Scherzetto

Scherzetto

Giulia! Giulietta! Fammi copiare!

Il sussurro di Letizia rimbalza tra le pareti dai colori slavati dellaula, tanto che la professoressa Marina Violante alza lo sguardo dallelenco che sta compilando.

Tognazzi! Smettila! Scrivi da sola!

Prof, ma è davvero difficile! Letizia non smentisce la sua fama, pronta a rispondere a tono a chiunque.

Chi tha detto che doveva essere facile? E poi, Letizia, Giulia ha una versione diversa dalla tua. Quindi chiamarla è inutile.

Cosa?! Ma è la prima del banco!

Proprio così! sorride Marina Violante, scimmiottando Letizia. A lei ho dato un compito personalizzato, tutto speciale.

Uffa! Ma questa è una grande ingiustizia! Letizia affonda per un attimo nella sua agenda, ma già cerca alternative per salvarsi.

Nessuno nota come Giulia si stringa sulla sedia, la schiena dritta contro la sedia di legno lucido, così intenta a fissare il quaderno che sembra voglia fare un buco con gli occhi.

Essere la bacchetta magica della classe non è una novità. Gli insegnanti lo sanno tutti. Che cervello brillante le è toccato! Così tutti ne approfittano. E guai a rifiutare: subito ti giri e laula diventa un teatro di silenzi offesi.

Giulia, però, non è cattiva. Alla fine cede, ma, seguendo i consigli della mamma, cerca di dosare la generosità per non mettersi contro i professori.

Giulietta mia, sei una ragazza buona, però ricordati anche i tuoi interessi. Per andare dove vuoi, serve un buon diploma. Non rovinartelo per chi non sa imparare le regole ripete spesso sua madre, la signora Olga.

Le parole della mamma sono sagge, ma Giulia può solo sospirare. Come si spiega quanto sia difficile essere la migliore in una classe dove a nessuno importa nulla?

Sua madre la iscrisse in questa scuola dopo la separazione dal padre, decisione presa per molti motivi. Uno, certo importante, era il fratellino che il papà di Giulia aveva avuto con la nuova compagna, addirittura mentre era ancora sposato con mamma Olga.

Nessuno si preoccupò mai di spiegarle niente. Gli adulti si occupano dei propri pasticci, mentre Giulia resta in camera con i suoi album di carta Fabriano e le matite, colorando meticolosamente ogni foglio di nero, senza lasciare nemmeno un piccolo spiraglio di luce.

La prima ad accorgersi fu la nonna, la madre del padre.

Ma che fate?! Guardate come avete ridotto questa creatura!

Anche se era la suocera di Olga, prese la sua parte in tutto.

Tuo padre uguale sputato: sempre a bighellonare e restare fuori casa più di quanto mi sarebbe piaciuto. Carattere sciagurato. Si somigliano, purtroppo, due gocce dacqua. Solo che il mio almeno tornava senza figli extra.

E lei lo perdonava?

Cosa potevo? Ero innamorata E lo sapevo che anche lui amava me. Altrimenti non sarebbe mai tornato, dopo tutte quelle fughe.

È stato difficile, non è vero?

Difficile? Non ho vissuto, ho sopportato E per cosa, alla fine? Solo rimpianti. Ma forse, senti qui, ringrazia il destino che tuo marito abbia avuto un figlio fuori dal matrimonio: almeno non torni a rifare lo stesso errore. Ti conosco, Olga, sei come me Avresti perdonato, vero?

Non so Fa troppo male.

Capisco. Quello che ti chiedo: pensa a Giulia. È nel mezzo, schiacciata. Piangere su di lei non serve. Siete stati voi due a sbagliare.

Allora Olga fece un gesto coraggioso, sedette davanti alla sua bimba di sei anni, occhi rotondi come nocciole appena raccolte, e le spiegò.

Giuli, io e papà vivremo in case diverse. Non staremo più insieme.

Perché?

Ci separiamo, amore. Ma tu vedrai il papà nel fine settimana, oppure quando lui avrà tempo. Non piangere! Guardami. Papà resta papà, nessuno te lo porterà via. Te lo prometto.

