Arrangiati da sola
Davide, la macchina si è fermata. Proprio in Corso Vittorio Emanuele. Il telefono sta per morire, ti chiamo da quello di unaltra persona.
Tenni il telefono con entrambe le mani. Le dita, avvolte nei guanti di pelle sottile, già non volevano piegarsi. La bufera di neve soffiava lungo il marciapiede, copriva di neve le vetrine e accecava gli occhi. Mi trovavo davanti a una porta sconosciuta, davanti a una parrucchieria. La titolare era uscita a fumare e, vedendo una donna impacciata in cappotto elegante, mi aveva allungato il telefono in silenzio.
Davide, mi senti?
Ti sento. La voce di mio marito sembrava quella di un capoufficio che detta ordini alla segretaria. Neutra, piatta.
Capisco, ma mi serve aiuto. Un carroattrezzi, oppure puoi dirmi a chi chiamare? Ho il telefono scarico, non trovo il numero.
Seguì una pausa. Brevissima, tre secondi. In tre secondi cera tutto: il suo sguardo di lato, il modo in cui aggrottava la fronte, la voglia di chiudere subito la conversazione.
Clara, non posso ora. Arrangiati da sola. Sei adulta.
Tuuut. Solo il segnale di fine comunicazione.
Rimasi ancora un attimo con il telefono allorecchio, poi lo abbassai. La titolare, una donna minuta, sui cinquanta, con camice blu sopra il maglione e la sigaretta ancora spenta in mano, faceva finta di guardare altrove.
Grazie, le dissi, restituendo il cellulare.
È riuscita a chiamare?
Sì.
Tornai sul marciapiede. La neve sinsinuò subito sotto il collo del cappotto, nelle maniche, tra la sciarpa e lorecchio. Il mio cappotto era ottimo, finlandese, spesso, di cashmere con fodera antivento. Ma la bufera non porta rispetto nemmeno al migliore cashmere. Restai lì per capire cosa fare. Lauto era a un isolato, chiusa. Non avevo chiamato il carroattrezzi. Il telefono era morto. Tornare a piedi a casa: quaranta minuti, con questo tempo poi… Cera una fermata dellautobus poco più avanti.
Mi incamminai verso la fermata.
Dentro qualcosa si strinse e zittì. Non era rabbia, non era offesa. Era solo una quieta rassegnazione, quella consapevolezza abituale che non cè nessuno a cui appoggiarsi. Un sentimento che conosco bene, che si accumula piano, come calcare dentro un bollitore: strato dopo strato, e solo un giorno ti accorgi che ormai il sapore dellacqua non è più lo stesso.
Io e Davide siamo sposati da nove anni. I primi due diversi. Poi la sua carriera, i progetti, i viaggi. Poi il silenzio a cena. Poi niente più vere cene, solo spuntini rapidi davanti al frigo. Lavoravo anchio, in uno studio di architettura piccolo, disegnavo ristrutturazioni, andavo ogni tanto sui cantieri. I soldi erano miei. Davide lo chiamava un mio pregio: indipendente, diceva. Indipendente. Arrangiati da sola.
La pensilina della fermata era coperta, già un sollievo. Mi misi nellangolo più riparato. Cerano due ragazzi con zaini, un signore anziano con il cappotto di lana e una donna con la sporta della spesa, talmente piena che la zip non si chiudeva.
Scrutavo la strada. I fiocchi cadevano in orizzontale. Il lampione sopra di noi ondeggiava e la sua luce tremolava sulla strada. Da qualche parte, dietro la neve, le automobili fischiavano.
E fu allora che la vidi.
Prima vidi il cappotto di pelliccia. Non una persona, ma proprio quella pelliccia. Lo riconobbi subito: taglio a metà polpaccio, leggermente svasato, colletto alto e tre bottoni decorativi in legno scuro. Un pelo particolare, color castagna scuro, con una vena rossiccia, soffice e leggero come stoffa preziosa, ma vivo. Era stato fatto a mano da Pellicce del Nord, un laboratorio artigianale di Torino, uno di quei posti che non espongono mai niente.
Davide me lo regalò un anno e mezzo fa.
