Tu sei il mio mondo

15 ottobre

Oggi, come ogni sera, ho trovato un momento per scrivere qualche riga su queste pagine. Mi ritrovo spesso a riflettere quando la casa è silenziosa, dopo che Margherita si addormenta nella sua cameretta, abbracciata al coniglietto di peluche che la zia le ha regalato. Sembra sempre un piccolo angelo, con il viso rilassato e le ciglia che proiettano ombre delicate sulle guance paffute. I capelli castani sparsi sul cuscino, la bocca socchiusa, respira piano. Mi fermo vicino al suo lettino, come ogni notte, osservandola in silenzio. In questi momenti mi sembra davvero il tesoro più grande che la vita mi abbia lasciato.

Fuori dalle finestre di casa nostra, a Modena, il crepuscolo abbraccia il vicolo con una tranquilla malinconia. Le luci dei lampioni iniziano a riflettersi tra le foglie del tiglio davanti al balcone, e il cielo si ricopre lentamente di stelle. Una città come tante, la mia, eppure ora mi sembra il mio intero universo.

Ripenso spesso a tre anni fa, quando la casa era ancora piena del sorriso di Ilaria. La sua voce allegra risuonava ovunque, riusciva a portare buonumore anche nelle giornate più storte. Ricordo come mi stringeva la spalla mentre mi passava accanto e come bastava uno sguardo per far capire che niente di male poteva toccarci. Ora di tutto ciò restano soltanto ricordi, tenuti vivi da Margherita, nostra figlia. Lei mi obbliga a guardare avanti, a non cedere, anche quando la stanchezza vorrebbe avere la meglio.

Ilaria si è ammalata in silenzio, quasi di nascosto. Allinizio sembrava solo affaticata, ho lavorato troppo continuava a ripetere. Poi sono iniziati i mal di testa: colpa di poco sonno, diceva. Abbiamo consultato diversi specialisti, fatto mille esami, senza mai capire. Quando finalmente è arrivata una diagnosi chiara era ormai tardi. Non ci ho pensato due volte: ho lasciato il lavoro in banca, anche se tutti mi sconsigliavano, e ho iniziato a passare le giornate tra corridoi dospedale, sale dattesa e medici. Orgogliosamente posso dire che i risparmi messi da parte per la macchina nuova ci hanno dato un minimo di sicurezza, almeno per i primi tempi.

Accompagnare Ilaria alle visite, stare con lei, tenerle la mano durante i momenti più bui è stato, per mesi, il mio unico compito. A casa le leggevo i romanzi che lei adorava, anche quando la fatica la costringeva in letto. Ogni giornata era una sfida, ma è stato quellamore, quella dedizione, che mi ha fatto capire cosa significa veramente amare qualcuno: restare, anche quando tutto sembra perduto; non mollare, anche se le forze mancano.

Da quando Ilaria se nè andata, la mia vita si è come bloccata. Le giornate uguali una allaltra, una successione di mattine sfocate dal sonno e notti piene di pensieri. Tutto quello che riuscivo e riesco tuttora a fare è concentrarmi su Margherita: darle calore, certezze, farle sentire che papà non la lascerà mai sola.

Poco dopo i funerali, è arrivata mia suocera, la signora Lucia. È piombata in casa con quellaria risoluta, osservando la stanza giochi sparsi, i piatti nel lavello, il letto sfatto… e mi ha detto senza tanti giri di parole: Andrea, devi riposare. Porto Margherita da me, tu non ce la fai così. Aveva la voce ferma, da persona abituata a prendersi le responsabilità degli altri sulle spalle.

In quel momento avevo in grembo il plaid di Margherita, guardavo mia figlia dormire e sentivo la gola stretta. Ho risposto piano, senza alzare la testa: No. Margherita resta con me. Il tono non ammetteva repliche. Lucia si è avvicinata, ancora più preoccupata, e ha tentato di farmi capire le sue ragioni: Guarda come sei ridotto! Hai bisogno di aiuto, la bambina ha bisogno di stabilità, qui cè solo disordine

Mi sono girato verso di lei, trattenendo il fiato. Nei miei occhi cera un dolore immenso, ma anche una determinazione che nemmeno io sapevo di avere. Ho detto: Sono suo padre. Sono io che devo crescerla. Ilaria avrebbe voluto così. Le ho promesso che staremo insieme e manterrò la parola, sempre.

Lucia mi ha solo guardato per qualche secondo, poi ha sospirato e ha lasciato cadere le braccia. Non ha più insistito. Se hai bisogno, chiama. A qualsiasi ora. Lo sai, ha sussurrato, prima di lasciare la stanza.

Dopo che la porta si è chiusa, nella casa è tornato il mio silenzio consueto, rotto solo dal respiro regolare di Margherita. Mi sono riavvicinato al suo lettino, le ho stretto la piccola mano fra le mie, e il calore della sua pelle mi ha ridato per un attimo pace. Ho capito in quegli istanti che tutta la mia vita ora era per lei: farle sentire lamore che sua madre sapeva dare, non farle mancare mai niente.

