Il Vuoto Perfetto

Ma ti rendi conto di come appare tutto questo da fuori? Silvia parlava piano, quasi senza tonalità, e proprio questa quiete dava inquietudine. Sono venuta a trovare unamica e mi ritrovo in vetrina.

Giuliana De Angelis non trovò subito le parole. Stava in mezzo al suo salotto nel completo nuovo color panna, ancora profumato di negozio, e guardava Silvia come se le avessero appena parlato in una lingua sconosciuta.

Cosa vuoi dire?

Dico tutto questo qui. Silvia fece un gesto ampio verso la stanza. Questi cuscini, che non si possono toccare. Il tavolino, dove non si può poggiare una tazza. E quei cercò la parola quegli orchidee in fila, perfettamente dritte. Giuli, ma qua ci vivi o ti esponi in mostra?

Un nodo si serrò nello stomaco di Giuliana, proprio sotto le costole, dove prima sentiva solo tepore. Voleva cavarsela con una battuta, come aveva sempre fatto, ma stavolta le parole non uscivano. Arrivò il silenzio, che entrambe sentirono nello stesso momento.

Fuori, ottobre era arrivato con la pioggia, ben diverso dallottobre da cartolina; era quello vero, milanese: asfalto lucido e cielo color lenzuolo consumato. Le foglie del platano sotto casa penzolavano ancora, in attesa che il vento facesse il suo.

Silvia prese la tazza di tè con circospezione, due mani, e bevve senza aggiungere altro. Giuliana si lasciò cadere nella poltrona di fronte, per accorgersi di sedere con la schiena dritta come se la stessero esaminando. A casa sua. Sulla sua poltrona.

Si conoscevano da trentadue anni, da quando lavoravano insieme, come tecniche, in una fabbrica fuori Milano. Silvia allora girava con una cuffia di lana con il pon pon ed era puntualmente in ritardo; mentre Giuliana allora tutti la chiamavano Giuli portava la minestra da casa nel termos e la faceva assaggiare a chiunque. Da allora era cambiato tutto: Giuli era diventata la signora De Angelis, la fabbrica aveva chiuso, i figli erano partiti, i mariti erano cambiati come le stagioni. Ma loro si vedevano ancora una volta al mese, a volte più spesso: unancora.

Non volevo offenderti, disse Silvia.

Lo so.

Solo che sei stanca, ma sul serio. Lo vedo.

Giuliana guardò le sue mani, curate, unghie color rosa antico, nessuna pellicina. Ogni due settimane andava dallestetista, era prassi, come la visita dal dottore o pagare la bolletta.

Non sono stanca, rispose. Sto bene.

Silvia tacque. E Giuliana fu la prima a distogliere lo sguardo.

Fuori, unaltra foglia si staccò dal platano.

Giuliana aveva cinquantotto anni e viveva in un trilocale nella zona di Porta Romana, sesto piano, stabile nuovo con portineria e videocitofono. L’aveva comprato sei anni prima, dopo il divorzio da Antonio e la vendita della villetta sul lago. Aveva investito bene, preso un mutuo ormai quasi estinto, rimesso tutto a nuovo con un designer giovane, voce da professore. La casa deve respirare, diceva. Via tutto il superfluo. Giuliana aveva eliminato tutto anche se stessa, a pensarci bene. Le foto nei cassetti (rovinano il concept), il plaid preferito in armadio (non è in palette).

Adesso sembrava proprio una pagina di catalogo: pareti grigio chiaro, mensole bianche con vasetti uguali, divano beige senza piega. Chi entrava, esclamava: Ma che bello, sembra una rivista! E Giuliana lo dava per scontato. Sì, deve essere così.

Ma di notte, alle tre, nel buio, sentiva di aver dimenticato qualcosa dimportante. Qualcosa rinchiuso in un cassetto insieme alle foto, irreperibile.

