Gioco senza regole
Madonna santa, Maria! Cosè successo?! Perché sei conciata così?! Chi ti ha ridotta in questo stato?! Figlia mia, non stare zitta! Il grido di disperazione di Irene riecheggiò in cucina, mentre cercava di rincuorarsi e mantenere il controllo.
Maria lasciò cadere lo zaino a terra, scivolando lungo la parete e accovacciandosi con aria sfinita. Le labbra gonfie si mossero appena e Irene riuscì a cogliere solo un sussurro:
Mamma, non urlare dammi solo un attimo mi siedo così, un minuto, e poi
Non fece in tempo a terminare. Maria scivolò su un fianco, la testa che si poggiava maldestramente sulle scarpe del nonno, e perse conoscenza.
Maria! Irene si riscosse dal primo choc e si lanciò verso la figlia.
Cercò di sollevarla, ma la pancia la intralciava e le forze le mancavano. Nella testa ronzava e per poco non si accasciò accanto a lei; si fermò giusto in tempo, rendendosi conto che non sarebbe servito a nulla. Si ritrasse, recuperò il fiato e gridò con la voce di quando era bambina, certissima che qualcuno sarebbe accorso subito:
Papà!
Il nonno di Maria, Pietro, che stava trafficando nellorto dietro casa, sentì il richiamo della figlia. Abbandonò al volo il vaso che teneva e corse verso casa, chiedendosi che diavolo potesse essere successo. Non si sentiva ancora pronto a diventare nonno per la seconda volta, e la giornata, fino a un attimo prima, era trascorsa tranquilla.
Ire, che cè?! Non ti senti bene? spalancò la porta della veranda e Irene gli si accasciò tra le braccia.
Papà, Maria chiama lambulanza, subito!
La paura si rivelò fondata. Maria fu portata via dai sanitari, ma a Irene cercarono di impedirle di salire con loro:
Signora, per favore! Sua figlia si riprenderà, guardi, si è già svegliata! Venga con noi il nonno, lei invece pensi a sé stessa! Manca poco al parto, non vorremmo ci fossero complicazioni
È mia figlia! Vengo con voi e non se ne discute!
Il giovane medico, davanti alla sua testardaggine, sospirò e le fece cenno di salire.
Venga, ma cerchi di stare calma. Non è bene agitarsi, mi raccomando! laiutò a prendere posto sullambulanza e a rannicchiarsi.
Grazie
Perché? il ragazzo aggrottò le sopracciglia.
Per la premura.
Non cè di che! Si sforzò di apparire serio, ma lo svettante ciuffo ribelle sopra la testa da ragazzino sembrava smentirlo.
Come ti senti? chiese a Maria.
Meglio. Pensate piuttosto a mia mamma, è lei che perde facilmente la calma Maria provò a sollevarsi, ma la barella sobbalzò e le sfuggì un lamento.
Che succede? Il medico si fece subito premuroso.
Nulla Solo un bernoccolo dietro la testa Mi fa male.
Ho visto. Ma non ti preoccupare! Hai detto che non hai nausea e la testa non gira. Niente commozione cerebrale, per un bernoccolo non si muore certo.
Non ci pensavo affatto! Maria sbuffò e guardò la madre. E tu, come stai?
Io? Benone, Maria! Ma vuoi spiegarmi cosè successo?
No! Maria strinse i pugni. Non voglio!
Eh, i ragazzi! Il dottore sorrise apertamente, e Maria lo fissò un attimo tra sorpresa e imbarazzo. Che cè? Ti pare che mi sia già scordato cosa si prova? Quando i nervi sono a pezzi e vuoi solo che tutti ti lascino stare almeno un istante?
Non lho detto
Ma lhai pensato. Maria, è umano! Solo che tua mamma si preoccupa per te. Sai che la mia, se fossi tornato a casa conciato così, avrebbe fatto? Mi avrebbe curato, e poi dato una bella strigliata.
Perché?!
Così, per farmi capire che un uomo risponde sempre delle sue azioni. Se prendi botte, vuol dire che non sai risolvere i problemi a parole.
