Parlami, Bombolone

Parlami, Bombolone

Non avere paura, Bombolone! Va tutto bene! Ora urlano ancora un po e poi si calmano… forse…

Mi stringo al mio fedele compagno, gli occhi chiusi per non ascoltare. Non posso avere paura. Sono già grande, ormai. Me lha detto nonna Nadia. Se ho già cinque anni, allora sono grande. Lo dicono tutti, anche se quando mi fanno le punture non piango più, perché mi vergogno! Solo con Bombolone posso essere ancora piccola, come una volta. Lui mi ha visto in tutti i modi. Me lo ha regalato la mamma appena sono nata. Un orsetto buffo, un po goffo, il mio miglior amico. A lui si può raccontare tutto, di sicuro rimane zitto, mica va a spifferare tutto alleducatrice, come fa la mia amica Anna. Bombolone ascolta e non dice niente, ma capisce tutto. E quando ho paura, come adesso, mi consola. È così bello stare con lui, soffice e familiare. Anche mamma e papà sono miei, ma quando urlano diventano pungenti, come i rovi nelle favole. È come se in casa nascessero allimprovviso cespugli di spine grandissime, e nessuno potesse più avvicinarsi.

Non capisco perché litigano tanto. Sono grandi, no? Dovrebbero saper parlare tra loro… quale lingua devono usare, la nonna mi ha detto che bisogna trovarla, ma io non mi ricordo quale. Forse non sono litigi da bambini, ma vere e proprie offese. Quelle vere, grandi. Io le offese grandi non le conosco, ma adesso so che esistono e fanno paura. Se già le mie piccole rabbie con Anna mi facevano venire da piangere e non avevo neanche voglia di gelato dopo, chissà con una vera offesa che succede.

Apro gli occhi, ascolto. Forse ci siamo… Silenzio. Vuol dire che mamma è andata a piangere in bagno e papà è seduto in cucina con la faccia scura: è il mio momento. Scendo da dietro la testiera del letto dove ero rintanata, e sospiro. Che bella la mia cameretta! Mamma ha faticato tanto per scegliere mobili e carta da parati, mi chiedeva sempre che cosa mi piaceva. Letto bianco con copriletto rosa, armadio che contiene tutti i miei vestiti, scaffali pieni di giochi che quasi dimentico quanti ne ho. Da qui non vorrei mai andare via. Si sta bene, quasi tranquillo adesso. Ma Bombolone mi guarda serio e io scoppio in un singhiozzo:

Lo so, lo so! Aspetta qui, vado io.

Sistemo Bombolone sul cuscino e mi avvio. Prima, la mamma. Con lei è più difficile. La porta del bagno è chiusa, come sempre. Busso piano:

Mamma?

Sì?

Posso entrare?

La porta si apre. Mamma è seduta sul bordo della vasca, come ogni volta.

Che succede, tesoro? Devi andare in bagno?

No. Voglio stare con te.

Prendo un bel respiro ed entro, anche se mi sento minuscola. Ora la mamma piange, mi stringe forte, mi promette che andrà tutto meglio. E io piango pure, non perché mi fa pena, ma perché so che non migliorerà. Perché è sempre così. Due giorni di pace, poi tornano le spine dappertutto.

Asciugo gli occhi e guardo mamma.

Ma perché?

Cosè che vuoi sapere, cucciola?

Perché urlate sempre? Se non vi amate più, forse dovreste stare lontani. Lo dice anche la nonna Nadia: quando io e Anna abbiamo litigato, me lha detto. Così non si litiga più!

Mamma rimane congelata, mi fissa come se non mi riconoscesse. Fino ad oggi non avevo mai parlato dei loro litigi. Credevano fosse tutto invisibile per me. Che potevo mai capire, così piccola?

Vero che ami papà?

Certo…

Stai mentendo, mamma.

Vera!

Se gli volevi bene davvero, non lo avresti urlato contro. A me non gridi mai.

Mamma si blocca. Come spiegare che urlare non vuol sempre dire odiare? O forse sì? Un motivo semplice: perché? Come rispondere?

Mamma, dovresti sederti e pensare bene al tuo comportamento! Dico sfiorandole le guance, dove le righe di lacrime restano bagnate.

Anche questa è una cosa che ti insegna nonna Nadia? sorride tra le lacrime.

Sì! E fa bene. Con Anna poi abbiamo fatto pace, e litighiamo pochissimo ormai. Solo se fa la spiona con la maestra.

Sei diventata così grande… mi abbraccia stretta.

No, mamma. Sono ancora piccola. Se fossi grande…

Mi avvicino e sussurro:

… non avrei così tanta paura.

Di cosa, amore mio?

E se la prossima volta che urlate, vi lasciate e ve ne andate via?

Dove?

In un posto tranquillo. Non si può vivere sempre in una casa dove si sta male, vero? Anche a te non piace, mamma?

No Male… Vuoi dirmi che hai paura che ti lasciamo sola? Questo ti fa paura?