Lavorava come senior in una compagnia assicurativa, settore aziende. Il lavoro stabile, sicuro, stipendio fisso e rispetto. Colleghi che la chiamavano tutti signora De Angelis, anche chi era più avanti con gli anni, e a lei piaceva. Era il segno di aver raggiunto il livello.

Il livello, ecco il punto. Tutto girava intorno a quello. Rimanere allaltezza, rispettare il livello, mai scendere. Indossava un cappotto Clerici, marca italiana poco nota ma per questo giusta, come diceva lamica Irene, incontrata ai corsi dinglese. Borsa in pelle scura DArona: costosa, non vistosa. Scarpe di una piccola vetrina in corso Buenos Aires, prezzi da batticuore, ma lei fingeva indifferenza.

Ma perché? La domanda suonava solo nelle notti insonni, sparendo allalba, spenta dalla luce, dal caffè, dal ritmo di sempre.

Silvia finì il tè e poggiò la tazza sul tavolino non su un centrino. Proprio sul legno lucido. A Giuliana venne un piccolo fastidio, ma resistette. Un minuscolo atto di coraggio.

Raccontami di Martina, chiese, cambiando discorso.

Silvia si illuminò: sempre così quando parlava della figlia. Martina viveva a Cremona, lavorava allasilo, due bimbi col marito Diego, meccanico che è oro puro, secondo la madre. Appartamento piccolo, ma con vista su un cortile silenzioso e un vecchio melo.

Mi ha chiamata la settimana scorsa, disse Silvia, e la faccia le si riempì di luce, come davanti a un fuoco acceso. Dice che il piccolo Edo ha voluto costruire una fortezza di cuscini. Tre ore con Diego a impilare e poi tutto è crollato e ridevano forte. Giuli, la senti felice? Una felicità vera.

Però guadagna una miseria, osservò Giuliana. Non per cattiveria, solo per dire.

Sì. E ride lo stesso. Silvia non insistette. Lo disse e basta.

Giuliana prese le tazze e andò in cucina. Anche lì tutto era giusto. Mobilia bianca, top in pietra artificiale, frigo incassato senza calamite né biglietti. Una volta lì cera il disegno che suo figlio Luca aveva fatto da piccolo: Mamma ti voio bene. Lo aveva tolto con la ristrutturazione, perché il frigo deve essere pulito, dichiarò il designer.

Luca ora viveva a Roma: informatico, telefonate rare ma calde. Aveva una fidanzata, Elena, mai vista dal vivo ma solo in foto, con sorriso aperto e una grande cagnona rossa al fianco.

Si versò un bicchiere dacqua e restò a fissare fuori: le luci dei lampioni accese già alle cinque, tipico ottobre milanese. Una donna camminava con un bambino; il piccolo la tirava verso una pozzanghera gigante. Lei tentò di frenarlo, poi lo lasciò andare. Spruzzi, risate.

Giuliana notò che stava sorridendo, da sola, in cucina, guardando un bimbo sconosciuto saltare nelle pozzanghere.

Che fai lì impalata? la chiamò Silvia da dietro.

Arrivo, rispose Giuliana, togliendosi il sorriso dal viso. Nemmeno lei capì perché.

Silvia se ne andò poco prima delle sette. Sulla porta, già infilata la giacca blu scuro col cappuccio, si voltò:

Ti ricordi la nostra gita del 94? SullAltopiano di Asiago?

Me la ricordo, disse Giuliana. Zaini, quattro giorni di pioggia interminabile, il fuoco acceso a fatica, le canzoni sotto alla tenda stropicciata. Scomode, ma felici.

Allora eri diversa, disse Silvia, senza giudicare. Non meglio, non peggio. Diversa.

La porta si chiuse. Giuliana restò nellingresso, davanti allo specchio lungo e al ripiano per le chiavi in legno di quercia. Si guardò. Il cappotto, la mise color panna, la manicure, la piega: tutto a posto, tutto giusto.

Eppure le sembrava mancasse qualcosa.

Andò a recuperare la tazza di Silvia dal tavolino. Restava un alone chiaro. Passò il dito, poi prese la pezzetta e pulì.