E tu? Giulia si strusciava il viso con manine nervose. Gli adulti sono sempre tanto sciocchi! Fanno e disfano senza chiedere.

E io sono qui, vicino a te. Sempre.

Fu allora che Olga comprese langoscia di sua figlia. Quando dipingeva solo il nero, temeva che anche la mamma sarebbe sparita.

Ci mise tempo, dolcezza e pazienza a cancellare quelle ombre. Col tempo tutto prese un ritmo nuovo. Giulia vedeva il papà, magari meno spesso di quanto desiderava, ma abbastanza per capire: non avevano lasciato lei, avevano lasciato la mamma. Il papà continuò a coccolarla. Con Olga raggiunsero un equilibrio. Giulia andava al mare con la nuova famiglia, giocava col fratello, imparava a conoscere la nuova compagna del papà, Irene, una donna affabile che le volle bene. Nessun motivo di competizione.

Eppure le cicatrici rimasero. Ogni tanto Giulia pensava che forse non era stata abbastanza, che se fosse stata diversa il padre non avrebbe lasciato la famiglia. Con Irene sembrava tutto sereno, voleva altri figli. E Giulia? Chissà perché non era bastata.

Mamma e nonna cercarono in ogni modo di scacciare quei pensieri. Ma i dubbi erano vermetti che si nascondono e riaffiorano proprio nei momenti decisivi, quando serve fiducia totale in sé stessi.

Allinizio sembrava niente: solo le gambe tremanti alla recita del primo giorno di scuola, quando fu scelta per recitare una poesia davanti a tutti.

Laveva imparata a memoria ripetendola per giorni con la mamma, recitandola davanti allo specchio con enfasi. In asilo le assegnavano le parti più difficili, perché sapevano che ce lavrebbe fatta.

Eppure niente, quel giorno. Col microfono in mano, cercò con gli occhi i suoi famigliari, ma le parole sparirono. Pianse, vene turchine in trasparenza sulle gote pallide.

La vicepreside, che le aveva passato il microfono, si chinò, le carezzò il viso e sussurrò:

Me la reciterai dopo, vero?

Giulia annuì solo.

Per fortuna, Marina Violante si ricordò della poesia. Dopo le lezioni aspettò Giulia fuori dalla scuola.

Finalmente! Me la dici qui quella poesia? Non vedo lora di sentirla!

Una cosa da niente, direte. Ma per Giulia fu il momento più importante. Si raddrizzò, lasciò la mano di mamma, e recitò la poesia dallinizio alla fine, perfetta, fino agli applausi.

Hai visto? Bravissima! Ce lhai fatta!

Ma non sono riuscita

Ma come? Certo che sì! Erano tutti con te! Conta solo quello. Sei stata meravigliosa. Fidati, lo dice la vicepreside!

Ci credo

Quel ricordo restò con lei. Quando, alle medie, Marina Violante divenne sua tutor, non poté che rallegrarsene: qualcuno che la capiva cera.

E in effetti, la prof era uno sguardo buono, sempre attenta.

Una ragazza speciale! Sensibile, acuta, fragile diceva a Olga. Non avete mai pensato a una scuola a indirizzo matematico? Ha talento. Così, qui, rischia di spegnersi. Sa, la nostra è una scuola normale. Qui la maggior parte degli studenti non ha passione. Lei invece si impegna per non spiccare. Ma è come avvolgerle lanima con tre trapunte, e legarla ancora più stretta. Capisce?

Olga avrebbe voluto, ma era impossibile. La scuola era lontana, nessuno poteva accompagnarla. Il papà di Giulia aspettava un altro figlio, la nonna era malata, e lei lavorava su due fronti per trovare una casa più ampia. In quel monolocale, dopo la separazione, erano ormai strette.

Giuli, pazienta ancora un po. Appena sistemo le cose, risolviamo. Olga chiudeva gli occhi stanca e la stringeva sul divano.

Mamma, non preoccuparti! Io resisto

Come va a scuola?

Dai, bene! Giulia si sforzava di essere allegra, ma dentro sapeva che non era vero.

Sono bugiarda, eh! iniziava a farle il solletico Olga. Ora dimmi tutto, anche i dettagli!

