Katia, tesoro, andresti al panificio a prendere un po’ di pane? – lo sguardo annebbiato della signora di quarantacinque anni non riusciva più a mettere a fuoco la figura minuta della bambina di sette anni

Ginevra, andresti al panificio a prendere un po di pane? lo sguardo annebbiato di mia madre, una donna di quarantacinque anni, non riusciva già più a mettere a fuoco la sagoma magra della mia bambina di sette anni, che inghiottì a fatica solo sentendo nominare il pane.
Certo, mamma
Lei aspettava paziente, in attesa delle monete che la mamma rovistava tra le tasche, quelle stesse monete che avrei poi consegnato alla signora Lucia, la proprietaria del piccolo alimentari sempre aperto sotto casa nostra a Torino. Lucia mi vedeva entrare con quellaria affamata, chiedeva sempre come stavo e, tra uno sbuffo e laltro, mi passava una pagnotta profumata; a volte, con un sorriso triste, mi infilava in mano una cioccolatina al latte o una manciata di caramelle.
Guarda che sfortuna per questa bambina è proprio una delizia, chissà comè che cresce in mezzo a sti ubriachi, mormorava Lucia dietro al banco, sorseggiando caffè solubile.
Così, Ginevra correva a casa, trattenendo il respiro per non lasciarsi tentare dallaroma irresistibile della crosta appena sfornata. Se si era comportata bene, mamma le dava sempre un pezzo di crosta, e sopra il pane le appoggiava qualche acciughina sottolio, lolio andava a inzuppare il mollica tenera. Ginevra mangiava piano, un pezzetto alla volta, gustandosi quella semplicità come fosse un tesoro. Però, a giudicare dalle bottiglie schierate in cucina, per cena non cera da aspettarsi altro. Ormai lo sapeva: la priorità era non farsi trovare in giro per casa, altrimenti suo padre rischiava di scaldarle la faccia con uno schiaffo se si metteva sulla sua strada. Lultima volta le aveva suonato tanto forte che la testa le era rimasta dolorante per due giorni, col sangue dal naso che andava e veniva.
Quando uscì dal portone, stringeva ancora tra le mani un pezzetto di pane e una acciuga intera. Nonostante il caldo precoce di primavera, Torino era stranamente silenziosa, la gente girava poco. Qualcuno suonava una musica allegra da una finestra, e in fondo alle tasche Ginevra aveva nascosto due cioccolatini. Si sentiva bene. Le piaceva camminare così per strada, senza freddo. Se poi si fosse sentita sola, avrebbe potuto sempre passare da zia Lucia, che di sicuro lavrebbe invitata per un caffè zuccherato con un po di panna.
Ginevra guardava le finestre illuminate e sognava che un giorno avrebbe avuto unamica con cui parlare dei suoi pensieri, con cui condividere i sogni, con cui passeggiare in silenzio quando non poteva rientrare a casa.
Un lamento, però, proveniente dalla siepe vicino ai cassonetti, la fermò. Si avvicinò piano, scostando un mucchio di stracci maleodoranti. Dentro una scatola da scarpe sfondata, un minuscolo gattino tigrato la osservava con occhi lucidi e miagolava piano. Ginevra protese la mano e il gattino si mise a leccarle avidamente le dita, attirato dal profumo delle acciughe. Ginevra rise sentendo il solletico della linguetta ruvida.
Hai fame, vero? Ma guarda cosa ho per te! disse seria, porgendo al gattino tutta lacciuga e infilando lultimo pezzetto di pane in bocca.
Mangia pure, gli sussurrò.
Da vero predatore affamato, il gattino si gettò su quel regalo mangiando a grossi bocconi e soffiando se tentava di accarezzarlo.
Calma, mangia piano, se no ti viene mal di pancia! Fidati, lo so bene, gli sorrise.
Vuoi venire a vivere con me? Ti chiamerò Tigrotto. Divideremo sempre tutto, ogni giorno, te lo prometto, lo sollevò tra le braccia, leggero come una piuma, e se lo infilò sotto la giacca.
I lampioni, gialli come il miele di maggio, illuminavano il marciapiede dove camminava la bambina chiacchierando animatamente, con la testolina del micetto che faceva capolino tra i bottoni della giacca.
***
A casa regnava il silenzio. In cucina, solo bottiglie vuote, piatti sporchi e una montagna di cenere nel posacenere. Il boiler borbottava, le lancette dellorologio ticchettavano senza fretta. Ginevra si sedette e mise Tigrotto sul tavolo; lui, spaesato, annusò un bicchiere vuoto.
No, Tigrotto, non farlo! Quella roba è brutta davvero, non fa bene spiegò stringendolo forte al viso, quasi a proteggerlo. Il micio, felice, le posò le zampette morbidissime sul naso, come a rassicurarla: «Non preoccuparti, ci sono io con te!»
Quella notte Ginevra dormì serena: sognò qualcosa di buono, dolce come il gelato alla banana e le crostatine alle ciliegie. Tigrotto le faceva compagnia, raggomitolato al suo fianco, ronfando una ninnananna tutta per lei.
La mattina seguente, però, il padre la trovò col micio in braccio ed esplose, urlando che quellanimale non doveva più mettere piede in casa. La mamma, con la voce roca, fumando lennesima sigaretta e tenendo in testa un asciugamano bagnato, le chiese di portare il gatto via per evitare guai.
Ingollando lacrime di rabbia, Ginevra uscì con Tigrotto stretto tra le mani, sedendosi giù, sul portone. Non sapeva dove lasciarlo, e non riusciva nemmeno a pensare di abbandonare quellamico appena trovato vicino alla spazzatura. Piangendo, si trascinò fino al negozio dalla signora Lucia. Balbettando, spiegò tutto, la supplicò di tenerlo lì, promettendo che sarebbe passata ogni giorno a nutrirlo e a giocare con lui. Lucia, insieme alla collega Ornella, non riuscì a dirle di no e fece posto al piccolo Tigrotto nel retrobottega. Gli misero come rifugio un vecchio maglione consunto e una vaschetta di plastica tagliata, delle sue amate acciughe.
Per tutta la primavera e lestate Ginevra andava a coccolare il suo Tigrotto, a cui regalava di nascosto le briciole della pagnotta, anche se a casa, quando se ne accorgevano, la sgridavano e ogni tanto la picchiavano. Ma a lei bastava, perché un vero amico è tutto. Passava le ore a confidarsi con lui, Tigrotto si raggomitolava sulle sue ginocchia magre e socchiudeva beato i suoi straordinari occhi lilla. Lucia, una volta che stava riempiendo la ciotola al micio, si bloccò stupita:
