Il pisolino del pomeriggio non mi portò il sollievo tanto sperato. Al contrario, mi lasciò una fastidiosa ansia addosso e la bocca arida come il deserto del Tavoliere. Mi svegliai di soprassalto per una strana sensazione nelle gambe, quasi tangibile: come se qualcuno avesse sfilato via la borsa dellacqua calda da sotto il piumone. Di solito, era lì che dormiva Leone, il mio golden retriever, e il suo respiro lento e pesante mi cullava meglio di qualunque tisana alla camomilla.
Ora invece, il letto era vuoto, e le lenzuola pizzicavano fredde sulla pelle.
Mi tirai su a sedere, poggiai i piedi sul parquet e rabbrividii per la corrente che sembrava divertirsi ad attraversare tutta casa. Intorno, solo un silenzio ovattato, di quelli che fanno ronzare le orecchie. Nessun ticchettio dunghie sul legno, nessun sospirone, nessun rumore di collare o pelo scossoniente.
Leone? chiamai, e la mia voce mi parve quella di unestranea, spezzata e roca.
Non venne nessuno, e lappartamento mi sembrò allimprovviso troppo grande e ostile, come se fosse stato svuotato di tutto il suo calore. Mi avviai lungo il corridoio, accarezzando i muri con una mano per non perdere lequilibrio. Il cuore mi scappava in gola, sfasato come lorologio a cucù della nonna.
In cucina, seduta con una gamba elegantemente accavallata, cera Claudia.
Mia nuora, ventiseienne, sembrava appena saltata fuori da una copertina di Vogue: pelle liscia, piega perfetta e negli occhi tutta lempatia dun commercialista in fila alle Poste. Stringeva un bicchiere pieno duna sostanza verde brillantelennesimo smoothie di modae scorreva la bacheca del telefono, ridendo allo schermo come se avesse vinto il Superenalotto.
Claudia, il cane dovè? chiesi appoggiandomi allo stipite, cercando di mascherare il tremolio nelle ginocchia.
Lei alzò gli occhi su di me con pigra indifferenza. Fece un sorso lasciandosi una striscia di verde sul labbro, che si leccò con la stessa nonchalance con cui uno gira il sugo.
Oh, Signora Benedetta, si è già alzata? la voce zuccherosa, carica di cortesia finta come la panna spray. Ah, Leone… beh, diciamo che è successa una cosa un po così. Piangeva tutto il tempo, si agitava, sembrava dovesse esplodere! Ho pensato: magari mal di pancia?
Alzò le mani teatralmente, sfoggiando lultimo smalto rosso fuoco.
Appena ho aperto la porta, stavo per mettergli il guinzaglio, ma lui… Zac! Mi ha quasi travolta. Gli urlavo Leone, fermo!, ma manco mha guardata. Scappato. Secondo me, sentiva il richiamo della natura… Primavera, odori nuovi, lo sa comè! Non tornerà, signora Benedetta. Cè una credenza: se il cane di casa se ne va da solo, va a morire per non far soffrire i padroni.
Mi si chiuse lo stomaco come quando si scopre la pasta scotta a tavola.
Ma quale primavera, Claudia? Siamo a novembre sussurrai, sentendo il freddo alle dita. E poi lui è sterilizzato da cinque anni. Ha paura anche dellascensore, e fuori non mi si stacca dalla gamba nemmeno se incontri il panettiere.
Claudia fece spallucce, con tal disinteresse che mi parve dinghiottire una manciata di sabbia. Per lei, tutto cristallino: zero sentimenti.
Eh, magari sè stufato di stare qui in mezzo al cemento. Ha voglia di libertà, bosco, aria aperta… È un animale, che ci vuoi fare?
Mi cadde locchio sulle chiavi della macchina, lasciate approssimativamente sul tavolo, attaccate a quel portachiavi peloso a forma di coniglio bianco che improvvisamente mi parve più inquietante dun film dellorrore. Non erano nellingresso, dove dovrebbero stare. Lei non aveva solo aperto la porta.
Aveva caricato Leone in macchina e laveva portato chissà dove mentre dormivo, approfittando del mio momento di debolezza.
Mi voltai e mi trascinai nellatrio, sentendo la decisione fredda e pesante salirmi nel petto. Sapevo che a piedi non lo avrei mai trovato se lavesse lasciato lontano, ma non riuscivo a stare lì a vedere la sua faccia soddisfatta. Era lì per bonificare il terreno prima della partenza, liberandosi degli ostacoli.
Seguì un incubo caldo e sudaticcio di quattro ore.
