Il vecchio contro tutti

Il vecchio contro tutti

Papà, ma tu ci ascolti almeno? Cristina posò la tazzina sul tavolo con un tonfo che quasi spaccava il piattino. Così non si può più andare avanti. Sei da solo, la casa è grande, non la tieni più. Cè già polvere dappertutto.

Vittorio Egidi non rispose subito. Guardava fuori dalla finestra, dove una vecchia mela resisteva ancora al vento. Era stata Luisa a piantarla quarantanni fa, giovane e sorridente: Le mele saranno nostre, Vittorino.

Polvere, dici… rispose alla fine, senza voltarsi.

Papà! intervenne Giorgio, il genero. Era entrato di lato, come chi si sente sempre ospite. Noi ti facciamo una proposta concreta. Cè posto alla casa di riposo Porto Serena. È bella, ci sono gli infermieri, il dottore viene ogni giorno. Abbiamo già chiesto informazioni.

Avete già chiesto, ripeté Vittorio Egidi.

Finalmente si voltò. Settantiquattro anni portati così, bassino e ancora energico, mani da artigiano che ne hanno viste di ogni. I capelli tutti bianchi, gli occhi vivi, grigi e sempre mezzo chiusi dietro le rughe.

Quindi avete già deciso.

Papà, non guardarmi così, fece Cristina, sistemando la sciarpetta anche se già era a posto. Aveva questo vizio dai tempi che era bambina, lo faceva quando era nervosa, lui lo sapeva bene. Ricordava come si attaccava al bottone del cappottino quando doveva dirgli una brutta notizia. Noi ci preoccupiamo per te. Sono già passati quaranta giorni da quando mamma non cè più. Sei proprio solo.

Quaranta giorni, disse piano. Già. Quaranta giorni.

Si voltò ancora alla finestra. La mela resisteva. Lottobre, questanno, sembrava di primavera da quanto era caldo, ancora tante foglie gialle e rosse, testarde sulle piante.

Giorgio tossicchiò.

Insomma. La casa di riposo è bellissima, abbiamo visto le foto. Ha il giardino, i gazebo. Si può passeggiare.

Gedeone, disse Vittorio con una calma paziente, io una panchina ce lho qui. Me la sono fatta io: assi di legno e due tronchi. Si può stare fuori, anche qui.

Cristina riprese a giocherellare con la sciarpetta.

Papà, là trovi gente della tua età. Almeno stai in compagnia. Qui ti vedo sempre a fissare fuori dalla finestra

E tu come fai a sapere che fisso fuori dalla finestra?

Silenzio. Giorgio fissava la moglie, la moglie fissava il marito. Sguardi rapidi, dintesa: Vittorio li riconosceva al volo, cinquantanni di matrimonio non erano passati invano, aveva imparato a capire anche il silenzio.

Va bene, disse lui. Volete il tè?

***

Unora dopo se nerano andati. Non avevano concluso nulla, ma nemmeno mollato il colpo. Alla fine, Cristina strinse la mano al padre e disse che avrebbero pensato. Giorgio annuì da quello che ha già scelto per tutti, ma ti lascia il tempo per arrivarci da solo.

Vittorio restò sulluscio, ascoltò i passi che si allontanavano sulle scale e lo sbattere della pesante porta a vetri del palazzo. Rientrò in cucina, prese il bollitore, riempì dacqua.

La cucina era piccola, ma Luisa riusciva a renderla calda e accogliente. Le tende se le cuciva da sola, a fiorellini. Resistono ancora, anche se i colori sbiaditi dal sole estivo. Sul davanzale, tre vasi di gerani: Vittorio li annaffiava ogni giorno, come ordinava Luisa. Non con la voce, ormai, ma lui sapeva che lo ordinava.

Il bollitore fischiò. Prese il tè sfuso dal negozietto allangolo. Luisa diceva che le bustine sono un inganno per pigri e lui fingeva di sentirne la differenza, perché la tradizione era tradizione.