Ma guarda che meraviglia di bestia! Ma hai visto che occhi? Ornella, vieni qui! E tutte e due le commesse si persero ad ammirare i suoi occhi profondi, pieni di calore e comprensione; Tigrotto, sornione e soddisfatto, ricambiava con fusa rumorose.
Quando arrivò lautunno, Tigrotto era diventato un autentico principe: un magnifico gattone dal pelo folto, con occhi fiabeschi. Più di una volta i clienti avevano provato a portarselo a casa, ma lui non si lasciava nemmeno avvicinare: aspettava solo la sua padroncina.
Un giorno Ginevra non si fece vedere per qualche giorno. Niente corse al panificio, nulla. Lucia cominciò a preoccuparsi: magari era ammalata. Arrivò infine, pallida, con lividi ormai giallastri sulle guance, una crosta scura sul labbro. Le commesse la guardarono spaventate.
Sono caduta, tagliò corto.
Ma dietro il negozio, piangendo col viso gonfio appoggiato al morbido pelo di Tigrotto, si confidò a lungo col suo fedele amico, addormentandosi stringendolo forte. Lucia la prese con delicatezza e la portò sul divanetto del magazzino, coprendola con una vecchia coperta. Preoccupata, chiamò il maresciallo Niccolò, il loro carabiniere di quartiere, che però sospirò soltanto, dicendo che per dimostrare i maltrattamenti servivano prove e poi no, non andava a mettersi contro quegli alcolisti. Lucia pianse: le si stringeva il cuore per quella bambina che non poteva aiutare davvero. Non aveva figli e tante volte nella vita aveva desiderato avere una figlia come Ginevra.
Tigrotto passò la notte girando intorno al divano, leccandole ogni tanto la faccia, ma poi sparì. La bimba dormì lì in negozio, nessuno venne a cercarla. La mattina dopo Lucia le portò pane imburrato e tè dolce, poi le chiese di aiutare Ornella dietro al bancone, perché lei doveva uscire per una faccenda importante. Ginevra accettò con gioia. Ma mentre Lucia si avviava verso casa mia, poco distante, si trovò davanti Niccolò.
Ehi, dove stai andando? Qua è successa una tragedia, è meglio che non passi. Senti, non è che hai visto la figlia degli Anselmi stanotte?
Ginevra? Ma chi è stato ammazzato? Lucia si guardava attorno, ansiosa, verso la nostra palazzina.
I suoi genitori. Probabilmente tra di loro, roba triste ora dobbiamo trovare la bambina, speriamo non sia stata portata via da qualcuno.
No, no, è qui da me in negozio. Sta bene. Ma chi li ha ammazzati?
Mah, sempre i soliti compagni di sbronza, figurati Lucia, ascolta, potresti tenerla qui qualche giorno? Giusto il tempo di capire se ha dei parenti, per non mandarla subito in istituto. Sai, appena finiamo le scartoffie compare sempre qualche vecchia a reclamarla.
Certo, non cè problema, rispose Lucia, il cuore che le batteva forte, emozionata e sollevata per Ginevra. Del resto dei suoi genitori, nemmeno le dispiaceva. Scappò subito in negozio.
Ornella e lei decisero di non dire nulla alla bambina: si limitarono a raccontare che la mamma aveva dato il permesso di restare a dormire da zia Lucia per qualche giorno. Ginevra era tutta felice e domandava se avrebbero insegnato anche a lei a usare la cassa.
Da quel giorno Tigrotto non si fece più vedere. Ginevra lo cercò per settimane, girando tra i bidoni dove laveva trovato, ma nulla, la ciotola restava sempre piena e intatta.
Lucia si prese cura di Ginevra come nessun altro aveva mai fatto, temendo il giorno in cui sarebbero venuti a portarla via. Un giorno trovò il coraggio di andare in Comune per chiedere laffidamento, ma le dissero che non era idonea: sola, senza marito, con un lavoro notturno. Ogni volta tornava sconfitta, ma non si arrendeva mai. Così passarono due mesi. Ginevra si abituò a stare con Lucia, imparò a cucinare due uova al tegamino e a leggere le etichette delle confezioni per farle piacere quando tornava stanca la sera.
Il 3 novembre, giorno della prima neve, Ginevra compì otto anni. Spense le candeline colorate su un pan di miele comprato in negozio e, rivolgendosi a Lucia disse:
Voglio che tu sia sempre la mia mamma, che viviamo sempre insieme! e la strinse in un abbraccio entusiasta.
Anche io sogno solo questo, Ginevra cara, mormorò Lucia con le lacrime agli occhi.
Bussarono alla porta. Nessuno si aspettava ospiti. Sulla soglia apparve un giovane distinto.
Buonasera, sono dellUfficio tutela minori del Comune di Torino. Ho visto la sua pratica, sono venuto a conoscervi di persona, disse allungando la mano.
Oh, si accomodi pure, non stavamo aspettando nessuno, Lucia lo fece entrare in cucina.
Un tè? Zia Lucia ne ha comprato uno buonissimo, sa? Sa proprio di frutti tropicali, non credo labbia mai assaggiato, propose Ginevra, porgendogli una tazza con aria fiera.
Il funzionario sorrise:
E questo dolce è tuo? domandò.
Sì! Ho compiuto otto anni e lanno prossimo andrò a scuola! disse annuendo con importanza.
Ottimo, ti troverai bene. E qui stai bene? Raccontami un po, il giovane prese una fetta di dolce.
Sto bene, rispose lei tutta contenta.
Continuarono a parlare a lungo, gustandosi pan di miele e tè aromatico, tra sorrisi e confessioni. Lucia li fissava, sognante, il capo abbandonato sulla mano.
Devo andare, purtroppo, il giovane si alzò, tirò fuori una cartellina spessa dal suo borsone.
Ecco Lucia, domani vada in tribunale col tutto, chieda della segreteria e faccia domanda. Non si preoccupi: è una formalità. Poi potrà portare a casa con sé Ginevra.
Portarla via? Lucia rimase senza parole, senza sapere come ringraziare quelluomo. Ginevra si lanciò ad abbracciarlo gridando:
Grazie! Grazie! Grazie!
Grazie, sussurrò Lucia, trattenendo le lacrime calde di felicità.
Abbiate cura di lei, aggiunse il giovane, fissandola profondamente.
Lucia si bloccò: quegli occhi profondi e lilla erano gli stessi di Tigrotto, pieni di calore e di comprensioneQuando la porta si richiuse dietro il funzionario, un silenzio carico di gioia gonfiò la cucina. Lucia e Ginevra restarono abbracciate senza parlare, ascoltando il battito luna dellaltra, come a imprimere per sempre quel momento nei cuori. Fuori i fiocchi di neve cadevano lenti, e ogni tanto il loro riflesso illuminava la finestra come una promessa.