Fu una sera strana. Avevamo litigato poco prima, seriamente, con porte sbattute e parole che non torni indietro. Pensavo fosse finita. Poi lui arrivò con una scatola legata da un nastro bordeaux. Non sapeva fare i regali col sorriso, restava un po in disparte, guardando fuori la finestra mentre io scartavo. Ma la pelliccia era vera. Bella, calda, fatta con cura, con rispetto per chi lavrebbe indossata. La indossai subito, in corridoio. E dentro sentii sciogliersi qualcosa. Pensai: allora si ricorda. Forse non tutto è perduto. Forse sotto la corazza cè ancora qualcosa di vivo.
La pelliccia sparì sei mesi dopo. Rubata dallauto, nel parcheggio del supermercato. Avevo lasciato la borsa sul sedile di dietro, dentro cera la chiave. Solo dieci minuti. Tornai e trovai tutto in ordine, tranne che la porta era stata chiusa male. Addio borsa, portafoglio, documenti, il telefono di scorta e la pelliccia, lasciata lì perché dentro il supermercato si moriva di caldo.
Davide disse solo: Bisognava stare più attenti alle proprie cose. Fine.
E ora la pelliccia era lì, davanti a me, alla fermata dellautobus, nella bufera di gennaio.
Indossata da una donna che non avevo mai visto.
Giovane, circa ventotto anni, bassa, tarchiata. Un volto semplice, quasi senza trucco, le guance arrossate dal freddo. Capelli raccolti sotto un berretto di lana bianca con riga blu. I guanti erano sintetici, scarponi usurati. E sulle spalle, la MIA pelliccia.
Guardavo. Per un attimo pensai di sbagliarmi, che potesse esserci qualche somiglianza. Ma poi vidi i tre bottoni sul colletto. Uno, il terzo dal basso, più chiaro: quello me lavevano cambiato in laboratorio, era di unaltra partita di legno, cinque centimetri di differenza nella sfumatura. Lo vedevo ogni mattina. Eccolo.
Mi scusi, da dove viene quella pelliccia? chiesi.
Lei si girò. Mi guardò con una calma sorpresa di chi viene interrotto da uno sconosciuto.
Come scusi?
La pelliccia. Chiedevo da dove viene.
È mia.
No, risposi più composta di quanto pensassi. Quella è la mia pelliccia. Mi è stata rubata un anno fa. Le chiedo come sia finita sulle sue spalle.
Lei mi fissò. Il signore anziano si scostò. Gli studenti finsero di non sentire.
Si sbaglia, rispose senza tremore. Lho comprata.
Dove?
Al mercato dellusato.
Quale mercato?
Al mercato Porta Palazzo.
Non le è sembrato strano trovare un capo così pregiato a due soldi?
Qualcosa le passò in volto. Non paura, piuttosto la tensione di chi si forza a rimanere calma.
Ho pagato quello che mi hanno chiesto. È stato un acquisto legittimo.
Ma è comunque un acquisto di merce rubata, replicai.
Restammo a fissarci. La neve filtrava anche sotto la pensilina. La donna teneva nascosto sotto il braccio un sacchetto, fissandolo col gomito.
Senta, disse dopo una pausa, capisco che sia scossa. Ma qui non posso provarle niente. E neanche lei a me.
Posso chiamare i carabinieri.
Chiamali pure, ci fu stanchezza nelle sue parole, la rassegnazione di chi si aspetta il peggio. Mi spiazzò.
Dal suo sacchetto spuntava un berrettino da bambino, blu, con pon pon.
Ha un figlio? chiesi.
Sì.
Quanti anni?
Cinque. Adesso è allasilo. Pausa. Guardi, non restiamo qui al freddo. Là cè un bar, vede? Entriamo, ragioniamo a caldo. Se vuole chiamare i carabinieri, li chiami da lì.
Guardai il bar, si chiamava Accogliente, nome azzeccato in quel momento.
Entrammo.
Era piccolo, otto tavolini di legno, piante di gerani impolverati alla finestra, odore di cannella e pasta dolce. Dallo stereo musica bassa, rilassante. Qualche cliente: una coppia anziana, un uomo col portatile.
