Pietro cresceva in una famiglia numerosa: il padre, amante del vino, saltava da un lavoro all’altro, mentre la madre si divideva tra il lavoro alle Poste e le fatiche domestiche, facendo di tutto per sfamare i suoi tre figli.

Pietro crebbe in una famiglia numerosa. Il padre, uomo portato al bere, cambiava spesso lavoro, mentre la madre si spaccava la schiena tra lufficio postale e le faccende di casa, lottando per mantenere tre figli. Pietro era il maggiore, così aiutava la madre accudendo le sorelle più piccole, portando acqua e legna e, quando le bambine furono cresciute, anche loro divennero preziose aiutanti. Ma per allora il padre non cera più, morto avvelenato da qualche liquore scadente bevuto con amici di sventura.

La vita per la famiglia non diventò certo più facile.

La madre ancora si lamentava ricordando il marito:
Almeno era tranquillo, anche se amava il vino; non faceva scenate e, pur portando poco, qualcosa la portava Povero Mario, testa vuota… Ci hai lasciati da soli…

Per non sentire i pianti della madre, Pietro sbrigava velocemente le faccende e poi usciva di casa. Andava a ritrovarsi con i compagni per le chiacchiere serali, seduti davanti a una vecchia casa abbandonata al limite del paese. Nessuno ci abitava da anni e il portico, con i suoi larghi gradini robusti, era il posto perfetto per sedersi.

Ci sistemavamo sui gradini come passeri e passavamo il tempo sgranocchiando semi di zucca e raccontando storie, vere o inventate, uno dopo laltro.

Io i soldi per i semi di zucca non li avevo, e mia madre non li comprava mai, cercando di risparmiare su tutto. Ma la mia vicina, Lucia, era sempre gentile con me: mi regalava una manciata di semi, e lo faceva con discrezione, senza farsi vedere dagli altri. Mi infilava le mani nelle tasche o mi porgeva i semi nel palmo, dolci e profumati.

Ringraziavo sottovoce e li mangiavo con gusto, sentendomi finalmente come tutti gli altri ragazzi. A volte mi sembrava che Lucia si sedesse apposta vicino a me solo per offrirmeli. Allinizio mi vergognavo, poi ci feci labitudine e mi sedevo sempre io vicino a lei.

Ma la mia coscienza non mi permetteva di prendere sempre qualcosa senza contraccambiare. Così cominciai ad andare ad aiutare Lucia nel suo orto, di pomeriggio. Dopo un rapido saluto, chiedevo sempre:
I tuoi sono al lavoro?
Sì, dove vuoi che siano? Sempre fuori a questora.
Mi sedevo sul bordo delle aiuole e aiutavo volentieri a togliere le erbacce, chiacchierando del più e del meno.

Lucia accettava il mio aiuto volentieri; le piaceva parlare e con me era più allegra. Dopo il lavoro, portava in giardino una teiera fumante e una ciotola di biscotti e ciambelle. Fingevo di rifiutare, per educazione, ma poi restavo finché non mi aveva offerto almeno una tazza di tè e qualche dolce.

A casa mia, le caramelle erano una rarità, solo nei giorni di festa. Quindi dentro di me ero grato a Lucia per la sua generosità.

Davo il meglio anche a scuola, per non essere da meno degli altri; ma con lo studio faticavo parecchio. Solo nello sport eccellevo ed è per questo che, finita la scuola, entrai allIstituto di Educazione Fisica di Firenze. Lucia invece cominciò a lavorare come infermiera.

Col tempo, da ragazzi diventammo adulti. Ci si vedeva solo nei giorni di festa, quando tornavamo dai nostri impegni in città. Pietro, mingherlino da bambino, era ormai diventato un giovane robusto e atletico, mentre Lucia era sempre la stessa: occhi blu, graziosa, snella, sorridente.

Si sposò presto: rimasta orfana a causa di un incidente stradale, cercava conforto nellamore, desiderosa di formare presto una famiglia per nascondere la sua tristezza.

Quando seppi che Lucia aveva sposato in fretta Giovanni, un tipo spigliato e troppo chiacchierone del nostro paese, rimasi stupito: mi sembravano una coppia improbabile, ma poco dopo nasceva un figlio.

Io non avevo fretta di sistemarmi. Sorprendendo mia madre, dimostrai alla scuola sportiva qualità organizzative e presto fui nominato direttore di un centro sportivo a Siena.

Le mie sorelle avevano ormai la loro famiglia e si erano trasferite in città. La vita di Lucia invece non era felice.

Sai che guaio, mi raccontava la mamma il marito di Lucia è uguale al tuo povero padre. Sempre in giro, sempre a bere Non pensa né al figlio, né alla moglie Che disgrazia. La capisco bene!

Battei il pugno sul tavolo:
Ma perché si è sposata proprio con lui? Prima viveva serena. Così troverà solo disgrazie! Mi ricordo bene papà… Solo guai ci ha dato!

E non sai il peggio, continuava la mamma Si porta via tutto da casa per comprarsi lalcol: il registratore, i vestiti, i bicchieri vecchi dei genitori di Lucia anche gli asciugamani. Ma chi compra queste cose? Capiscono per cosa vende! Ma comprano lo stesso…

Ma ha bisogno? Viene a chiederti soldi? chiesi dritto alla mamma.

No, non chiede, ma fa davvero fatica ad arrivare alla fine del mese. Guadagna poco, e dal marito non prende nulla. È proprio dura…

Mi alzai e camminai avanti e indietro, riflettendo. Mia madre, accorgendosi di aver detto troppo, mi supplicò:
Pietro, non immischiarti nelle loro faccende. Non è cosa nostra. In casa daltri nessuno ci vede chiaro. Se ci vive ancora insieme, vuol dire che lo ama.

