Oltre i limiti del consentito

Oltre la soglia del consentito

Penso che potremmo fissare il prossimo incontro tra una settimana. Va bene per lei? Domitilla appoggiò con cura la penna sul tavolo in vetro, il sorriso professionale scolpito sulle labbra, e guardò luomo seduto sulla poltrona fiorentina.

Certamente. Anzi, con lei verrei anche a mezzanotte. Mi ha letteralmente tirato fuori dal baratro! Giuliano si raddrizzò un poco, lo sguardo timido e riconoscente rivolto a Domitilla.

Nel suo tono non cera traccia desagerazione: davvero, negli ultimi colloqui, aveva sentito la sua esistenza cambiare, come dincanto.

Il mio compito è offrire sostegno a chi ne ha più bisogno rispose lei con pacatezza, gioiosamente fiera dei progressi di Giuliano.

Dietro laplomb da psicologa, Domitilla avvertiva una tensione che si stringeva attorno alla sua anima come una sciarpa di seta troppo stretta. Negli anni aveva imparato a mascherare ogni incertezza con le parole più giuste, che riuscivano a rasserenare il paziente e segnare il continuo confine della distanza professionale.

Giuliano gettò unocchiata allo schermo del cellulare. Un guizzo, una fiammella sottile di felicità gli attraversò il volto, quasi un messaggio inatteso, una buona notizia. Si preparò al congedo.

A tra una settimana, allora. Arrivederci.

Arrivederci lo salutò Domitilla con lo sguardo, il camice ancora immacolato.

Appena la porta si chiuse, la maschera di serenità si sciolse come zucchero in una tazza di espresso troppo caldo. Tirò un lungo sospiro chiudendo gli occhi, lasciando che la poltrona la accogliesse tutta, come un abbraccio invisibile. Le spalle si rilassarono, le mani lasciarono riposare il bicchiere dacqua. Mezzora doro prima che giungesse il prossimo cliente, tempo abbastanza per raccogliere le membra e scambiare il ruolo di pilastro per quello di essere umano che desidera nientaltro che riposo.

Domitilla sorseggiò acqua lentamente, quasi a trattenere i pensieri che le ronzavano in testa come mosche in una cucina delle Langhe: quanti altri incontri oggi, quanta cura, concentrazione, empatia? Ma ora, nel silenzio della stanza in giallo tenue, poteva finalmente essere solo sé stessa niente consigli, diagnosi, distacco. Solo una donna sfinita che si concede un attimo di stasi.

Tre mesi prima, Giuliano era apparso nella sua vita. Una nuvola di stanchezza nei suoi occhi, un carico denso sulle spalle curve. In pochi mesi: lavoro a pezzi, la madre costretta a letto, spese infinite in euro, conflitti in casa, matrimonio sullorlo della rovina.

La moglie di Giuliano, stanca di vederlo affogare in un mare di silenzi, aveva imposto la visita dallo specialista.

Devi provarci gli aveva detto , altrimenti annegano tutti.

Aveva lottato ancora un po, considerando la psicoterapia tempo sprecato, ma alla fine si era arreso. Un collega della banca gli aveva passato il numero di una psicologa in gamba, proprio Domitilla.

Nel vederlo per la prima volta nel suo studio pieno di orchidee sognanti e stampe di Venezia sotto la pioggia Domitilla aveva avvertito un guizzo. Luomo sembrava ordinario, ma quegli occhi parevano pozzanghere profonde dopo il temporale, carichi daffanno. Allinizio laveva trattato come un caso professionale, un enigma umano da decifrare, una missione. Sapeva che aiutare un naufrago della vita poteva riportarlo a galla.

Le prime sedute furono filologicamente perfette: raccolta anamnesi, sviluppo strategie, piccoli passi. E i miglioramenti cerano un sorriso ogni tanto, la capacità di parlare dei suoi sentimenti, una mappa di soluzioni abbozzata con penna verde.