Si sedette a tavola. Prese la tazza con due mani, da abitudine, o forse solo per sentire qualcosa di caldo.

Dal balcone si vedeva il cortile. Cerano tre pioppi, li avevano piantati negli anni Sessanta ed erano diventati enormi, con la corteccia rugosa. Sotto, la famosa panchina. Ora era vuota. Sul cemento, i passeri saltellavano a caccia delle loro briciole.

Pensò che lindomani doveva buttare il pane vecchio.

Poi gli tornò in mente che Luisa, ogni mattina, pioggia o sole, usciva col cappotto sopra la vestaglia, una manciata di pane per gli uccellini. Lui la guardava da quella stessa finestra, con una tenerezza nuovagli sembrava buffa ma in modo caro.

Finì il tè. Lavò la tazza, la mise a scolare.

Solo, aveva detto Cristina. Come se fosse una novità. Come se la solitudine fosse arrivata con quei quaranta giorni, quando invece era sempre stata di casa: i turni di notte, le trasferte. Ma sapeva sempre che casa esisteva, e dentro cera Lei. Quel pensiero scaldava più di qualsiasi tè.

Ora la casa cera, ma il pensiero no.

E non è la stessa cosa, si diceva. Proprio no.

***

La mattina dopo si svegliò alle sei e mezza, come sempre. Il corpo ricordava il ritmo meglio della testa. Si lavò, si fece la barba, mise il bollitore su. Prese due uova, le cucinò sode come da sempre: prima una per Luisa, due per lui. Ma ora cucinava comunque due, ne mangiava una, laltra la buttava. Stupido, lo sapeva. Ma labitudine batteva la logica.

Alle otto bussarono.

Non aspettava nessuno. Aprì curioso.

Cera la vicina di sopra, Antonietta Marcocci. Settanta passati, bassa, tonda, sempre in vestaglia di flanella e ciabatte con i pon pon. Portava una pentola coperta.

Vittorio Egidi, disturbo mica? cinguettò con quella voce da uccellino che le veniva naturale. Ho fatto troppa minestrone, se no mi va a male.

Guardò la pentola, poi lei.

Entra, Antonietta.

Entrò, posò la pentola sul fornello, lanciò unocchiata alla cucina, con quella premura da donna che nota subito le tende scolorite, la tazza vuota, e altro ancora che nemmeno lui sapeva di avere attorno.

I tuoi gerani sono proprio belli.

Li amava Luisa.

Lo so. Antonietta sospirò. Ti tengo docchio la prossima volta che devi partire.

Allinizio pensò ai gerani, poi realizzò che parlava di lui.

Grazie, fece. Ti va un tè?

Sedettero. Antonietta parlava poco: disse che il suo gatto, Filippo, aveva preso un topo e ora si pavoneggiava come il re di casa. Che nella palazzina accanto stavano rifacendo il bagno e alle otto sembrava un cantiere. Vittorio ascoltava, annuiva. Gli faceva bene quella compagnia normale. Non come con Luisa, ma comunque bene.

Quando se ne andò, la cucina profumava di minestrone. Un odore vero, di casa.

Vittorio restò seduto a lungo, tra i ricordi.

***

Si erano conosciuti nel 68, a Ferragosto. Lui lavorava in officina, giovane, tutto fuoco e convinzione. Luisa era appena entrata in amministrazione, ventanni tondi, piccola, serissima, la treccia raccolta e uno sguardo che non ti lasciava scampo. Niente civetteria, tutto diretto, come a voltarti a fondo.

Lui le chiese di andare a ballare al dopolavoro. Lei disse Non so ballare, ma accettò. Poi scoprì che sapeva, e pure molto bene. E perché hai detto che non ballavi?, le chiese lui. Lei rise: Così ti facevo coraggio.

Una storia damore lunga tutta la vita. Proprio così, con una risata.

Si sposarono dopo sei mesi. Niente storie da romanzo rosa. Infilò Luisa in una stanza di una casa popolare, la cucina in comune per sei famiglie, un bagno e i vicini. Lei guardò tutto, poi lui.

