Avevo paura di morire, ma loro… erano troppo occupati

Avevo paura di morire, ma loro… erano troppo presi dalle loro vite

Il telefono squillò proprio mentre cercavo di premere il campanello per chiamare l’infermiera. La fitta al petto mi tormentava ormai da tre ore e ogni respiro era una faticosa conquista.

Mamma, ho già mille problemi la voce di mia figlia risuonava stanca e seccata. Sei adulta, arrangiati da sola.

Mariella, tesoro, sto davvero male risposi, trattenendo a fatica le lacrime. Il medico ha detto che dovrò essere operata. Vieni, anche solo per unora, per favore.

Mamma, sono sommersa dal lavoro. Devo anche andare a prendere i bambini. Chiedi a Paolo, lui ha più tempo di me.

Tu-tu-tu. La chiamata si interruppe. Rimasi lì con il telefono in mano, osservando lo schermo e lasciando che le lacrime cominciassero a scivolarmi sulle guance. Settantadue anni. Due figli cresciuti da sola dopo la morte di mio marito. Avevo donato loro tutto: gioventù, forze, salute. Ora ero nel letto della stanza 214 dellOspedale Civile di Pavia, senza nessuno che mi porgesse nemmeno un bicchiere dacqua.

La compagna di stanza, Rosalia Conti, una donna robusta di sessantanni dagli occhi castani gentili, mi guardò con comprensione.

Non vengono? chiese sottovoce.

Hanno le loro cose da fare risposi asciugandomi gli occhi col bordo del lenzuolo. Sono indaffarati, hanno le loro famiglie.

Le famiglie ce le abbiamo tutti sospirò Rosalia. Anche le mamme sono esseri umani, lo sai? Mio figlio mi chiama tutti i giorni, si informa. Non può venire, abita a Torino. Ma almeno lui chiama.

Annuii voltandomi verso la finestra. Fuori piovigginava: un ottobre grigio, cielo grigio, palazzi grigi, vita grigia. La solitudine in ospedale, a una certa età, la senti ancora di più; tutto è lontano: le voci degli altri, il dolore degli altri, la loro estraneità.

Chiamai mio figlio. Paolo rispose dopo parecchi squilli. Il rumore del traffico di sottofondo.

Mamma, sono in macchina, dimmi.

Paolo, caro, sono in ospedale. Devo operarmi al cuore. È una cosa seria puoi venire, almeno a salutarmi?

Quando sarebbe lintervento?

Dopodomani.

Mamma, ascolta la sua voce si fece infastidita Domani ho una riunione importante, scadenze che non posso mancare. Sai, è anche una questione di soldi. Laura con i figli è via, in casa regna il caos. Tu sei sempre stata una roccia, supererai anche questa.

Però Paolo

Mamma, davvero non ce la faccio. Chiamami dopo, quando sarà finito tutto. Ti mando i soldi per le medicine, va bene?

Ancora il suono del telefono che si spegne. Posai il cellulare sul comodino e chiusi gli occhi. Un nodo in gola. Ce la farai da sola, dissero. Ma come? Come fai quando non riesci nemmeno ad alzarti dal letto per il dolore, quando le mani tremano e la paura di morire ti paralizza?

Mi vennero in mente i giorni di ventanni prima, quando Mariella si era operata di appendicite proprio in quellospedale. Ero rimasta accanto a lei giorno e notte, dormendo su una sedia, imboccandola, lavandola, cambiandole i vestiti. Aveva venticinque anni ed era una donna fatta, ma io lì vicino a lei come solo una madre sa fare. Mi sembrava impossibile allora pensare che i figli potessero mai abbandonare i genitori.

E Paolo, da bambino, con la polmonite: tre settimane inchiodata in ospedale, facendo i salti mortali per prendere ferie, risparmiare, leggere storie, giocare con lui, tenergli la mano quando piangeva. Aveva otto anni, ma per me era sempre piccolo.

Ho dato tutto a loro, e ora non servo più a nulla sussurrai.

Non dire così Rosalia spostò il suo comodino più vicino. Vuoi un po di tè? Ho portato il thermos, è ancora caldo.

