Il nonno non c’è più

Non cè più il nonno

Sono appena tornata da unaltra trasferta di lavoro, non mi ero ancora cambiata né avevo svuotato la valigia quando mi ha chiamata la mamma.

Il tono di voce di mamma, Laura Gentili, era agitato. Non ci ho dato peso. Forse ero semplicemente troppo stanca.

Giulia, sei già a casa, tesoro?

Ciao mamma. Sì, finalmente! Sono appena entrata in appartamento. Tutto bene? Cè qualcosa che non va?

È una bella cosa che tu sia tornata.

Ho subito percepito che mamma voleva comunicarmi qualcosa di importante, ma girava attorno senza arrivare al punto. Un po come al solito, forse.

Avrà raccolto tutte le chiacchiere del condominio e ora non vede lora di raccontarmi tutto, ho pensato. Ma davvero non ne avevo la forza. Avevo solo voglia di crollare sul letto e dormire a lungo, visto che sul treno non sono riuscita a chiudere occhio.

Nel compartimento accanto viaggiava un gruppo di ragazzi che già dalla sera avevano iniziato a bere. Dopo la mezzanotte avevano organizzato un vero e proprio concerto. Chitarra e canzoni tra cui, in maniera bizzarra, anche una dedicata a Giulietta:

Fiorivano i ciliegi e le mele,
Si stendeva la nebbia sul fiume.
Alla riva si affacciava Giulietta,
Sul colle alto e verde.

Se fossi stata di umore migliore, probabilmente mi sarei messa a ridere. In quel momento avrei solo voluto che si rompessero le corde della chitarra. Invece niente.

Mamma, ora cerco di riposarmi un po, mi faccio una doccia e poi ti richiamo, va bene?

Temo che non sarà possibile, sospirò lei.

Non ho capito, perché? Non posso riposarmi? Sono stata giorni interi fuori casa per lavoro! Non verrà nessuno a trovarmi e io non devo andare da nessuna parte…

Giulia, nonno non cè più.

Mi sono gelata e, stringendo il telefono, mi sono lasciata cadere sul divano. Quello non me lo aspettavo.

Questa mattina mi ha chiamato la signora Maria Ferri, la sua vicina. Gli ha portato il latte come ogni giorno, ma Mario Rossi era già andato via. Era a terra sullingresso, la mano sul cuore, senza respiro. Forse è stato lì tutta la notte. Dobbiamo andare in paese per il funerale. I vicini daranno una mano, se serve. Giulia, ci sei?

Non sapevo come rispondere. Riuscii a far uscire solo un flebile Sì.

Maria ha cercato i suoi parenti, ma nessuno vuole venire al funerale. Hanno detto che, se avesse lasciato qualche eredità, forse ci avrebbero pensato. Ma così, perché fare la strada e spendere soldi? E poi la casa, lo sai, non interessa a nessuno da anni. Io, sinceramente, non ne ho voglia di tornare in quel paese. Mario era stato chiaro: non voleva più vedermi a casa sua, nemmeno al funerale. Ti ricordi, gli avevo promesso che non sarei andata. Quindi conto su di te, cara. Puoi andare tu, Giulia? Accompagnerai il nonno nellultimo viaggio?

Tristezza e confusione mi tenevano bloccata. Sul comodino era rimasta la sua ultima lettera, spedita più di un mese fa. Non ero riuscita a leggerla subito perché ero via, di nuovo in trasferta. Era già la terza negli ultimi sei mesi, e probabilmente non sarebbe stata lultima. Solo io accettavo sempre di spostarmi per lavoro tutti gli altri avevano figli, problemi o scuse valide.

Giulia, riprese la mamma dopo un attimo di silenzio, non vorrei che i vicini pensassero che ci siamo dimenticati del nonno. Avevi un buon rapporto con lui, vero? Che devo dire a Maria? Vai tu a paese?

Sì, mamma, vado io. Però mi sono avvicinata al comodino, ho preso in mano la lettera del nonno, poi lho lasciata di nuovo lì.

Non capisco come sia successo Era in salute, a Natale lho visto bello vispo, sereno

Eh, Giulia, che ne so, la mamma era mesta. Arriva unetà che Cè chi non arriva nemmeno alla pensione, ma tuo nonno lottava decade laveva raggiunta. Che riposi in pace.

Mi sentivo svuotata. Ho sempre voluto bene a mio nonno Mario e, forse, ero lunica che manteneva un rapporto con lui. Gli altri parenti e la mamma non gli parlavano più ormai da tempo; tra loro cera un rancore sottilmente persistente, ormai storico.

