Dasha torna a casa prima del previsto con specialità tipiche mandate dai genitori. Vuole fare una sorpresa al marito, ma Ivan, invece di accoglierla con calore, la manda subito a fare la spesa. Le conseguenze saranno inaspettate.

Martina era arrivata a casa in anticipo, portando tante delizie dei suoi genitori di Firenze. Voleva sorprendere mio marito, Lorenzo, ma invece di una calorosa accoglienza, mi sono ritrovato spedito al supermercato. Le conseguenze erano davvero imprevedibili.

Lo zaino pesante mi aveva tirato talmente la spalla che ho sbuffato di dolore. La schiena mi tormentava negli ultimi due mesi ero diventata la mia compagna inseparabile. Ho adagiato cautamente le buste sullasfalto sconnesso della fermata.

Ho tirato un lungo respiro. Il bambino nella pancia ha dato un calcetto seccato. Sesto mese non è mica uno scherzo! Soprattutto se decidi di fare una sorpresa a tuo marito e rientri dai tuoi genitori tre giorni prima del previsto. Mi mancava così tanto che negli ultimi cento chilometri con il pullman contavo i lampioni.

Chissà cosa sta facendo adesso Lorenzo? Probabilmente non avrebbe mai pensato che fossi già arrivata a soli dieci minuti a piedi da casa. La strada verso il portone sembrava infinita. Le borse, piene di marmellate, prosciutto toscano, mele grosse come il pugno, sembravano pesare una tonnellata.

Dopo una cinquantina di metri rallento, capendo che non ce la farò mai. La schiena era allo stremo.

Ho preso il telefono e ho chiamato Lorenzo.

Amore, ciao, ho sussurrato, sperando che rispondesse.

Martina? Ma che succede? Stai bene? ha risposto con voce allarmata.

Tranquillo. Sono solo arrivata! Sono alla fermata sotto casa. Vieni a darmi una mano, ti prego, le borse sono pesantissime, mamma si è superata anche stavolta…

Dallaltra parte è seguita una pausa strana. Ho dato unocchiata al telefono, non si fosse interrotta la chiamata.

Sei già qui? la voce di Lorenzo ha preso una nota acuta. Proprio adesso? Ma perché non mi hai avvisato? Dovevi arrivare giovedì!

Volevo farti una sorpresa, ho risposto con un tono risentito. Non sei contento? Sono esausta, vienimi incontro!

Aspetta! ha praticamente urlato. Non venire su. Anzi, sì, ma ascolta Guarda che qui non cè rimasto niente in frigo. Ho finito tutto ieri. Facciamo così, ora passi dal Conad allangolo e prendi della carne, del buon vitello. Oggi ho preso ferie, volevo prepararti un pranzo come si deve, accoglierti bene.

Lorenzo, ti rendi conto? Sono incinta di sei mesi, ho due borsoni e la schiena che mi fa impazzire! E tu vuoi che vada pure a fare la spesa?

Abbiamo le patate, le uova. Vieni a prendermi. Ho fame, voglio solo tornare a casa.

Dai, Marti, non capisci, ha parlato più in fretta, quasi sopra di me. Voglio che sia tutto perfetto. Il supermercato è dietro langolo. Prendi il vitello, prendi pure patate fresche, ché le nostre sono da buttare. Magari chiedi a qualcuno una mano, oppure fai con calma Per favore! È per noi due. Io intanto sistemo tutto.

Guardavo le mie mani arrossate. Nel petto si allargava una rabbia amara.

Ma sei serio? la voce mi tremava. Mi chiedi di andare con questi borsoni, adesso, a prendere la carne perché vuoi cucinare?

Non puoi scendere tu a prendere almeno me?

Ma sto già ehm finendo i preparativi! Se scendo adesso rovino tutto. Dai, Marti, prendimi otto etti di vitello, e una busta di patate. Io aspetto!

Ha chiuso la telefonata. Io sono rimasta a fissare lo schermo nero. Non volevo crederci. Ho avuto voglia di piangere, lì sotto al lampione che tremolava. Invece di un abbraccio, mi toccava il banco macelleria. Forse sta preparando davvero qualcosa di speciale?, mi sono detta. Ho sospirato, raccolto le borse e, zoppicando, sono andata al supermercato.

Spingevo il carrello nei corridoi, sentendo gli sguardi compassionevoli della cassiera assonnata.

Il vitello era un peso morto e la rete delle patate insostenibile. Uscendo, non sentivo più le dita sembravano ganci.

Il telefono è squillato di nuovo.

Hai preso tutto? domandò Lorenzo allegro.

Sì, ho risposto stringendo i denti. Sono sotto casa. Vieni.

Aspetta! quasi era in panico. Non salire! Aspettami sulla panchina, dieci minuti.

Ci scherzi? stavolta ho urlato, senza badare ai passanti. Lorenzo, mi fanno male le gambe, non sto più in piedi!

La sorpresa non è pronta! insisteva lui. Se entri ora, è tutto rovinato. Siediti, respira. Cinque minuti, Marti, giuro! Devo finire!

Sono crollata sulla panchina di legno. Le buste sono cadute a terra con frastuono. Avrei voluto tirare la carne dritta al suo terzo piano.