Alla fine, ridevano e si confidavano.

In classe Giulia non subiva scherzi diretti, ma spesso sentiva sussurrare dietro le spalle:

Ecco Giulia che fa la splendida! Lavete sentita in storia? Dopo una risposta così, altro che voti buoni per noi! Non poteva rispondere come tutti?

Allinizio nessuno le diceva niente in faccia, finché tutto cambiò.

Giulietta! Mancano dieci minuti! Sono ancora a metà! Letizia sibilò così forte che Giulia cedette e allungò il foglio del brutta sul banco.

Marina Violante era distratta da qualche messaggio e non si accorse.

Vittorio, il vicino di banco, senza parlare, le spinse la sua agenda, per aiutarla a vedere meglio le domande del compito di Letizia.

Grazie bisbigliò Giulia, indicandogli a dito lerrore.

Non servirono troppe spiegazioni. Loro due si capivano da una vita: segni, cenno, e Vittorio correggeva veloce. Il foglio cambiò banco.

Solo dopo la campanella scoppiò il caos.

Ma sei fuori?! Statua di sale! Fine del quadrimestre! Io rischiavo il 3 e tu niente?! Che amica! Letizia picchiava il pugno sul banco.

Letizia, non è giusto! rispose Giulia, calma ma piena di rabbia dentro.

Perché sempre tutto sulle sue spalle?

Il nonno, quando impreca, usa sempre Perbacco! Guai a dire parolacce!

Sei una ragazza, non una scaricatrice di porto! Occhio, Giulia!

Anche tu sei donna, nonna, ma ti sento brontolare spesso!

Sì, ma io ormai sono fuori mercato! Posso anche fumarmi una sigaretta e sbottare. Tu, no. Non è elegante, capisci? Alla tua età, meglio un po di mistero, come nelle poesie che ami tanto!

Ma i ragazzi lo fanno!

Non è la stessa cosa! E ricordalo: ciò che agli uomini è permesso, alle donne no. Ti piace un ragazzo che stia con una che fa luomo? Non credo!

Forse hai ragione Era così anche con mamma e papà?

In parte. Ma chiedi a loro E fidati, il mistero in una donna piace. Le parolacce non sono uva passa, ma qualcosaltro. Basta! Porta rispetto alle parole.

Dai, nonna, ora ti ricordi dessere donna?! rideva Giulia.

Ogni tanto sì e ridevano entrambe.

Anche adesso Giulia avrebbe voluto tirar fuori parolacce come Letizia e le sue amiche, ma sentiva che non era la cosa giusta.

Lety, lasciala stare! Vittorio, imbronciato, infilava il libro di fisica nello zaino. Hai stufato con le tue pretese!

Perché voi sì e io no?! Che amici siete?!

Non è vero! sbottò Giulia, non trattenendosi. Che bugie dici?! Vittorio fa da solo, io aiuto solo se serve. Sono stufa! Ma ti ho aiutata o no?

Afferrò lo zaino, scansò Letizia con la spalla ed uscì, cercando di non scoppiare a piangere davanti a tutta la classe che assisteva allo spettacolo.

Letizia non la seguì, ma sussurrò solo:

Ho capito chi sei, Tognazzi Balli ancora poco! Impara a fare la timida Giulia la modesta

Quella settimana non si parlarono.

Letizia tagliò i ponti e la classe si mise in allerta, curiosa su cosa avrebbe escogitato contro la vecchia amica.

Letizia aveva talento per le vendette fantasiose, le sapeva orchestrare come un regista: sapevano tutti che, se ce laveva con te, la vita diventava un carnevale sgraziato.

Giulia temeva una rappresaglia, ma Letizia la sorprese.

Giulia, basta musoni! Due settimane senza parlare e respirare?! Facciamo pace! Letizia le sorrise così apertamente che Giulia esitò.

Figurati se sono offesa

Mh, si vede! Dai, racconta! Capodanno dove vai? Casa o vacanza?

Nessuna traccia di vecchi rancori nella voce, e Giulia si rilassò. Peggio per lei! Perché Letizia le offese non le dimentica, anche se se le inventa da zero.

Così, quando Giulia trova nello zaino un biglietto, non pensa certo a Letizia.