Sì… ora piango davvero. E rimane solo Bombolone. E se lo perdo di nuovo? Come quella volta in taxi? Poi chi mi resta? Ho chiesto anche alla nonna Nadia, ma lei ha detto che è troppo vecchia per fare la mamma ancora!

Vera! Cucciola! Basta, mamma non ti lascerà mai! Come potrei mai lasciarti sola?! Sei la mia bambina!

Sì, ma quando litigate così, vi dimenticate di me?

Ma no che ti ricordiamo! Si ferma di colpo. Ha ragione mia mamma… quando litigano, non ricordano nessuno. Loffesa rende ciechi, svuota lanima. Quelle parole che feriscono come sberle fanno male, e io non so più spiegare né a me stessa né a loro. Quando siamo cambiati?

Mamma e papà si sono incontrati alluniversità. Lei correva in corridoio, in ritardo per un esame, e ha fatto cadere un ragazzo magrissimo dai grossi occhiali. Gli occhiali si sono spaccati, e lei nemmeno si è fermata a chiedere scusa.

Scusa! gridò di corsa, appena in tempo prima di entrare in aula.

Lesame lo ha superato con lode, e ballava uscendo dalluniversità con la testa già alle vacanze al mare.

Lui la cerca tra la folla e le sorride:

Ciao, treno espresso! Hai fretta anche adesso?

Così ha iniziato a chiamarla trenino mio, soprattutto quando era arrabbiata.

Sbuffi così buffa! Nemmeno riesco a prendermela con te!

Tutte le ostetriche ridevano in sala parto, quando lui la incitava:

Non fare la locomotiva, spingi!

Quando ha smesso di chiamarla così? Quando ha iniziato a litigare davvero?

Mamma…

Sì, amore?

Lei mi accarezza i riccioli, così simili a quelli di papà… sognava che io avessi i suoi capelli dorati, non i suoi radi.

Basta che non siano come i miei! Alla mia bimba non voglio tre piume in testa!

Papà rideva:

Stai tranquilla, tu hai dei bei capelli! Vai solo dal parrucchiere sbagliato!

Alla fine sono venuta proprio come volevano. Ricci doro e occhi limpidi come il mare. Vera sarà bellissima dicevano tutti. Lo sono già, dice mamma.

Era una famiglia. Ha ricordi felici, almeno un tempo… il primo passo di Vera, la prima parola, le vacanze al mare, il primo affare di mamma dopo il congedo. Papà, che le ha fatto persino una torta anche se era dolcissima e nessuno riuscì a finirla.

Ti faccio unaltra torta! O la conserviamo come souvenir di nozze!

Lacquisto della prima casa, festeggiato seduti sul pavimento, la camera piena solo del respiro di Vera addormentata su un materassino gonfiabile.

Dovremo fare una seconda bambina! scherzava papà. Finché non abbiamo una casa enorme, due stanze devono bastare.

La seconda non è mai arrivata. Forse avevano già troppe cose da sistemare. I problemi si ammucchiavano, le prime discussioni piccole, poi crescendo. Nel tempo, tutte quelle parole dette con rabbia erano diventate pietre che riempivano la casa. Vera non lo sapeva, ma erano spine.

Mamma apre il rubinetto e si sciacqua la faccia. Basta. Non serve contare il bene e il male. O si ricomincia, o si finisce. Immaginare una vita senza papà fa paura. Sarebbe tutto vuoto, inutile.

Nel frattempo sono io, Vera, che raggiungo papà in cucina. Busto rivolto alla finestra, lui si gira appena mi annuncio.

Papà?

Vera? Come mai non dormi ancora?

Non è tardi! Sono venuta perché urlavate…

Scusa.

Perché urlavate?

Non lo so. È successo.

Sei arrabbiato con mamma?

Papà mi scruta con attenzione. Avrei dovuto parlargli prima… invece mi nascondevo sempre con Bombolone.

Lo sai da sola o te lha detto la mamma?

Lo so io. Quando vi amate, ti vedo abbracciare mamma, e lei sorride. Quando siete arrabbiati, gridate.

Papà sorride, sollevato.

Sei diventata proprio grande…

Mamma lha appena detto anche lei.

E cosaltro ti ha detto?

Che ci ama tutti e due.

Vedo la faccia di papà che si addolcisce. Allora scendo dalle sue ginocchia.

Vado da Bombolone, così non resta solo.

Vai piccola.

Papà resta a pensare alla cucina vuota. Quando hanno cominciato a litigare? I problemi si sono proprio accumulati. Lui ricorda la sera in cui mammina piangeva tenendomi con la febbre alta, lui che si sentiva inutile, senza riuscire ad aiutarla e pure, alla fine, aveva urlato anche lui. Da lì, la distanza, il gelo. Ognuno si ritirava, come in trincea. Li univa solo Vera.

Ci lega solo Vera. Senza di lei… quelle parole tagliano tutto. Dopo non era rimasto più nulla dei due di un tempo. Solo frasi obbligate e rancori. Però, la voce della sua mamma, tanto tempo fa, gli torna in testa:

Prenditi sempre le tue responsabilità. Quando si tratta di famiglia, sbagliamo tutti, ma spesso dobbiamo essere i primi a fare un passo indietro…

Papà si passa una mano sul volto e sospira. Grazie, mamma…, pensa.