Girai tutto il quartiere, guardando sotto ogni macchina, gridando fino a farmi la gola a brandelli. Telefonai ai vicini con le mani che tremavano tanto da farmi cadere due volte il cellulare sullasfalto. Scrissi pure nella chat condominiale allegando una foto di Leonequella in cui sembra sorridere con la lingua rosa di fuori: Smarrito cane, buonissimo, socievole, si avvicina a tutti….
Nessuno laveva visto. Nessuno.
Tornata a casa, presi le gocce per il cuore ma il loro odore acre mi fece solo più nausea. Lappartamento comprato da mio figlio Marco per stare tutti insieme era diventato il mio campo di battaglia: distrutta senza neanche uno scontro. Claudia passava davanti a me come davanti a un mobile vecchio da buttare.
In corridoio cera già la valigia rosa, enorme, spalancata come la bocca dun mostro affamato. Claudia ci infilava dentro costumi, parei, creme costose con lo zelo dun facchino in Stazione Centrale.
Ma su, mamma, non faccia così! mi urlò dietro con un carico di vestiti di seta. Ma davvero, a cosa vi serviva ancora quel vecchio cane? Lascia peli ovunque, odora di stalla, e la saliva sul parquet… Fuu! Prendetevi un pesciolino, che almeno non lo devi portare fuori quando piove. Marco mi ha regalato un villaggio ultra all inclusive e ho bisogno di solo energia positiva, non di questo lutto permanente.
Marco lo sa? chiesi a bassa voce, fissando il pavimento.
Della fuga del cane? Ma va! Non lo disturbo in trasferta per queste sciocchezze. Quando rientra, glielo diciamo noi, o gli spiegate voi che era anziano, non avete fatto in tempo, porta dimenticata aperta… Capita.
Non aveva solo fatto sparire il cane. Aveva già scritto la sceneggiatura dove IO sarei stata la colpevole. E Marco, il mio buon Marco, ci avrebbe creduto, perché Claudia sapeva piangere bene, senza il naso gonfio. Io invece avrei solo pianto in silenzio, temendo di sembrare una vecchia pazza.
Sedevo in poltrona al buio, stringendo tra le dita una palletta di gomma rosicchiata. Lunico filo che mi teneva ancora alla realtà dove Leone era vivo.
Fuori, il crepuscolo autunnale si appoggiava alle finestre. Ombre viola colonizzavano gli angoli, i mobili diventavano silenziosi spettatori. Il vento scuoteva la vecchia syringa sotto la finestra, graffiando il vetro con un suono da brividi.
Poi, cambiò il rumore.
Non era la syringa. Non era nemmeno il vetro. Era un grattare timido, quasi impercettibile, alla porta dingresso. E un lamento flebile, strozzato.
Saltai in piedi così di botto che mi si annebbiarono gli occhi. Non ricordo come arrivai alla porta, con le mani tremanti sulla chiave. La spalancai con uno strattone.
Sul vecchio zerbino cera un fagotto tremolante e sporco.
Odorava di terra bagnata, benzina, polvere e paura.
Leone! sussurrai, crollando in ginocchio sul freddo delle piastrelle.
Il cane alzò a fatica la testa. Il suo pelo dorato era zuppo, infeltrito di fango e rametti. Tremava. Teneva in alto la zampa anteriore destra, piegandola in un modo sbagliato.
Ma in bocca stringeva qualcosa di rosso. Fermo, fino a farsi sbiancare le gengive.
Una piccola, densa libriccino rosso.
Sei vivo… Amore mio… Sei tornato… gli bisbigliavo tra le orecchie fradice, sentendo solo il battito della sua vita. Dammela, dai… cosa hai portato?
Leone, ansimando, lasciò cadere la cosa. Un passaporto italiano, umido, finito nelle mie mani.
Lo pulii meccanicamente sul bordo della vestaglia. Lemblema dorato luccicò sotto la lampadina. Passaporto. Lo aprii. Mi fissava la Claudia della fototessera: piega perfetta, sguardo altezzoso. Dietro, come segnalibro, una carta dimbarco per il business: volo il mattino dopo alle sei.
Mi tornò tutto in mente: aveva portato Leone fuori città, magari in un bosco. Forse la borsa le era caduta, il passaporto scivolato fuori. Leone, invece di scappare, aveva trovato quelloggetto che puzzava di casa, Claudia e noi tutti. E lo aveva riportato.
Aveva fatto chilometri su tre zampe solo per restituirlo.
E questo casino cosè? si sentì dalla cucina una voce acida. Signora Benedetta, ancora con queste correnti? Fa freddo!
