La complessità della felicità

Una felicità complicata

Ma che significa che ci separiamo? Davide, stai scherzando sul serio?

Caterina fissava il marito senza riuscire a capire. Separarsi? Stavano insieme da quasi venticinque anni! Tra due settimane avrebbero pure festeggiato o forse no? I pensieri si confondevano. E che dire della cena, gli invitati? Avevano già mandato le partecipazioni Sarebbero venuti tutti. Tutta la famiglia si sarebbe riunita. Gli amici continuavano a chiamare per sapere cosa regalare Qualcuno, come Giulia, la sua migliore amica, aveva già fatto arrivare il regalo. Peccato non potesse esserci. Vive lontano, e poi come si farebbe a volare in aereo al sesto mese di gravidanza? Meglio che resti a casa. Ci saremmo viste dopo, magari per festeggiare di nuovo. Giulia, del resto, aveva avuto un ruolo fondamentale nella mia storia con Davide: siamo stati presentati da lei alluniversità. E il giorno del matrimonio urlava più di tutti Bacio!, mentre si proteggeva dal mio sguardo minaccioso con il bouquet, che non lanciai neppure ma le consegnai direttamente.

Non capisco cosa stia aspettando il tuo Carlo. Una ragazza come te non può lasciarsela scappare!

Ma dove va, figurati! Giulia sistemava la mia pettinatura. Tutto a suo tempo, Cate! Lui non è pronto, non ancora. E a che mi serve un marito immaturo? Ci resta la voglia un paio danni, poi divorziamo E poi, tutte quelle storie dividere casa, figli, parenti, che tanto nel frattempo mi adorerebbero? No, io aspetto! Due anni li hai programmati fin troppo ridevo mentre lei, stizzita, sistemava il rossetto.

Io non so vivere a metà. Se decido, faccio tutto per bene.

E i figli, Giulia? Subito due, niente bambino solo?

Certo! Voglio due gemelli! Una sofferenza unica, e poi tutto a posto! Anche nella mia e nella famiglia di Carlo ci sono dei precedenti Ma poi due vanno allevati assieme.

Meglio due che uno solo.

Perché? ascoltavo col solito interesse. Giulia era sempre la più lucida e pratica. Da bambine, a combinare marachelle, a finire nei guai eravamo tutte tranne lei. Organizzava tutto così bene da non insospettire nessuno. E si curava anche che nessuno di noi venisse punito, a meno che non pensassimo di essere più furbe di lei. Allora si metteva da parte, a guardare come le altre si beccavano il rimprovero.

Semplice! Competizione sana, compagnia di giochi, mamma dellanno premiata perché cresce due figli in contemporanea! Ti basta?

Più che sufficiente! ridevo, ma sapevo che Giulia raggiungeva sempre ciò che desiderava.

E così fu. Solo che chi ci controlla dallalto ha più fantasia: al posto dei gemelli arrivarono tre gemelli. Una vera prova di resistenza.

Giulia, però, ce la fece in modo esemplare. Nel frattempo, la famiglia di Carlo finì per volerle davvero un bene dellanima. Mai servile, lei trattava tutti con garbo, pronta ad aiutare in ogni occasione. Aiuto che puntava sempre al fare qualcosa fare a Carlo, che non amava certo impersonare leroe. Ma lei insisteva, prevedendo tutto: So che un giorno avremo bisogno noi degli altri. Vorrò vedere cosa succede se prima non aiutiamo noi e no, caro! Non mi sta bene! Vuoi le patatine con i funghi? Vai da tua madre ad aggiustare larmadio, due ore per te e a tua madre fa piacere. E dille che settimana prossima vado io a pulirle le finestre.

Fu così che, quando Giulia ebbe bisogno di una mano coi bambini, furono disponibili due nonne e un nonno, dato che suo padre non cera più da tempo. I piccoli, nati sottopeso, rimasero qualche settimana sotto osservazione, ma lei li tirò su e, dopo poco, si iscrisse di nuovo alluniversità.

Giulia, sei pazza! Dove pensi di trovare il tempo? ero sbalordita.

E chi avrà il coraggio di bocciare una mamma di tre? Almeno non smetto di usare la testa mentre sto con i bambini! E quando finirò, sarò sia economista che giurista! Cosa cè di meglio?