Ginevra chiuse gli occhi e sussurrò piano: Non vado più via, vero?
Lucia la strinse ancora più forte. Mai più, tesoro. Adesso sei davvero a casa.

Quella sera prepararono insieme una cena speciale: minestrone caldo, pane fresco e una ciotolina dacciughe, proprio come piaceva a entrambe. Mentre ridacchiavano per il troppo pepe, un rumore leggero bussò alla porta sul retro. Ginevra, con il cuore che batteva veloce, corse ad aprire. Sul gradino buio della dispensa, un grosso gatto tigrato la guardava serio con occhi lilla, il pelo coperto di brina. Tigrotto! Con un balzo si lanciò tra le braccia di Ginevra, che lo sommerse di baci e carezze.

Lucia li osservava commossa dalla porta della cucina, mentre il tepore del focolare scioglieva la neve sui vetri. Ginevra guardò Lucia, Tigrotto accolto sulle sue ginocchia, e sorrise luminosa come una finestra accesa dinverno. Sapeva che la sua famiglia era proprio lì, intorno a quel tavolo, che nessuna paura era più grande dellamore che li riuniva.

Nella notte, con la neve che cadeva fitta, nel piccolo negozio di quartiere si sentiva solo un lieve rumore di fusa e il ticchettio della felicità che finalmente aveva trovato casa.

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Katia, tesoro, andresti al panificio a prendere un po’ di pane? – lo sguardo annebbiato della signora di quarantacinque anni non riusciva più a mettere a fuoco la figura minuta della bambina di sette anni
I miei compagni di classe ridevano di me perché sono la figlia del bidello, ma al ballo di maturità sei mie parole li hanno fatti piangere