Ci sedemmo vicine al vetro. Fuori, tutto era bianco, vapore e luce dei lampioni.
Lei si tolse il berretto: capelli scuri, un po mossi, raccolti. Le guance ancora arrossate. Le mani sul tavolo: mani segnate, unghie spezzate, screpolature sulle dita. Mani di chi lavora davvero.
Arrivò una cameriera. Ordinai un caffè. Lei tè, poi aggiunse: E una ciambella.
Aspettando, tacemmo. Poi domandai:
Il suo nome?
Marisa.
Clara. Feci una pausa. Mi racconti del mercato.
Marisa strinse la tazza di tè con tutte e due le mani per scaldarsi.
Sono venuta qui a settembre. Cercavo lavoro e casa. Avevo pochi soldi messi da parte. Raccontava senza lamenti, come chi snocciola fatti, non cerca pietà. Mi hanno presa come ausiliaria allospedale. Ho trovato una stanza piccola ma onesta, la padrona è una brava donna. Ho iscritto Matteo allasilo, non subito, ma ce lho fatta.
Matteo è suo figlio?
Sì.
E il marito?
Mi guardò negli occhi.
Non stiamo più insieme. Breve. Non aggiunse altro e io non insistetti.
La pelliccia…
A novembre. Passavo per Porta Palazzo, cè di tutto lì, nuovo e usato. I soliti venditori. Di solito tiro dritto, soldi non ne ho. Ma quella pelliccia era lì appesa da un uomo, tra altra roba. Lho toccata. Pelo vero, nessun dubbio. Silenzio. Ho chiesto il prezzo. Ha detto: centotrenta euro. Ho capito subito che era strano. Un capo così non vale così poco. Ma non ho posto domande. Sapevo che non dovevo.
Lo sapeva e lha presa lo stesso.
Sì. Non distolse lo sguardo. So che per lei non è bello. Ma avevo solo un giubbotto mezza stagione. E qui lo sa anche lei quanto fa freddo. Mio figlio piccolo, io a turni di notte. Freddissimo. Una così a centotrenta euro…
E ha comprato.
Sì. Pausa. Dopo, ho avuto rimorso. Allinizio ero solo felice di non patire il freddo.
Sorseggiai caffè forte, guardando Marisa. Cera qualcosa che mi aveva già bloccata; il discorso non poteva più andare come prima. Qualcosa era cambiato.
È ausiliaria, dice. In quale ospedale?
Niguarda, secondo piano. Chirurgia.
Da molto?
Da ottobre. Quattro mesi. Allinizio pensavo fosse temporaneo, poi il clima lì mi ha fatto cambiare idea. Matteo allasilo vicino, so sempre quando entro e quando esco.
Turni lunghi?
Capita. Di notte una vicina, la signora Teresa, una brava donna, tiene Matteo. Lui ormai le è affezionato.
Ascoltavo. Una storia comune. Donna con figlio, città media, contingenze difficili, trasloco, lavoro duro. Nulla di eccezionale ma il modo di Marisa di raccontare, asciutto, senza supplica, solo realtà, colpiva.
Di dove è originaria?
Asti, duecento chilometri da qui. Forse ha sentito.
No.
Niente di speciale. Tre fabbriche, un ospedale. Adesso i fabbriche sono due, una chiusa. Sorso di tè. Là sono nata, cera mio marito.
Perché è andata via?
Di nuovo lo stesso sguardo fermo.
Non si poteva restare.
Non chiesi altro. Il mio lavoro darchitetto mi ha insegnato a capire i vuoti tra le parole, non solo i disegni ma anche quello che manca.
Matteo vede suo padre?
Lha visto lestate scorsa. Pausa. Quando vivevamo lì, vedeva cose che non dovrebbe vedere un bambino di cinque anni. Non volevo che crescesse pensando che fosse normale.
Fine. Nessun altro dettaglio. Non insistetti.
Il silenzio tornò, la bufera fuori non si fermava. La neve aveva già coperto il bordo inferiore del vetro, restava solo la parte alta, e oltre: il bianco nebbioso e le sagome delle case.
