Non permetterò che mio figlio mantenga il figlio di un altro
Quanto ti passa il tuo ex di mantenimento?
Caterina si bloccò a metà sorso, rischiando quasi di soffocare col tè. Quelle parole arrivarono come uno schiaffo in piena faccia, inaspettate, improvvise. Sembrava una semplice domanda, ma il sapore che lasciava era amarissimo.
Giuseppina Ferraro sedeva di fronte a lei, uno sguardo carico dattesa. Fra le due donne, sulla tovaglia ricamata a mano, si raffreddava una crostata di mele che Caterina aveva fatto apposta per la suocera: sapeva che le piaceva, ma adesso la cosa pareva insignificante.
Ce la caviamo, abbozzò un sorriso Caterina, ma le labbra le si incrinarono subito.
Non ti ho chiesto questo.
È una questione privata…
Giuseppina scostò la tazza e intrecciò le mani sul tavolo. Le dita, curate, con lo smalto beige, tamburellavano appena sulla stoffa.
Caterina, non te lo chiedo per curiosità. Mattia questanno inizia la prima elementare, giusto?
Caterina annuì, pur capendo già dove la suocera volesse arrivare. O forse non voleva ammetterlo nemmeno a sé stessa.
Zaino, libri, la divisa. Doposcuola, sport, mille cose. Sono tutte spese, e nemmeno poche. Giuseppina contava sulle dita E chi paga di più? Suo padre oppure mio Davide?
Sulla cucina calò una pausa, pesante e fitta. Dal cortile arrivava il clacson delle auto, da un piano sopra si sentiva la risata di un bambino. Lì però, in quella cucina minuscola con le tende che Caterina stessa aveva cucito primavera scorsa, laria si era fatta densa.
Caterina si schiarì la voce.
Ce la caviamo, ripeté, ma la frase suonava debole anche a lei. Davide non si lamenta.
Giuseppina fece una smorfia, breve e secca come il verso di una gatta a cui pestano la coda.
Non si lamenta perché è paziente, ha preso dal padre. Si alzò, sistemò il cardigan. Perché, alla fine, sembra proprio che sia mio figlio a mantenervi tutti. Te e Mattia, soprattutto.
Signora Giuseppina…
Ma la suocera si avviava già verso lingresso. Caterina le andò dietro, senza trovare le parole giuste, senza sapere se occorresse davvero giustificarsi. Erano una famiglia. Davide aveva scelto, voleva stare con loro…
Giuseppina indossò il cappotto, controllò la borsa, poi si voltò. Nel suo sguardo non cera rabbia, solo una stanchezza profonda che Caterina non sapeva decifrare.
Cerca un lavoretto, Caterina, disse la suocera, e la voce si fece più morbida, ma questo la feriva anche di più. Io non ho cresciuto mio figlio per vederlo mantenere il bambino di un altro.
La porta si chiuse.
Rimasi lì, sulla soglia dingresso, a fissare lo zerbino con su scritto Benvenuti in casa Ferrari.
…La sera la casa ritrovò i suoi suoni: Mattia, in camera, a costruire città di Lego; Davide in cucina, che armeggiava con la padella per riscaldare la cena. Era una sera come tante, apparentemente normale. Eppure nella testa di Caterina girava ancora il discorso della suocera, puntuale come un disco rotto.
Solo dopo che Mattia si fu addormentato, quando restarono da soli, Caterina trovò la forza di affrontare Davide. Lui era seduto con il tablet, rilassato nella sua maglietta slabrata, laria così serena che Caterina per un attimo esitò.
Davide, gli sedetti accanto ma tu sei davvero felice? Voglio dire… Non pensi che spendi troppo per Mattia?
Davide si voltò, la guardò sorpreso.
Cate, che domanda è?
Posò il tablet e si fece più vicino, spaesato, come se non capisse da dove venisse quel dubbio.
Mattia è mio figlio, rispose, come se fosse scontato. Che importa cosa dicono i documenti? Lo cresco io, gli voglio bene. Che spese? Ma che discorsi fai?
Caterina annuì e gli sorrise di rimando: erano proprio quelle le parole che voleva sentire. Eppure, nel fondo dellanima, una vocina sottile continuava a martellarle dentro. Le parole di Giuseppina, ingiuste e dolorose, serano radicate, impossibili da strappare.