Grazie, sei molto gentile.

Macché gentile minimizzò lei. Ci sono passata anche io. Lanno scorso ero qui da sola, e la donna del letto accanto mi ha tirata su. Ora ci provo io a dare una mano.

Restammo in silenzio, a sorseggiare il tè. Il tramestio nel corridoio, i passi delle infermiere, il tintinnio di carrelli, le voci basse. La routine ospedaliera, che scorre uguale e indifferente al dolore degli altri.

La sera venne la dottoressa, Marina Bianchi, giovane ma già con lo sguardo stanco.

Signora Romano, come si sente? sfogliava la cartella Arriverà qualche parente per loperazione?

No risposi piano Sono troppo occupati.

La dottoressa mi guardò con malinconia.

Capisco, disse con dolcezza. È una cosa che vedo tutti i giorni. La solitudine degli anziani è diventata una vera epidemia. I figli crescono e poi si dimenticano.

Non li voglio colpevolizzare strinsi il bordo della coperta Hanno la loro vita, lavoro, famiglia. Capisco davvero.

Lei capisce, ma fa male lo stesso concluse la dottoressa. È normale soffrire, non solo fisicamente. Lintervento sarà delicato, ma noi faremo tutto il possibile. Ora riposi. Domani la passerà a trovare lanestesista.

Quando uscì, Rosalia sospirò.

È una brava dottoressa. Ce ne sono pochi che ti ascoltano ancora.

Quella notte in ospedale sembrava interminabile. Non riuscivo a dormire. Il dolore mi mollava e poi tornava ancora più intenso. Fissavo il soffitto, seguendo le luci dei fari che si muovevano fuori dalla finestra.

Tornavano in mente ricordi: Mariella bambina, tre anni, ricci biondi, un fascio di margherite. Mamma, sono per te! Paolo, alle elementari, che mi mostra il quaderno pieno di dieci. Guarda come studio!. Adolescente cupa, con i suoi problemi, ma sempre pronta a tornare da me. Mariella in abito da sposa, bellissima: Grazie di tutto, mamma. Paolo, con in braccio il figlio appena nato: Ora capisco quanto mi hai voluto bene.

Quando sono diventati estranei? Gradualmente. Prima le telefonate rade. Poi le visite solo ai compleanni. Poi nemmeno quelle. Mamma, scusa non riusciamo, siamo esausti, abbiamo impegni. E infine nessuna giustificazione.

Ricordai quella conversazione di qualche mese fa con Mariella:

Vedo così poco i bambini, le avevo detto, a voce bassa Se volete, passo il weekend da voi, li tengo compagnia

Mamma, lascia stare senza staccare gli occhi dal cellulare Hanno la palestra, gli scout, linglese, la musica. Non cè tempo.

Ma potrei…

Ti prego mamma aveva alzato lo sguardo solo allora non impicciarti nella nostra vita. Ce la caviamo.

Quelle parole mi trafissero. Non impicciarti. Avevo donato loro tutto: tempo, forze, soldi, salute. Due lavori per pagare luniversità e aiutarli con la casa, rinunciando a tutto per loro. Ora ero diventata un peso.

Al mattino venne linfermiera, la signora Lina Brambilla, donna robusta con mani segnate dalla fatica.

Allora nonna, comè andata la notte? domandò cambiando la flebo.

Quasi non ho dormito ammisi.

Prima delle operazioni non dorme nessuno mi rimboccò il cuscino. Hai paura?

Sì le lacrime tornarono. E mi sento così sola. In questa stanza, come una cagna abbandonata. I miei figli non vengono.

Eh si sedette sul letto Ne vedo a decine come te. Una volta gli anziani erano rispettati. Adesso È un vero problema sociale, la solitudine degli anziani.

Forse la colpa è mia passai la mano sugli occhi Forse ho fatto troppo per loro, senza responsabilizzarli.

O magari hai preteso troppo? intervenne Rosalia. Anche io ho educato i miei figli a essere forti, a lavorare, a farcela. Ma non sono mai riuscita a insegnare loro la gentilezza. Sono diventati bravi, ma freddi.

Lina annuì.