Senta, disse Marisa, capisco la situazione. Se riconosce la pelliccia, gliela restituisco. Non ho documenti, nemmeno ai banchi nessuno ne aveva. Se va dai carabinieri racconto tutto.
E Lei, che mette?
Alzò le spalle.
Il giubbotto. Troverò qualcosa.
Quello mezza stagione?
Solo quello.
Guardai la pelliccia sulla sedia, ordinata, il pelo lucido, senza il minimo buco, quasi meglio di comera quando la possedevo io. Marisa la curava.
La tiene bene, osservai.
Ci tengo. Una cosa così va trattata con rispetto.
Come la pulisce?
Una spazzola speciale per pellicce, presa allipermercato per tre euro. E in armadio con palline di cedro contro le tarme. Sorrise appena: Non ho mai avuto una pelliccia così in vita mia. Mai qualcosa del genere.
Le piace?
La domanda uscì strana. Marisa non fu sorpresa, pensò un istante:
Sì. Non tanto per il calore, anche se quello conta. Ma perché cercava parole Perché quando ci entro allospedale, la gente mi parla in modo diverso. Non meglio, non peggio. Ma come se fossi una pari. Una da rispettare.
Misi la tazzina sul piattino.
La capisco, dissi, e davvero lo pensavo.
Marisa mi fissò appena socchiudendo gli occhi. Non ostile, solo cauta.
Lei lavora?
Sì. Architetto.
Ha il suo studio?
Piccolo, siamo in cinque.
Le piace?
Ci pensai, non me lo chiedevo da tanto. Lavoravo e basta, bene, con attenzione. Ma se mi piaceva?
Sì, risposi infine, forse è lunica cosa che ancora mi entusiasma.
Lei annuì, come se non fosse una novità.
Anche il mio lavoro non è una festa, disse. In chirurgia se ne vedono tante. Ma i colleghi sono brave persone. Conta molto.
Conta davvero, annuii.
Fuori, un cigolio: il vento scuoteva linsegna. La coppia anziana si preparava a uscire. Luomo col portatile ordinò un secondo caffè.
Mi racconti di Matteo, dissi, non perché dovessi, ma perché volevo sentire qualcosa di vivo.
Marisa sorrise appena, una cosa rapida ma vera.
È un chiacchierone, usò quel tono speciale che trasforma un difetto in orgoglio. Non sta mai zitto, la maestra si lamenta che monopolizza le conversazioni, io invece sono contenta. Parla, quindi sta bene.
Non parlava prima?
Scese collo a fissar la tazza.
Succedeva. Lultimo anno là, tornava silenzioso, giocava con le macchinine senza dire parola. Pausa. Ora parla, tantissimo. Ieri mi spiegava perché i cani scodinzolano e i gatti no. Non sapevo che rispondere, ha cercato su internet, ci ha imparato su.
Da quanto siete qui?
Quattro mesi.
E già così cambiato.
I bambini si adattano in fretta. Siamo noi, adulti, a impiegarci di più.
Tacqui. Quattro mesi fa, a settembre, stavo in ufficio a firmare la planimetria per una giovane coppia che voleva unire cucina e soggiorno. Settembre, ottobre, novembre: lavoro, rientri a casa, cene in solitudine, conversazioni con Davide sulle bollette o su chi chiamare per riparare il miscelatore. Ogni tanto a qualche evento insieme: lui parlava con le persone giuste, io sorridevo a comando. Sapevo sorridere quando serviva.
Non ricordavo lultima volta che avevo sorriso come Marisa parlando di Matteo.
Quando ha messo quella pelliccia la prima volta, cosa ha provato?
Marisa alzò lo sguardo, esitò.
Magari sembra sciocco.
No. Me lo dica.
Ho provato che ero riuscita a farcela. Semplice. Ho preso mio figlio e sono venuta senza niente. Quattro mesi, di nuovo, da sola. E ora ho una casa, un lavoro, un posto allasilo per Matteo e questa pelliccia. Era come una conferma che ce lavevo fatta. Che non mi ero spezzata. Capisce?
Capivo bene.