Giulia! Mi piaci tanto! Vittorio

La grafia è molto simile a quella di Vittorio, il suo compagno di banco. Non le viene neppure il sospetto che sia uno scherzo.

Come immaginarlo? Letizia, per una settimana, ha aiutato la prof di italiano, Adele Andreani, a portare i temi in sala professori. Così ha trovato qualcuno, di una classe parallela, con una scrittura simile a quella di Vittorio. Ha preparato il biglietto e, grazie alle amiche, lo ha infilato nello zaino di Giulia.

Ora sì che piangerai, cara! Un po di lacrime anche per te fa Letizia, sigillando la zip dello zaino di Giulia, sola negli spogliatoi di volley, mentre le compagne la distraggono.

Giuli, devi battere più forte, su! Ancora!

Nessuna reagisce quando Giulia pesca la lettera.

Cosè? Giulia! Accidenti! La secchiona che corteggia! Ragazze, guardate! Vittorio è cotto di Giulia! Letizia acciuffa la lettera e balla come una matta nello spogliatoio. Dai, elaboriamo un piano.

Lety, ridamela!

Macché! Ma anzi, sai che cè? Vittoriooo! Letizia esce dallo spogliatoio femminile e comincia a bussare come una posseduta a quello dei maschi.

Il sangue svanisce dalla faccia di Giulia.

Che lei provasse qualcosa per Vittorio, laveva confidato solo al suo diario, e un po alla mamma.

È un problema, secondo te, mamma?

Perché mai?

È troppo presto

Troppo presto per cosa, dolcezza?

Essere innamorata?

Quello che provi adesso si chiama infatuazione. È una meraviglia. È la soglia della vera passione.

Comè?

È come una porta leggermente socchiusa. Dai una sbirciatina e vedi un mondo pieno di gioia, felicità, anche dolore o addirittura rabbia.

Davvero, mamma?

Lamore, Giuli, è il gioco più forte, porta tante emozioni. Tutti noi, in fondo, cerchiamo qualcuno che ci prenda per mano E buttarti è spaventoso, ma bellissimo. Devi solo scegliere con attenzione.

Quindi va bene così?

Quello che provi è ciò che dà senso alla vita. Fidati, tesoro.

La sua piccola fiamma, Giulia la custodiva come la cosa più preziosa, temendo di lasciarla cadere o svelare troppo con uno sguardo impacciato. E adesso?

Letizia, ovviamente, ha capito tutto. Dal modo in cui Giulia ha piegato la lettera di corsa, dallo sguardo alla porta, chiedendosi quando Vittorio avesse potuto metterla lì. Ma se Letizia non avesse urlato così, Giulia avrebbe capito che era impossibile, visto che Vittorio giocava con lei a pallavolo in quel momento.

I ragazzi sbucano dagli spogliatoi e ridono, vedendo Letizia sventolare il biglietto e Giulia, pallida, rannicchiata nellangolo.

Che succede qui?

Spunta, quasi dal nulla, la professoressa Violante. I suoi ingressi a sorpresa sono una leggenda.

Prooof, abbiamo una notizia! Letizia bacia la lettera e la solleva in aria. Tili-tili-testino! Sposini!

Letizia, che dici? gli occhi di Marina Violante si incupiscono. Che coshai lì?

Un biglietto! Vittorio lha scritto a Giulia! Dice che è innamorato di lei!

Le risatine si smorzano di colpo.

Silenzio! la prof guarda Giulia. Giuli?

E Giulia si ricorda di quella mattina di settembre, del suo pianto silenzioso e dello sguardo della prof che laveva fatta sentire capace.

Non hai nulla da temere! Puoi farcela!

Così, si stacca dalla parete e si avvicina alla professoressa, che la squadro come fa la mamma, con una sorta di protezione e affetto.

Letizia mi ha rubato il biglietto. Non volevo mostrarlo a nessuno.

Capito, Giulia. Vittorio? la prof si volta verso i ragazzi. E succede lincredibile.

Sì! Lho scritto io!

Sgomita fra i ragazzi, Vittorio va da Letizia, le strappa la lettera e gliela ripiega tra le dita.