Dieci minuti. Poi venti. Sentivo crescere ribollire dentro. Me lo immaginavo: cosa mi aspetta su? Un mare di fiori? Colazione a lume di candela? Un violinista? Niente poteva valere quella fatica, il freddo e lattesa.

Dopo trentacinque minuti è uscito Lorenzo. Aveva laspetto un po ridicolo: la maglietta al contrario, gocce di sudore in fronte, i capelli in aria.

Ehi, sei ancora qui? ha sorriso stiracchiato, afferrando le borse. Perché sei così imbronciata? Dai, bella giornata eh, già. Dai entriamo!

Perché sei tutto sudato? gli ho chiesto, alzandomi a fatica. E perché profumi di detersivo da chilometri?

Vedrai! ha saltellato fino allascensore.

Arrivati su, ha spalancato la porta e mi ha guardato, aspettandosi un applauso. Ho respirato lodore di candeggina e deodorante economico brezza marina.

Sono passata di stanza in stanza, dalla cucina al bagno. Tutto luccicava. Le cose sparite dalle sedie, tappeto ancora umido in punti, scaffali senza polvere, le mie statuine rintanate in un angolo.

Allora? brillava come una moneta nuova. Che ne pensi? Sorpresa!

Mi sono girata piano verso di lui.

Tutto qui? ho chiesto a voce bassa.

Come tutto qui? si è quasi offeso. Marti, ho fatto le pulizie per tre ore! Ho lavato tutto, anche sotto il divano! I piatti, il bagno! Volevo che tornassi in una casa splendente. Mi sono sbrigato mentre tu eri al supermercato.

Un groppo mi saliva in gola.

Quindi ho balbettato, frenando le lacrime. Mi hai fatto trascinare la spesa per avere il pavimento lucido?

Non sei sceso a prendermi perché lavavi il pavimento?

E certo! ha sbattuto le mani. Lo faccio per te! Ti lamenti sempre che non collaboro. Volevo dimostrartelo. Sei arrivata prima e mi hai spiazzato! Ti ho solo trattenuta per finire. E tu invece di ringraziare, sembri che ti abbia mancato di rispetto!

Lorenzo, ma stai bene? non ho più retto e la voce mi si è rotta. Della pulizia non mi interessa! Ho la schiena a pezzi, portavo chili! Aspetto nostro figlio, lo capisci? Avevo bisogno che mi accogliessi, che mi tenessi per mano.

Lorenzo è diventato rosso. Ha lanciato il panno nel lavandino.

Eh, incominciamo! ha urlato. Mai che vada bene niente! Ho sgobbato come uno scemo dalle cinque del mattino, ho preparato tutto per te, e tu appena arrivi mi urli addosso! Hai visto quanto è pulita casa? Neanche il giorno del matrimonio, figurati!

Ma che me ne faccio della casa così se poi ci rimetto la salute? ansimavo per la rabbia. Mi hai fatto aspettare al freddo, mi hai costretta a portare pesi e fare la spesa stanca morta! È una tortura, non un regalo!

Tortura? si è acceso ancora di più, gesticolando. Scusa se non sono il marito perfetto! Unaltra sarebbe contenta, qua. E invece tu pensi solo a te stessa! La gravidanza, la schiena E io? Magari sono stanco anchio! Non ho dormito, pensavo solo a come renderti felice!

Mi sono coperta il volto.

Non capisci proprio niente ho singhiozzato. Hai messo il pavimento davanti a me.

E che centra? si è rimesso a urlare. Sei arrivata prima! Dovevi arrivare giovedì. Avrei fatto tutto, trovavi casa perfetta! Ma no, sei venuta prima e adesso faccio la figura del cattivo! Sei solo ingrata, Martina! Ingrata!

Se nè andato sbattendo la porta della camera.

Il bimbo in pancia ha scalciato forte. Mi sono lasciata cadere sulla sedia, guardando il sacchetto di carne rimasto sul tavolo. Mi girava la testa dalla nausea.

Dopo dieci minuti è tornato.

Allora, lo cucino sto vitello? O vuoi farti la fame pur di dispetto?

Lascia stare, Lorenzo. Fammi solo stare in pace. Voglio dormire.

Benissimo! ha ribattuto, sbattendo unennesima porta.

Mi sono trascinata in bagno. Mi sono guardata allo specchio: bianca, gli occhi scavati, sfinita.

Ripensavo al viaggio in bus, a come mi immaginavo Lorenzo pronto ad abbracciarmi: Meno male che sei tornata. Certo. Piuttosto una scopa in mano. Quando sono uscita dal bagno, la lite è ricominciata, per una sciocchezza.

Quella mattina sono uscita di casa così comero, senza cambiarmi. E sono tornata dai miei genitori, a Firenze.

Tutti provavano a dissuadermi dal separarmi: i suoceri, mia cognata, anche parenti alla lontana. Lorenzo mi chiamava di continuo, diceva di aver capito. Ma io ormai avevo deciso: non voglio un marito che mette la pulizia della casa davanti alla nostra salute, davanti a nostro figlio.

Adesso so che conta davvero: chi ti ama ti tende la mano, non una scopa.

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