Claudia apparve a sistemarsi la mascherina sul viso. In vestaglietta di seta sembrava caduta in una scena di altro film. Si pietrificò vedendo Leone, zuppo e sanguinante, sul tappeto.
T-tu..? balbettò, la voce che si spezzava in uno squittio. Ma io ti ho lasciato dietro lAppia, nel bosco! Non è possibile!
Leone, sentendo la sua voce, fece una cosa che non aveva mai fatto con nessuno: ringhiò sordo, profondo. Il pelo dritto. Si schiacciò contro di me, cercando protezione o forse proteggendomi lui.
Mi alzai lentamente, appoggiandomi al muro. Provai una calma fredda e una repulsione rara, tipo mettere le mani nella pappa del gatto.
Quindi è scappato, eh? chiesi piano, tenendo il passaporto tra due dita come roba sporca. Il richiamo della natura, dici? Fino a dietro lAppia?
Claudia fissò il cane, poi la mia mano. I suoi occhi grandi come piattini: aveva riconosciuto il documento.
Ridammi quello! strillò, lanciandosi verso di me. È mio! Da dove lhai preso? Dammi qui!
Feci un passo indietro, nascondendo la mano. Leone abbaiò, rauco e minaccioso. Claudia si fermò, scontrandosi con una barriera invisibile.
Devo partire tra otto ore! Marco ha speso un patrimonio per il viaggio! Ridammi il passaporto!
Magari fra poco… risposi. Ma Leone ha la zampetta ferita… Serve veterinario, radiografia, cure… Sai, costa una fortuna. Ora, Claudia. Tanti soldi.
Te li do! si agitava nei taschini della vestaglia, scordando che erano vuoti. Cinquemila euro? Diecimila? Tieni tutto, solo dammelo!
No, Claudietta. Sorrisi gelida. Stavolta non è questione di soldi. È questione di principio. Hai abbandonato un essere vivente, parte della nostra famiglia, nel bosco. Al freddo. A morire.
Ma è solo un cane! urlò, la faccia chiazzata sotto la mascherina bianca. Un mucchio di peli! E io dovevo andare in vacanza! Ho bisogno di relax!
Tuo nervi non ce li hai, Claudia tagliai corto. Hai un calcolatore al posto dellanima.
Apro il passaporto. Le pagine, umide di bava, sono tutte incollate.
Oh! finsi dispiacere. Guardati qui. Documento danneggiato. Leone lha portato in bocca fino a casa. Difficile che in aeroporto apprezzino.
Si asciuga! sbatteva i piedi isterica. Metto sotto il phon, passo col ferro! Dammi!
E anche se si asciuga mi avvicinai alla finestra aperta in cucina.
Viviamo al piano terra. Sotto la finestra, un boschetto fitto e spinoso: rosa canina, vecchi rovi, roba che il buon vecchio custode non ha mai tagliato. Giù, solo buio pesto.
Tu hai buttato fuori il mio amico. E io butto fuori la tua vacanza.
No! Non farlo! Claudia si precipitò, abbattendo le sedie.
Feci un lancio calmo, largo, senza fretta.
Riporta, Claudia!
Il passaporto compì una parabola perfetta e sparì tra i rovi. Un fruscio, uno schianto tra le spine. Capolinea.
Cercalo! ordinai secca. Magari per domani lo trovi. Se ti impegni.
Claudia emise un urlo danatra spennata, si buttò verso la finestra, fuori quasi fino alla vita, nel buio pesto. Poi si girò e mi lanciò uno sguardo intriso di odio puro, uscendo di corsa dalla casa. Solo col pigiama, le ciabatte, senza nemmeno le chiavi. Sentii lo sbattere della porta del portone condominiale.
Chiusi bene la finestra. Fa freddo. Non voglio correnti per Leone: già ha preso abbastanza gelo.
Rannicchiato nel tappeto del salotto, cercava di leccare la zampa. Mi sedetti lì accanto, aprii la cassetta del pronto soccorso. Le mani, finalmente, non tremavano più. Una chiarezza leggera mi fece sentire come se avessi tolto uno zaino di pietre.
Vediamo, eroe mio sussurrai, accendendo la lampada.
Sulla zampa, nessuna frattura visibile. Solo gonfia e un po insanguinata. Divaricando il pelo, trovai una spina enorme di rovo, incastrata tra i polpastrelli.
Resist, piccolo, ora passa tutto afferrai la pinzetta.
Leone tirò un po la zampa ma si fidò. Un colpo preciso e la spina venne fuori. Disinfettai la ferita e bendai la zampetta. Fece un gran sospiro e mi poggiò la testa sul ginocchio.
Era finalmente a casa.