Non con tutti si può parlare Maria soffiò dal naso, stringendosi per il dolore.
Porta pazienza! Siamo quasi arrivati.
Come vi chiamate? chiese Maria, intrecciando la mano con quella della madre.
Alessandro, mi chiamo.
Piacere
Ma guarda questa! Alessandro si lasciò scappare una risata scuotendo la mano di Maria. Porta la testa fracassata, eppure non dimentica le buone maniere! Bella ragazza, mi piaci!
Anche lei mi sta simpatica! abbozzò un sorriso, ma in quel momento il mezzo si fermò bruscamente e lui le porse una garza odorosa di alcool sotto il naso.
Tranquilla, tutto bene Meglio evitare altri svenimenti!
Dopo la visita li lasciarono tornare a casa col nonno Pietro, che prese sottobraccio le sue donne.
Cosa ti hanno detto, Irene?
Papà, poco. Riposo e passerà.
E lo svenimento?
Stress Irene guardò la figlia, già assopita sulle sue gambe. Papà
Dopo, Ire! tagliò corto Pietro. Non adesso. Tu come stai?
Sto bene Un po di fitte prima, mentre aspettavo i risultati, ora nulla.
Perfectto, arrivederci a casa che ti preparo una bella tisana calda e passa tutto. Devi calmarti.
Papà, ma come faccio a calmarmi? Hai visto la sua faccia?
Ho visto, sì. Ne parleremo insieme, con calma. Niente scenate. Tanto servono solo a peggiorare.
Irene sospirò.
Sapeva cosa intendesse il padre. Le crisi di nervi, costatele il rapporto con la madre.
Irene veniva da una famiglia di scrittori. Il nonno era stato poeta, il bisnonno romanziere. Anche la madre, Silvana, versificava; aveva pubblicato qualche libro di poesie e acquisito una certa notorietà. Suo spirito era leggero e delicato, così poco pratico, che le incombenze familiari ricadevano tutte sulla nonna. Lei era una donna concreta, senza fronzoli o pretese, convinta che lo scopo della sua vita fosse mettere in tavola pasti caldi e garantire lenzuola fresche. Ma pochi sapevano che per la nonna cera una missione più grande: amare. Il marito, i figli, la nuora, la nipote. Chiunque passasse la soglia di casa era accolto col cuore aperto, specialmente destate nella villetta di campagna. Sulla veranda il samovar era sempre acceso e la nonna sostituiva tazze sporche senza mai fermarsi troppo, sorridendo garbatamente ai nuovi ospiti.
Devo controllare lanatra nel forno e pensare alla torta. Parlate, che io ho da fare.
Gli amici svuotavano i piatti e restavano a dormire, appoggiando i nasi sui cuscini di lino e profumate federe inamidate. E nessuno, se glielo avessero chiesto, avrebbe saputo dire il nome di quellangelo che custodiva la pace domestica e il sonno dei suoi cari
Se nera andata che Irene era ancora piccola; tornando a casa con latte fresco appena comprato, si era sentita male accanto a una betulla e lì lavevano trovata.
Silvana, piegata dalla disperazione, dimenticò la bimba e si graffiava il viso; il padre di Irene, che solo la suocera aveva accolto in famiglia, prese la figlia e la portò dalla vicina più prossima, sapendo che nonostante la tragedia la bimba aveva bisogno di mangiare a una certa ora.
Per fortuna, una delle vicine aveva da poco partorito; Irene trovò subito una tetta accogliente e smise di piangere.
Sua madre però non si riprese mai completamente da quella perdita. Ora urlava, seduta sui gradini, ora scriveva nei suoi quaderni, dimentica della figlia che dormiva in stanza, e del marito che guidava il pullman stanco e insonne.
Il padre di Irene guidava i pullman. Si erano conosciuti dautunno. Silvana, quando salì sullautobus, quasi alla maniera di Fellini gli porse un mazzo di foglie di platano.
Le piacciono?
