I miei compagni di classe ridevano di me perché sono la figlia del bidello ma al ballo di fine anno le mie sei parole li hanno fatti piangere.
Tutti mi chiamavano Principessa dello Straccio perché mio padre è il bidello del liceo. Ma proprio prima del ballo di fine anno, quelle stesse persone erano in fila per chiedermi scusa.
Ridevano di me, la figlia del bidello.
Ho diciotto anni. Mi chiamo Giulia.
Mi hanno presa di mira.
Mio padre, Enzo, lavora come bidello nella mia scuola superiore a Firenze. Lava i pavimenti, svuota i cestini, resta fino a tardi dopo le partite di pallacanestro, aggiusta tutto quello che gli altri rompono e nessuno chiede mai scusa.
E sì, è mio padre.
Ed è per questo che sono stata sempre il bersaglio di ogni presa in giro.
Era la seconda settimana del primo anno, stavo al mio armadietto quando Matteo ha urlato dal corridoio:
Ehi, Giulia! Per te i rifiuti contano come extra credit?
La gente ha riso.
Principessa dello Straccio!
Ho riso anchio, perché se ridi sembra che non ti ferisca davvero, vero?
Poi, basta. Non ero più Giulia. Ero la figlia del bidello.
Principessa dello Straccio.
Spazzina.
Bambina della Pattumiera.
Mai più selfie insieme con lui indossando la sua polo blu della scuola.
Un giorno in mensa un ragazzo ha urlato: Tuo padre porterà lo spazzolone al ballo, così non intasiamo i bagni eleganti?
Risate ovunque.
Ho fissato il mio vassoio come se niente fosse, anche se sentivo le guance bruciare.
Quella notte ho ripulito il mio Instagram e cancellato ogni foto insieme a papà.
Mai più selfie con la divisa da lavoro, addio didascalie tipo Orgogliosa del mio vecchio.
A scuola, se lo incrociavo mentre spingeva il carrello, rallentavo, lasciavo spazio.
Tutto a posto, piccolina?
Mi sono odiata per questo.
Avevo quattordici anni e già temevo di essere presa di mira.
Mio padre non rispondeva mai.
I ragazzi lo spingevano, rovesciavano i suoi cartelli gialli Attenzione: pavimento bagnato, gli urlavano: Ehi, Enzo, hai saltato un punto!
Sorrideva soltanto, raccoglieva il cartello e continuava.
A casa mi chiedeva: Tutto bene, piccolina?
Poi, papà prendeva tutti gli straordinari che poteva.
Gli rispondevo: Sì. Tutto a posto a scuola.
Mi guardava come se volesse approfondire, poi lasciava andare.
Mamma è morta quando avevo nove anni.
Un incidente dauto.
Da allora papà lavorava sempre di più. Notti, weekend, ogni volta che serviva.
Io mi svegliavo a mezzanotte e lo trovavo al tavolo con la calcolatrice e le bollette.
Arrivò il periodo del ballo di fine anno e la gente impazziva.
Va a dormire, mi diceva. Sto solo facendo i conti.
Allultimo anno le prese in giro diventavano meno rumorose, ma non sparivano.
Attenta, potrebbe buttarti nellimmondizia.
Non far arrabbiare Giulia, che fa staccare lacqua dal padre bidello!
Sempre ridendo. Si scherza, eh!
Mondo impazzito per la stagione del ballo.
Un giorno la mia tutor, la professoressa Teresa, mi chiamò nel suo ufficio.
Conversazioni di gruppo sui vestiti, limousine, ville al lago, i soliti discorsi su chi va dove di nascosto.
Le amiche mi chiedono: Ci vieni?
No, dico io, Il ballo non è per me.
Loro fanno spallucce e vanno via.
Fingo che non faccia male.
Poi la professoressa Teresa mi dice:
Tuo padre è stato qui fino a tardi ogni sera questa settimana.
Mi siedo, pronta alla classica predica sul futuro.
Stringe le mani.
Veramente tuo padre è stato qui ogni sera mi ha detto che stava aiutando con lallestimento del ballo, appendendo luci, facendo nodi, sistemando tutto.
Ma non è… il suo lavoro? balbetto.
Scuote la testa.
Non quella parte. Le sue ore di lavoro bastano a malapena. Il resto lo fa per volontariato. Così, per i ragazzi. Così mi ha detto.
Mi si stringe il cuore.
Quella sera lo trovo al tavolo, la vecchia calcolatrice accesa e un blocco note aperto.
Allinizio non mi vede.
Mmh, biglietto… smoking… magari il vestito, se riesco a trovare…
Allungo la mano sul quaderno.