Ormai ciò che è stato, è stato. Adesso bisogna andare avanti.

Come? chiesi. Come si vive sapendo di non servir più a nessuno?

Prova a vivere per te stessa si alzò portando via la flebo usata Non è facile, hai pensato sempre agli altri. Ma ora tocca imparare.

Rimasi a lungo su quelle parole. Vivere per me stessa? Non sapevo nemmeno cosa volesse dire. Tutta la mia esistenza era stata per i figli, i nipoti, la casa. Amiche? Persi contatti con gli anni. Passioni? Non cè mai stato tempo.

La giornata passò lenta. I medici venivano, mi facevano domande, io rispondevo in automatico, col pensiero altrove. Provai a chiamare di nuovo i figli, ma Mariella non rispose e Paolo, di fretta:

Mamma, sono in riunione. Richiamo più tardi.

Non richiamò.

La sera portarono una nuova paziente: una donna anziana, quasi ottantenne, immobile sulla barella. Attorno a lei le infermiere indaffarate.

Ha dei parenti? chiese la dottoressa.

La figlia dovrebbe venire domani rispose linfermiera.

La guardai e mi vidi in lei: impotente, sola, dimenticata. La vecchiaia faceva paura non per la malattia, ma per linutilità. Vivi tutta una vita, lavori, cresci figli, ami e soffri e alla fine? In un letto dospedale, dove anche morire sembra un fatto privato.

Un aiuto psicologico in quei momenti servirebbe, pensai. Ma dove trovarlo? Lo psicologo in ospedale passa una volta a settimana, per pochi minuti. E poi, che potrebbe dire? Che andrà tutto bene? Che i figli torneranno? Non è vero.

Il giorno prima delloperazione ci provai unultima volta. Chiamai Mariella, pregandola:

Figlia mia, te lo chiedo davvero. Vieni, almeno per mezzora. Domani mi operano. Se non dovessi farcela vorrei vederti, abbracciarti.

Mamma, non fare scenate rispose fredda queste operazioni le fanno ogni giorno. Non sei né la prima né lultima. Sono medici esperti.

Ma ho paura, Mariella. Tanta. E sono sola. Ho dato tutto per voi, e adesso

Basta! mi interruppe Nessuno ti ha mai chiesto di sacrificarti. Hai sempre imposto la tua volontà, controllato ogni cosa, voluto ringraziamenti. Ora devo lasciare tutto e correre da te ogni volta che non stai bene? Ho la mia vita, anche io.

Mariella, come puoi dirmi queste cose? ormai singhiozzavo.

È la verità, mamma. Ci hai soffocati con il tuo amore. Doveva andare sempre come volevi tu. Ora ci accusi di ingratitudine, ma non ti dobbiamo niente per i tuoi sacrifici.

Non sapevo cosa rispondere. E se avesse avuto ragione? Forse li avevo davvero soffocati, non lasciando spazio alle loro scelte. Ricordai tutte le mie imposizioni: i fidanzati che non approvavo, le università scelte per loro, ogni passo seguito anche dopo che avevano lasciato casa.

Forse hai ragione dissi piano. Ma lho fatto per amore. Ho sempre voluto il meglio per voi.

Lo so, mamma, si addolcì la voce ma il meglio per te non era sempre quello giusto per noi. Davvero non posso venire. Ti chiamo dopo loperazione, daccordo?

Sì daccordo.

Rimasi distesa a lungo, rimuginando. Rosalia faceva finta di non sentire.

La sera, Lina mi portò la cena.

Arriva qualcuno domani? chiese posando il vassoio.

No scossi la testa Forse ho le mie colpe. Forse sono io ad avere scavato profondità tra noi.

Le colpe sono sempre da entrambe le parti Lina si sedette Ma non vuol dire che tu debba restare così sola. Anche tu hai bisogno di sostegno.

Ma se non lo trovo nei miei figli?

Cercalo in te stessa sorrise. Sembra strano, ma devi imparare a sostenerti da sola. Essere forte, ma per te e non per loro. Capisci?

Annuii, anche se non ero sicura di aver capito.