Allinizio tutto era nuovo, a tratti spaventoso: cambiare il pannolino senza farla piangere, consolarla nel mezzo della notte, cucinare qualcosa che mangiasse volentieri oltre la frittata, finalmente. Ogni gesto era una sfida, una piccola conquista.

Mi sono affidato a internet per ricette, consigli dallevamento, e a mia madre per quei trucchi che solo le nonne sanno. Ho imparato a piegare i vestiti piccoli di Margherita, a scaldare il biberon alla temperatura giusta, a cucinare risottini e minestre deliziose. La sera, prima che si addormentasse, le cantavo ninnananne dolci, o le raccontavo fiabe inventate. Quando è cresciuta, ho anche imparato ad intrecciarle le treccine: quanto mi sono incartato le prime volte, con quelle ciocche fini come fili doro!

Ora che ha quattro anni, Margherita è uno scricciolo allegro, pieno di vitalità; ride forte, mi riempie la casa di domande e di chiacchiere. Il suo sorriso è la mia ricompensa più preziosa. Quando mi abbraccia, o ride per una delle mie storie buffe, tutto acquista un senso nuovo.

***

Un pomeriggio mi trovavo in salotto, la mente persa nei ricordi di quando con Ilaria avevamo preparato la cameretta della bimba, sghignazzando sui nostri goffi tentativi di avvolgere le fasce per neonati. Quei sogni, le speranze… Stentavo a realizzare che gran parte erano rimaste solo immagini, quando allimprovviso la voce squillante di Margherita mi ha richiamato alla realtà: Papà! Giochiamo insieme?

Il sorriso è spuntato da solo, incontenibile. Lho sollevata e le ho dato un bacio sulla testa. Va bene, principessa. Cosa vuoi fare?

Lei ha saltellato di gioia: Facciamo finta che io sia la regina, tu il cavaliere!

Così abbiamo iniziato a costruire un castello con i mattoncini colorati in salotto. Draghi, fate, cavalieri, maghi: tutto prendeva forma nei racconti che mi inventavo, mentre Margherita mi correggeva aggiungendo sempre qualche tocco personale. Guardando il suo visino acceso dallentusiasmo, mi sono detto: Ilaria, saresti orgogliosa di noi. Questa consapevolezza mi ha riscaldato il cuore.

A metà mattinata, preparando la borsa per la passeggiata, ho raccolto i giochi preferiti di Margherita, una bottiglietta dacqua, fazzolettini e vestiti di ricambio. Appena Margherita ha intuito che saremmo usciti, si è precipitata a infilarsi il suo giacchino e si è impuntata: Faccio da sola! Lho aiutata con calma, lasciandole lautonomia di cui va tanto fiera.

La piazzetta sotto casa era, come sempre, piena di bambini e nonni chiacchieroni. Riconosco ormai tutte le mamme del quartiere: alcune mi guardano con curiosità, altre con una dolente benevolenza, come se sapessero la mia storia.

Non faccio caso ai sussurri, non mi importa più di ciò che pensano. Ai miei occhi conta solo Margherita, la sua serenità. Mentre fa torte di sabbia nella sabbiera, la osservo affascinato dai suoi gesti meticolosi. Solleva il primo dolce e mi domanda con orgoglio: È bello, papà? E io, sincero: Bellissimo, sembra del forno di nonna!. Lei scoppia a ridere.

Poco dopo vengo avvicinato da una mamma del quartiere, Silvia, gentile, dal modo rassicurante. Ha con sé un bimbo della stessa età di Margherita. Ciao, sono Silvia. Ti vedo spesso qui, la tua bimba ha una bella energia, mi dice sorridendo. Le spiego, con naturalezza, che siamo solo io e la piccola da ormai tre anni. Lei abbassa lo sguardo, quasi mortificata di aver chiesto, poi dice con calore: Bravissimo che te ne occupi così. Davvero. Continua raccontando che il suo ex marito non porta il figlio neppure nei fine settimana, e che molti padri non sono in grado di fare tanto. Io ascolto in silenzio, preferisco non confrontare il mio percorso con quello degli altri.

Silvia mi propone una passeggiata tutti insieme al parco. Ai bambini farebbe piacere, anche a noi. Insieme si affronta tutto meglio, mi sorride. Apprezzo la sua gentilezza, ma sento che non è il momento. Declino con sincerità: Grazie, ma ora la priorità è Margherita. Voglio dedicare tutto a lei.

Silvia non insiste, capisce al volo. Se cambi idea, io sono sempre qui, rassicura, tornando a sedersi. Osservo di nuovo Margherita, intenta a mostrare i suoi dolci di sabbia: Questi sono per te!, esclama entusiasta. Il suo amore mi riempie il cuore. Mi immagino Ilaria lì con noi, a sorridere davanti alla felicità della nostra bimba.

La sera scorre in silenzio, tra la preparazione della cena e i rituali che danno sicurezza: il bagno caldo, la favola della buonanotte la sua preferita parla di una regina coraggiosa che vince la paura con la fantasia. Quando Margherita si addormenta, mi concedo una tazza di tè e tiro fuori il vecchio album di fotografie. Sfoglio piano: ecco Margherita appena nata, ecco Ilaria con il volto stanco ma radioso, noi tre al parco con la carrozzina. Su uno scatto, Ilaria tiene la nostra figlia tra le braccia: sorride in modo sereno, profondo, mentre Margherita, piccolissima, pare accennare il primo sorriso della sua vita.

