Patrigno

Mia madre era una sfigata. Sempre arrabbiata, con il cuore spezzato dalla vita. E non fosse bastato, sfogava la sua rabbia su di me. Urlava ogni santo giorno per la più piccola sciocchezza: una macchia sul vestito, tre granelli di sale sparsi a pranzo. Quando mi capitava di strapparmi i pantaloni per strada, mi colpiva con una violenza che non era nemmeno una frusta, ma mani e piedi che colpivano dove volevano. Capivo che la madre era amareggiata e infelice, ma sopportavo i colpi con il naso che sanguinava. Avevo tra i cinque e gli otto anni, e non avrei mai potuto rispondere a una tale violenza. Come? Non si colpisce la propria madre.

Mamma, dovè papà? la chiedei a volte.
Perché ti serve un papà? Ti do da mangiare, ti vesto. Piero, il mio lavoro è una lotta, a malapena copriamo le spese, e tu mi sbottò con rabbia.

E così rimasi senza risposta. Chi fosse il mio padre? La vita sentimentale di mia madre era rovinata quanto tutto il resto. Il suo carattere terribile la faceva licenziare continuamente; chi sopporterebbe una donna così al lavoro?

Poi arrivò lui. Gianni. Che cosa trovò in mia madre, nessuno? Forse anche lui non era molto fortunato, non possedeva una casa a Napoli, ma noi avevamo un appartamento che la nonna ci aveva lasciato. Lei, a malapena, riusciva a mantenersi come cuoca nella mensa di una fabbrica, mentre Gianni lavorava nel reparto di assemblaggio. Una settimana dopo il primo incontro, era già nella nostra casa.

Ciao, ragazzino! mi strinse la mano con una presa robusta. Come ti chiami?
Sandro risposi timidamente.
Bene, Sandro! Non essere timido. Io sono Gianni. Che classe frequenti?
La seconda.
Vai bene a scuola?
Sì, ma dovrei aiutare di più la mamma intervenne lei.
Studia, ragazzo consigliò Gianni a bassa voce. Ti servirà nella vita.

Guardò le pareti del nostro appartamento fatiscente. Era proprio per questo che studiavo: non volevo continuare a vivere così.

Una volta, mentre versavo i semi di girasole dal sacchetto al piatto, ne sparsi una manciata, una buona dose sul pavimento.
Testa di legno! urlò la madre. Ho appena lavato i pavimenti e tu non fai nulla!

Mi diede una sberla così forte che quasi colpì larmadio vicino. Gianni, che stava bevendo il tè al tavolo, balzò di scatto quando la madre sbatté il pugno sul tavolo.

Giulia! gridò.
Che cosa? chiese la madre con voce smorzata.
Nientaltro. Dammi un biscotto, per favore.

Dopo quel fragore nessuno parlò più finché uscii dalla cucina. Prima raccogliei i semi sparsi in silenzio, poi, nella mia stanza, sentii Gianni imbrattare un forte imprecazione. La curiosità mi spinse a spiare.

così non lo vedrò più! Come puoi farlo? Perché?
Sono stanca si difese la madre. Lavoro, casa. E lui non rispetta il mio impegno.
Prima di tutto, è un bambino! E poi, gli hai inseguì rispetto? Trascorri del tempo con lui?
La madre tacque.
E quanto spesso succede questo?
Che vuoi, Gianni? Che succede spesso? Gli ho dato una sberla, come a tutti i ragazzi, quando è necessario.

Io avrei voluto correre in cucina e dirle che mentiva, che mi picchiava spesso per ogni cosa, ma il suo gesto era solo un pretesto per sfogare la sua frustrazione. Gianni, però, mi colpì al cuore con la sua difesa, e mi vennero le lacrime agli occhi.

Giulia, se succede di nuovo, me ne vado. Non voglio più vivere così.

Gianni promise solennemente che non sarebbe più accaduto. Sorprendentemente mantenne la parola. Da quel momento iniziò a dedicarmi più tempo, chiedendosi dei miei voti e celebrando i miei successi. Mi portava a pescare, il suo passatempo preferito. Quando decise di ristrutturare la cucina, mi chiese:

Sandro, mi dai una mano o sei occupato con la scuola?

