Non siamo riusciti a proteggerlo…

Non siamo riusciti a proteggerla…

Sotto la finestra della stanza dospedale cera il tetto in lamiera dellingresso. La pioggia tipica di ottobre, tagliente e pesante tamburellava forte. Un rumore fastidioso, quasi di sassi.

Marina si svegliò per quel trambusto, rimase distesa ad ascoltare il proprio corpo. Lì aveva subito unoperazione: asportazione di una cisti, e insieme anche di un ovaio. Letà, forse? Però, lì cerano donne di tutte le età.

Dalla porta del corridoio socchiusa filtrava una luce fioca. Laria sapeva di valeriana e di disinfettante.

Poi, nel fracasso del temporale, Marina udì un lamento che si mescolava ai colpi della pioggia sul metallo. Si tese in ascolto. Tutto calmo. Ma di nuovo, sentì piangere.

Si alzò a sedere e capì subito: era la ragazza dallaltra parte della stanza, sedici anni al massimo. Sapeva già qualcosa di lei complicazione dopo un aborto clandestino. Si era bucata da sola con un ferro da calza. Un metodo vecchio…

Marina si sollevò, attraversò la stanza, si sedette sul letto libero di fronte alla ragazza in lacrime. Lei si strinse nelle coperte, si intravedevano solo le ginocchia magre e i lunghi capelli sulla federa. Marina tolse una coperta dal letto senza padrone e la gettò sopra la giovane: ci voleva.

Quella fece capolino dal bozzolo, si soffiò il naso con la mano, proprio come una bimba. Solo oggi era stata operata. Cinque ore sul tavolo. Linserviente aveva sussurrato: ascesso, le avevano dovuto togliere lutero.

Ti fa male? chiese piano Marina. Da sussurrare non serviva: la pioggia copriva tutto.

La ragazza scosse la testa: no.

Vuoi bere qualcosa?

Sì, grazie…

Marina andò al comodino, versò da un thermos del tè caldo e dolce.

Tieni. Raddrizzati un po, la aiutò a sostenersi sul cuscino.

Grazie, buttò giù tre sorsi.

Non piangere, ormai…

Le sarebbe venuta voglia di fare la predica. A cosa stavi pensando, piccola sciocca? Ti sei rovinata la vita! Figli niente. E hai rischiato pure tu. Ma non ora. Marina taceva. Tanto la ragazza stava già male, forse lanestesia era passata e ora realizzava tutto.

Non servo più a nessuno, sospirò piano la ragazza.

Ma che dici? Alla tua famiglia servi eccome. A tua madre. E lui?

A lui non servo. Non penso nemmeno mi pensi, ora.

Ma piangi per lui? Maddai, con tutte le cose che ti servirebbe pensare adesso! Devi curarti, pensare a te, riprenderti.

Io non voglio. Forse vorrei morire. Senza di lui non vivo. Lo amo… il viso si deformò nel pianto, si richiuse sulla federa voltandosi, scoppiando di nuovo.

La pioggia la accompagnava, rumorosa e incalzante.

Marina le mise semplicemente una mano sulla spalla, rimanendo in silenzio. Cosa poteva dire a quella ragazzina confusa? Quale parola dire in quel momento?

Che linnamoramento degli anni giovani è così: ti sembra amore, invece è solo sogno. Che, se lui avesse davvero amato, questincubo non sarebbe successo. Che è un codardo, se ha saputo e non lha protetta. Ma avrebbe mai creduto?

Raccontami, trovò lunica cosa che potesse dire.

Lei si voltò, si soffiò il naso e cominciò a raccontare, saltando i dettagli, giustificandosi contro se stessa e contro il mondo.

Frequentavano lo stesso gruppo sportivo atletica leggera. Lui veniva da Castellina, scuola diversa. Belloccio, promettente, arrivava in moto, tutte le ragazze sognavano lui. E lui aveva scelto proprio lei. Quellestate avevano partecipato insieme alle gare, sistemati a dormire nelle aule di una scuola. I letti delle ragazze in unaula, quelli dei ragazzi in unaltra.

Le parole uscivano a fiotti, piene di particolari inutili.

Tutto era successo in unaula vuota, con la luce soffusa. Avevano pure acceso una candela. Un vero sogno. Come non lasciarsi andare, lui insisteva così tanto.