Il diploma arrivò, e un bel lavoro seguì, Giulia convincendo a tutti che lo stipendio bastava anche per la tata.

Giulia, ma se va tutto via in tata, che ti resta?

La tata per ora non serve, le nonne bastano, ma il capo non lo deve sapere. Mi serve esperienza, Cate. Titoli senza pratica non servono. Meglio farsi un po’ di gavetta ora e scegliere poi dove andare e a che condizioni.

Guardavo Giulia e mi chiedevo come potesse riuscire in tutto. Io, invece, faticavo a prendere decisioni anche da piccola calze rosse o blu per lasilo? Disagio!

Però, se decidi, vai fino in fondo. Non sei come me che non so stare ferma! Sei una conservatrice, Cate. E i conservatori sono le persone più affidabili.

Affidabile Ecco, Davide ci ha creduto, eccome. Ma come può, dopo tutto questo? Perché? Non vivevamo poi così male. Sì, la mancanza di figli ha reso il nostro matrimonio più complicato, ma ce lo eravamo detto, che non sarebbe cambiato niente. Feci volontariato in un orfanotrofio, e capii che non sarei riuscita ad adottare. Non per mancanza di mezzi o forza, ma pensavo di non riuscire davvero ad amare. E per fare il genitore non basta la sola volontà, ci vuole qualcosa in più.

Non avete ancora trovato vostro figlio. La direttrice, signora Serenella Nardi, della struttura che seguivo con il mio lavoro, osservava come ballavo coi bambini attorno allalbero di natale. Ero lì accanto a lei, lo sguardo perso nei piccoli. Vedrete, quando arriverà quello giusto, non vi fermerà più nulla. Niente vi farà paura.

E se non succede? Se non cè per me un figlio? Mi misi a sistemare i regali sui tavoli. Se non sono fatta per essere madre?

Vuol dire che non doveva succedere. Prima così che prendersi una responsabilità e poi non riuscirci. Sareste infelici in due, tu e il bambino. Ne ho visti tanti, di casi così Vedi Matteo? Rimandato indietro due volte.

Come è possibile? Ma quanto ha, cinque anni?

Sei li farà a primavera. Nella prima famiglia è rimasto due anni, nella seconda uno.

Ma come, Serenella? Come si fa a lasciare un bambino così?

La prima volta perché è nato poi un figlio loro. Succede spesso, purtroppo. La seconda, avevano già altri figli naturali e adottati, con Matteo erano in cinque. Mancava lamore per lui. Lui, dopo quasi un anno, si è seduto in un angolo e non ha più voluto nemmeno mangiare.

Addirittura?

Sì. Nemmeno bere. Pregava che lo riportassero allorfanotrofio: diceva che lì non lo amavano. Lo psicologo ha lavorato tanto, ma nulla Lhanno restituito. Ma sai che penso, Cate?

Cosa?

Era meglio se non lo prendevano. Ho paura per questo bambino. Troppo piccolo per aver perso già tutte le sue speranze. Difficile che qualcuno abbia amore abbastanza per lui.

Quella conversazione mi gettò in una tristezza nera. Per poco non ho avviato la pratica di adozione per Matteo. Mi fermò Giulia: Sicura di avere questo amore? Non è pena la spinta giusta. Se vuoi, ti presto uno dei miei e capisci che effetto fa.

Rinunciai. Da allora, basta orfanotrofi, mi bastava aiutare a distanza. Ma Matteo restava nella memoria, come un faro silenzioso che mi ricordava di non fare mai del male a qualcuno con le mie scelte. Questa lezione mi è rimasta.