Quella notte non riusciva a dormire. Pensava alla vecchia gita, a quando cantavano senza preoccuparsi della voce o delle apparenze. Solo perché era bello.

Quando si era persa quella spensieratezza? Non la leggerezza dei soldi (che a quei tempi non ce nerano affatto!), ma quella verso se stessa. Niente schiena dritta ventiquattro ore su ventiquattro.

Allalba si addormentò venti minuti più tardi del solito.

Quel giorno al lavoro ci fu il pranzo per il pensionamento di Patrizia, collega storica. Sessantanni, sempre un po scapigliata e rossetto fuori dalle linee, osservava tutti con gioia spalancata. Giuliana sentì un nodo di nostalgia, più che invidia. Nostalgia di un proprio io smarrito.

Che farai adesso? le chiese, quando si trovarono vicine.

Oh, lorto, i nipoti. Voglio finalmente leggere con calma: ho lì tre libri da mesi. E imparare a fare la marmellata! Ridicolo, a sessantanni

Non è affatto ridicolo, disse Giuliana.

Tornò al computer e pensò tutto il pomeriggio proprio alla marmellata non al cibo, ma al motivo per cui Patrizia laveva detta così, senza vergogna, come chi non misura più il proprio valore sulle altrui opinioni.

Quella sera tornò a casa a piedi invece che in taxi. Tre fermate, ma stavolta si prese il tempo, tra laria fredda e umida e i fari riflessi nelle pozzanghere darancio. Si fermò davanti al forno, attratta dal profumo di pane caldo che le smosse qualcosa dentro, semplice e potente. Entrò e comprò un filone di segale e una focaccina alle erbette, che mangiò subito, in piedi, accanto alla vetrina. Era la focaccia più buona che avesse provato da tempo. E non sapeva neanche perché.

A casa mise il pane sul tavolo: tutto candido, perfetto, con quella pagnotta in centro. Stonava. Ma pareva vita vera.

E non la rimise nella panettiera.

Pochi giorni dopo la chiamò Irene. Le telefonate di Irene erano sempre per affari, ovvero per comunicazioni reputate fondamentali. Stavolta si trattava di una cena di gala organizzata da un imprenditore famoso, Vittorio Leonardi, per celebrare il lancio del nuovo progetto. Ristorante Atrio in Brera, dress code eleganza rigorosa, una novantina di invitati.

Vieni, vero? chiese Irene, e il tono lasciava intuire che la risposta doveva essere una sola.

Quando?

Venerdì. Giu, sono persone interessanti! Cè la Maria DellAcqua, adesso nel consiglio di amministrazione di ItalGrandi. E ci sarà pure Federico Sironi, che lavora a Dubai nel campo immobiliare. Contatto doro.

Non mi serve un appartamento a Dubai, ribatté Giuliana.

Ma non è questione di proprietà! È questione di ambiente: devi vivere tra persone giuste. Capisci che la compagnia fa la differenza nella vita.

Giuliana lo capiva, ormai sapeva lo slogan a memoria. Essere visti, appartenere, mostrarsi dove conta.

Ci penso.

Pensaci in fretta, devo prenotare.

Ok, vengo.

Poi rimase a fissare il telefono a lungo. Guardò nellarmadio i vestiti eleganti: ce nerano tre. Uno blue notte, classico, usato per la cena annuale; uno nero, salvagente per ogni evenienza; e uno bordeaux, con la schiena scoperta, comprato per istinto, mai indossato.

Scelse il nero.

Venerdì sera attraversò la soglia dellAtrio in nero, borsa DArona, piega impeccabile. Avvertì subito quel click in testa: tutto a posto, negli spazi giusti, col ruolo previsto. Irene già lì, vestita dargento con orecchini lunghi. Un abbraccio, un commento: Sei splendida! Fa parte del click, della parte.

Vittorio Leonardi fece il suo discorso. Voce da leader, abbronzatura da località lusso, sicuro del fatto suo. Progetto, futuro, squadra. Applausi a tempo.