Mi ritrovo a parlare a quella foto: Ce la stiamo facendo, Ilaria. Faresti il tifo per noi anche adesso, vero?

Fuori piove, le piccole gocce trasformano la città in una melodia familiare. Sento il profumo di casa, la sicurezza della routine. Domani sarà un nuovo giorno, fatto di colazioni dove Margherita vuole il latte con il cacao e biscotti, dei suoi perché senza fine e delle corse nei corridoi. E questo, penso ogni sera, basta davvero.

***

Nei mesi successivi la vita è andata avanti. I giorni tiepidi di settembre a poco a poco hanno lasciato il posto allaria tagliente dellautunno. I marciapiedi si sono coperti di foglie, le piogge hanno portato nuovi colori sul viale. Nonostante il freddo, non ho mai rinunciato a portare Margherita a spasso: ora sotto il piumino e con berretto fatto a mano da nonna Lucia.

Una mattina, rientrando a casa, sento una voce dietro di noi: Andrea!. Mi volto, riconosco Lucia la madre di Ilaria. È arrivata trafelata, stringendo una grossa busta. Ho portato un maglione per Margherita e qualche libro di fiabe nuove. E… il tuo dolce alle mele preferito!

Nonostante i nostri rapporti a volte siano rimasti formali, sento che Lucia sta sforzandosi di essere vicina a noi. Margherita balza accanto a lei, esultante per le novità. Lucia le porge una nuova cuffia, calza e maglioncino: Così non prenderai freddo, piccina. Poi si sistema accanto a me per il tè. Osserva come mi muovo in cucina, come ascolto Margherita raccontare le avventure del peluche, e si intenerisce.

Mi guarda e sussurra: Volevo chiederti scusa, Andrea. Per le parole dette laltra volta, subito dopo… laddio a Ilaria. Avevo paura, per te e per Margherita. Avevo paura che tu non ce la facessi. E invece… ce la stai facendo, molto meglio di quanto pensassi.

Prendo qualche istante per rispondere, le sue scuse mi fanno bene. Spiego: Io cerco solo di essere il padre che Margherita si merita. Voglio che senta sempre la presenza di Ilaria nella nostra vita.

Lucia sorride commossa, si asciuga una lacrima e propone: Vorrei vedere Margherita più spesso, magari portarla con me qualche volta nel fine settimana. Vorrei che si sentisse parte della famiglia, di entrambe le famiglie.

Guardo in direzione della sala, dove Margherita sfoglia con entusiasmo le nuove fiabe. Sento che forse è il momento giusto. Va bene, proviamo. Ma lasciamo decidere anche a lei, rispondo. Margherita coglie tutto al volo e grida: Sì! Nonna, domani mi racconti una fiaba nuova?

Così, ritrovarmi cullato da questa pace mi regala un senso di equilibrio, che non provavo da tempo. Aver accettato laiuto di Lucia non significa perdere qualcosa, ma arricchire la vita di Margherita.

Quella sera, accanto al letto della piccola, stringo una foto di noi tre. Maria, la mamma ci sta guardando dallalto, vero? mi domanda con la voce impastata dal sonno. Certo, le rispondo, è vicino a te quando ridi, quando giochi, quando sogni Lei sorride, si stringe forte la copertina addosso e sussurra: Io le voglio bene. E anche lei a te, più di tutto al mondo, le rispondo. Poi si addormenta sognando, lasciandomi con il cuore leggero e un filo di malinconia.

Scendo in cucina, accendo il bollitore per il tè e mi siedo davanti alla finestra. Giù, nel cortile, comincia a nevicare: fiocchi timidi si posano sulla ringhiera e sui rami del tiglio spoglio. Penso al tempo passato, ai primi passi di Margherita, ai miei errori, alle mie incertezze. Eppure ora, guardando la città bianca di neve, mi sento in pace. Non sostituisco nessuno, non cerco di essere perfetto. Sono solo il suo papà, quello che cè sempre, che cucina i suoi piatti preferiti, che aggiusta i giocattoli, che legge le favole e lascolta anche quando non ha risposte.

Prendo il mio vecchio taccuino e aggiungo una riga:

15 ottobre. Margherita ha fatto il nodo ai lacci delle scarpe da sola per la prima volta. Orgogliosa mi ha detto: Sono grande, ma sono sempre la tua bambina. Ho sorriso tutto il giorno.

Chiudo il quaderno, sorrido. Domani ci sarà tempo per mangiare biscotti a colazione, per nuove domande, per altri castelli fatti di cuscini. Ci sarà spazio per il suo pianto e per i suoi Ti voglio bene, per le corse nel corridoio e i sogni ad occhi aperti. Questo è quello che conta: vivere ogni giorno insieme, con amore.

E oggi sono grato che sia proprio questo, il mio piccolo mondo.

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