Mario non aveva mai accettato la morte del suo unico figlio, cioè mio padre, e la colpa anche se ingiusta era ricaduta addosso a mamma. Lei aveva convinto papà a lasciare il suo lavoro da insegnante per andare nei cantieri e darsi da fare. La casa da ristrutturare, la villetta da comprare, le voglie di una vita bella. Così lui si era fatto in quattro per guadagnare di più, sparendo anche mesi. Finché il suo cuore, sovraccarico, si è fermato una notte e non è più tornato.

Ricordo ancora il dolore di nonno Mario quel giorno. Il pianto, la voce spezzata, il silenzio profondo. Non dovrebbero essere i genitori a seppellire i figli, sussurravano i presenti. Da quel giorno, nonno e mamma non si sono più parlati. Un taglio netto e definitivo.

Con me, però, nonno è sempre stato diverso. Quando ero bambina passavo tutte le estati da lui in paese. Poi, diventando adulta, ci siamo messi a scriverci lettere. Sì, perché nonno Mario non voleva saperne di telefoni, computer o simili. Per lui solo carta, penna, buste. Forse proprio per questo, i parenti si erano pian piano allontanati ulteriormente, giudicandolo antico e, qualcuno, anche un po svitato.

Mario ha perso il senno, mormoravano le anziane davanti alla chiesa. Prima la moglie, poi il figlio Come si fa a non cedere? Negli ultimi tempi, però, sembrava davvero che qualcuno dovesse preoccuparsi per lui. Parlava spesso con qualcuno che non cera. Un gatto, diceva. Nessuno aveva mai visto un gatto da quelle parti.

Dopo la chiamata ho abbandonato il telefono sul letto e mi sono lasciata andare alle lacrime. Non sono riuscita a vederlo nemmeno questestate, e mi rode ancora. Avevo pensato di andare in primavera, poi la prima trasferta, la seconda, la terza…

Il capo è fuori di testa, dico sempre. Alle mie obiezioni sorride:

Per legge, dottoressa Gentili, posso farlo. Se non le sta bene, può dimettersi. Ma dove trova un altro stipendio come questo? Ed era vero. In fondo, accettavo tutto per via dello stipendio. Prima o poi le trasferte sarebbero finite e sarei tornata alla normalità. Almeno me lo ripetevo.

Al cimitero tutto era avvenuto secondo la tradizione: un momento di silenzio, gli uomini hanno calato la bara imbottita di broccato bordò nella fossa, poi un po di terra a coprirla. Fiori freschi, corone, una tomba nuova eppure la mia testa non riusciva ad accettare che la vita del nonno fosse davvero finita così.

Poi il pranzo tanto vino, parole buone sul defunto. È in questi momenti che, nei racconti, i morti continuano a vivere. Almeno nella memoria di chi li ha conosciuti.

A fine giornata sono rimasta sola. Una sensazione di freddo, tristezza, vuoto mi ha avvolta.

Non ho fatto in tempo a salutarlo sospiravo. Ho iniziato a occuparmi della casa per non pensare: finestre spalancate, pavimento lavato, polvere e ragnatele tolte, avanzi di cibo riposti. Laria si è fatta più leggera.

La vecchia casa era semplice e accogliente, per quanto essenziale nellarredo. Guardando fuori, ho subito notato che il tramonto si avvicinava. Sono uscita nel cortile: nellorto, file precise e ordinate, anche se a primavera nonno non aveva seminato nulla forse aveva già intuito che sarebbe stato lultimo anno. Il giardino era in fiore: meli, ribes, lamponi. Il suo orgoglio era tenere il terreno curato.

Chissà chi penserà a tutto questo ora? mi sono domandata con una fitta al cuore.

Seduta sulla panchina sotto il melo, ho chiamato mamma per raccontarle del funerale.

Brava, Giulia. Qualunque persona sia stata era sempre un uomo.

Era una brava persona, mamma. Solo che la vita gli ha portato via tutto. Tu non tenergli rancore, ok? Amava mio padre sopra ogni cosa

Stai tranquilla. Che riposi. Ma dimmi, quando hai intenzione di tornare? Domani, forse oggi stesso? Non avrai mica paura di stare lì da sola?

No, non torno subito. Ho preso qualche giorno di permesso. Resto ancora in paese, tanto è la stagione in cui il caos della città proprio non mi manca. E poi ci sono ancora i nove giorni. Tu non pensi di venire?

Giulia, ma dai! È lontano. E poi, tra poco dovrò andare anchio nella casa al mare Sai che ora col bel tempo ci si deve dedicare allorto…

Capito. Però ricorda che qui cè anche la tomba di papà. Tu non ci sei più venuta nemmeno una volta. Nemmeno una, da quando lo abbiamo sepolto.

Lavevo detto a Mario, che sarebbe stato meglio portare Andrea al cimitero in città, ma non mi ha ascoltata Ah, guarda, adesso inizia la fiction che seguo! Tesoro, chiamami se serve, va bene?