Pazienza, disse. Aggiusteremo tutto.

E sistemarono. Dopo sette anni la casa vera, un bilocale al quinto piano. Luisa piangeva di felicità, lui nascondeva che avrebbe pianto anche lui. Poi lei gli disse che aveva visto, che sera accorta, e che era una cosa bella.

Cristina nacque nel 73. Crebbe in quella casa, a fare i compiti proprio su quel tavolo. Poi sposò Giorgio, andò a vivere in periferia, in un signor appartamento. Comera giustola casa diventava silenziosa, ma lui e Luisa non si lamentavano. I loro te lunghi, le serie alla TV, qualche discussione su un film. Le gite al mare dal fratello di lui, poi anche lui non cera più. Funghi nei boschi, marmellata di ribes, chiacchiere fino a notte quando non cè più niente da dire ma si continua.

La fedeltà non come impresa, ma come respiro. Luisa era la sua persona: solo lei, e punto.

Quando si ammalò, tre anni prima, allinizio non ci voleva credere. Poi ci credette, e decise che sarebbe stato sempre accanto. Non se possibile, non finché reggo. Sempre, senza trattative.

Cristina propose una badante. Lui no, con gentilezza ma netto. Come si spiega che quella è la tua Luisa, e che hai diritto e dovere di esserci tu e basta?

Imparò a fare le iniezioni, le bende, le zuppe senza sale e grasso. Imparò alzare Luisa, diventata fragile come non mai. Imparò anche a non lamentarsi mai, anche se era stanco come un mulo. Ma lei non lo seppe mai.

Lei se ne andò una mattina di settembre, in silenzio. Lui era lì, le stringeva la mano, calda e asciutta. Continuò a stringerla anche dopo, quando ormai non cera più. Per un bel po.

***

Antonietta Marcocci iniziò a farsi vedere ogni due-tre giorni. Sempre con qualcosa: focaccine, una minestra, mele grosse e verdi, con quellacido profumo che sa dautunno e scuola elementare.

Vittorio non rifiutava, accettava. Si bevevano il tè e chiacchieravano.

Un giorno portò delle vecchie foto, in bianco e nero negli angolini di cartone.

Questo era il mio Luigi, disse semplicemente. Sono ventanni che non cè più, si è spento dinfarto.

Vittorio studiò la foto. Un uomo giovane, faccia tonda, con un sorriso aperto.

Era un uomo doro?

Molto. E aggiunse: Noi non litigavamo mai. Una rarità: tanti litigano, noi no. Diceva che era tempo sprecato, litigare.

Sapiente, commentò Vittorio.

Sapiente sì. Mise via la foto. Nemmeno tu e Luisa litigavate spesso, immagino?

Altroché, confessò lui. Si arrabbiava anche lei, la voce diventava di ferro. Ma le passava veloce.

E tu?

Eh, io un po più lento. Sono testardo, Luisa diceva che ero come il mulo di un cartone animato: pianto i piedi e non mi muovo.

Antonietta ridacchiò piano.

Tornarono in silenzio. Fuori, il vento faceva danzare le foglie, si appiccicavano alla panchina.

Tua figlia è passata la settimana scorsa, disse Antonietta.

Lhai vista?

Dalla finestra. È rimasta davanti al portone, poi è entrata, e poi uscita in fretta. La faccia triste.

Abbiamo discusso.

Riguardo la casa di riposo?

Lui la osservò.

Lo sa?

Me lha detto lei. Ero nel cortile, mi ha fermata: Lei ci tiene docchio mio padre? mi ha chiesto.

E tu cosa hai detto?

Ho detto di sì. Che cè di male? Vedo quando serve la minestra, la porto. Cè qualcosa di sbagliato?

Tuttaltro, Antonietta.

Un altro po di silenzio, poi lei se ne andò. Vittorio restò a pensare a Cristina, la faccia smarrita. Sua figlia, la sua bambina, ora donna e moglie di un altro.