Stetti zitta un attimo, la gola stranamente stretta. Non per pietà sarebbe fuori posto ma per il riconoscimento: le sue parole colpirono esattamente quella parte di me che evitavo di toccare.
Perché anche io avevo indossato quella pelliccia così.
Ricordavo il giorno in cui la indossai davvero la prima volta, non subito dopo il regalo, ma una settimana dopo, e davanti allo specchio in corridoio sentii lo stesso. Che non era tutto perso. Che cera ancora qualcosa di vivo, un vero calore. La pelliccia, allora, non era solo un capo dabbigliamento. Era un segno.
Ma si rivelò solo unillusione.
Due settimane dopo quel regalo, di nuovo riunioni, trasferte, cene con ospiti. La pelliccia rimaneva appesa, la vita scorreva uguale. Capivo che non era un segno daffetto, ma un modo per archiviare la questione. Ecco, ho fatto qualcosa, adesso basta.
Dopo sei mesi, la rubarono. Piansi una sera e quasi dimenticai.
No. Non dimenticai mai. Fingere di aver dimenticato era solo più semplice.
Marisa, domani ha qualcosa da mettere per andare al lavoro?
Mi fissò.
Ho il giubbotto.
È caldo?
Insomma…
Quindi no. Ma ci sono abituata.
Guardai la pelliccia. Riluceva tranquilla sulla spalliera. Tre bottoni di legno, il terzo più chiaro.
Pensai un minuto. A cosa mi servisse ora quella pelliccia. Mi feci le stesse domande che mi faccio da architetto: cosa cè qui, cosa serve davvero? Mi serve? Sì, è inverno, ma ho altri cappotti, altri vestiti, non è una questione di necessità.
E allora? Solo principio? Ho ragione? La pelliccia era la mia, Marisa lha comprata senza dolo, posso rivolgermi alle forze dellordine, insistere. Ne avrei diritto.
Però.
Ricordai la telefonata a Davide. I tre secondi di pausa. La voce spenta. Arrangiati da sola. Sei adulta.
Ricordai come stavo al freddo col telefono prestato e nessun pensiero in testa, solo immobilità.
Ricordai il sorriso vero di Marisa, parlando di Matteo.
Ricordai la mia faccia nello specchio, un anno e mezzo fa. Quel senso di calore che, infine, era solo tessuto. Solo tre bottoni di legno.
Il calore non era nella pelliccia.
Marisa, dissi, la tenga lei.
Mi fissò.
Come?
La pelliccia. È sua.
Sul serio?
Sì. Svuotai la tazzina. Non gliela lascio per pietà, capisca. Semplicemente ne ha più bisogno lei. Sono cose diverse.
Marisa zittì, il volto faceva un lavoro sottile, invisibile.
Non posso accettarla così.
Può. Ha già pagato. Centotrenta euro non sono pochi per chi ha appena traslocato in inverno. Non svaluti la sua fatica.
Perché?
Perché quella pelliccia, per me, significava qualcosa che si è rivelato falso. Per lei, significa ciò che si è guadagnata davvero. Pausa. Sono due pesi diversi. Meglio resti dove pesa di più.
Marisa mi fissò a lungo. Poi annuì lentamente.
Grazie, disse.
Senza enfasi, senza entusiasmo. Solo la parola, e bastava.
Restammo ancora. Presi un altro caffè, Marisa un altro tè. Parlammo daltro. Di comè lavorare in chirurgia, di come la disposizione degli spazi influenzi chi ci vive. Lei non ci credeva, ma spiegai che luce e spazio fanno tanto alle persone.
In reparto abbiamo finestre piccole e il corridoio buio, raccontò.
Non va bene. Il buio rende cupi.
Bisognerebbe demolire il corridoio.
Già. Peccato che ci vogliano soldi. E alla fine resta così.
Peccato.
Fuori, sempre bufere. Era passata unora, forse di più. Ma non guardavo lora. Strano, io che controllo ogni venti minuti il tempo.
Devo andare a prendere Matteo.
Lasilo chiude?
Alle sette. Se esco ora, ce la faccio.
Ci alzammo. Marisa indossò la pelliccia. Abbottonandola, mi guardò.