Pietro la fissò stupito ma cosa vuole questa? e scosse la testa.
No! Gocciolano
Piove! rise lei, e poi, zittendo i passeggeri dietro di sé, esclamò Non disturbatemi, sto trovando il mio destino!
E a quanto pare, il destino lo trovò davvero: pochi mesi dopo sposò Pietro, rifiutando di prendere il suo cognome.
Pietro, come Samsoni, dai, per favore! Io sono Lodi, resterò sempre Lodi.
Pietro non insistette. Ormai sapeva che dietro quellaria eterea, Silvana era di ferro, determinata a controllare tutto.
Pietro! squittiva lei come un campanellino, e Pietro, che non sopportava la versione vezzeggiativa del suo nome, taceva, per non incorrere nella sua ira.
Silvana lui la amava, e la madre di lei lo comprese e lo difese, anche dalle prese in giro del marito e degli ospiti.
Proletari di tutto il mondo Silvana, che scelta bizzarra!
Non capite niente! Pietro vuol dire pietra. La base di tutto! E voi? Teste fra le nuvole e niente di concreto! Senza uomini così saremmo tutti perduti nella fantasia. Portatemi rispetto, se non vi piace la mia scelta, beh fuori di qui!
Silvana, adirata, incuteva timore. E così, col tempo, nessuno osava più metter bocca. Pietro, però, non ci badava. Si occupava della figlia e si riteneva fortunato. Almeno fino a quando la suocera se ne andò così improvvisamente, lasciando in lui un vuoto immenso.
Ma non era il tempo del lutto. Doveva badare a Irene, sostenere la moglie e il suocero ormai perso dietro la perdita.
Anche il suocero se ne andò poco dopo seduto sotto la stessa betulla dove laveva vista morire e non si rialzò più.
Silvana si perse del tutto. Alternava scenate a giorni di silenzio fisso, seduta nellangolo nella vecchia poltrona, mormorando qualcosa che solo Pietro capiva: la ninna nanna composta dal padre, poi cantata dalla madre lultimo filo che la teneva legata.
Per la figlia Silvana non provava quasi più nulla; ci badava Pietro oppure la vicina di casa, Olga. Fu lei ad allattare Irene. Mentre il caos investiva la casa, Olga cucinava e accudiva la bambina. Pietro tirava avanti come poteva.
Provò a convincere Silvana a farsi aiutare dagli specialisti, ma lei copriva le orecchie e cantava. Alla fine chiamò un vecchio amico del suocero: il medico la rassicurò bisogna darle tempo, è una persona sensibile, piano piano se la caverà. Pietro lo voleva credere, ma sentì nel cuore che la speranza era vana.
Dopo qualche mese, Silvana uscì dalla villetta con un vestitino estivo e i piedi nudi, in pieno autunno; nessuno la fermò, nessuno capì. Olga la ritrovò accanto alla betulla. Laccompagnò a casa come una bambina, poi la affidò alla suocera e altre due vicine, mentre lei corse a cercare Pietro.
Pietro decise: non potevano andare avanti. Portò Silvana in clinica, dove la ricoverarono senza troppi indugi. Ormai era nelle mani dei medici.
Silvana non tornò mai più. Morì nel sonno, serenamente. Linfermiera raccontò a Pietro che aveva un sorriso dolce, proprio come un angelo.
Che cosa vedeva, secondo te, Pietro?
Non cosa. Chi.
Così Pietro rimase solo con Irene. Olga lo aiutava, la sua famiglia era vicina sia in città sia nella casa di campagna. Pietro riprese poco a poco a lavorare, affidò Irene allasilo e alle cure di Olga durante il giorno. Anche il marito di Olga era un grande amico, e nessuno guardava con sospetto quando i due sinteressavano alla salute della bambina, come veri genitori.
Irene crebbe amata e ogni tanto scambiava Olga per la mamma. Olga non la correggeva mai, anzi, le raccontava storie sulla sua vera mamma e le mostrava le foto. Era importante che almeno una volta nella vita Irene potesse dire mamma con sincerità.