Dalla strada arrivavano le urla isteriche di Claudia:
Dove accidenti è?! Maledetti rovi! Fa male! Vi odio tutti!
Strisciava là fuori nel buio, facendosi a pezzi le mani, il viso e la vestaglia di seta tra le spine. La sentivo imprecando contro di me, il cane, i rovi, lItalia e tutto luniverso. La musica di sottofondo della sua nuova solitudine.
Poi, nella serratura, sentii girare lentamente una chiave.
Non sobbalzai. Sapevo che non era Claudiaera uscita senza chiavi, in preda al panico.
Nellingresso comparve Marco. Mio figlio. Stanco, la barba di tre giorni, con la borsa da viaggio ancora in spalla. Era tornato un giorno prima, per farci una sorpresa.
Rimase di sasso nel vedere Leone, sporco e bendato, le garze sparse per il salotto. E me, seduta per terra.
Mamma? fece aggrottando la fronte. Ma che succede? Perché Claudia sta là sotto con la torcia urlando come una pescivendola? Lho chiamata, neanche mi ha sentito.
Sorrisi. Tranquilla, naturale, come si sorride quando si è sopravvissuti alla burrasca.
Sta facendo pratica, amore. Si prepara per Lisola dei famosi. Corsi di sopravvivenza in natura.
Marco si tolse le scarpe e si avvicinò. Guardò Leone, che lo riconobbe e scodinzolò: debole, ma felice. Poi guardò me, poi la cassetta del pronto soccorso e la spina ancora sporca di sangue.
Lha portato via lei, vero? mi domandò a bassa voce.
Non perso, non uscito da solo. Aveva capito tutto. Aveva visto gli sguardi, i gesti, le piccole perfidie. Ma come tanti uomini, aveva finto di non vedere. Finché la realtà non gli era esplosa in faccia.
Portato nel bosco confermai. Mentre dormivo. Ha detto che era fuggito per amore. Ma Leone è tornato.
Marco si avvicinò alla finestra. Guardò nella notte, dove una torcia si agitava tra i rovi e si sentiva il rumore delle spine spezzate.
E il passaporto? chiese, senza voltarsi. Lei urla per un passaporto.
Lha trovato Leone. Dove lei lha scaricato. Lha portato a casa. Però, beh… si è un tantinello rovinato. Poi, ops, sono inciampata e mi è scivolato via dalla finestra. Troppe correnti daria.
Marco tacque. Vidi le mascelle indurirsi. A Claudia aveva voluto beneo pensava di amarne la vetrina. Ma Leone era arrivato cucciolo dieci anni prima, portato da lui. Era parte del suo cuore, lultimo legame col padre, le scampagnate, linfanzia. Tradire un indifeso era il confine oltre il quale lamore finisce.
Ok, si tolse la giacca e la mise sulla sedia. Lento, ma deciso. Quindi niente vacanza per lei.
Niente. riempii la ciotola di Leone. Dal tintinnio delle crocchette partì la sinfonia della pace domestica. Senza passaporto, addio resort.
Marco si sedette per terra con il cane, affondando il viso nel pelo infangato. Leone ringraziò con una leccata allorecchio.
Peggio per lei la voce di Marco era bassa ma decisa. Io parto. Tu vieni, mamma. E portiamo Leone. Troveremo un albergo pet-friendly, così si riprende anche lui. Te lo meriti pure tu.
Dalla strada urla trionfali e subito disperate.
Lho trovato! Aaaah! Ma cosè questo buco?! Che gli avete fatto?!
Claudia aveva recuperato il passaporto, e da come strillava avrà scoperto anche il piccolo ricamo che aveva lasciato Leone: un canino aveva trafitto la pagina del visto. Un buco netto e definitivo.
Marco si alzò, accese il bollitore.
Te lo faccio un tè, mamma? Con la menta? Forte come piace a te?
Sì, tesoro mio. Sì.
La casa divenne finalmente calda. Il silenzio andava via, rimpiazzato dal borbottio allegro dellacqua e dal cric crac delle crocchette sotto i denti di Leone. Eravamo insieme. Eravamo famiglia.
E Claudia… Claudia restava dove meritava: fuori, nella notte, insieme ai suoi spini, alla rabbia e a un passaporto ormai buono solo come sottobicchiere.
Una settimana dopo, davvero partimmo. In una casetta sul mare, gestita da una famiglia che adorava i golden retriever. Leone zoppicava ancora un po, ma il sale e la sabbia fecero miracoli. E Claudia? Beh, si trasferì da sua madre. Pare ci abbia messo molto a guarire le feritenon solo quelle dei rovi. Perché certi graffi rimangono sotto pelle.