Mi abbracciai le spalle, rabbrividendo. Perché sentivo così freddo? Era solo autunno, il riscaldamento era acceso. Cosa dovevo fare, aiutare Davide a preparare le valigie? Portarsi anche qualche maglione? Qui il caldo dura poco, appena qualche giorno di fine estate Quantera diverso in Calabria, da mamma, a Reggio! Lì non si conosceva il freddo, anche in inverno si usciva col chiodo di pelle. Solo in montagna, il fine settimana, i cappotti erano necessari. Proprio ora mi sarebbe piaciuto tornare da lei, a camminare giorni interi in montagna, solo noi due e nessun altro Ma mamma non cè più. E neanche Davide ci sarà più

Dio, non la voglio questa libertà! Voglio mio marito vicino. Come prima: il caffè la mattina, la notte quando capitava. Le chiacchiere fino allalba, anche senza motivo. Le fughe improvvise a teatro, fuori città. Mai un programma. I momenti più belli erano proprio quelli non pensati, improvvisati. Davide poteva chiamare nel bel mezzo di una giornata lavorativa e dire:

Cate, cosa fai stasera?

Sono sommersa! Ho due colloqui, poi la banca

E dai, lascia tutto. Vieni via con me a camminare?

E io lasciavo tutto, e dopo unora eravamo nel bosco, a scambiare silenzi e parole leggere. Quella era la felicità

Ora era solo passato. Il mio passato. Io lo porterò sempre, lui no. Lui avrà una nuova vita, con la sua nuova fiamma che aspetta un bambino Un figlio! Era quello il problema? O davvero tutta la nostra vita insieme era stata una bugia? Avrei potuto capire il primo motivo, non il secondo. Perché allora sarei un fallimento, inutile, una donna che non è riuscita a rendere felice neppure una persona

Me ne stavo alla finestra, le ginocchia appoggiate al termosifone caldo, incapace di reagire. Sentivo Davide che camminava per casa, apriva e chiudeva cassetti, porte. Tremavo tanto da far quasi cadere il vaso che mi aveva regalato Giulia. Quando la porta si chiuse alle spalle di Davide, lasciai andare le mani e le affondai nel davanzale, quasi a volerne spezzare la superficie. Mi tirai su, buttai il vaso a terra e urlai.

Non servì a nulla. La terra scura e i cocci sparsi per la cucina mi fecero rinsavire. Sì, ora tutto era nero, cupo. Non restava più luce. Lui se ne era appena andato, lasciandomi sola. Avrei dovuto orientarmi nel buio, ormai. Restava un solo punto fermo

Lasciai il termosifone, passai sui cocci senza badare al dolore del piede ferito, andai in camera e presi il telefono.

Giuuuulia

Non era neppure un pianto, più un ululato animale, figlio di un dolore troppo forte. Ma non serviva spiegare altro. Giulia capì subito.

Davide se nè andato?

Bene. Domani parto e vengo.

Sei matta? tornai in me, ascoltando la sua voce decisa. No! Ti prego, non devi muoverti! Non voglio sentirti colpevole se ti succede qualcosa, tu sei incinta Aspetta Mi bloccai, realizzando. Lo sapevi?

Non proprio, lo intuivo. Lultima volta che siete venuti, Davide non mi guardava nemmeno negli occhi. Adesso è tutto chiaro. Cate, andrà meglio.

Meglio? Io non ho più niente! Tutto svanito, tutto! Che devo fare adesso?

Comprati un vestito!

Cosa? stavo quasi per far cadere il telefono. Che hai detto?

È chiaro. Compra quel vestito che ti sei negata per risparmio. Subito, ora. Poi mi mandi la foto. Niente pianti, niente solitudine: compra il vestito, poi vieni qua. Andiamo in montagna insieme.

In montagna incinta? Stai per partorire!

E allora? Non sono mica a pezzi. Albergo, niente tende. Solo passeggiate tranquille. Non essere egoista, mi serve anche a me o impazzisco! Federico ha la gara tra una settimana, Martina e Daria sono a Ravenna per tirocinio. Bisogna prendersi il momento. Mandami il tuo biglietto, non farmi innervosire!

Giulia chiuse la telefonata e io rimasi a fissare il telefono. E ora?

La risposta arrivò da sola. Andai davanti allo specchio. Ero lì, tutti gli anni vissuti si vedevano. Non più una ragazza, ma non ancora vecchia. Gioventù alle spalle, ma la fine no, non ancora! Niente funerali. Se Davide pensava che mi sarei persa nel dolore, si sbagliava. Aveva ragione Giulia! Niente autocommiserazione.