Passò mezzo anno…
Caterina era seduta sul bordo della vasca, a fissare quelle due linee rosa. Mostrò il test a Davide e lui la sollevò tra le braccia, girando per il corridoio come un ragazzino. Mattia saltava loro intorno, chiedeva spiegazioni, e quando capì che avrebbe avuto una sorellina, decise che le avrebbe insegnato a giocare con i Lego.
La gravidanza andò liscia, quasi senza intoppi. A marzo nacque Sofia: minuscola, rugosa, con gli occhi di Davide e il naso identico a quello di Caterina. Mattia mantenne la promessa: passava ore accanto alla culla per proteggerla dal rumore e zittiva chiunque fosse troppo chiassoso.
Caterina pensava che così tutto si sarebbe sistemato, che Giuseppina vedendo la nipote si sarebbe addolcita, pronta ad accogliere la famiglia così comera. Sbagliava.
Giuseppina venne a far visita due settimane dopo il ritorno dallospedale. Sofia dormiva nella culla, Mattia era a scuola, e rimasero nella calma muta della cucina: Caterina, Davide, Giuseppina.
Poi la suocera posò la tazza.
Caterina, adesso sei in maternità, vero? iniziò. Vuol dire che il reddito della famiglia è diminuito, mentre per Mattia le spese sono sempre quelle. Come pensi di coprire la differenza?
Caterina sentì il gelo salirle nel petto. Si sentiva vuota, priva daria.
Dovresti parlare con il padre di Mattia, proseguì la suocera, ignorando (o fingendo di farlo) quanto la nuora si fosse impallidita. Che aumenti il mantenimento o che dia qualcosa in più. È un suo dovere occuparsene, basta far gravare tutto su Davide…
Improvvisamente Davide sbatté la mano sul tavolo con forza, tazze e cucchiaini sobbalzarono.
Mamma, disse, una voce che Caterina non gli aveva mai sentito, adesso basta.
Giuseppina alzò il mento, si irrigidì, pronta a difendersi come un generale esperto abituato a non perdere mai.
Davide, lo faccio per te, per Sofia, la voce le tremava di rabbia È un reato preoccuparmi per mio figlio?
Preoccuparti di cosa? Davide non cedeva, le mascelle serrate. Che sia una famiglia felice? Che abbia ciò che desidera?
Che ti ostini a mantenere il figlio di un altro! Giuseppina agitava le mani. Ora hai tua figlia, la tua carne! E continui a occuparti di quel bambino…
Caterina si raggomitolò sulla sedia, avrebbe voluto scomparire. Quel quel bambino era Mattia, che stravedeva per Davide, che lo chiamava papà, che ogni festa gli faceva un disegno eppure era solo quel bambino.
Mattia è mio figlio, ribatté Davide, scandendo le parole. Non mi interessa quel che cè scritto nei registri. Lo cresco io, lo amo, è mio quanto Sofia. Siamo una famiglia, mamma. E se tu non lo capisci, è un problema tuo, non nostro.
Giuseppina scattò in piedi, la sedia stridette contro il frigorifero.
Ti rovini la vita! gridò, la voce quasi isterica. Ti stai distruggendo per lei e il figlio di un altro! Non ti ho cresciuto così!
Dalla cameretta arrivò il pianto: debole allinizio, poi sempre più forte. Sofia, svegliatasi per le urla.
Caterina balzò in piedi e corse dalla figlia, lasciando cucina, suocera e marito alle loro parole sommerse dal sangue nelle orecchie. Raccolse Sofia, la strinse forte, le sussurrò parole calme, quasi senza senso, solo per farla stare meglio.
Dalla porta dingresso risuonò un tonfo: la porta chiusa con rabbia. Sembrò che la casa stessa tremasse.
Poi calò il silenzio.
Sofia si placò, appoggiando la testolina sulla spalla della madre. Caterina restò ferma nella stanza dei bambini, temendo di voltarsi, temendo il futuro.
La porta si aprì piano. Entrò Davide, stanco nel viso ma tranquillo. Si avvicinò, la abbracciò insieme alla figlia, e rimasero così, in silenzio, stretti luno allaltra.
Mia madre è una donna complicata, mormorò infine, appoggiando le labbra tra i capelli di Caterina. Ma non lascerò che ti rovini la serenità. Per un po… non passerà di qui.
Caterina lo guardò, e le lacrime non versate le inumidirono gli occhi. Annuì soltanto.
Ce lavevano fatta. La loro piccola famiglia aveva resistito.