Quella notte Vera non riesce a dormire: una mano tiene Bombolone, laltra la mamma, che si è addormentata subito, il viso stanco e segnato, sempre più vecchio. La accarezzo tra le sopracciglia, dove ora cè una piega che prima non cera. Finalmente si rilassa. Chissà se domani sarà una giornata buona. Lo vorrei tanto, ma di solito sono solo parole. Stringo forte le palpebre e esprimo un desiderio.

La sveglia suona ma la mamma non la sente: è nella mia cameretta, in forma di un buffo orologio a gattino. Oh, no! Siamo in ritardo sia per lasilo che per il lavoro. Ma oggi almeno la mattina è tranquilla. Dal cucinotto un tintinnio: papà è ancora a casa? Strano. Mi lavo di corsa sperando che vada via senza parlarmi, così guadagno tempo. Invece quando entro lo trovo davanti ai fornelli, il caffè che bolle nella moka.

Ciao… si volta: sembra non aver dormito, occhi rossi e cerchi neri come i chicchi di caffè.

Mi fermo, la bocca aperta: che ci fa una torta con rose di crema e tanto zucchero sul tavolo? Devessere rimasto sveglio tutta la notte. Ha trovato perfino le mie bocchette per la sac à poche sarà stato ore a cercarle!

Papà si avvicina, si schiarisce la voce.

Perdonami, Olga. Scusami per tutto. Sono stato proprio un pessimo marito. Ho sbagliato; non ti ho dato attenzioni, ti ho fatto sentire da sola. Sei la cosa migliore che mi sia mai capitata. Senza di te non ci sarebbe nemmeno Vera. Non posso cambiare tutto, ma… ci penseresti su?

Mentre parla, capisco che è sincero. Faccio un passo avanti, gli copro la bocca con la mano.

Siamo stati entrambi colpevoli. Anchio devo riflettere. Tanto, mi serve tempo. Direi… sette mesi almeno.

Papà sgrana gli occhi, non capisce subito.

Cosa cè? Sì, hai capito. Gli sorrido, un sorriso vero, come tanti anni fa.

Proprio allora Vera entra in cucina, col suo Bombolone stretto al petto, ancora assonnata.

Avete fatto pace?

Noi due ci guardiamo e ridiamo.

Perché cè la torta? Si mangia torta a colazione?

Oggi sì, piccola! Papà mi stringe e mi sussurra: Ti amo. Dammi unaltra occasione.

Solo se la dai anche a me gli rispondo sottovoce, rivolta a Vera: Ma alle bambine non lavate, niente torta!

Arrivo! Vera posa Bombolone sulla sedia, decisa. Due pezzi, per favore. Per me e Bombolone!

Ma gli orsi non mangiano dolci.

Per quello ci sono io. Lo aiuto.

Gli anni passano. Io cammino per il parco spingendo il passeggino verso la scuola di Vera. Il piccolo Valerio si sveglia e piagnucola, chiedendo attenzione. Mi abbasso, ma sento le braccia di Igor, ora più forti e calde che mai, stringermi da dietro.

Lascia, prendo io.

Mi sorride, prende il bimbo e mi dice che ci aspetta con calma.

Io avanzo rapida verso scuola. Domani per Vera cominciano le vacanze, i biglietti sono comprati, le valigie pronte e presto Valerio vedrà il mare per la prima volta. Ripenso a questi ultimi anni: quanto è successo! Il tentativo lento di ricucire, i miei mesi a casa dei miei, la pace ritrovata, anche grazie a nonna Nadia, e poi la sua perdita dolorosa. Poi è nato Valerio, primi passi, primi dentini… e la sua prima parola non è stata mamma. Igor andava in giro fiero, prendeva in giro tutti e faceva locchiolino al figlio:

Bravo, hai detto papà!

Vera al suo primo giorno di scuola, serissima e un po impaurita, ma lha superato senza guardarsi indietro. Ora le corro incontro:

Mamma!

Vera! Come è andata?

Benissimo! La maestra Ilaria ha detto che solo io e Anna siamo perfette.

Brave! la stringo forte.

E papà e Vale?

Nel parco, ci aspettano.

Bene. E Bombolone?

Dove credi? È nel passeggino! rido.

Vera tira un sospiro di sollievo. Ha regalato il suo orso preferito al fratellino, perché con chi si vuole proprio bene bisogna condividere il meglio. Ma gli manca, anche se non lo ammetterebbe mai. Solo a me può dire davvero tutto.

Guardandoci camminare avanti, i genitori che si danno il cambio col fratellino e discutono amichevoli, Vera abbassa lo sguardo verso la carrozzina e sussurra al suo amico:

Secondo te, Bombolone, ora va tutto bene?

Lorsetto la fissa con quegli occhi tondi e resta zitto. Ma a Vera sembra che, in fondo, una risposta glielabbia data.

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