Poi, come una brina negli ulivi al primo sole, qualcosa iniziò a mutare. Domitilla, senza accorgersi, pensava a Giuliano oltre lorario di lavoro. La sua voce, la capacità di confessare errori, la spinta sincera a rimediare al male tutto ciò, in lei, suscitava movimenti di interesse ben più vivi della solita soddisfazione professionale. Aspettava le sue visite con una strana emozione; rievocava i loro dialoghi a cena, addirittura lo immaginava fuori dallo studio, tra i banchi di un mercato rionale, senza il peso addosso.

La resa dei conti arrivò come un tramonto abbagliante a metà novembre: Domitilla si era innamorata perdutamente del proprio paziente. Incredibile! Lei, psicologa con dieci anni di esperienza nella Milano che non dorme mai, prigioniera di emozioni inappropriate.

Il suo matrimonio era stato sempre solido Gabriele era un uomo premuroso, dedito, forte. Anni di vita insieme in un appartamento profumato di basilico, complicità che non aveva bisogno di parole. Eppure, la sicura serenità della loro routine le apparve improvvisamente come una palude di consuetudini rispetto alla tempesta di sensazioni che Giuliano aveva scatenato.

Cercò di dominare la tempesta razionalmente, come insegnava ai suoi pazienti, ma la logica svaniva. Il desiderio era un falò alimentato dal vento.

Domitilla sapeva di rischiare tutto: carriera, reputazione, fiducia di chiunque. Nessuno capirebbe, e raccontarlo sarebbe stato un suicidio sociale immediato. Scelse allora il silenzio, serrando il cuore dietro la persiana di una compostezza ossessiva. In studio restava il pilota sicuro, la consulente dolce, attenta, distante. Ma mentre consigliava agli altri come trovare lequilibrio, lei stessa ci stava scivolando dentro.

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Nel frattempo, Gabriele aveva iniziato a percepire il cambiamento. Domitilla, che una volta portava a tavola aneddoti e risate sul lavoro, diventava sempre più introversa, perdersi nei suoi pensieri e offrire sorrisi tirati come mandolini stonati.

Una sera, fra il profumo del tè nero e la luce flebile in cucina, Gabriele posò la mano sulle sue dita.

Tesoro, cè qualcosa che non va? Problemi in studio? Le sue parole erano un marzapane caldo, piene di cura, senza giudizio.

Domitilla sussultò come se un lampo avesse trapassato la finestra. Cercò frasi che fossero nebbia, non verità:

Non è proprio un problema… piuttosto una situazione fuori dagli schemi rispose, gonfia di un senso di colpa impietrente. Ma ammettere di pensare a un altro uomo? Impossibile… Mi conosci, me la caverò aggiunse, caricando lillusione di una sicurezza che la bocca non riusciva a esprimere.

Tu sei incredibile, lo dico sempre sorrise Gabriele, lasciandole spazio e affetto, così, come si lascia accarezzare il dorso di un vecchio libro.

Ma le sue parole erano uneco dolorosa. Amica quanta correttezza, quanta tranquillità. Domitilla desiderava altro, una scossa che la spaventava. Si figurava la vita con Giuliano in frame sempre più nitidi.

Era ossessione. Era oltre i confini: né morali, né professionali. Ma resistervi era come cercare di trattenere il vento in una mano. Giuliano invadeva i pensieri come il profumo di pane appena sfornato la mattina. E la sera, mentre Gabriele si chiedeva che fine avesse fatto il sorriso allegro della moglie, Domitilla tramava un piccolo tradimento.

Un giorno creò un profilo falso su Facebook: lo usò dapprima innocuamente per sbirciare la quotidianità di Giuliano, le sue foto strette fra la figlia e i piatti di lasagne, le battute da domenica pomeriggio. Poi questa abitudine si fece malia: visitava la pagina ogni notte, in cerca di indizi, scoprendo ogni volta più ansia e vergogna.

Spesso si chiedeva sottovoce: Ma che sto facendo? Questa non sono io. Eppure, più tentava di fermarsi, più desiderava assaporare quella presenza distante di Giuliano.