Giuliana sorseggiava bianco e chiacchierava con Maria DellAcqua, che ora dirigeva consigli come altri parlano di analisi mediche: seria e un po stanca.

Come trovi il tempo per tutto? domandò Giuliana.

Maria la guardò stupita:

Tempo? Cè solo lagenda.

Poi arrivò Federico, conversazione sulla compravendita immobiliare. Giuliana annuiva dove doveva, rispondeva interessante, ma pensava: Non è il mio mondo. No, non voleva niente a Dubai. Ma allora che ci faceva lì?

Arrivò la torta col logo, le foto di gruppo, la posizione giusta, il sorriso giusto. Perfetta, decretò il fotografo.

Tornò a casa in taxi verso mezzanotte, togliendosi le scarpe col sollievo di chi si libera di una maschera. Guardava la Milano di notte dai vetri, il ponte sulla Darsena, i portoni, i lampioni. Era tutto fuori, come se lei stessa fosse fatta di vetro: trasparente e separata.

Il giorno dopo, Irene le mandò le fotografie della serata. Giuliana si rivide impeccabile: elegante, sorridente, composta. Come doveva essere. Eppure quella perfezione la turbò.

Pulendo casa, pensò ancora alle vecchie foto delle gite: lì rideva, arruffata, col maglione slabbrato. Quelle sì, erano foto di vita vera, pensò. Su quelle di gala, invece, cera solo una donna che faceva tutto giusto.

Lunedì tirò fuori una busta con vecchie fotografie. Luca da bambino sulla slitta. Lei col grembiule insieme a sua madre. Il matrimonio con Antonio, entrambi spaesati e felici. La gita, Silvia con la cuffia, Giuliana con la chitarra che non aveva mai imparato davvero. Prese quella foto con la chitarra e la mise sulla mensola tra i vasetti uguali. Asimmetrica, fuori luogo.

Niente crollò. I vasetti non si ribellarono.

A metà ottobre, la sorpresa: chiamò Luca.

Mamma, veniamo su con Elena la settimana prossima. Tre giorni, va bene?

Ma certo! e quel calore dentro si risvegliò subito. Non pensate nemmeno a un albergo, state da me.

Te lo dico, Elena è un tipo vivace Le lascia tazze ovunque e ride forte.

Giuliana rise, senza pensarci.

Le tazze dove vuole!

Prepararsi per loro fu diverso: non supervisionava lordine, pensava solo cosa cucinare, tirò fuori la vecchia coperta e la mise nella stanza, recuperò un gioco in scatola della loro infanzia. Non sapeva spiegare, ma era tutto diverso.

Luca e Elena arrivarono col trolley e un pacco avvolto nella carta. Elena era proprio come in foto, solo più viva: bassa, taglio corto, maglione coi renne, sguardo diretto.

Vi posso abbracciare? chiese subito. Luca me ne ha parlato tanto!

Certo! rispose Giuliana.

Elena la strinse forte, profumo di sapone semplice e agrumi.

Questo per te, scegliamo insieme, disse Luca, porgendo il pacco.

Dentro, una pianta. Grande, con foglie lucide, in un vaso cotto: niente a che vedere con i vasetti in fila, questa Monstera era viva, esuberante.

Va messa vicino alla finestra, qui le piace, disse Luca.

La pianta ruppe la simmetria e portò la vita in casa. Per tre giorni vissero come solo chi sta bene insieme sa fare: mangiarono tutti riuniti, Elena cucinava con il cumino e il limone, profumo in tutta la casa. Giocarono insieme, Luca si entusiasmava come da ragazzo, mettendo le tazze ovunque.

Una sera Elena arrivò in cucina mentre Giuliana si era persa a fissare la strada.

Non dormi?

Rifletto.

Su cosa?

Voleva dire qualcosa di vago, ma confessò: Su come mi sono persa di vista per anni.