Non sta bene leggere lettere altrui, Letizia!

Bugiardo! strilla Letizia, ormai vede che la vendetta è sfumata.

Niente prese in giro, niente bullismo. Giulia camminerà ancora fiera per i corridoi.

Letizia non sa che se Giulia è così composta è perché ha sempre paura. Di essere giudicata, emarginata, se commette un errore.

Ma in quellistante, qualcosa dentro cambia. Il mento di Giulia si solleva, il corpo si tende come una corda di violino, ma non è la paura.

No!

Una leggerezza la solletica sotto le scapole. Si rabbrividisce. Non staranno mica spuntando le ali? Sciocchezze. Le persone non volano.

Eppure si sente talmente leggera che per un attimo crede di poter sollevare i piedi da terra, librarsi sopra quel vecchio parquet ammaccato e dimenticare ogni paura!

Letizia? la prof si rabbuia.

Dai! Era solo uno scherzo! E lui racconta balle ora Letizia quasi piange.

Basta! Vittorio si riprende la lettera, la ripiega con attenzione e la mette nella mano di Giulia. È per te! E non farla leggere più a nessuno, promesso? Prof, oggi abbiamo un tema vero? La prof Andreani aveva detto di sì. Non ho studiato!

Bravo! Almeno sei sincero! Ci sarà, ma stavolta il titolo ve lo darò io, uno adatto alla giornata. Ora filate in classe, che la campanella è già suonata e non siete neppure pronti!

E la terza media B si alza allunisono, senza più curarsi di Letizia rossa per la rabbia, di Giulia e Vittorio che si scambiano sguardi idioti, e della piccola lettera bianca che Giulia stringe ora nel pugno.

Poi, quella lettera, Giulia la incolla con cura sul diario. Lo conserverà come una reliquia, finché, durante il proprio matrimonio, non regalerà a Vittorio quel vecchio quaderno.

Tieni, maritino!

Cosè, mogliettina?

È il nostro inizio

E te la senti proprio di farmelo leggere? Quello che cè scritto lì dentro?

Certo. Tanto già lo sai!

Non tutto

E cosa ti resta da scoprire? Giulia si stringe a Vittorio, ignorando i brindisi e le urla di bacio! della sala.

Ricordi quella storia dellinnamoramento? La soglia e la porta?

Come no!

Tu, quella soglia, lhai varcata davvero?

Gli occhi di Giulia brillano, il suo sussurro supera la musica e le voci:

Altroché! Ho chiuso la porta dietro di me. Io non sono più innamorata.

Cosa? ride Vittorio, davvero stupito.

Ecco! Io ti amo! Capito ora?

Adesso sì! Un bacio, Giuli?

Un bacio, sì!