Dentro sé sentiva che forse, ora, era lei ad aver bisogno di una seduta. Ma confessarlo era utopia. Perciò continuava come sempre, indossando la sua maschera a colori pastello davanti al mondo.

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Dopo un altro incontro con Giuliano, Domitilla si sentiva come un foglio abbandonato in un cortile dopo la tempesta svuotata. Camminava per le strade di Torino senza vedere le vetrine, gli autobus, i giovani che correvano per non perdere il tram. I pensieri si rincorrevano in tondo: reggere la distanza stava diventando impossibile e rischioso per tutti.

Non voleva tornare a casa non dallo sguardo di Gabriele, né da quello attento di Raffaella, la figlia ormai universitaria, che da settimane scrutava la madre come se cercasse un indizio segreto. Alle domande, Domitilla rispondeva sempre Solo stanchezza. Il lavoro è intenso.

Arrivata nel suo palazzo liberty, si fermò davanti alla vetrata opaca del vano scale. Si appoggiò al vetro fresco, occhi serrati, trattenendo respiri profondi.

A un tratto, un suono di violino nella borsa: il cellulare squillava. Era finito il turno, avrebbe buttato il telefono nella fontana pur di staccare. Stava per ignorare la chiamata, ma il nome lampeggiò: Giuliano.

Rispose sforzandosi di sembrare composta: Giuliano, mi dica

Mi servirebbe parlare subito, per favore. Elsa ha ricominciato! Non capisce, non capisce niente di me la voce tradiva rabbia, nervi tesi come corde darpa.

Domitilla capì che Elsa era la moglie di Giuliano. Ormai conosceva a memoria quella storia di litigi, di mancate carezze, di parole che diventavano spine.

Intende sua moglie? Avete avuto una lite?

Non ne posso più delle sue critiche! Solo lei mi ascolta, solo lei mi capisce

Unonda gelida si sciolse nello stomaco di Domitilla. Coesistevano compassione e allarme: la conversazione era diventata una lanterna che saltava da una stanza allaltra. Prese fiato, richiamando una voce da specialista.

Si fermi, si calmi. Bere un bicchiere dacqua, sedersi, pensare a ciò che vuole dire senza urlare. Deve spiegare con calma a sua moglie che ha bisogno di supporto, non di pressione.

Sapeva che seguirlo sarebbe stato difficile per laltro, ma era tutto ciò che poteva offrire non linnamorata, ma la psicologa.

La telefonata si trascinò per più di mezzora. Nel frattempo, le spalle diventavano pietra, la bocca si seccava. Mentre saliva le scale, ripensando al comportamento della moglie di Giuliano, sentiva crescente sospetto e invidia come la fame in una lunga quaresima: forse Elsa si era accorta di qualcosa? O non sapeva accettare il cambiamento del marito?

Arrivata sul suo pianerottolo, Domitilla si fermò davanti alla finestra.

Amore? la voce di Gabriele provenne dalla porta socchiusa.

Si voltò verso di lui, esitante. Era solo una telefonata di lavoro cercò di sorridere, ma gli occhi la tradirono come in una notte di carnevale senza luna.

Allimprovviso, una fitta nei tempi le fece vedere stelle. Si tenne la fronte, il respiro corto.

Non hai una bella cera notò Gabriele, davvero preoccupato. Vieni, devi riposare.

Le prese il braccio, la condusse dentro come un marinaio con la sua nave di ritorno dalla tempesta. Tolse le scarpe, la spinse dolcemente verso la camera.

Pochi minuti dopo Domitilla indossava pigiama e malinconia. Sul comodino un bicchiere dacqua, una pastiglia, musica antico-italiana a basso volume.

Dormi, ti prego. Io sono in cucina, pronto a correre se serve.

Domitilla chiuse gli occhi; appena sentì lo scatto di Gabriele che chiudeva la porta, cominciò a piangere fra i cuscini, silenziosamente, come una pioggia fine su una piazza deserta.