Lei come torna? La macchina è rimasta là?
Sì. Chiamo un carroattrezzi da qualche telefono. O in taxi carico il cellulare.
Se vuole, usi il mio. Ho ancora batteria.
La guardai.
Non fa tardi da Matteo?
Ce la faccio. Chiamì pure.
Chiamai il carroattrezzi, spiegai dove fosse la macchina. Marisa era lì, passandomi il cellulare per una domanda delloperatore.
Poi uscimmo insieme.
La bufera ci travolse. Marisa abbassò il cappello, io chiusi il colletto.
Lei va di là? chiese.
Sì, verso la macchina.
Io di qua. Pausa. Arrivederci.
Arrivederci.
Ci separammo. Feci pochi passi, mi voltai. Marisa camminava veloce, la testa bassa contro il vento. La pelliccia le stava bene, scura, lucente. Bella. Giusta su di lei.
Ripresi il cammino verso lauto.
Il vento sferzava il viso, la neve scricchiolava sotto i piedi. Il cappotto teneva, ma non come una buona pelliccia. Un po di freddo al collo, alle dita nei guanti. Sensazioni concrete, fisiche.
E dentro, stranamente, tutto era più quieto. Non bello, non brutto, solo tranquillo, come quando finisce improvvisamente un rumore di fondo.
Lauto era dovera. Il carroattrezzi promesso in quaranta minuti. Mi misi lì, di spalle al vento, ad aspettare.
Pensai a Davide.
Senza rabbia. La rabbia sarebbe già qualcosa di troppo vivo. Pensai a lui come a un compito in sospeso, rimandato da anni. Nove anni insieme. I primi due diversi. Sette di convivenza e abitudine, di chiamate a cui non si risponde, di cene in solitudine, di vita parallela.
Cosa mi tratteneva?
Labitudine. La paura di ricominciare tutto. Lidea che così sto tranquilla, che succede anche agli altri, che è normale trovare altro per sé: hobby, passioni, senza pretendere troppo dal matrimonio.
Ma cera anche altro.
Stavo sempre in attesa. Anche se non lo chiamavo attesa. Speravo che cambiasse qualcosa. Che portasse ancora una scatola col nastro bordeaux. Che ci fosse unaltra sera così. Che il calore tornasse.
La pelliccia era quellattesa. Un simbolo che fosse possibile tornare al calore di prima.
Ma la pelliccia non cè più. E per fortuna.
Restai accanto allauto guasta, sotto la neve di gennaio, senza pelliccia né telefono, riflettendo su cosa dire a Davide a casa. Non conoscevo le parole esatte. Non ho mai avuto talento per certi discorsi. Ma sapevo che, finalmente, lo avrei fatto. Non uno scandalo, né pianto, né urla. Solo un vero dialogo, calmo, come un compito che non si può più rimandare.
Il carroattrezzi arrivò dopo trentacinque minuti. Lautista, giovane e loquace, si informò, mi fece caricare il cellulare in cabina. Caricai il minimo per accenderlo, chiamai lo studio.
Oggi non torno, dissi a Vera, la segretaria. Ho avuto un guasto. Nulla di urgente, controllo tutto stasera.
Certo, Clara. Tutto bene?
Sì, tutto bene.
Sorprendentemente era vero.
Seduta in cabina, osservai la città innevata. Pensavo che la primavera sarà a marzo come sempre. Che allo studio cera un progetto di centro dinfanzia che dovevo rivedere, la sala giochi non prendeva abbastanza luce. Era da parlare subito, non rimandare. Bisogna parlare subito quando capisci le cose.
Non rimandare più.
Sorrisi, appena, dentro.
Arrivammo allofficina, la macchina scaricata, carte e ricevute. Tornai a casa in taxi. Dal finestrino vedevo la neve ormai più tranquilla, verticale, grossi fiocchi che cadevano come dovrebbero.
In casa tutto calmo. Davide non ancora rientrato, forse ancora alle sue riunioni. Mi tolsi le scarpe, il cappotto, entrai in cucina. Misi su il bollitore, guardando fuori.