Non era arrabbiato con lei. Capiva: aveva paura, forse non voleva davvero spedirlo in casa di riposo, ma sapeva solo così dimostrarlo. La paura di perdere i genitori, la conosceva. Anche lui laveva provata anni addietro.

Solo che la cura può avere mille forme.

***

A fine ottobre arrivò Federico.

Federico era fratello maggiore di Luisa, aveva settantotto anni, viveva a Parma e da tre anni non lo vedeva, dallinizio della malattia di Luisa. Allora era stato in visita, passava le ore accanto al letto della sorella, taceva tanto, piangeva in corridoio pensando di non essere visto.

Stavolta telefonò: sarebbe arrivato in autobus, nessun bisogno di accoglienza.

Alle tre arrivò col suo piccolo trolley, cappotto vecchio, bastone che prima non cera.

È la gamba, spiegò entrando. Dalla primavera. Non dolorosa, solo fragile.

Accomodati, disse Vittorio. Ora faccio il tè.

Prima, uno strappo dabbraccio.

Si abbracciarono nellingresso, goffi come solo due uomini che non han mai imparato, ma sanno che si deve. Federico odorava di strada, autunno e un po di pasticche.

Come va? domandò Federico.

Si tira avanti.

Giusto così.

Andarono in cucina. Bollitore su, focaccine di Antonietta tagliate, un po di salame e formaggio, tutto sistemato con cura.

Federico si sedette, studiò i gerani.

I suoi fiori.

Sì.

Da ragazza li amava già. La mamma si arrabbiava perché li metteva sempre sul davanzale.

Vittorio versò il tè.

Raccontami di Parma.

Federico raccontava della vita, dei vicini rumorosi, dei nipoti già iscritti alluniversità. Il modo in cui parlava, la voce semplicemente in casa, senza ansie o pressioni.

Poi Federico smise, prese la tazza fra le mani.

Ho sentito della casa di riposo.

Cristina te lha detto?

Mi ha chiamato, mi ha chiesto se potevo parlarci io.

Silenzio.

Non ci penso neanche, disse Federico. Tu hai sempre saputo cosa fare.

Magari non proprio sempre, si schermì Vittorio.

Più spesso sì. Appoggiò la focaccina, lo guardò dritto. Lo sai che Luisa me ne parlava tanto degli ultimi tempi? Lultimo anno specialmente, quando era a letto. Federico, va tutto bene, diceva, Ho avuto una bella vita. Così, testuali parole.

Qualcosa gli si strinse in gola.

Non ha mai rimpianto, disse piano.

No. Era contenta della vita. Federico tacque. Questo, glielhai dato tu, Vittorio. Tu.

Tacquero. Il tè si raffreddava. Fuori era ormai sera, la luce gialla dei lampioni nel cortile, i pioppi immobili.

Fermati a dormire?

Certo. Domani torno.

Apro il divano.

Fai pure. Federico sorrise. Ricordati: Cristina non è cattiva. Solo, è il suo modo di aver paura. Vuole che tutto sia organizzato, previsto. Luisa era uguale, ti ricordi?

Vittorio sorrideva tra i ricordi: Luisa che, agitata, riordinava tutto invece di parlare di quello che la preoccupava.

Mi ricordo, sì.

Anche Cristina è così. Non te la prendere.

Non me la prendo.

***

Federico ripartì il giorno dopo, a mezzogiorno. Si abbracciarono di nuovo, con le mani pesanti di chi fa fatica ma non rinuncia.

Vieni a Parma dinverno, anche solo una settimana.

Ci penso su.

Fai bene. Da me cè posto. E silenzio.

Chiusa la porta, Vittorio restò in corridoio. Sullattaccapanni il cappotto celeste di Luisa, quello autunnale. Non lo aveva messo via, forse avrebbe dovuto, ma non ce la faceva. Non ora.

Toccò il tessuto freddo e liscio.

Hai sentito? bisbigliò. Federico dice che eri serena. Mi fa piacere.