Mi avvicino di più.
Cosa stai facendo? chiedo.
Salta e copre il taccuino, come un bambino colto sul fatto.
Mamma mia, che spavento! Niente, solo… volevo vedere se riuscivo a trovare i soldi per prenderti il vestito del ballo, se decidi di andare. Nessuna pressione, eh.
Attiro a me il taccuino.
I suoi conti sono semplici:
Affitto. Spesa. Gas. Biglietto ballo? Vestito Giulia?
Papà, la voce mi si spezza.
Sembra un ladro scoperto.
Ehi, va tutto bene. Non devi andarci. Solo, se vuoi… e per i soldi non ti preoccupare, troveremo una soluzione. Un altro turno basterà. Non pensareci.
Ci andrò, dico.
Si blocca.
Vuoi andare al ballo?
Sì. Stavolta ci vado.
Mi fissa e poi sorride piano.
Bene, dice. Lo faremo succedere.
Andiamo in un negozio dellusato, a Empoli.
Trovo un vestito blu scuro, semplice, niente paillettes né gonna esagerata.
Esco dal camerino e faccio una giravolta impacciata.
Allora? chiedo.
Lui inghiotte a vuoto.
Sei identica a tua madre, sussurra.
Mi si strozza la gola.
Lo prendiamo, dice alla commessa prima che io apra bocca.
Il ballo arriva in fretta.
Bussa alla mia porta.
Giulia, sei pronta? chiede.
Indossa un vecchio abito nero, un po largo sulle spalle.
Sì, rispondo.
Apre la porta, si blocca.
Wow, dice. Guarda come sei diventata.
Sorrido. Un papà lo dice sempre.
Lo direi anche se indossassi un sacco della spazzatura però il vestito aiuta, ride.
Saliamo sulla sua vecchia Panda.
Devi lavorare anche stasera? chiedo.
Sì, hanno bisogno di una mano in più. Sarò un fantasma, neanche ti accorgerai della mia presenza.
Mi si stringe lo stomaco.
Nessuna limousine, nessuna playlist. Lui tamburella sulla plastica del volante.
Parcheggiamo. Ragazze coi lustrini e ragazzi in smoking scendono dai SUV davanti allingresso.
Scendo: subito sento i bisbigli.
È la figlia del bidello?
Sul serio è venuta?
Alzo il mento.
Vedo papà vicino allentrata della palestra, in abito, ma con guanti di gomma blu e in mano un sacco nero e lo spazzolone.
Qualcosa dentro di me si spezza. Un gruppo passa vicino.
Una ragazza arriccia il naso. Ma che ci fa qui? Che disagio.
Incrocia il mio sguardo e mi fa quel mezzo sorriso: Sono qui, ma poi sparisco, non preoccuparti.
Non voglio che sparisca.
Vado dritta dal DJ.
Entro nella palestra. Luci, festoni, palloncini tutti i cliché.
So esattamente chi li ha appesi, chi ha pulito, chi ha montato tutto per giorni.
Non mi siedo.
Vado dal DJ. Posso parlare un momento? chiedo.
Puoi abbassare la musica?
Lui mi guarda come se avessi chiesto un trapianto. Uhm, gli annunci…
Riguarda questa serata, insisto. Per favore.
Lui sgrana gli occhi, guarda la preside e poi, con uno strattone, mi porge il microfono.
Le mani mi tremano.
Puoi abbassare la musica? ripeto.
Ora la maggior parte di voi mi conosce come la figlia del bidello.
Lui obbedisce. La canzone si interrompe a metà. Tutti si girano verso di me.
Chi è quella?
Che succede?
Inspiro profondamente.
Mi volto verso la porta, lo indico.
Io sono Giulia. Mi avete sempre conosciuta come la figlia del bidello.
Il gruppo si agita.
Deglutisco.
Volevo solo dirvi una cosa. Poi vi lascio in pace.
Mi volto, indico la porta.
Quello è il mio papà. Guardatelo.
Solo sei parole.
È stato qui, ogni sera di questa settimana, a preparare tutto questo.
Tutte le teste si girano.
Papà si irrigidisce tenendo ancora in mano il sacco della spazzatura, occhi sgranati.
Allestendo tutto, gratis, dico. Senza prendere un euro in più.
La voce mi trema, ma non mollo.
Lui pulisce dopo ogni partita, raccoglie quello che rompete, stura i bagni che intasate. Dopo che è morta mia madre, ha lavorato giorno e notte perché io potessi restare in questa scuola. Non doveva farlo, ma lo ha fatto lo stesso.
Mi bruciano gli occhi, ma continuo.