Passai la mano tra i capelli, asciugai le lacrime e mi obbligai a muovermi. Seduta non ci sarei più riuscita ad alzarmi.

Scrissi per annullare tutto ciò che era programmato. Qualche telefonata per disdire ristoranti, fornitori. Fatto.

Presi scopa e straccio, ignorando perfino lesistenza dei due aspirapolvere, a sistemare la cucina. Avrei ricomprato il vaso unaltra volta.

Il vestito mi stava a pennello. Era quello che avevo adocchiato, rosso acceso, molto diverso dalle mie solite tinte neutre. Il colore delle trasgressioni di Giulia, quella che attirava sempre gli sguardi senza mai sembrare volgare. Io ero fatta per stare in disparte ora, però, volevo cambiare.

Davanti allo specchio vidi unaltra Caterina. Stanca, sì, triste e smarrita, ma ancora forte. Restava qualcosa. Nessuno me lo avrebbe portato via. Volevo arrabbiarmi, lasciar andare tutto. Forse non ci riuscivo perché capivo, in fondo, perché Davide era andato via. Anche lui cera abituato a me, eravamo molto più che una coppia. Tradire un amico è peggio che tradire un compagno. Oh, Davide

Il viaggio fu lungo, con scalo, ma non mi pesò. Avevo tempo per distrarmi.

La gita fu bellissima. Insieme, io e Giulia percorremmo tutti i sentieri vicino allhotel. A volte in silenzio, a volte chiacchierando senza sosta, come per non perdere nulla. Sentivo che il dolore scivolava via. Giulia sapeva trovare le parole giuste, minimizzare il superfluo e rimettere in luce ciò che conta davvero.

Torna qui. Cosa fai a Milano da sola? Il tuo lavoro? Qui cè spazio per aprire centri per bambini, ce nè bisogno. E poi, tuo padre sta male. Lo volevi portare vicino a te: ora puoi farlo senza cambiargli la vita. Pensa

E ci pensai. Alla fine di quel soggiorno, decisi: sì, sarebbe stato meglio così.

Separazione, vendita della casa e dellauto, pratica per chiudere lattività alla quale avevo sacrificato tutto. Mi sforzai di separare sentimenti e praticità, affrontai Davide un paio di volte, poi cancellai tutti i suoi contatti e giurai a me stessa di dimenticare.

Calabria mi accolse in piena primavera, i meli in fiore, sole dappertutto. Ripresi a vivere non appena mi stabilì. Comprai casa vicino a papà, senza andare a vivere con lui. Il motivo era semplice: una signora, la dolce signora Vilma, che incontrai giusto allingresso, mi sorrise con tale calore da farmi capire che era meglio che in quella casa restasse un solo padrone. Vilma mi andò subito bene, nulla da dividere, e dissi a me stessa che era giusto che papà andasse avanti. Ricordavo bene lamore che cera tra i miei genitori, ma non pensavo che con la morte della mamma, lui dovesse restare solo. Vederlo lavorare in giardino, mentre lei e io preparavamo il tè, mi dava conforto: aveva ancora un motivo per essere felice.

Ma sai che tuo padre è ancora in gamba, Cate? Vilma lo guardava con tanto affetto da non lasciare dubbi: era amore vero. Qualcuno lo trova presto, qualcuno mai, qualcun altro tardi.

Vedere mio padre così mi restituiva speranza. Se lui aveva trovato la sua metà alla fine della vita, forse anchio, forse, un giorno

Un anno passò in fretta. Avevo due centri per bambini nei nuovi quartieri della cittadina, non mi mancava nulla. Ma per quanto mi fossi sforzata di cambiare tutto della mia vecchia vita, dal guardaroba ai capelli, persino prendendo finalmente un cane che avevo sempre desiderato, la nostalgia tornava certe sere. Nella cucina buia, a giocare col cucchiaino dentro la tazza di tè freddo, mi sorprendevo a desiderare solo che Davide entrasse dicendo:

Che succede, Cate? Dammene una tazza, raccontami tutto.

Sapevo bene che non era giusto restare a metà strada: chi se ne va, deve andarsene davvero. Ma non riuscivo a cancellare quella parte di me. Davide non se ne andava ancora davvero.