Il cappotto taceva, ma a lui non servivano risposte. Tanto lo sapeva.

***

Ai primi di novembre, Cristina si rifaceva viva. Da sola, senza Giorgio. Telefona pure: Posso venire a trovarti? Strano, normalmente nemmeno chiedeva.

Certo che puoi venire.

Arriva con una torta. Fatta in casa, alle mele. La mette in tavola, appoggia il cappotto, si guarda attorno, ma non con la supervisione della volta scorsa. Negli occhi, altro.

Papà, devo dirti una cosa.

Dimmi.

Si siede, le mani sul tavolo. Stesse mani di Luisa, stesse dita sottili.

Avevi ragione tu parte subito Cristina per la casa di riposo. Non volevo dire davvero che dovevi andarci se non volevi, ma non sapevo come chiedere diversamente.

Vittorio la guardava e ritrovava Luisa nelle ossa del viso, in come teneva la testa.

Hai fatto bene a dirmelo.

Ora capisco che qui è casa tua. Che qui chai… non finì, si aggiustò la sciarpetta. Qui cè la mamma.

Sì.

Non voglio toglierti questo, papà. Davvero.

Lui si alzò, mise su il bollitore. Mentre lacqua scaldava, tagliò la torta.

Cristina, disse, lo so che hai paura. Anche io ne ho, a modo mio.

Hai paura tu?

Certo che sì! Si voltò Non è facile. Solo che la mia paura è diversa: io temo di dimenticare. Come rideva la mamma. Come si muoveva in cucina, le tazze qui, sulla sinistra, sempre. Temo che se me ne vado da qui, poi tutto svanisce e dimentico. Capisci?

Cristina fece segno di sì, seria.

Bevvero tè e mangiarono la torta. Cristina raccontava del lavoro, di come forse a Capodanno sarebbero andati al mare, magari tutti insieme, se a papà non dispiaceva passarla lì, in famiglia.

Mi va benissimo, disse lui. Faremo una gran festa.

Prima di andare, lei lo abbracciò forte, davvero, mica per finta. E lui ricordò quando laveva portata a casa dallospedale appena nata, così piccola che aveva paura di lasciarla cadere, di come laveva protetta allora, promettendosi di esserci sempre.

Papà, chiamami ogni tanto, chiese lei nellingresso. Non solo quando serve qualcosa.

Chiamo, chiamo.

Prometti?

Prometto.

***

La saggezza di un vecchio, pensava poi, sta nel non pretendere risposte per ogni cosa. Impari a starci con le domande, senza scalpitare.

Arrivò il novembre grigio, umido, senza nemmeno la gentilezza di un po di neve. Vittorio infilava la vecchia giacca e andava a comprare pane e latte, salutava i conoscenti del quartiere. Zia Gina del primo piano si fermava puntualmente a chiacchierare: una vera radio, sapeva tutto di tutti. Raccontava dei lavori al terzo, dei nuovi arrivi, del carpentiere rozzo che aveva buttato giù il vecchio acero nel parco.

Vittorio ascoltava, annuiva. Quella era la sua gente.

Antonietta un sabato propose: Vieni al mercato con me? Cercava lana per lavorare, serviva un braccio in più per le buste. Vittorio accettò, stupito di sembrare ancora utile.

Il mercato coperto era un viavai allegro, odore di pesce, legno bagnato, spezie. Lei sceglieva la lana, chiedeva consigli sul colore anche se lui honestamente vedeva solo bello e strano. Lei rideva, ma poi la comprava davvero.

Poi un caffè al bar del mercato, latte annacquato ma caldo. Vicino una mamma con un passeggino, il bimbo dormiva e lei sembrava stanca ma felice: un attimo di pace.

Oggi i giovani faticano, fece Antonietta, annuendo alla mamma.

Tutti han faticato, obiettò Vittorio.

Sì, ma prima era diverso: meno soldi ma più idee chiare. Ora sono tutti confusi.

Forse pure noi credevamo di averle, ma era solo fortuna.