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

1 × three =

Scherzetto
Natascia non riusciva a credere a quello che le stava accadendo: suo marito, l’unico uomo che considerava la sua forza e sostegno, oggi le aveva detto «Non ti amo più». Lo shock fu tale che rimase immobile in una posa innaturale, mentre lui girava per casa, raccogliendo le sue cose e facendo rumore con le chiavi. Eppure, proprio ora – dopo la morte improvvisa del padre, la responsabilità di prendersi cura della mamma anziana e della sorella diventata invalida a 18 anni, un figlio appena arrivato in prima elementare, la perdita del lavoro perché l’azienda ha chiuso – le mancava solo l’abbandono del marito. Stringendosi la testa tra le mani, si sedette al tavolo e scoppiò in un pianto disperato. «Signore, cosa posso fare? Come posso andare avanti? Oh, Ale! Devo correre a prenderlo a scuola!» Le responsabilità di ogni giorno la obbligano a rialzarsi e ad andare avanti. «Mamma, hai pianto?» «No, Ale, no.» «Piangi per il nonno? Mamma, mi manca tanto!» «Anche a me, tesoro. Ma dobbiamo essere forti. Il nonno è stato sempre forte, ora è da Dio e sta bene, non preoccuparti. Si merita un po’ di riposo, non si è mai riposato in vita sua.» «E papà?» «Credo sia in trasferta, di nuovo.» «E la scuola?» Si deve vivere. Non mi ama? Non si può costringere nessuno ad amare. Ha trascurato qualcosa nella sua frenesia. Mentre Ale pranzava e giocava con i soldatini, Natascia aprì il computer del marito e, per la prima volta, entrò nella sua posta: la passione per un’altra donna era evidente, lei ormai era la “non amata”. Dopo dieci anni da “raggio di sole” e otto anni di battaglie per avere un figlio, era diventata semplicemente “la mamma”. Ora tutto era cambiato e doveva abituarsi. Prima, però, serviva trovare un lavoro. il titolo di studio non contava nulla e il piccolo sussidio di disoccupazione non bastava a nulla. Com’era possibile che il marito responsabile e premuroso si fosse trasformato in uno sconosciuto in un attimo? Un’unica giustificazione trovava: era impazzito. La casa non era finita, ma almeno un tetto c’era. «Lavoro, quanto mi servi!» Ma non c’era tempo neanche per piangere, bisognava cercare un impiego e per giorni non trovò nulla. Una mamma sola con un bimbo in prima elementare aveva poche chance. La sera, un amico di famiglia telefonò: «Nata, non è tornato tuo marito?», «No», «Ti serve un posto come magazziniera?». La paga era minima, ma meglio di niente. Con il lavoro arrivò anche la possibilità di stare un po’ da sola e riflettere: cosa era successo davvero? I giorni, le settimane, i mesi passarono. Dopo un anno Natascia tornò a mangiare, dormire e ridere, vivere le gioie del figlio. La ferita per il tradimento bruciava quando l’ex veniva a prendere Ale per il weekend. Ma non ostacolava quel rapporto, non voleva far soffrire il piccolo. Si chiedeva se fosse davvero “colpa” sua, ma in fondo sapeva che era solo la passione improvvisa del marito. L’autunno era dolce come estate, con le voci dei bambini e i colori di astri e crisantemi. Il giorno in cui incrociò lo sguardo di Michele sembrava come tanti altri, solo più luminoso. Era forse arrivato il momento di incontrare un’altra solitudine. «Signorina, la aiuto io!», «Sono abituata», «Non si deve abituare una bella donna a portare pesi», «Così le aiuta a tutte?», «Aspetto solo lei!». Risero insieme. «Michele», si presentarono. Lui le propose un cinema, lei rifiutò per prendere il figlio a scuola. «Non ci credo, ha anche un figlio?!». Entrambi avevano trentacinque anni e lui, pediatra ematologo, lasciò una promessa e il numero di telefono. Fu un autunno splendido, con passeggiate nei parchi e tenerezze che sciolsero il dolore. Natascia propose timida un tè e Michele rifiutò: «Ci tengo troppo, lasciami fare con calma». Passarono i weekend insieme in una casetta vicino al bosco, e lei si sentì finalmente amata. Presto arrivò la proposta di matrimonio: Natascia dovette prima finire il divorzio, ma accettò di diventare sua moglie senza ogni cerimonia, solo il parco e una nuova casa. Le nozze furono celebrate con pochi intimi, subito dopo andarono a vivere insieme e curarono con attenzione soprattutto la cameretta di Ale, che accettava Michele solo a fatica. Un giorno Michele propose di fare analisi del sangue al bambino, che gli sembrava troppo pallido. Il responso fu crudele: leucemia. Iniziò allora una nuova vita: Natascia prese il congedo, sempre accanto ad Ale durante cure invasive. Nei momenti più difficili, Michele la sosteneva. L’ex marito invece pretendeva che lei lasciasse la casa. «Pensa solo ad Ale», le disse Michele. «Non pensare più al passato.» Le analisi peggioravano, Natascia piangeva in silenzio. Un giorno Michele propose di portare Ale a riposare nella loro casetta nel parco: la natura migliorò il bambino e lui, tornato in clinica, era in remissione. Michele corse da loro felice: «Ale, hai aiutato i globuli rossi a vincere tutte le battaglie!» Una storia di rinascita tra le tempeste della vita, di una donna che ha perso tutto ma che, tra dolore e speranza, trova la forza nell’amore e nella famiglia che si ricostruisce, anche quando il destino sembra togliere ogni certezza.