Finché, a tredici anni, Olga annunciò che sarebbero dovuti andare a Firenze per il lavoro del marito. Si preparò cercando di rassicurare Pietro:
Ce la farete?
Dai, non siamo mica bambini! Pietro la prese in giro. La cucina lhai insegnata tu a Irene. E io so ancora arrangiarmi.
Hai ragione! Ma Irene ama linsalata di cavolo, ricordati di comprare cavolo!
E che ci vuole? Andrà lei al mercato. Non ha più due anni
Quando Irene tornò da scuola, li trovò in cucina che piangevano e si stringevano:
Ma dai! Unora daereo e siete di nuovo qui! borbottò. Sembra che andiate sulla luna
Eppure, la preoccupazione era fondata. Irene, a sedici anni, mostrava un carattere forte e una spiccata vena artistica. Vinceva tutti i concorsi letterari, sia in poesia sia in prosa. Pietro era orgoglioso ma anche in ansia: cercava tracce di Silvana negli occhi della figlia, a volte le trovava, a volte no. Per genio le somigliava, ma di temperamento era tutta suo padre: terra terra, decisa, sapeva cosa voleva.
E voleva solo essere amata.
Laffetto di Pietro e della famiglia di Olga, benché presente, non le bastava più. Iniziava a voler bene a tutti, abbracciava il mondo intero col cuore e cercava dagli amici reciprocità. Ma nessuno le aveva insegnato che non tutti sanno aprire lanima in risposta.
Si innamorò una sola volta, alle superiori, e fu lunica. Si sposò appena diplomata, con un compagno di scuola, e al primo anno diede alla luce una bimba. Fu Pietro, non il marito, ad andarla a prendere allospedale. Il suo ragazzo si era spaventato del carico di responsabilità, o forse fu ascoltato dai propriCe ne saranno altre come Irene, sei giovane. Non glielo disse, ma Irene capì tutto da sola.
Irene Pietro non sapeva come consolarla.
Papà, basta. Andrà tutto bene. Non serve a noi uno così. Il futuro è nostro, capisci? Vita, felicità, amore, Maria! Lui? Chissà
Sei sicura che sarà una Maria? Mica te lhanno detto
Papà, lo so. Sarà una bimba. Bella e intelligente come le Lodi, forte come i Samsoni!
Cosa restava a Pietro? Solo abbracciare la figlia e infonderle coraggio.
Sentiva i suoi pianti nel cuore della notte, parole dette al vento, tra rabbia e desiderio di calore umano. Ma tutto passò presto perché la nascita della piccola riempì la vita di impegni. Era la paura di Pietro che Irene finisse a perdersi nella tristezza come Silvana ma Irene non cedette.
Per la dimissione arrivò Olga, lasciando casa, marito e una figlia in preparativi di nozze.
Mamma Olga, ma perché tutto questo? Irene piangeva tra le sue braccia.
Ma scherzi! Sono nonna, devo aiutare!
Giusto! Papà si spaventa di Maria!
Perché mai?
Ha dimenticato comè!
Ma dai! Pietro, ti sei fatto piccolo piccolo!
Eh, che dovevo fare? Pietro si arrampicò goffamente, ma presto prese la nipote in braccio con maestria e poi fece locchiolino alla figlia.
Papà, tutto parte di un piano per farmi sentire mamma? Irene si asciugò le lacrime col muso arricciato di quando era bimba.
Cosaltro volevo fare? Non sapevo come
Olga prese la piccola perché la sapeva gestire meglio, e Irene si mise a farle domande, osservando quei gesti sicuri e noti.
Non è un mistero, cara mia! Ricorda: una mamma sa sempre se il proprio bambino sta bene o meno. Ascolta sempre tua figlia: ti dirà tutto. Tu devi solo aiutarla a essere felice.
Ripensava proprio a queste parole Irene, mentre stringeva Maria ormai addormentata e si tormentava sul mistero che aveva turbato così tanto la sua bambina.