Il giorno dellintervento arrivò presto. Mi svegliarono alle sei, mi somministrarono farmaci, mi prepararono. Nella corsia, distesa sulla barella, guardavo il soffitto bianco, paralizzata dalla paura. E se non mi fossi svegliata? E se fosse finita? E nessuno lo avrebbe saputo subito. Forse i miei figli si sarebbero ricordati di chiamarmi la sera.

Signora Romano, non abbia paura la dottoressa Bianchi mi si avvicinò. Lintervento lo farà un chirurgo esperto. Andrà tutto bene.

Grazie sussurrai.

In sala operatoria, luci forti, volti anonimi tra le mascherine, il freddo dellacciaio. Lanestesista parlava, ma non sentivo. Mi passavano davanti gli occhi i volti di figli, nipoti, mio marito. Signore, se sopravvivo, imparerò a vivere diversamente, pensai prima di addormentarmi.

Mi svegliai in terapia intensiva. Il corpo pesante, il dolore sordo al petto. Di fianco a me uninfermiera osservava i monitor.

È sveglia? chiese. Loperazione è andata bene. Come si sente?

Fa male sussurrai.

Ora le do gli antidolorifici. Domani tornerà in stanza.

Chiusi gli occhi. Ero sopravvissuta. Lintervento era passato. La convalescenza sarebbe stata lunga. E sarei dovuta starci dentro da sola, senza compagnia dei figli. Ma la cosa adesso mi faceva meno paura. Qualcosa si era spezzato dentro durante lintervento. Forse la consapevolezza della mia vulnerabilità. O forse, solo la stanchezza di cercare attenzione.

Dopo due giorni mi riportarono nella stanza 214. Rosalia mi accolse con un sorriso:

Eccoti qui, viva e vegeta! Stavo in pensiero per te.

Grazie, dissi faticosamente. Bello sapere che almeno qualcuno ci tiene.

Sono passati i tuoi figli?

Mariella ha chiamato una volta per sapere delloperazione. Paolo ha mandato un messaggio. Sorrisi. Ma va bene così. Non chiederò più limpossibile.

Lina, linfermiera, mi portò i farmaci comprati alla farmacia vicino allospedale. Rosalia mi offriva cibo fatto in casa. Perfino altri pazienti venivano a chiedere come stavo. Estranei, ma più presenti dei miei figli.

Una settimana dopo, fummo dimessi. La dottoressa Bianchi mi spiegò tutto dettagliatamente, prescrisse le terapie, raccomandò riposo.

Le servirà aiuto a casa, disse. Nei primi giorni sarebbe meglio non stare sola. I figli vengono?

Non credo proprio risposi sinceramente. Me la caverò. Ormai ho imparato.

Lei mi guardò con compassione, senza aggiungere altro.

Il taxi mi riportò al condominio di periferia di Pavia. Lautista mi aiutò a portare la valigia fino al terzo piano. Lo ringraziai e chiusi la porta alle spalle.

La casa mi accolse in silenzio. Corridoio vuoto, cucina vuota, camera vuota. Sul frigorifero le calamite dei viaggi fatti dai figli, alle pareti le foto: loro da piccoli, alle lauree, ai matrimoni. Volti felici, sorrisi… quanto tempo era passato.

Mi sedetti in poltrona vicino alla finestra. Fuori nevicava; la prima neve della stagione. Una volta avrei chiamato subito i figli: Guardate che bello, la neve! Vi ricordate da piccoli? Ora restavo lì in silenzio, osservando.

Il telefono squillò. Era Mariella.

Mamma, sei a casa? Come stai?

Tutto bene. Grazie di aver chiamato.

Senti, la settimana prossima cerco di passare a portarti un po di spesa, magari ti aiuto con la casa.

Non serve, risposi serena. Posso farcela.

Davvero? il suo tono era quasi sollevato. Ok, chiamami se hai bisogno.

Va bene.

Misi giù e tornai a guardare la neve cadere sotto il lampione. Comera bella, e da quanto non la notavo più? Sempre presa dai pensieri su figli, nipoti, casa.