Lasciò che tutto scivolasse la stanchezza, il desiderio, il senso di colpa. Restò così, ascoltando i rumori sommessi, finché non sentì i contorni di Giuliano sciogliersi nei suoi pensieri, come una vecchia pellicola in bianco e nero. Poi la figura di Gabriele, gentile, premuroso, solido come una quercia in autunno.

Lamore le sembrava non avere logica. Gabriele era stato sempre la roccia, Giuliano invece la marea imprevedibile. Forse era il bisogno disperato di sentirsi necessaria, o forse la semplice fragilità del vivere.

Ma tutto quello non poteva durare. Ogni telefonata, ogni pensiero nascosto scavava una fessura nel suo equilibrio.

Era una follia, eppure restava invischiata nella tela.

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Gabriele osservava ogni giorno la moglie più spossata, più assente. Un tempo, un sorriso bastava a fugare linquietudine. Ora era bianca in volto, si perdeva nei suoi pensieri lontani, dimenticava gli appuntamenti. Quando lui chiedeva, lei scrollava le spalle: Non ti preoccupare, passerà.

Ma Gabriele decise che tutti i rimedi erano inutili. Quella sera, attese il suo ritorno seduto con la pazienza di chi sa di dover affrontare un temporale.

Ci prendiamo una pausa. Ho già parlato con il tuo primario: vai in ferie. Domani partiamo per il mare, come hai sempre sognato. I tuoi pazienti sono stati affidati ai colleghi.

Non le lasciò tempo di replicare.

Non discutere. Mi importa solo che tu ritrovi te stessa. Per me, sei la cosa più importante.

Domitilla, sfinita, si arrese. Domani? Così in fretta? Una piccola scintilla di sollievo si accese in lei.

Quando si parte? domandò.

Domani. Prepara la tua valigia rispose lui, finalmente rilassato.

Si sedette, svuotando il petto come non accadeva da mesi. Lasciò che Gabriele la stringesse tra le braccia mentre finalmente la stanza diveniva leggera.

Tutto andrà bene, vedrai sussurrava lui.

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Tre settimane in Liguria furono come un miracolo lento. Dal primo mattino al tramonto, a Domitilla sembrò di essere in una cartolina: il mare verde smeraldo, la focaccia calda, la libertà di camminare senza scadenza né orologio. Ogni giorno un dettaglio: lodore della pasticceria, la sabbia fine, lo sciabordio che lavava i pensieri neri. La sera chiacchieravano di nulla, ridevano come due ragazzini.

Il telefono, spento, dormiva in fondo alla borsa. I problemi altrui, il dovere della maschera: tutto sbiadito come linsegna di un cinema chiuso. Leggeva romanzi, provava a cucinare il pesto, dipingeva ventagli con la figlia al ritorno dalle escursioni.

Piano piano, il volto di Giuliano svanì come una statua di ghiaccio sotto il sole. Rimase solo il ricordo sfuocato di una paura smarrita.

Gabriele, invece, stava riscoprendo la giovane donna di cui si era innamorato a Siena: una moglie che ringraziava anche solo per una tazza di caffè, una compagna capace di sedersi sul muretto mentre il tramonto rosseggiava.

Una sera, fra il profumo del basilico e i gabbiani, Domitilla capì che il vero tesoro era davanti a lei. Aveva rincorso la fuga, la passione, ma il vero amore non si era mai mosso da casa.

Arrivata la fine delle vacanze, Domitilla prese coraggio.

Lascerò il lavoro. Ora tocca a noi, a me.

Gabriele sorrise come non aveva mai fatto. Lho sempre sperato, ma volevo che la decisione fosse tua.

Lei rideva, leggera come una piuma. Dopotutto, avrebbe potuto insegnare, occuparsi del primo nipotino in arrivo, respirare finalmente senza il peso della maschera.

Sullautostrada del rientro a Torino, si sentì per la prima volta da mesi quasi felice. Ancora sapeva che non tutto sarebbe stato perfetto ma quella era la sua strada, scelta di sua mano. E, forse, il sogno surreale della sua vita aveva appena trovato un nuovo risveglio.

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