Diceva che sarebbe stato attento, che era protetto, ricordo solo quello. Dopo mi baciava ancora, stavo così bene. Non potete capire…

E poi?

Poi? Prima di partire, avremmo voluto ancora, ma la prof è passata in corridoio, ci siamo nascosti sotto i banchi. Ridevamo… Bellissimo. Ma non è successo niente quella volta.

E poi?

Poi non lo so, è cambiato. Non ci si incrociava più agli allenamenti, io però ci andavo apposta negli orari suoi, e lui come se non mi vedesse. Persino la mano mi tirò via, mi guardò in un modo… E poi mi dissero le altre che ora sta con Cristina Ferri… una lacrima scivolò sulla sua guancia grigia.

Sapeva della gravidanza?

Annuisce.

E allora?

Si è portato il dito alla tempia e mi ha battuto il dito sulla fronte, tipo: Ma cosa dici!. Più tardi sono andata a casa sua, dopo essere sicura sicura. Si è spaventato, ha urlato. Ma io lo amo, capisce? Non voglio nessun altro! Nessuno! si coprì il volto col lenzuolo, le spalle tremanti, Ho disinfettato quel ferro con lalcool, mica lo sapevo che succedeva così, aggiunse tra i singhiozzi e la pioggia.

E tutta quella sua ingenuità diede a Marina un peso al cuore difficile da sostenere.

Una bambina, ancora. Non si rende neppure conto del danno fatto. Invece di piangere per sé, versa lacrime per un amore mai stato, uninfatuazione per un ragazzotto freddo. Niente di nuovo, purtroppo.

Come ti chiami?

Sveva. Sveva Rocchi.

Rocchi? Ma non sei di Capriglia?

Lei annuì.

E tuo papà si chiama Flavio?

Sì… annuì spaventata, Solo… solo che loro si sono lasciati da tanto. Non lo dite a mamma, vi prego! Lei pensa che io sia da unamica a San Casciano. Vi prego!

Non lo sa? Madonna! Ma si può…

Flavio Rocchi era stato compagno di classe di Marina. Si ricordava bene anche la moglie, Anna, piccina e col naso appuntito, anche lei della loro scuola, solo qualche anno più giovane.

Sveva, forse dovresti avvisare tua madre. Come si fa…

No, no! Mi ammazza! Mi caccia da casa. Non ditele nulla!

Non lo dirò, stai tranquilla. Cerca di dormire, ormai è tardi. Hai bisogno di riposare.

Sì, basta che non glielo dite.

Sveva si girò su un fianco, mani sotto il viso come una bimba, e chiuse gli occhi. Marina la rimboccò e si sdraiò. Le altre nel reparto, probabilmente, avevano sentito tutto.

Di certo i medici avrebbero avvisato la madre che la figlia era lì. Forse lo avevano già fatto. Questo, però, Marina non lo disse mai a Sveva.

Fuori, la notte cominciava a scolorire. La pioggia lavava via le ultime ombre.

Che tristezza… Che tristezza per Sveva, che aveva perso oggi il suo bene più grande la possibilità di essere madre.

Al mattino, al letto di Sveva cera Anna, la mamma, in lacrime. Seduta di fronte alla figlia rannicchiata, si dondolava avanti e indietro, piegata dal dolore.

Perché, perché, tesoro mio… Come ho fatto a non accorgermene…

Marina si rintanò sotto il suo lenzuolo.

E la pioggia lasciava cadere gli ultimi goccioloni dalle grondaie, come a dire: il peggio è passato, ormai, ciò che rimane sono solo le tracce.

Quella storia Marina se la portò dentro a lungo. Spesso le storie dospedale restano, forse perché già il rimanere lì è uno shock, e tutto si fissa per sempre nella mente.

Poi passarono almeno cinque anni, e Marina quasi se ne era dimenticata. Insegnava alle elementari nella scuola della città. Con il marito le cose andavano bene: il figlio più giovane studiava allAccademia Militare di Modena, il maggiore prestava servizio nellEsercito dopo il diploma tecnico. Tornava poco a Capriglia, il paese natale: lì ora viveva solo la sorella minore con la sua famiglia e la mamma.

Ma a primavera arrivò la notizia: il nipote, Costantino, si sposava. Marina adorava Costantino, poco più giovane dei suoi, cresciuto buono e curioso.