Forse Lina aveva ragione. Forse era lora di ricominciare a vivere per me stessa. Non in modo egoista, ma almeno tornare a sentire chi sono davvero. Quella donna che sognava altro oltre che essere madre. Riscoprire passioni, provare cose nuove. Smettere di aspettarsi che i figli restituiscano qualcosa che non potranno mai ridarmi. Non sono cattivi, semplicemente la vita va così.

Andai in cucina, misi a bollire lacqua, presi la tazza bella, quella che tenevo per le grandi occasioni. Ma perché aspettare? Le grandi occasioni sono oggi. Mi feci un tè, con il miele che Rosalia mi aveva regalato. Mi sedetti ancora vicino alla finestra, sorseggiando piano. Linverno era appena iniziato, la convalescenza solo agli inizi, la vecchiaia davanti a me. Una vecchiaia solitaria, da gestire.

Ma forse non fa così paura. Forse, la solitudine è unoccasione. Un modo per riscoprirmi senza il filtro delle aspettative degli altri. Ho imparato a essere mamma, moglie, lavoratrice. Ora devo imparare a essere semplicemente Lucia Romano.

Il telefono vibrò: messaggio da numero sconosciuto. Signora Romano, sono Rosalia. Ho copiato il suo numero dal comodino, spero non dispiaccia. Come sta? Se ha bisogno o solo per fare due chiacchiere, mi chiami. Sorrisi. Era il primo sorriso sincero dopo tanti giorni. Risposi: Grazie, sto meglio. Sentiamoci domani.

Fuori la neve cadeva. La città si copriva di bianco. Da sola nella mia piccola casa, a settantadue anni, sorseggiavo tè dalla tazza bella, accettando la mia solitudine come una nuova fase. Difficile, dolorosa, ma comunque un pezzo di vita che merita di essere vissuto.

Finito il tè, guardai lorologio: erano le nove. Di solito a quellora chiamavo i figli per sapere dei loro impegni. Ora mi sedetti in poltrona e accesi la televisione, ma nemmeno la trama del film damore riusciva a distrarmi del tutto.

Forse il problema non erano solo loro. Forse erano anche le mie aspettative. Mi sono abituata a vivere attraverso e per gli altri, dimenticando me stessa. Da quando è morto mio marito, mi sono aggrappata ai figli; quando sono andati via, ho cercato di gestire le loro vite a distanza. Consigli, attenzioni non richieste, ansia per ogni dettaglio. E loro, giustamente, ora hanno bisogno di spazio. Non sono più bambini.

Lina parlava di sostegno psicologico agli anziani. Forse potrebbe aiutare anche me: molti vivono questa solitudine. I figli lontani, gli amici che mancano, il lavoro che non cè più. Resta una grande vuotezza da colmare.

Presi un quaderno e una penna. Da anni scrivevo solo la lista della spesa. Ora sentivo il bisogno di segnare un pensiero. Cosa voglio davvero nella mia vita? scrissi in cima. Riflettei. Cosa volevo? La prima risposta fu: vedere più spesso i figli. Ma la cancellai subito. Non dipende da me; devo pensare a qualcosa per me, solo per me.

Ripresi a scrivere. Voglio imparare a dipingere. Da ragazza adoravo i colori, poi non ho avuto più tempo. Voglio leggere libri che scelgo io, non solo quelli consigliati da altri. Voglio cucinare nuove ricette, solo per il piacere. Voglio camminare al parco e non pensare ai problemi.

Ogni riga aggiunta scaldava qualcosa dentro di me. Avevo ancora dei desideri, li avevo solo soffocati.

I giorni della convalescenza passarono. Il dolore diminuiva. Seguivo le istruzioni della dottoressa: passeggiate in casa, un po di esercizi, mangiare leggero. Mariella venne a trovarmi la settimana dopo con la spesa. Restò poco, si vedeva che era nervosa.

Come va, mamma?

Piano piano mi riprendo.

Meno male Devo scappare, il piccolo sta male e lho lasciato dalla vicina.

Vai tranquilla, grazie per essere passata.

Se ne andò, lasciando di nuovo il silenzio. Non ce lavevo più con lei; ora capivo che era davvero oberata. La vita si equilibra diversamente quando i figli crescono. Non cè un dare-avere: quello che hai dato non sarà restituito. E va bene così.