Allora mi sedetti davanti a lei e le raccontai di come, da bambino, Lucia mi avesse sempre diviso con me semi di zucca, dolci e tè. E dissi che non potevo essere indifferente ora che la mia amica di sempre soffriva tanto con un bambino da crescere.

E cosa vuoi fare, Pietro? chiese spaventata Guai a te se tocchi quello sfaccendato! La tomba raddrizza solo i rovinati come lui. Se no finisci anche te nei guai. Meglio aiutare così, con discrezione.

Annuii e tornai in città. Qualche giorno dopo però, tornai a casa in auto e scaricai da dietro due sacchi, tante casse e scatole piene di cibo e pacchetti di abiti.

Che succede, ti trasferisci da me, Pietro? Che gioia! Almeno uno di voi rimane vicino

Ma no, mamma. Ho lavoro e casa in città. Questi sono solo prodotti che ti porto. Ci darai unocchiata tu. Non ti meravigliare dei sacchi di semi: Lucia capirà. Non voglio darglieli direttamente, che la gente chiacchiera. Tu pensaci tu, e mangia anche tu. Aiuta lei se puoi!

Ma Pietro, e le tue sorelle? Non avrebbero bisogno anche loro…

Ma dai, lo sai che a ogni festa mando i soldi anche a loro! Non gli manca niente, hanno anche bravi mariti, per fortuna…

Eh già, per fortuna… mormorò mia madre.

Ora devo tornare a Siena. Tu non essere tirchia: aiuta Lucia, portale qualcosa di tanto in tanto, piano, che non si accorga nessuno. Quando finisce il cibo, te ne porto altro. Almeno non patirete la fame. Ciao!

Abbracciai mia madre, la baciai e ripartii. Lei entrò in dispensa: nei due grossi sacchi cerano semi di zucca grandi e fragranti.

Ah, che scorpacciata mi farò… Che buoni! gioì come una bambina, mamma Anna Maria.

Nelle scatole cerano latte condensato, carne in scatola, pasta e farina. In un sacchetto a parte, tanti dolciumi assortiti. Mia madre li mise nella credenza, commossa dalla generosità di suo figlio.

Era sempre stato attento alle sue necessità, portandole anche pesce fresco dal mare e scatole di cioccolatini quando tornava dalla città. Ma quella volta aveva davvero esagerato.

Pietro mio, cuore buono Ma dovè finita la tua felicità?

Feci come mio figlio mi aveva chiesto. Ogni settimana andavo la sera da Lucia, portandole pacchi nascosti sotto la giacca. Allinizio Lucia non voleva accettare, ma quando le portai un secchio di semi di zucca, intese subito chi potesse aver pensato a lei.

Si mise a piangere, immergendo le mani nei semi brillanti. Poi disse ad Anna Maria:
Salutami Pietro. Digli grazie. Che strano sono passati anni, eppure si ricorda di me. Lo ringrazio con tutto il cuore. Ma che non si preoccupi per noi. Ho già chiesto il divorzio, due settimane fa. Presto finirà anche per me. Lo spero

Anna Maria annuì e tornò a casa, senza sapere che pensare: ora Lucia sarebbe stata libera, e suo figlio pure non era sposato

Chissà come finirà borbottava tra sé. Vorrà davvero sposare Lucia?

Il tempo passava. Io continuavo a portare doni a Lucia, prendevamo il tè insieme, lei ringraziava sempre con umiltà, promettendo che avrebbe restituito tutto.

Non a te le portiamo queste cose, ma a tuo figlio. Se per te è poco, almeno lascia che aiuti il bambino, diceva mamma col tono di chi sa come va il mondo. Il Signore aiuta usando le mani degli uomini. É giusto così…

Lucia divorziò e visse sola per un anno. Era più serena: tendine nuove alle finestre, il figlio Lorenzo che andava allasilo e somigliava tutto a lei. Anna Maria faceva spesso da nonna babysitter per Lorenzo, che la chiamava nonna.

Io continuavo a portare a casa di mia madre giocattoli nuovi per lui. Ci si incontrava lì, si beveva il tè, si parlava dellinfanzia e dei vecchi tempi ma mai si nominava la sventura del suo matrimonio, come se quegli anni non ci fossero mai stati.

Andavo molto più spesso da mia madre. E ormai la mia domanda fissa era:
Lucia è passata di recente? E Lorenzo, lo tieni oggi?

Figlio, prima saluta almeno me, no? diceva lei scherzando.

Scusa mamma Come stai? chiedevo, già pronto però a guardare fuori dalla finestra.

Ma va, non starci male. Vai pure, è in casa oggi che è domenica. Forse ti aspetta. Basta giocare a nascondino! Qui sanno tutti di voi due! Vai pure…

Comè nostro paese, che subito la gente chiacchiera… ridevo.

Poi mi avvicinavo a mia madre e, allimprovviso, la abbracciavo.

Che hai Pietro? si stupiva lei.

Grazie, mamma. Sei sempre stata quella che capisce tutto. Grazie davvero.

Anna Maria mi faceva il segno della croce e andava verso la madonnina dellangolo. Io intanto uscivo in cortile, tornavo a prendere un mazzo di crisantemi bianchi dalla macchina.

Senza più vergogna, mi avviai verso la casa di Lucia. Che chiacchierino che siete pensavo tra me, Vedrete come finirà! Chiacchierate pure

Arrivavo al cortile che conoscevo da bambino, senza sapere che Lucia, nascosta nella penombra dietro le tendine di lino, già mi guardava arrivare stringendo tra le mani i fiori che le portavo.

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