Elena ne fece una questione normale. Prese due bicchieri.

Luca dice che da giovane cantavi.

Male, però.

E allora? Serve essere bravi per divertirsi?

Giuliana ci pensò.

Forse no.

Hai ancora una chitarra?

Da qualche parte forse alla casa al mare.

Comprane una nuova.

Detta così, le entrò sotto pelle senza disagio.

Quando loro ripartirono, la casa era cambiata. Il tavolo era sotto la finestra, la Monstera aveva preso possesso dellangolo, restava un segno di pentola calda sul piano: per una volta, non lo tolse.

A novembre incontrò la signora Nilde, vicina di pianerottolo. Classica signora milanese, capelli bianchi a crocchia, abiti pratici, borsa enorme da cui spuntavano libri e cipolle.

Si incrociarono alle cassette della posta. Nilde estrasse una rivista e una busta.

Meno male che stampano ancora, io amo la carta.

Credo anchio, disse Giuliana, senza averci mai pensato prima.

Ti va un tè? propose Nilde. Ho fatto una torta di mele, da sola è troppa.

Voleva rifiutare, ma si fermò.

Volentieri.

La casa di Nilde era normale, con mobiglia da battaglia, divano coperto dal plaid, scaffali pieni di libri sparsi, cactus sui davanzali e pareti piene di fotografie, senza alcuna regola di forma o palette. Foto di famiglia, montagne, mare, amici con facce vissute.

La torta era tiepida, mele acidule e morbide, si beveva il tè nelle tazze normali.

Qui da molto? domandò Giuliana.

Ventitré anni, da quando è morto mio marito, cioè quando mi sono trasferita vicino a mia figlia.

Ora?

Vive in Canada. Da anni. Allinizio era strano, ma poi ci si abitua. Videochiamate coi nipoti, parlano italiano con accento.

Sorrise, serena.

La vita va come decide lei, non come pensiamo noi.

Mai solitudine?

A volte. Ma ho imparato la differenza tra solitudine e silenzio. La solitudine è brutta, ma il silenzio, quello buono, fa bene.

Ci pensò molto, Giuliana, a quella frase: la differenza tra il silenzio e la solitudine. Lei li aveva confusi per anni, riempiendo il silenzio di appuntamenti, conoscenze, concept di vita e arredamento, chiamando tutto questo vita.

Cominciarono a bersi il tè il mercoledì, senza bisogno di fissare: a casa delluna o dellaltra. Nilde leggeva molto. Giuliana una volta portò il pane di segale dal forno, e Nilde lo benedì: Buono!, come fosse stata una grande lode.

A dicembre, al lavoro arrivò il nuovo direttore, giovane, da Roma: riorganizzazione, tagli. A lei non tolsero il posto, ma cambiarono mansioni: non peggio, non meglio. Solo che cera meno potere.

Laccolse con silenzio: accettò, ringraziò, uscì dallufficio e notò che non aveva più la frenesia di giustificarsi con qualcuno, di dare un senso immediato a quanto era successo. Irene avrebbe detto: È una mancanza di rispetto, dovevi insistere! Forse un tempo lavrebbe creduta.

Ma qualcosa si era mosso, come un lastrone di ghiaccio che si stacca a fine inverno.

Chiamò Silvia.

Sai cosa, mi hai fatto venire in mente la gita? Voglio tornarci in estate. Asiago. Vieni?

Qualche secondo di silenzio.

Giuli, ma fai sul serio?

Serissimo.

Abbiamo quasi sessantanni

E allora?

Silvia rise.

Solo che il mio zaino è vecchio

Ne prendiamo uno economico.

Economico? Ma sei davvero tu?

Anche Giuliana rise.

A Natale, telefonò a un negozio di musica: cercava una chitarra semplice, per adulti. Ricevette consigli, si prese una settimana per decidere, poi tornò e scelse una di mezzo. Non la più cara, solo quella che le piacque per il suono.

La portò in taxi, in piedi, un po incastrata. Lautista la osservò nello specchio.