Lei gli lanciò uno sguardo: Sei un filosofo, Vittorio Egidi.

E io ero solo un meccanico. Ex.

Risero, e lui rise davvero, la prima risata piena dai giorni del funerale.

***

Quella sera, scese in soffitta. Trovò la scatola delle lettere: quelle vere, di carta, non le email. In trasferta, si scrivevano sempre. Poi i telefoni avevano cambiato tutto, ma la scatola era rimasta.

Seduto in cucina, alla lampada, lesse tutto.

La sua calligrafia, storta e allegra: Luisa, qui a Foggia un caldo che si scioglie, albergo una schifezza, ma i lavori vanno. Mi manca il tuo minestroneanzi, tu, in questordine! Scherzo, torno venerdì, aspettami.

Le sue parole invece erano un altro mondo: piccole, ordinate. Vittorio, tutto bene, Cristina ha un po di raffreddore, ma già meglio. I vicini hanno rotto il muro, un casino, ma si sopporta. Ti ho preso una camicia celeste, vedrai ti piacerà. Ti aspetto.

Frasi da niente: la camicia, il raffreddore, ti aspetto. E invece cera tutto.

Lesse a lungo, poi rimise tutto con cura. E lasciò la scatola in bella vista. Adesso era giusto così.

***

Lepopea della loro vita stava tutta lì: nelle lettere, nei gerani, nelle tende e nella panchina. Non cera bisogno di gesti grandiosi, solo quotidianità, che è la cosa più grande.

Andò a dormire senza TV. Fuori un po di pioggianovembre che picchietta sul davanzale, precisa come un orologio. Ascoltò.

Pensò che domani doveva chiamare Cristina. Così, senza motivo.

E scrivere due righe a Federico. Forse andare davvero a Parma, una settimana dinverno, un po di neve e aria nuova non guasta.

E a primavera, imbiancare la mela. Luisa ci teneva sempre. Ora ci avrebbe pensato lui.

Tutto qui. Né più né meno. Vita sua.

***

A metà novembre telefonò Giorgio. Senza preavviso, in pieno giorno. Vittorio vide il numero, si stupì: mai chiamava di sua iniziativa.

Pronto? disse Giorgio. Voce impostata da chi si è ripassato il discorso. Vittorio, sono io, Giorgio.

Sì, dimmi, Giorgio.

Ecco, volevo Pausa. Insomma, laltra volta sono andato un po pesante, con la storia della casa. Cristina mi ha detto che ho esagerato. Ecco, non volevo offendere.

Vittorio fece una pausa.

Non mi hai offeso.

Bene. Unaltra pausa. Giorgio chiaramente non aveva più niente di preparato. Domenica potremmo venire da te. Magari tutti insieme.

Venite pure. Preparo il minestrone.

Lo sai fare?

Lho imparato.

Giorgio tossì, preso in contropiede.

Allora a domenica. Arriviamo.

E così fu. Alluna arrivarono. Cristina portava pane e torta, Giorgio un sacco di mele. Togliettero le scarpe, si sedettero in cucina.

Il minestrone era riuscito bene. Antonietta laveva istruito sul come e quando, lui aveva scritto tutto e seguito la ricetta a lettere.

Buonissimo, fece Cristina, quasi sorpresa.

Sorpresa?

Un po, sì.

Giorgio chiese il bis. Un tacito armistizio.

Restarono a tavola a lungo. Cristina raccontava del lavoro, Giorgio delle sue peripezie: tre settimane che la portiera della macchina era bloccata, doveva salire ogni volta dal lato passeggero. Ridacchiarono tutti.

Poi, mentre Cristina sparecchiava, Giorgio restò seduto con Vittorio. Silenzio.

Io, a Cristina, le voglio bene, ammise Giorgio allimprovviso.

Vittorio lo guardò.

Lo so.

Però certe volte uno sbaglia. Vuole bene ma esce storto.

Siamo fatti così, Giorgio.