Ho sorriso. Mamma sempre la stessa: quando non sa cosa dire, si ricorda di avere mille cose da fare.

Rientrata, ho preparato una tisana con le foglie di ribes, menta e melissa che ho trovato nella credenza del nonno, poi sono andata a dormire. Prima, però, ho riletto la sua lettera. Lavevo già aperta, ma stavolta ero più calma. Strano, però: di solito nonno scriveva di sé. Stavolta, invece, parlava soltanto del gatto, un certo Nerone.

Che gatto? Nonno non aveva mai avuto gatti, né animali di nessun tipo! Eppure nella lettera raccontava di questo Nerone: che beveva il latte, che era affamato, che si nascondeva sempre

Immagina, nipotina, Nerone adora il latte! Dicono che non fa bene, ma lui ieri se nè scolato quasi una bottiglia. Dovrò chiedere ancora alla vicina di portarmene. Lei si stupirà, io di solito con una bottiglia vado avanti una settimana. Ma Nerone è tanto affamato Non so più che dargli da mangiare, la dispensa è quasi vuota. Ma cosè curioso: continua a nascondersi, quasi non lho mai visto bene. Vedo solo lombra nera che sfreccia verso la stalla. Lo cerco di giorno e di notte col lume, ma niente. Eppure sento il suo sguardo. Quello sguardo felino sulla schiena. Aspetto che tu venga. Magari tu riesci a prenderlo. O insieme. Credo sia stato tanto maltrattato, perciò ora evita tutti

Era solo un frammento. Ma di nessun gatto cera traccia, né in casa né fuori: erano giorni che ero lì!

Eppure quella sensazione di essere osservata, che il nonno descriveva nella lettera, lavevo sentita anchio quel giorno.

Forse dovrei chiedere alla signora Maria chi fosse davvero questo Nerone

Mi sono svegliata allalba, i primi raggi entravano timidi tra le tende. Fuori, i passeri cinguettavano e nei cortili vicini i galli facevano a gara. Sembrava proprio una tipica mattina di campagna.

Aprendo la finestra, chiusi gli occhi per sentire i suoni. Mi tornavano in mente le estati dellinfanzia, i lavoretti in giardino col nonno, le casette per gli uccelli.

Ma il pensiero è tornato al mistero del gatto. Così sono andata dalla signora Maria.

Ma quale gatto? ha risposto stupita.

Non saprei Questo Nerone, ne parla nella sua ultima lettera. Prima non aveva mai accennato a nulla del genere.

Ah! Ora capisco. Da un mese circa, tuo nonno parlava spesso a un gatto. Lho sentito che lo chiamava, insisteva perché si facesse vedere, ma quando sbirciavo nel cortile, non vedevo mai nessun gatto. Il giorno dopo lo stesso. Poi ha continuato a parlarci ogni giorno. Gli raccontava storie della sua vita, della moglie, di tuo padre. E lo chiamava sempre Nerone. Anche altri del paese hanno sentito, passando. Ma, Giulia cara, nessuno ha mai visto davvero questo gatto. E io entravo spesso, portavo il latte, una focaccia, due chiacchiere. Gli chiedevo del gatto, ma lui scherzava, quando lo prenderò ve lo presenterò! Ho pensato che forse tuo nonno stava diventando un po confuso. Però se davvero cera il gatto, qualcuno lo avrebbe visto, no?

Forse Ma non credo fosse impazzito. Aveva la mente lucida. Magari ci sfugge qualcosa, o Nerone era davvero bravissimo a nascondersi. Non sono spariti gatti in paese, vero?

No, nessun gatto sparito. E di neri, poi, nemmeno lombra.

Ho ascoltato e sono tornata a sistemare il cortile. Mentre spazzavo, continuavo a pensare al gatto misterioso.

E intanto, tra le piante fitte, qualcun altro stava osservando proprio me. Il vero Nerone, il gatto nero che da giorni si nascondeva, mi fissava curioso. Di tutte le persone passate, a me sembrava avvicinarsi di più. Forse ricordava qualcosa nello sguardo, nel modo di fare una gentilezza simile a quella di nonno Mario, che da un po gli offriva latte, pezzetti di salame, avanzi di cotoletta.

Il gatto però, di mostrarsi, proprio non se la sentiva. Tanti uomini lavevano maltrattato: da cucciolo, spinte, bastonate, lanci di pietre. Nessuna pace. Aveva peregrinato di paese in paese, sempre in cerca di un rifugio sicuro. Solo con Mario aveva ritrovato un po di fede negli umani, grazie a quello sguardo dolce e quella voce calma.

Ascoltava, nascosto, mentre il nonno si confidava sotto il melo o sistemava lorto. Ma la paura non era svanita del tutto. Ora, però, Nerone sentiva il bisogno di avvicinare quella ragazza. E proprio durante la commemorazione dei nove giorni, lo fece vedere.