Dopo un paio di settimane, Rosalia mi invitò per un tè. Abitava poco distante da me. Mi preparai, la prima uscita dopo lospedale.

Mi accolse con calore. Casa ordinata, profumo di torta.

Ho preparato una crostata sorrise Non vedevo lora di offrirla a qualcuno. Mio figlio vive a Torino, le mie amiche sono tutte malate per fortuna che ci sei tu.

Parlammo a lungo, di salute, di figli, delle nostre esperienze. Anche lei, stessa storia: il figlio lontano, i nipoti poco visti.

Mi sono iscritta a un corso dinglese mi confessò A sessantanni suonati, figurati! Ma mi andava. E tu dovresti provare a dipingere; nella zona cè uno studio che fa lezioni per adulti. Vieni con me a vedere?

Accettai. Da lì cambiò qualcosa. Mi inserii in quella scuola darte. La prima volta mi sentii impacciata, ma la maestra, Anna, era gentile e molti lì erano miei coetanei: qualcuno vedeva la pittura come una sfida, qualcuno come una terapia.

Dipingere mi assorbiva. Potevo dedicarmi solo alla tela, dimenticando tutto il resto: solitudine, paure, figli. Bastava seguire la magia del colore.

I figli chiamavano sporadicamente. Rispondevo con serenità. Raccontavo delle mie giornate, delle nuove passioni. Mariella mi chiese perfino:

Mamma, ma sei cambiata? Hai una voce diversa.

Forse sì. La vita cambia, cambiamo anche noi.

Passarono i mesi: linverno fu duro, ma ormai camminavo senza fiatone, andavo al parco a vedere i tordi, dipingevo paesaggi, mi incontravo con nuovi amici. Conobbi una nuova compagna di classe, Luisa, simpatica e brillante. Cominciammo a frequentarci anche fuori dal corso.

I rapporti coi figli rimasero distanti, ma ora sentivo meno il vuoto. Avevo capito: amare i figli non vuol dire vivere solo per loro. Si può restare madri, senza annullarsi. Si deve essere presenti nella propria vita.

Poco prima di Capodanno, mi chiamò Paolo:

Mamma, a Capodanno sei sola?

No, Rosalia mi ha invitata. O vado da Luisa.

Capisco Ma se vuoi venire da noi, sei la benvenuta, si affrettò a dire.

Grazie, ve lo faccio sapere.

Per la prima volta, decisi di scegliere: volevo andare da loro? Oppure stavolta mi sentivo bene anche altrove? Nessuna ansia, nessuna aspettativa.

Alla fine accettai linvito a casa di Paolo. Ma come ospite, non più come madre sacrificata. Cenammo insieme, vidi i nipoti, chiacchierammo. Non fui più la mamma che vuole controllare tutto, ma una donna, con nuove abitudini e interessi.

Tornata a casa, mi sedetti con la solita tazza di tè a guardare la neve che ancora cadeva. Lisolamento degli anziani non è invincibile: imparando a riempire la solitudine, diventa semplicemente unaltra fase della vita. Sì, i figli si allontanano. Sì, i nipoti crescono. Ma la vita va avanti, e sta a te trovare il senso.

Aprii il quaderno e scrissi: Voglio imparare a essere felice da sola. E la sottolineai due volte.

Fuori il mondo continuava, la stanza 214 ospitava nuovi pazienti con le loro storie. Ma Lucia Romano non era più lì, era nel suo salotto, pronta a vivere ancora. In ospedale cera stato il mio punto di svolta. Lì avevo imparato la cosa più importante: puoi restare delusa dalla famiglia, i figli possono diventare estranei, ma tu rimani con te stessa per tutta la vita. Puoi scegliere amare, prenderti cura, arricchire la tua esistenza oppure rassegnarti allamarezza e alla solitudine.

Io ho scelto la prima strada. Con fatica, con paura, ma lho scelta. E questo, adesso lo so, sarà il mio dono più importante.

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three × four =

Avevo paura di morire, ma loro… erano troppo occupati
Adesso questa è la mia camera!” dichiarò la cognata e buttò le mie cose nel corridoio