Suona?

Imparo.

Brava. La musica è la pace.

Posò la chitarra accanto alla Monstera, cresciuta moltissimo. Occupavano langolo vicino alla finestra, mandando allaria ogni logica.

Telefonò a Luca: Ho preso la chitarra. Lui tacque un momento, poi:

Mamma, sono felice. Davvero.

Non so ancora niente.

Impara, hai tempo.

La notte di San Silvestro la passò da Nilde: cenetta, pollo arrosto, bollicine, mandarini, dolcetti al cioccolato solo perché le andava. La TV in sottofondo, conversazione viva su libri, figli, sulla felicità e sulla possibilità che sia una condizione o solo lampi.

Cè, disse Nilde, sbucciando un mandarino. Ma non come lo raccontano: è questo qui. Indico la tavola, il frutto tra le mani, la finestra illuminata.

Giuliana guardò: cibo, due tazze, bucce di mandarino, luce calda. Niente di speciale. Ma era vita.

Mi sa che lo sapevo già e poi me lo sono dimenticata.

Capita, rassicurò Nilde. Limportante è quando torna.

È tornata? Non lo sapeva, Giuliana. Sentiva solo un movimento interno, lento, vivo. A volte tornavano i vecchi impulsi: stimare il valore delle borse delle altre, sognare viaggi da mostrare agli altri, sentire la puntura davanti ai successi degli altri.

Ma adesso lo notava. Era una differenza enorme.

A gennaio si iscrisse a lezioni di chitarra con il Maestro Eugenio, vecchio professore severo. Alle prime non riusciva a fare nemmeno un accordo, ma al terzo tentativo: uno le uscì perfetto.

Vede? fece lui. Tutto arriva.

A febbraio telefonò a Irene. Invito a unaltra serata, presentazione finanziaria di chissà chi.

Irene, non vengo.

Perché?

Non ne ho voglia, disse Giuliana semplice.

Un lungo silenzio dallaltra parte.

Va tutto bene?

Sì. Va davvero bene.

Giuli, sei cambiata non giudico, eh. Solo sei diversa.

Sì, credo anchio.

Non spiegò oltre. Non serviva. Questo era suo.

A marzo Silvia tornò a trovarla. Giuliana la accolse e Silvia fece una panoramica del salotto.

Il tavolo era ancora vicino alla finestra, la Monstera richiedeva un vaso più grande, sulla mensola tra i vasetti la foto con la chitarra, e unaltra con la mamma. Il plaid era sul divano, la chitarra allangolo.

Sul tavolino, una tazza. Senza alcun sottotazza.

Caspita, commentò Silvia.

Vieni, le disse Giuliana.

Preparò il tè non nelle tazzine giuste, ma in due mug grandi comprate perché le piacevano: blu a puntini.

Dai, racconta, chiese Silvia.

E Giuliana raccontò. Di Luca ed Elena, della Monstera, di Nilde, della chitarra, della focaccia mangiata davanti la vetrina, di come era passato a camminare a piedi anziché in taxi, e come aveva detto non voglio a Irene senza sentirsi colpevole.

Silvia ascoltava. Poi disse:

È un bene. Davvero.

Pensi si noti?

Altroché. Prima sembravi cercò la parola sotto una campana di vetro. Bellissima, ma pur sempre dentro.

Una gabbia dorata, ammise Giuliana. Ogni tanto ci penso: gabbia doro.

Ma ne sei uscita.

In parte rispose onesta. A volte mi vien la vecchia smania, mi rigiro ancora fra pensieri di roba e paragoni. Ma almeno me ne accorgo.

Ed è già tutto.

Stettero zitte, il marzo fuori era ancora freddo, ma cera la luce nuova. La primavera milanese arriva piano, ma poi sorprende sempre.

Dimmi la verità, tu hai mai cominciò Giuliana. Hai mai voluto una vita diversa? Come la mia, o così.

Silvia la guardò intensa.