Una questione di tasse da risolvere, scoperta dopo la chiusura dellazienda, mi fece quasi piacere: potevo tornare a Milano, sbrigare faccende. Un impegno, un diversivo.

La cosa si risolse in un giorno, e mi trovai con del tempo libero prima del rientro. Passeggiai in città, poi tornai nel vecchio quartiere: non so cosa spingesse, forse vedere i luoghi dovero stata felice, o magari triste.

Uno dei miei centri era stato chiuso, laltro funzionava ancora. Rimasi un po a guardare i bambini che dipingevano, con il giovane insegnante che imitava un orso, suscitando risate. Un ragazzo in gamba: i piccoli lo adoravano. E questo è fondamentale, perché si impari con gioia.

Gettai un ultimo sguardo alla vecchia insegna, che avevano tenuto, e andai verso la fermata. Ecco la nostra vecchia casa, la piazza dove avrei voluto portare i miei figli, il parchetto dove percorrevamo insieme i vialetti.

Non so perché, ci entrai. Non volevo restare a lungo. Ma il viale mi invitava, e seguii il sentiero osservando panchine nuove e la fontana restaurata.

Un uomo era seduto lì, vicino alla fontana, a spingere lentamente un passeggino. Mi parve familiare. Feci qualche passo ancora, e lo riconobbi: era Davide. Solo allora mi resi conto di quanto fosse cambiato. I capelli, ormai quasi del tutto bianchi. Nella sua famiglia era normale, il padre pure era diventato tutto grigio prima dei quaranta. Davide era seduto scomposto, lo sguardo assente, spingendo il passeggino avanti e indietro senza guardare. Ma quello che mi colpì era il dolore che traspariva. Era come se volesse scomparire. Non potevo lasciarlo così. Lo conoscevo, sapevo come aiutarlo. Bastava che mi lasciasse fare.

Davide

Lui trasalì, abbassò la testa sulle spalle senza alzare lo sguardo.

Ciao, Cate.

Mi sedetti accanto a lui.

Come va?

Domanda stupida, fuori luogo. Mi sentii in imbarazzo, ma restai lì. Lui fermò il passeggino e finalmente alzò gli occhi su di me.

Male. Molto male.

Perché?

Ancora fuori luogo, ma il bisogno di capire mi spinse a parlare.

Perché sono solo. Perché ho buttato via tutto il bello che avevo, per una sciocchezza ho perso tutto.

Non è vero. Lo fissai, sapendo che in quel momento sarei stata disposta a riscattare gli anni perduti. Non è vero, Davide. Hai tutto quello di cui hai bisogno. Anche più di quello che hai lasciato a me.

Indicai il passeggino.

Maschio o femmina?

Una bimba. Eva.

Una moglie giovane, una bambina. Cosa manca?

Non ho più mia moglie, Cate. Camilla non cè più. Il parto è stato difficile.

Mi venne il fiato corto. Non cera più. Eppure, non riuscivo a provare risentimento. Solo una grande compassione per quella ragazza, che aveva colto la prima occasione per provare a cambiare la sua vita. Davide non era uno che beveva spesso, quella sera, a quella cena aziendale, il destino volle che proprio Camilla lo riportasse a casa. Accadde ciò che doveva. E la conseguenza dormiva ora, beata, nel passeggino che Davide spingeva avanti e indietro, per non svegliarla.

Restammo a lungo in silenzio. Poi riprendemmo a parlare, insieme, interrompendoci, incapaci di raccontarci tutto ciò che in due anni era rimasto sepolto. Eva si risvegliò per vedere le prime stelle accendersi nel cielo.

Mi alzai per guardarla, e mi fermai ad ammirarla.

Quando vedrai il tuo bambino, capirai tutto. La voce di Serenella mi echeggiò nella memoria, così forte che mi girai a cercarla.

Mezzo anno dopo, Serenella mi fece sedere nel suo studio con un bambino scuro di capelli, serio.

Matteo, sai perché sono venuta?

Per me.

Vuoi venire a vivere con me?

Non lo so. Non penso che mi prenderai.

Il piccolo mi fissava senza alcun entusiasmo. Occhi scuri, dritti, quasi spenti. Solo un piccolo bagliore, acceso alla domanda, si spense subito quando gli mostrai una fotografia.