Lui annuì. Forse voleva consigli, ma Vittorio non aggiunse nulla. Alcune cose bisogna capirle da soli.

***

Partirono verso le cinque. Novembre porta buio presto, ci si fa poco labitudine.

Vittorio lavò i piatti, passò il panno sul fornello, diede ancora acqua ai gerani anche se laveva già fatto (per scrupolo).

Poi giacca e uscì.

Freddo, ma asciutto. Laria odorava di foglia morta e dinverno che promette di arrivare. Sedette sulla panchina. Cortile deserto, di fronte la panetteria illuminata, dentro il fornaio sistemava qualcosa.

Arrivò un gatto. Grigio, sconosciuto, occhi guardinghi ma curiosi. Si fermò a un metro, valutando.

Ciao, fece Vittorio.

Il gatto girò la testa, strizzò gli occhi.

Filippo? Sei quello di Antonietta?

Il gatto non rispose ma nemmeno se ne andò. Rimasero lì, uomo sulla panchina e gatto sullasfalto, a guardare nel buio.

Le storie che insegnano qualcosa, pensò Vittorio, non sono quelle in cui qualcuno spiega e tira la morale. Sono quelle dove si resta fermi a guardare, e si capisce qualcosa, senza parlare.

Stava bene adesso. Non euforico, no. Ma bene. Come si sta quando senti di essere nel posto giusto. La tua casa è a quel quinto piano, con due luci accese, i gerani, la scatola delle lettere e il cappotto celeste.

E domani mattina farà il tè. E butta le briciole di pane ai passeri.

Anche questa è vita. Vera, sua.

***

La neve cadde tra venerdì e sabato, in anticipo: fine novembre, la sorpresa. Vittorio la vide e uscì apposta.

Cortile bianco. I pioppi bianchi, silenziosi. Sulla panchina una coperta candida.

Si mise alla finestra a guardare. Poi prese il telefono, chiamò subito Cristina.

Papà? rispose subito, come se lo aspettasse. Tutto a posto?

Tutto bene. Hai visto la neve?

Anche qui. Pausa. Ma papà, mi hai chiamata così, per niente?

Come mi hai chiesto tu.

Era quello che volevo, la voce calda. Papà… si fermò.

Che cè?

Niente. Solo, grazie di avermi chiamato.

Guardava il cortile innevato. I pioppi, la panchina sotto la neve, le prime orme molto dritte.

Cristina.

Sì, papà?

Devo dirti una cosa. Quando se nè andata la mamma era serena, non aveva più paura. Ero accanto a lei, lho visto.

Cristina tacque a lungo.

Lo sapevo, rispose piano. Me lo aveva detto lei: Non ho paura, cè papà con me.

Non aggiunse altro. Guardava fuori.

Papà?

Sì.

Sei a casa domenica?

Sì.

Passiamo noi. Stavolta torta di ribes.

Vi aspetto.

Riagganciò. Restò alla finestra. Poi prese il pane, ne fece briciole, le sparse sulla finestra.

I passeri arrivarono subito, saltellando, cinguettando allegri.

Squillo di campanello. Aprì: Antonietta Marcocci, stavolta sorridente, con la pentola in mano.

Neve, eh.

Eh già.

Minestrina di pollo, oggi. Ti va?

Solo se ne porti due piatti.

Entrarono. Mise su il tè, cera fuori una neve sottile, inutile, solo bella.

Filippo ieri mi ha fatto visita, raccontò Vittorio.

Lui va dove gli pare. Un vero indipendente.

Bel carattere, il tuo Filippo.

Un signor gatto.

Mentre scaldava il tè, restarono zitti. Quel silenzio buono, dove non cè bisogno di spiegare.

Antonietta.

Dimmi.

Grazie. Per la minestra, e per tutto.

Lei lo guardò, esitò.

Grazie anche a te. Per la compagnia.

Versò il tè nei bicchieri. Uno a lei, uno a lui, ben stretto tra le mani, come dinverno.

Fuori la neve cadeva lenta, lenta: vera, sincera.

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