Durante le vacanze di Pasqua salirono in macchina e andarono a Capriglia. Così avrebbero saputo della sposa, del regalo, avrebbero rivisto la famiglia.

Era felice, ma anche un po brontolona: troppo presto per un matrimonio! Costantino doveva ancora finire la scuola edile, dopo sarebbe andato anche lui nellEsercito.

Non sarà che cè qualche urgenza dietro queste nozze?

I campi di grano, i tronchi alti del bosco ormai sveglio, lodore inconfondibile della campagna Qui Marina si sentiva sempre bene: una nostalgia che scaldava il petto.

Arrivarono la sera. Ecco la casa, rinnovata, una veranda nuova e la piccola dependance in pietra. Il cognato Sergio e Costantino si davano molto da fare.

Abbracci con la sorella, Natàlia. La mamma asciugò due lacrime col fazzoletto, poi si ravvivò e si mise subito ad aiutare.

Si cena sempre, come sempre. Si parla del più e del meno. Sergio e i ragazzi erano ancora fuori.

Si danno da fare. Han pure cementato tutta la base. Ma due stanze in più più terrazzo! Ma dove andremo mai? si lamentava la mamma. Ma era evidente che in fondo era felice che la casa crescesse così.

Che bello stare qui. Si respira pace. Allora, Costantino è sicuro sicuro?

Ma se abbiamo già prenotato il catering da Arman! Certo che sì. Sposano lotto di luglio, sai che festa. Sono venuti anche dal circolo, sarà una gran giornata.

Guarda, che combinazione. Proprio quando anche Sandro torna in licenza, peccato solo che Gino non possa. Non ci voleva proprio. Ah! Ma non ho ancora capito chi è la sposa! È una del nostro paese?… Boh, non me lo aspettavo proprio da Costantino.

La sposa? Ma certo che è del paese, una bravissima ragazza. I genitori divorziati, lei vive con la madre, Anna Rocchi. Ti ricordi Flavio?…

Ma certo che se lo ricorda! Andavano insieme a scuola! Flavio ci sarà al matrimonio, dice che viene.

Il sole spariva dietro una leggera nebbia, le ombre blu si allungavano nel cortile, i cani abbaiavano felici. Marina si bloccò, la marmellata di fragole colava dalla fetta di pane.

Lo sguardo le si fece duro, le labbra strette.

Ma cosa, non te lo ricordi? Era basso, sempre con Michele al circolo, suonava la chitarra…

Marina annuì, raccolse la marmellata con le dita, si leccò per riprendersi un po.

Sì, sì… Ora ricordo. Anche se ormai ho scordato i volti di tutti.

Una brava ragazza, continuava la mamma, decisa a non notare lagitazione. Anna è da sola, non hanno soldi ma Sveva è in gamba. Aiuta sempre. Questautunno ha potato le patate con me, e anche in cantiere. Magrolina, ma con una forza…

Marina aveva le mani sudate. Prese unaltra fetta, sempre marmellata. A lei, lansia faceva venire appetito.

Accidenti…

Quella storia della clinica l’aveva raccontata solo al marito. Per lui, una delle tante tragedie femminili. Anche perché, non essendo del paese, non avrebbe mai potuto dirlo a nessuno. Laveva ascoltata e basta.

A Capriglia nessuno sapeva niente. I documenti della scuola Anna li aveva ritirati in autunno, portando Sveva direttamente in un istituto superiore in città. Di solito qui i pettegolezzi si spargono come semi di tarassaco, ma non in quel caso.

Anche Marina aveva taciuto: sapeva che per la ragazza sarebbe stata una vergogna. Aveva provato una pietà immensa, per madre e figlia.

Ma ora…

Costantino! Il caro nipote, la famiglia della sorella! E come incrocerebbe il destino dei nipoti, come avrebbe atteso la madre i pronipoti!

No! Questo non doveva succedere!

Sapete che vi dico, ragazze? prese fiato Marina, guardando gli occhi felici di Natàlia e quelli della madre ancora pieni dorgoglio … e… Mah, ci pensiamo al regalo. Parliamo con calma… Soldi o…

Arrivò Sergio, tornò dallo studio la nipote Valeria, quattordici anni, appassionata di danza al circolo. Ognuno coi propri racconti: la sera chiacchierona.