Nessuno rideva più. La Principessa dello Straccio. La Spazzina. Trattate la sua dignità come se il suo lavoro lo rendesse inferiore.
Scuoto la testa.
Guardate questa sala: le luci che vi fate i selfie, il pavimento su cui vi rovesciate da bere. Credete che tutto questo… spunti dal nulla?
Continua a bruciarmi la faccia, ma vado avanti.
Mi vergognavo. Non postavo più foto con lui. In corridoio fingevo di non conoscerlo. Mi avete fatto sentire uno zero.
Poi prendo fiato.
Ma ora basta. Sono orgogliosa di lui.
Nella palestra cala il silenzio. Si sente solo uno stiracchiarsi.
Poi una voce.
Ehm signore?
Era Luca, quello delle battute sullo sturalavandini.
Parlava a mio papà, non a me.
Lascia il tavolo e si avvicina alluscita.
Ho fatto lo stupido, dice, abbastanza forte perché tutti sentano. Mi dispiace per le cose che ho detto. Sei sempre stata in gamba con me, e invece scusa.
Gli occhi di mio padre si riempiono di lacrime.
Unaltra voce si aggiunge.
Mi dispiace anche a me. Una ragazza. Ridevo pure io, non avrei dovuto.
Poi altri, a cascata.
Sì, scusa.
Solo una battuta, comunque scusi, signore.
Mio padre si copre il volto e ride con una voce rotta.
Arriva la preside, la signora Martini.
Enzo, mormora gentile, adesso siediti. Basta lavorare.
Devo ancora finire con la spazzatura, dice lui sollevando il sacco come prova.
La preside se lo prende dalle mani.
Non stanotte.
Mio padre sembra cercare un varco per scomparire.
La professoressa Teresa si avvicina e prende la scopa.
Pensiamo a tutto noi, gli dice.
Poi scoppiano gli applausi.
Non quelli forzati, ma un applauso vero, battuto, che riempie la palestra e si rifrange sulle pareti.
Mio padre resta senza parole.
Sei la mia forza, sussurro.
Scendo dal palco e vado da lui.
Ciao, mormoro.
Ciao, risponde con la voce roca.
Papà, sono orgogliosa di te.
Lui scuote la testa.
Non dovevi farlo, sussurra. Non dovevi spiegare.
Non balliamo nessun lento, ma restiamo là, al limite della sala.
Lo so, rispondo. Ma volevo farlo.
Restiamo lì, insieme.
Le persone vengono una dopo laltra.
Grazie di tutto, signore.
La palestra è una meraviglia.
La musica martella alle spalle mentre le porte si chiudono.
Scusi ancora per tutto, davvero.
Lui ripete: È solo il mio lavoro, Non cè di che, State tranquilli.
Ogni tanto mi lancia unocchiata.
Annuisco. Sì, sta succedendo davvero.
Più tardi, mentre la notte sfuma tra musica anni 90, sudore e profumo economico, ce ne andiamo.
Fuori fa fresco, è tutto fermo.
Saliamo in Panda.
A metà strada si blocca.
A tua mamma sarebbe piaciuto, dice.
Le lacrime mi salgono agli occhi.
Scusami, balbetto.
Sospira e si appoggia allauto.
Per cosa?
Per il fatto che… qualche volta mi sono vergognata, dico. Per aver pensato che il tuo lavoro fosse uno scherzo, per essere rimasta dietro le quinte.
Sospira e si appoggia alla Panda.
Non ho mai voluto che fossi fiera del mio lavoro. Solo di te stessa.
Annuisco e basta.
La mattina dopo il mio telefono esplode.
Sono sulla strada giusta, sussurro.
Sorride.
Si vede, tesoro.
Messaggi, notifiche, chiamate perse.
Scusami per come ridevo di te.
Alzo gli occhi: papà prepara il caffè nel suo vecchio mug scheggiato, già in polo da lavoro.
Cammino verso di lui e lo abbraccio.
Mi becca a fissarlo.
Che cè? chiede.
Niente, sorrido. Solo che il mio babbo è famoso adesso.
Ride di cuore.
Famoso niente! Sono ancora quello che chiamano se qualcuno vomita nei corridoi.
Lo abbraccio ancora.
Ridiamo insieme.
Un lavoro duro, dico. Ma qualcuno deve pur farlo.
Mi dà una pacca sulla spalla.
Meno male che sono testardo, ride.
Questa volta, però, lultima parola ce lho io.
Hanno riso per anni.
Ma quella sera, col microfono che tremava nelle mie mani e mio padre tra i sacchi della spazzatura vicino alla porta, ho capito una cosa.
Ora sono io a ridere.
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