La neve si posava sui davanzali, lenta, precisa. Oltre i vetri tutto bianco.
Pensavo a Marisa. A lei che ora prende Matteo allasilo, chino contro il vento, e lui che corre con gli scarponi e il berretto con pon pon. Lei che lo accoglie, tornano a casa nella stanzetta con padrona gentile. Matteo che parla per tutto il tragitto: dei cani e delle code, o chissà di cosa altro.
Pensai che non avevo chiesto il suo numero. Ma forse va bene così. Ci siamo trovate per caso, nella bufera, alla fermata. Incontri così non continuano. Accadono, lasciano traccia.
Non la pelliccia. Qualcosaltro.
Il bollitore fischiò. Preparaì il tè, seduta a tavola con le gambe allungate. Oltre il vetro scendeva la neve.
Quando Davide tornerà, gli dirò che dobbiamo parlare. Sul serio. Non di macchina, non del miscelatore. Lui sarà scocciato, dirà che è stanco. Dirò che capisco, ma non rimando più. Si siederà per dovere. Inizierò io.
E dopo? Non so. Non si può prevedere come andranno certi discorsi. Ma dirò quello che penso, senza accuse, senza drammi. Semplicemente: questa è la mia vita, questo sento, questo voglio.
E quello che voglio, ho scoperto, non è così difficile. Non vestiti costosi o eventi giusti. Non solo qualcuno con cui dividere il tetto. Voglio solo qualcuno che risponda al telefono. Che la voce non sia sempre quella di chi impone. Che ci sia una cena da raccontare qualcosa, e qualcuno che ascolta.
Forse posso ancora averlo. Forse no. Non lo so. Ma non fingo più di non vedere.
Seduta col tè, guardo il silenzio della neve. Non una bufera, non una tormenta. Solo neve che scende.
Da qualche parte, Marisa cammina con Matteo che parla. Lauto resta in officina, domani pronta. Da qualche parte, Davide è ancora in riunione.
Qui cè pace. Il tè è caldo. E la neve silenziosa.
Penso che in primavera voglio fare qualcosa di nuovo, anche piccolo, ma mio. Forse iscrivermi a un corso di acquerello, ci penso da tempo. O ripensare da capo il progetto del centro dinfanzia, non solo la pianta, anche lo spirito. Parlare col cliente di spazio e di vita. Questo è il mio mestiere. E voglio farlo bene, davvero.
È ormai buio. Solo il lampione illumina i fiocchi contro i vetri.
Finito il tè, lavai la tazza.
Poi in corridoio, guardai il cappotto di cashmere appeso. Un buon capo, caldo.
Spensi la luce. Andai in soggiorno. Ad aspettare.
Anche no. Non ad aspettare.
A essere. Ora basta questo.
***
Alcune settimane dopo, a febbraio, col freddo meno pungente, vidi per caso una donna con una pelliccia simile dallaltro lato della strada. Mi si fermò il cuore per un attimo. Ma non era lei. Solo una pelliccia molto simile.
Proseguii oltre. Avevo appuntamento col cliente del centro dinfanzia. In borsa, le planimetrie nuove rifatte daccapo. Ora la sala giochi prendeva luce da due lati, il muro tra sala e corridoio era sparito, spazio più aperto. Magari il cliente storcerà il naso. Ma saprò spiegare. Lo so fare.
La neve si scioglieva sullasfalto, poco ma bastava, solo presso i tombini. Febbraio. Presto marzo.
Pensavo: capita di incontrare una persona una volta sola, per caso, e quella persona non ti dà lezioni, non cambia la tua vita. Solo ti racconta la sua. E tu, ascoltando, capisci qualcosa di te stesso. Qualcosa che era già lì, solo non aveva ancora le parole giuste.
Tutto qui.
A volte, è più che sufficiente.
—
Diario di Davide, febbraio 2024
Le cose non sempre sono come ti aspetti. Ho capito che la vera forza non è pretendere indietro il proprio, ma vedere dove davvero serve. E che a volte, per trovare calore, bisogna smettere di aspettarlo da fuori e lasciarlo andare.
A volte, basta parlare sinceramente. E smettere di rimandare.