Cala il silenzio nel borgo, dopo cena gli uomini guardano la partita, fuori tutto tace. Marina con Natàlia uscirono sul portico.

Secondo me pensi alla gravidanza, vero? le disse la sorella, Macché, Sveva non è incinta. Stai serena. Si sposano solo perché finirà la scuola, poi verrà trasferita dove andrà anche lui, poi l’esercito. Per i figli cè tempo, così hanno detto. Ma se dovesse succedere, almeno cè spazio per tutti: casa grande, si aggiusta. Natàlia era serena, Non pensavo mai che sarei stata nonna prima di te.

Non sarai nonna! Non sarai! Avresti voluto gridare al mondo, tanto era il groppo. Volevi urlare per lingiustizia di tutto quello! Volevi piangere. Marina strinse la sorella e scoppiò.

Oh Marì, ma che ti prende? Dai, che arriveranno anche i tuoi a sposarsi.

Quella notte non riuscì a dormire, combattuta tra la voglia di andare da Anna e Sveva e quella di restare in disparte. Questo desiderio era così prepotente che alla fine si vestì e camminò fino a casa Rocchi, rimase lì davanti sotto il cielo stellato.

Si addormentò solo allalba, stravolta, ancora pervasa dallansia del confronto. Si svegliò verso le nove, parlò sottovoce col marito, gli ricordò la storia. Lui allargava gli occhi, quasi a non crederci.

Che storia! Le nuore di oggi…

Senza neanche lavarsi o fare colazione, corse da Anna. Dovevano sapere la verità! Ma dovevano dirlo loro non lei.

Bussò, sentì passi, la porta si aprì. Anna la accolse come se sapesse già. Fece strada dentro.

Vieni, accomodati, le disse.

Avrei bisogno di parlare…

Sì, lo sapevo che saresti venuta. Sono sola. Vuoi un tè?

Sì, grazie… sono corsa senza colazione. Oggi la giornata, sa comè…, si sedette.

Anna annuì. Non sembrava la madre che sposa la figlia per amore. Preparava il tè. La cucina era semplice, accogliente, anche se con mobili diversi tra loro.

Marina si sentì quasi in colpa, come se stesse rovinando qualcosa, ma si fece forza.

Anna, vengo al punto. Costantino è come un figlio per me. Natàlia aspetta nipoti, mamma pure. Ma Sveva… non può avere figli. Mi ricordo, sai?

Anna annuì, senza smettere di versare il tè.

Devono saperlo tutti. Saperlo prima. Altrimenti soffriranno. È giusto così.

Anna porse la tazza, una fetta di torta e delle zeppole calde.

Provale, appena fatte.

Grazie, Marina ne infilò una in bocca, poi unaltra, a calmare i nervi.

Anche io glielho detto. Bisogna essere oneste, coi sentimenti degli altri. Ma lei…

Lei?

Dice che Costantino ha proibito di dirlo.

Cosa?! Marina tossì e si strozzò, Sa tutto, quindi?

Sì, Costantino lo sa. Glielho detto io, da mamma. Perché ti condanni?, gli ho chiesto. Ma… sono ancora due ragazzini, non sanno.

Dunque, lo sa… pensò a voce alta Marina, e tornò alle zeppole.

Lo sa. Si sono aggrappati luno allaltro, come i cuccioli. Sveva ha sofferto proprio perché si è attaccata così tanto. E lui ora la compiange, non la abbandonerebbe per nulla. Non so nemmeno io cosa succederebbe se lo lasciassi solo. La testa direbbe una cosa, ma il cuore di madre… si passò il grembiule sulle lacrime, Non sono riuscita a proteggerla!

Non piangere. Le lacrime non aggiustano niente. Ma anche tu puoi capirci. Non è colpa nostra, ma diventerà problema nostro. E ci pensi alla vergogna? Mi dispiace per Sveva, davvero, ho pianto per lei in ospedale, non ne ho parlato mai. Ma mi spiace di più per mio nipote e mia sorella! Insomma, si alzò, grazie, Anna, ma io con Costantino ci parlo, e lo dissuado. Aiuta anche tu, parlane con Sveva. Non diamo via il ragazzo! Bello, in salute, laborioso: non lo lasciamo andare! Scusami…

Se ne andò, stringendo i pugni. Appena superato luscio si riprese, abbozzò un sorriso. Lì nessuno sapeva che stava tentando di far saltare le nozze.