Forse sì, qualche volta. Quando vedevo certe cose. Poi, però mi accorgevo che mi sentivo bene dove stavo, senza convincermi a forza. Mi sentivo e basta.

Io invece bene non stavo. Era tutto bello ma non stavo bene.

Lo so, disse Silvia. Si vedeva.

E non dicevi niente?

Ti ho parlato di quella vetrina.

Si misero a ridere insieme.

Un discorso, uno solo, Giuliana però non lo raccontò mai nemmeno a Silvia: quello che aveva tenuto con sé per mesi, in silenzio. Quello sullillusione del successo, e su quando fosse iniziata la recita. Forse quando tolse il disegno di Luca dal frigo. Forse anche prima, quando comprava un cappotto per farsi capire dagli altri. O quando aveva smesso di cantare solo per piacere.

Non sapeva. Come sapere il giorno esatto in cui finisce lestate e comincia lautunno? Semplicemente, un mattino si guarda fuori e si vede che le foglie sono cambiate.

Ora cambiavano ma verso la luce.

A fine marzo chiamò il figlio.

Luca, voglio rimettere il tuo disegno sul frigo.

Quale?

Quello di quando eri piccolo. Mamma ti voio bene.

Silenzio.

Ma lhai ancora?

Lho tolto ma mai buttato.

Allora rimettilo!

Lo fissò a un magnete con su il Duomo, trovato per caso. La carta giallita, le lettere sbilenche. Giuliana si fermò a guardare quella cosa così semplice e giusta.

Poi prese il telefono, cercò Irene.

Irene, ad aprile avete in programma qualcosa? Una mostra?

Ma certo! Vernissage darte moderna e poi cena su in Brera. Vieni?

Giuliana esitò un secondo.

Sì, ma stavolta vengo in bordeaux.

In bordeaux?! Ma è coraggioso!

Sì. Coraggioso.

Mise via il telefono e guardò fuori: marzo finiva, la neve era quasi sparita. In cortile un bambino rincorreva la palla solo per il gusto.

Pensava: andare o no? Aveva già detto sì, ma era una domanda diversa. Era come andarci. Da persona nuova. Magari ancora non del tutto, ma diversa. Forse più libera o forse di più sua.

La libertà dal giudizio: lo aveva letto su una rivista e le pareva sempre astratto. Ora capiva che roba era davvero: scegliere il bordeaux solo perché piace a te. Mangiare la focaccia alla vetrina senza curarsi degli sguardi. Dire non mi va senza spiegazioni.

Sono cose piccole, forse. Ma è da cose piccole che si costruisce la vita vera, non la sua rappresentazione.

Nella luce di aprile la Monstera aveva messo nuove foglie, la chitarra aspettava la sera per quei primi accordi.

Sul frigo il biglietto diceva ti voio bene.

E questa, forse, era la cosa più vera che Giuliana avesse collezionato in quegli ultimi anni.

Pur senza sapere bene come sarà il giusto domani, sentiva che era la sensazione più onesta mai provata.

Il telefono era lì, sul tavolo di cucina. Non in cover, né posato nel luogo perfetto. Solo lì.

Ad aprile chiamò Silvia.

Ho visto delle proposte di gite ad Asiago: ci sono dei percorsi per la nostra età, facili, anche con tenda.

Tenda?

Tenda.

Giuliana guardò la chitarra, la Monstera, il biglietto sul frigo.

Ci penso.

È da troppo che pensi, rise Silvia.

Dammi tempo fino a stasera.

Chiuse la chiamata e si immerse nel silenzio. Non vuoto di solitudine, ma quello buono, come diceva Nilde. Fuori aprile faceva il suo corso, i primi germogli già sui rami del platano.

Chiamare Silvia entro sera o no. Mettere il bordeaux per la mostra o restare nel nero. Lasciare andare ancora qualcosa, o magari tenere.

Giuliana si alzò, andò alla finestra, appoggiò la mano sul davanzale largo.

Il platano era ancora quasi nudo, ma vivo.

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