Accettai volentieri e feci del mio meglio. Gianni mi lodava senza sosta, più di quanto meritassi.

Quando finimmo il lavoro e ammirammo il risultato, chiesi, quasi a me stesso:

Rimarrai con noi a lungo?
Vedremo scrollò le spalle Gianni.
Capisco sospirai amaramente.

Gianni si inginocchiò, mi guardò negli occhi e disse:

Farò del mio meglio, davvero.

Posso chiamarti papà? chiesi timidamente.
Se vuoi, certo! Sì, figlio mio!

Iniziai a chiamarlo papà, prima piano, poi più forte, più spesso. Lo amavo con tutto il cuore e pregavo di notte perché rimanesse con noi più a lungo. Il destino sembrò esaudire le mie preghiere: la madre rimase incinta e Gianni e lei si sposarono. Temei che, avendo un figlio proprio suo, Gianni potesse dimenticarmi. Un giorno tornarono dalla clinica, la pancia di mamma era evidente, e il patrigno esclamò felice:

Avremo una bambina! Che gioia, ora siamo una famiglia completa.

Mia madre mi accarezzò i capelli con dolcezza. Cambiò atteggiamento verso di me, avendo trovato la felicità femminile e comprendendo che la gioia può durare. Gianni non solo divenne un ottimo patrigno, ma ridiede a mia madre la serenità.

Nacque Ginevra. Gianni amava molto la figlia, ma verso di me mantenne lo stesso affetto di prima. Ginevra era curiosa, sorridente, con denti di latte e goffi movimenti. La proteggevo e la custodivo. A volte mi chiedevaci come sarebbe stata la nostra vita senza Gianni. Era un pensiero spaventoso.

Ginevra aveva nove anni quando io partii per studiare a Roma. Conobbi luniversità, laureai con una medaglia doro. Ginevra, più pigra nello studio, ascoltava il padre e diceva:

Prendi esempio da Sandro! Sa cosa vuole e si impegna. Tu invece sei sempre sul cellulare.

Ginevra mi lanciava la lingua, poi mi abbracciava al collo, facendo sciogliere Gianni.

Alla stazione, la madre mi strinse come se mi mandasse in guerra.

Mam, che succede? Tornerò!
Perdona, figlio mio. Perdona tutto! singhiozzò.

Gianni ci abbracciò tutti, Ginevra si aggrappò a me mentre scattava una foto sul treno. Disse alla mamma allorecchio che era la migliore al mondo e partii per Roma.

Lì trovai un lavoro parttime. Il denaro scarseggiava, ma risparmiavo per fare regali. Desideravo soprattutto rendere felice Gianni. Dopo lesame invernale, tornai a casa per le vacanze. Regalai a Ginevra una custodia elegante per il cellulare, a mamma orecchini dargento e a Gianni una canna da pesca di buona fattura. Il patrigno versò una lacrima.

Grazie, amico!

Quella sera, mentre la mamma preparava una grigliata per il mio ritorno, Gianni mi chiamò in cucina era quasi vuota.

Sandro, cè una cosa è apparso tuo padre biologico. Capisco sia strano dopo tutti questi anni, ma è in città, ha lasciato il suo numero. La mamma non era daccordo, ma lho preso per te, nel caso volessi

Rimasi senza parole per un attimo, i ricordi più amari riaffiorarono.

Mamma, dovè papà?

Mia madre urlò in preda al pianto. Gianni mi osservava, la mano stringeva un foglio con il numero. Presi il foglio, lo strappai e lo gettai nel cestino.

Papà, sei impazzito? Non mi serve un altro papà. Tu sei il mio papà.

Gianni piangeva di nuovo, ci abbracciammo forte. Il tempo passa, i cuori invecchiano, ma lamore vero resta. Ho capito che la famiglia non è solo sangue, ma chi sceglie di stare al nostro fianco, di proteggerci e di insegnarci a credere in noi stessi. E così, il vero insegnamento della vita è: chi ha un cuore aperto può costruire una casa, anche quando il mondo sembra crollare.

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