Quel giorno, la gente era di nuovo tanta. Nerone era quasi invisibile. Quando tutti andarono via, si rilassò e sbagliò i tempi: mi voltai di colpo e lo vidi.

Eccoti qui, Nerone! dissi, felice. Allora il nonno diceva la verità! Vieni che ci conosciamo.

Ma appena mossi un passo, Nerone sparì fulmineo.

Dai, Nerone, perché sei così timido? Domani rientro in città, e tu te ne stai nascosto Non ti farò male. Vedrai che ci piaceremo.

Di là, la signora Maria, che mi stava portando una borsa di focaccia fatta in casa per il viaggio, sentì la mia voce. Guardò sopra la siepe, mi vide, ma di Nerone nemmeno traccia.

Che succede qui! pensò, tornando a casa perplessa, dimenticandosi i dolci.

Dopo pranzo, il cielo divenne nerissimo. Nellaria cera una strana emozione, rotta solo dai versi nervosi delle galline e dai primi rumori di tuoni lontani.

Sta cambiando il tempo, ho borbottato. Forse arriva una tempesta

Ed ecco che, in pochi minuti, il temporale esplose. Il vento montava, la pioggia cadeva giù a secchiate. Proprio allora chiamai ancora Nerone, invitandolo in casa, ma nessun segno

Da qualche parte, il gatto era rannicchiato a terra, terrorizzato dai tuoni. La tempesta lo spaventava più di qualunque essere umano.

*****

Per ore la pioggia ha picchiato sul tetto. Io ero nel letto, senza riuscire a dormire. Fino a che un boato fortissimo mi ha fatta sobbalzare. Mai sentito un temporale così. Lampi accecanti ballavano nella stanza, le tende svolazzavano.

Poi ho visto, in controluce, due occhi accesi sulla finestra. Mi sono impaurita.

Un attimo dopo, qualcosa di nero ha fatto un balzo nella stanza, mi ha sfiorata le gambe ed è corsa a rifugiarsi sotto il letto. Era Nerone, fradicio, che tremava di paura. Lho chiamato piano, lho asciugato con un vecchio asciugamano, portato sul letto. Fuori, la tempesta continuava, ma insieme ci facevamo coraggio.

*****

La mattina dopo, alle prime luci, sentii Nerone che cercava di aprire la finestra.

E dove credi di andare, amico mio? gli ho sorriso.

Il gatto si è fermato a guardarmi, quasi imbarazzato per la sua debolezza della notte precedente.

Miao Il suo sguardo sembrava davvero chiedere il permesso di uscire.

No, Nerone. Prima almeno devi fare colazione. Poi sei tu che scegli. Puoi restare qui oppure venire con me in città. Credo che il nonno avrebbe voluto che ti portassi con me. E io lo voglio davvero. Ma sei tu a decidere. Spero di cuore che tu scelga bene.

Lho nutrito e lasciato uscire, poi sono tornata in camera a preparare la borsa: il pullman sarebbe partito tra qualche ora.

Quando uscii di casa, con la valigia pronta, Nerone era già lì, sullo scalino. Mi guardò, poi si strofinò sulle mie gambe. Aveva deciso: avrebbe vissuto con me. Perché con me si sentiva al sicuro, aveva trovato finalmente un po di calore umano, aveva battuto paure antiche.

Bravo, Nerone, gli dissi sorridendo. Sapevo che avresti fatto così.

Sono passata a salutare la signora Maria, per lasciare le chiavi della casa.

Ma quello è il gatto vero? Proprio lui?

Proprio lui, risposi. Avete giudicato male il nonno Mario. Non si era inventato nulla. Solo che Nerone aveva davvero paura degli uomini, ma della tempesta anche di più. Ma ora starà bene.

Avevo pensato che tuo nonno stesse perdendo la testa… Invece no Giulia, stai tranquilla, mi prenderò cura della casa di tuo nonno. Tornerai ancora?

Certo che tornerò. Torneremo insieme, io e Nerone. Quanto spesso non so, ma torneremo, promesso.

Tieni, porta con te la focaccia per il viaggio.

Grazie di tutto, Maria.

Salita sullautobus, guardando le nuvole che si aprivano su un cielo pulito, mi è sembrato, per un attimo, di vedere in un ciuffo di vapore il volto sorridente del nonno. Persino Nerone, sulle mie ginocchia, ha guardato in su, verso il cielo.

Un sorriso caloroso, affettuoso, quasi uno scherzoso ammiccare. Poi il pullman è partito, le nuvole si sono disperse.

Che importanza ha se è stata solo unillusione? Limportante è sapere che il nonno non è sparito del tutto. Vive nei nostri pensieri e nei nostri cuori. Ovunque sia, Mario Rossi è certamente felice che io e il suo misterioso amico ci siamo trovati.

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