casa. Pensavo di fare la cosa giusta. Ma non era giusta.
Pensavi alla tua famiglia.
Pensavo ai soldi. È ben diverso.
Tosca saltò giù, si avvicinò a Vittorio. Gli annusò le dita; lui gliele tese, lei si scostò, senza fuggire.
Bella casa, disse lui guardandosi attorno. È più bella di prima.
Ho lavorato.
Si vede. Osservava le tende, i ripiani, il camino. Vivi davvero qui? Davvero per sempre?
Sì. E sto bene.
Rimase in silenzio. Poi, sottovoce:
Non devi perdonarmi. Lo capisco.
Non mi lego ai rancori, Vittorio. Sono stanca di afferrare. Preferisco lasciare andare.
Questo è perdonare?
Forse.
Restò fino a sera. Andarono in giardino, Lucia gli mostrò i meli, gli spiegò che le renette servono per le crostate, le altre per la marmellata. Vittorio ascoltava, a volte chiedeva. Strano, eppure semplice: due che non sono più intimi, ma non sono nemmeno stranieri per sempre.
Mario passò davanti alla recinzione, vide loro tra gli alberi, sollevò la mano. Lucia rispose.
Quello il vicino? chiese Vittorio.
Sì.
Un bravo uomo?
Sì, proprio bravo.
Vittorio lo guardò, poi guardò Lucia.
Non sei sola qui.
No.
Se ne andò col buio. Restò indeciso sulla soglia, poi chiese:
Posso tornare? Soltanto per venire?
Certo.
Annui. Se ne andò. I fari sparirono dietro la curva.
Lucia rimase alla porta, poi rientrò. Tosca era lì ad aspettare. La prese in braccio, la gatta subito si accoccolò a fare le fusa.
Il giorno dopo Mario arrivò presto, portò mele del suo orto. Un’altra varietà, grandi e rosse.
Assaggi queste, si chiamano Bella dItalia. Più morbide della renetta.
Bellissime. Lucia ne prese una. Viene al mercato venerdì?
Certo.
Viene sempre.
Lei viene sempre con me. Semplicemente. È diventata unabitudine.
Lucia morse la mela. Morbida, dolce, un po acidula. Ottobre tornava, gli alberi ingiallivano. Era passato un anno. Lei lo aveva vissuto tutto.
Mario, domandò, è felice, qui a Castelvecchio?
Lui attese prima di rispondere. Guardava i meli.
Non mi sono mai posto la domanda. Se devo essere onesto: sì. Credo di sì.
Anchio, disse Lucia. E dopo una pausa: Non mi smette ancora di stupire.
Cosa?
Che si possa ricominciare da capo. A cinquantatré anni.
Lui la guardò.
E perché no?
Non so, si pensa sempre che sia tardi.
E chi lo pensa?
Lucia tacque. Tosca uscì sul portico, si stiracchiò, tornò a raggomitolarsi al sole.
Prima lo credevo io. Ora meno.
È un bene, sorrise Mario, testando una cassa di mele. Allora venerdì alle otto si parte?
Alle otto, ripeté Lucia.
Stava sul portico osservando Mario allontanarsi. Ottobre era limpido e fresco. I meli erano gialli, pochi frutti restavano sospesi sui rami. Da qualche parte abbaiava un cane, il suono si perdeva nellaria.
Il telefono vibrò. Nina inviava un messaggio:
Sei lì? Va tutto bene?
Lucia guardò lo schermo, poi i meli. Scrisse:
Tutto bene. È già ottobre.
Nina rispose subito:
E cosa vuol dire?
Lucia rifletté. Tosca si strusciò sulle sue gambe.
Vuol dire che è tempo di crostata di mele. Vieni?
Nina non rispose subito. Poi:
Fammi pensare.
Pensa pure, scrisse Lucia.
Posò il telefono, scese dal portico. Si avvicinò ai meli, raccolse una mela caduta, la lucidò sulla manica e la morse. Dolce, leggermente aspra. Comera stato un anno fa.