Quello è tuo marito?

Sì.

E questa è tua figlia?

No, Matteo. Non è mia figlia.

La scintilla tornò, e questa volta non gliela lasciai spegnere.

Non è mia figlia, Matteo, ma diventerò sua madre. E anche tua, se tu lo vuoi.

Poi mi renderai indietro.

Perché?

Lo fanno tutti.

Io non sono tutti. Sai perché?

No.

Perché so cosa significa perdere tutto. Quando non resta più nulla e nessuno ti vuole bene. Fa un male tremendo.

Lo so

E sai chi è una mamma, Matteo?

No.

È quella che non permetterà mai che il suo bambino soffra ancora così tanto.

Mi prendi perché ti faccio pena?

Fissai il bambino e scossi piano la testa.

No. Non ti voglio per pena. Voglio volerti bene. Capisci? Voglio che tu stia bene. E vorrei che Eva, quella bambina, avesse un fratello maggiore. Forte e coraggioso. Che la protegga sempre. Cosa dici, ce la facciamo?

Matteo rimase in silenzio, guardandomi. Era bellissimo, con un sorriso timido e triste, e percepivo che dentro aveva un gran dolore. Mi toccò con le dita la manica del vestito.

Ti piace?

Molto.

Anche a me. Lho comprato nel momento peggiore. E da allora, ogni volta che lo indosso, mi sento meglio. Il rosso ora è il mio colore preferito.

Anche io lo trovo bello. Fece scorrere le dita sul tessuto e mi guardò. Vorrei provare.

Vedi, Matteo, noi non proviamo. Noi facciamo, perché è giusto. E non ti lascerò mai più. Ma tu devi aiutare me, perché nemmeno io so ancora fare la mamma. Ma sto imparando. Vuoi aiutarmi?

Matteo fece sì con la testa. E io, finalmente, respirai.

Passarono ancora due anni, e su un sentiero di montagna sfilava una famiglia: un ragazzo magro dai capelli scuri che sorvegliava la sorellina vivace, Eva, sempre pronta a infilarsi in qualche guaio.

Eva, lì nel bosco ci sono i lupi!

Non è vero!

Sì! E gli orsi. Grandi, affamatissimi.

La loro mamma non ha cucinato? chiese Eva.

No, la loro mamma non sa fare la pappa.

Ma la nostra sì.

Sì.

Facciamole preparare la pappa anche per loro. Così non avranno più fame.

Mamma! Eva dice che devi cucinare la pappa agli orsi!

Di semolino? chiesi, affannata, adattandomi ai loro passi.

Mamma! Eva si indignò e dimenticò la nuova scoperta fra i cespugli. Tu fai i grumi, non la sanno mangiare così!

Che furbetta! la sollevai e la baciai sul naso. Magari loro preferiscono proprio i grumi, chissà!

Dai a loro la mia domani! Eva si sistemò bene tra le mie braccia. E il miele che hai comprato ieri pure. Regalalo!

Macché! Quello lo tengo per me. E tu? Cammini o vuoi stare sempre in braccio?

In braccio! urlò lei.

Allora vai dal papà! la consegnai a Davide e carezzai i capelli di Matteo. Che dici, amico, facciamo questa pappa per gli orsi?

Mamma, io non voglio andare a casa. Mancano ancora troppe cose da vedere. Se Eva inizia a sfamare tutti gli animali del posto, resta bloccata in hotel Forse tanto meglio lasciarli affamati!

Scoppiai a ridere e mi girai.

Eva, dai, prima impariamo a cucinare bene, poi penseremo agli orsi. Va bene?

Va bene! accettò lei con la prontezza della sua età. Io e Matteo ci guardammo.

Ah, mamma! Matteo mi fece locchiolino.

Ah, figliolo! Annuii. Occhi aperti su lei. Altrimenti, oltre agli orsi, dovremmo trovare pure qualche yeti e qualche altro animale misterioso da portare a casa.

Le nostre risate riecheggiarono tra i boschi e si dispersero nellaria trasparente del mattino, promettendo una giornata luminosa alle nostre vite ritrovate.

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