Costantino doveva arrivare quel giorno con Sveva dalla scuola. Arrivò, aveva paura di sua zia, ma quando vide che a casa tutto andava come sempre, si rilassò. Era ancora più bello, alto, occhi nocciola e ciuffo ribelle: uno di quelli che piacciono. Era quello che faceva più male.

Sveva, allospedale, non aveva capito chi fosse quella donna. Ma Anna laveva visto bene. Ora anche Costantino sapeva che la zia era al corrente, perciò temeva.

La sera si appartarono in cortile, su una panchina.

Zia Marina, grazie di non averlo detto a mamma.

Lo chiami non dirlo? Ma io… lo dovrò dire, lo sai! Però prima ti chiedo: ti rendi conto di ciò che fai? Ti rendi conto di ciò a cui rinunci? Non solo tu: pensaci a tua madre, tuo padre, tua nonna, anche noi! La mamma già parla di nipoti. Non ci sono altre brave ragazze, Costantino?

Ma io amo solo lei.

Sono sciocchezze, Costantino! Poi ti penti. Guarda quanti ne farai star male.

Ma lei è felice con me, si curvò, sguardo basso.

Lei, sì. Ma lei è responsabile di quello che le è successo, lha fatto lei. E ora tu la premi, la salvi, mentre tua madre e te… Davvero non ti peserà mai non essere padre? Quando gli amici avranno figli e tu, mai? Mai, capisci? e Marina scoppia, traversa dal pianto.

Costantino la abbracciò, mise la testa sulla sua spalla.

Zia, per ora basta non dirlo. Dopo, dopo le nozze…

Dopo quando? annaspava Marina.

Dopo. Quando saremo sposati.

Sciocco che sei! Tua nonna non mi perdonerà mai: lo sapevo e ho taciuto.

Ma io comunque la sposo. E loro soffrirebbero solo di più. Non vuoi, vero?

Marina scosse la testa. Ormai nemmeno lei sapeva più cosa volesse. Rimaneva una speranza: parlare con Sveva.

Il giorno dopo ci riuscì, sul retro di casa Rocchi. Sveva stava in piedi, fissando il giardino, rispondeva a monosillabi a una Marina che ne provava di tutte per farle cambiare idea.

I propri errori si devono portare da soli, Sveva. Costantino è un buono, ma cestinargli la vita per la tua felicità non è giusto.

Come si fa a chiamarla infelicità, se è amore?

Ricordi quanto amavi quellaltro, Sveva? Piangevi per lui. Ora ti è passata. Passerà anche questa. Noi vogliamo che Costantino abbia una famiglia vera, figli. Ti auguro il bene anche a te, ma… lascialo stare, per favore. Se lo ami davvero, lascialo.

Sì, hai ragione, si girò, forse avete proprio ragione.

Sul suo viso una smorfia di dolore nascosto, e Marina si accorse di quanto fosse diventata bella. Non era la stessa ragazzina di cinque anni prima. Capelli scuri, occhi enormi, alta, slanciata.

Un dolore le strinse il cuore che sposa sarebbe stata, se non fosse successo… Che madre, che donna.

Si alzò dalla panchina, si lisciò la gonna.

Già. Ognuno ha la sua storia.

Marina se ne andò. Quel giorno ripartì col marito, senza dire nulla a sorella o mamma. Costantino la seguì con occhi pieni di speranza. Non disse. Ma poi, lacrime e ancora lacrime, in viaggio. Il marito sbuffava.

Non è affar tuo, Marì. Perché ti impicci?

E come non è affar mio, Eugenio! Non sanno niente…

Una settimana dopo, la sorella la chiamò: Sveva era in ospedale, intossicata da farmaci. Aveva forse provato a togliersi la vita. Il peggio sembrava passato Costantino era lì, non la lasciava mai sola. Natàlia non aveva capito il perché. Lite? Chi lo sa…

Costantino non mi dice nulla. Saranno in crisi. Ora, signore mio, che mondo!

E ancora una volta Marina non disse nulla. Era in sala insegnanti. Dopo la scuola andò in ospedale. Neanche sapeva cosa le spingesse. Strana ragazza, Sveva, troppo emotiva, sembrava fragile. Bisognava stare attenti.

Fuori pioveva di nuovo a dirotto. Marina attese alla fermata, lombrello non bastava.

Allentrata dellospedale, ancora stava scrollando lombrello, quando si trovò Costantino davanti.

E tu dove vai? brusco, manco un ciao.

Ciao Costantino… la mamma mi ha chiamato per Sveva… sono venuta a vedere…

Meglio di no! si mise davanti.

Ma dai, solo da parte di una parente. Dai su, mica…

Meglio di no! Non deve vederti, zia.

È per colpa mia, Costantino?

Ti pare di non capirlo?

A Marina montò una rabbia. Stanca dal lavoro, sotto la pioggia, lui la bloccava in malo modo. Lo scostò, cercando di passare, ma lui le sbarrò di nuovo la strada.

Costantino, io ti sposto! Lo sai! sollevò lombrello.

Dai, prova rispose serio, Io comunque non ti lascio entrare.

Scusate, posso uscire? qualcuno dietro li fece spostare.

Ma zia, ma che ti prende oggi! le prese la mano.

Santo cielo, Costantino! Ma come hai fatto a scegliere proprio una così strana? urlò, scuotendo la mano, facendo voltare chi era lì.

Lui restava muto. Lei si zittì, litigando con la chiusura dellombrello.

Ma sei venuta a fare che? chiese, ora più calmo. Le chiuse lombrello.

Boh, non lo so neanche io. Appena ho sentito, mi sono venuta qui.

Se prometti di non dirtela addosso, andiamo. Ma io resto lì. E comunque ci sposiamo, anche se cambia il mondo. Non puoi fermarci.

Marina assentì. Presero i camici e si avviarono. Non li fecero entrare in stanza, dovettero aspettare fuori che uscisse.

Arrivò, li vide, quasi si fermò di colpo, poi si sedette su una panca, le mani in grembo, la testa bassa. Pallida e muta. Costantino le si buttò accanto, prendendole la mano.

Marina li sovrastava, confusa: che si dice, in momenti del genere? Sembravano proprio Romeo e Giulietta.

Mamma mia, Sveva, ci incontriamo sempre in ospedale, sotto sta pioggia. Uninvasione proprio. Sei pallida, ancora! Non ti prendi abbastanza cura di te…

Noi… alzò gli occhi, forse non ci lasciamo più. Tanto non ci sono riuscita.

Eh, sempre tu, a fare le cose a metà…

Zia, la interruppe Costantino.

Eh, che ho detto? Dico solo… fate come credete, allora. Vuoi sposarti? Sposatevi. Ma le mamme e la nonna glielo dite voi. Io non mi impiccio più. Tieni, cè della frutta, lasciò il sacchetto a Sveva, si allontanò ingoiando il nodo in gola.

Zia! gridò Costantino, Grazie!

Lei si voltò appena e accelerò il passo. Sotto la pioggia nessuno ti vede piangere.

Il matrimonio fu una festa. Ma tra parenti, le lacrime scorrevano. Mammesuocere e zie.

Eh, che bella figlia ho! Ve la do proprio bella! vantava Flavio Rocchi, il papà. Che non sapeva niente.

E fuori si festeggiava la giornata della famiglia, dellamore fedele. Un grande manifesto con la cicogna e un bebè. I protagonisti: sposi e famiglie numerose.

A Marina sembrava che Sveva ogni volta che si parlava di figli si rimpicciolisse, quasi volesse scomparire. Doveva essere lei al centro di una festa dedicata alla fertilità e alla famiglia? Si strinse il cuore.

Passarono due anni. Marina fu chiamata nella commissione minorile. Le capitò spesso di visitare case e centri per linfanzia. Brividi: pareti nere di umido, piatti sporchi, letto di stracci e quellodore di abbandono, pesante come fuliggine. Da questi ambienti portavano via i bambini.

La notte Marina non dormiva. Con la sua emotività, pensava e ripensava al destino di quei bimbi.

A primavera, una bella domenica di sole, andò con il marito da Costantino e Sveva. Vivevano anche loro in città, lavoravano in cantiere entrambi. Lei alle pratiche, lui era già caposquadra. Aspettavano la casa dai costruttori.

Non so se sto facendo la cosa giusta… Ragazzi, là cè una bambina senza genitori, brava…

Sveva e Costantino si scambiarono uno sguardo e, insieme, annuirono.

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