Semplicemente uno sconosciuto

Semplicemente uno sconosciuto

Giulia non vedeva lora che il fidanzato uscisse dallappartamento. Non appena la porta si richiuse, si voltò verso la madre con lo sguardo acceso dallemozione.

E allora? Vi è piaciuto? Ditemelo, è incredibile, non trovate? Accanto a lui mi sento al sicuro!

Era lì, al centro della sala, il mento appena sollevato, come se già si vedesse moglie di quelluomo. La sua voce trasudava speranza, quasi certezza che la madre avrebbe condiviso il suo entusiasmo.

Marina, seduta sulla poltrona con una rivista tra le mani, la osservava con calma, le spalle sollevate in lieve esitazione:

La scelta è la tua. Esteticamente non si discute, è educato e con delle ambizioni. Se guadagna quanto racconta, potrebbe essere un buon partito Ma, Giulia, lultima parola spetta a te.

Il volto di Giulia si illuminò di un sorriso così sincero, così pieno, che pareva una stanza accendesse la luce in un attimo. Saltellò sulla punta dei piedi:

Lo sapevo che mi avresti capita!

Poi si rivolse verso il patrigno seduto nella poltrona accanto, il telefono in mano. Lui chiuse il giornale con calma, e fissò Giulia in attesa.

E tu? chiese lei con impazienza Voglio sentire il parere di un uomo.

Ettore fece un sorriso ironico, appoggiandosi allo schienale. Le parole parere di un uomo suonavano come una presa in giro. Conosceva troppo bene Giulia, sapeva che lei ascoltava solo quando il parere confermava le sue idee.

Il tuo Stefano è vanitoso, egocentrico e interessato solo al denaro, dichiarò in tono piatto, quasi indifferente. Lo dipingi perfetto, ma ti sfuggono difetti evidenti. Legarti a lui ti pentirai amaramente tra qualche anno.

Le sue parole caddero come vetro sulla ceramica. Regnò il silenzio, spezzato solo dal ticchettio dellorologio grande appeso alla parete. Ettore non aveva pudore nel dire le cose come le pensava: Giulia meritava la verità, anche quando faceva male.

Giulia sinfuocò allistante. Le guance le si tinsero di rosso, e negli occhi balenò quella scintilla di orgoglio che si accendeva ogni volta che qualcuno osava criticare le sue scelte. Non sopportava i dubbi, soprattutto se provenivano da persone che riteneva ormai fuori dalla sua vita.

Certo, tu che sei uno psicologo! sbottò, incrociando le braccia Sei tu, ovviamente, che decidi come devo vivere e chi amare!

Ettore nemmeno si scompose. Dopo tanti anni con lei, aveva imparato che i suoi scatti erano parte della sua indole. Tranquillo, senza ombra di disappunto, rispose:

Ne capisco di più, sì. Anche se hai già compiuto ventanni, ragioni ancora come una ragazzina. Basta vedere che amici frequenti: della gente poco affidabile, persone che ti ingannano o ti abbandonano alla prima difficoltà. Non fare scelte avventate.

E aveva ragione. Tutte le esperienze passate lo confermavano. Giulia aveva amici che la deludevano, che portavano via soldi di nascosto, che sparivano al primo battibecco. Fidava subito, quasi mai coglieva la vera indole delle persone dietro alle promesse o alle facili risate.

Solo unamica le era stata realmente vicina: la stessa che stranamente condivideva i dubbi di Ettore. Più volte le aveva suggerito, in toni delicati, che Stefano non fosse poi così trasparente. Ma Giulia si ostinava a non ascoltare. Stefano restava il suo ideale: forte, sicuro, promettente. Il resto non contava.

Non capisco la gente?! È davvero questa la tua opinione?! la voce si fece più acuta, vibrante di offesa. E allora perché ti ho chiesto qualcosa? Chi sei tu, se non solito corteggiatore di mamma capitato qui più a lungo degli altri? Sei un estraneo! Nessuno mi darà ordini!

Parlava veloce, trascinata dalle emozioni, quasi senza filtrare le parole. In quel momento, le sembrava che fosse lunica via per difendere le sue scelte e il suo diritto a una vita autonoma.

Ettore non ebbe fretta a replicare. Abbassò gli occhi, come a raccogliere i pensieri, poi la guardò dritto. Nei suoi occhi, nessuna rabbia. Soltanto una tristezza pesante.

Ti ho cresciuta da quando avevi cinque anni, disse con voce bassa ma ferma, ogni sillaba carica Ti aiutavo a studiare, ti portavo ai giardini, ti insegnavo le cose della vita. Ora sono un estraneo? E allora perché mi hai chiamato papà per tutti questi anni?

La sua voce tremò solo un momento, poi si riprese. Era chiaro che quellargomento gli faceva male non trovava mai le parole giuste per ricordare il passato, eppure adesso tacere diventava impossibile.

Giulia restò immobile, la risposta pronta sulle labbra, ma qualcosa la fermò. Sbirciò altrove, come se cercasse conforto negli oggetti familiari attorno.

Perché mamma me lha imposto! esplose alla fine, stringendo le labbra in una linea dura. In mente le balenò limmagine del padre biologico una figura sempre assente, mai realmente coinvolta nella sua vita. Lui era inaffidabile, non cè dubbio, ma era mio padre. Tu semplicemente sei nessuno.

Le sue parole scattarono secche, forse persino crudeli. Ma Giulia avvertì subito una fitta profonda nel petto: sapeva bene che quella non era la verità, o almeno non tutta la verità. Nel profondo, Ettore era stato davvero un padre. Sempre presente, senza titoli. A volte, molto più di sua madre.

Ma ora il rancore per le sue critiche la travolgeva. Non voleva ammettere che le parole di Ettore le pesavano anche perché sapeva fossero vere. Ladolescenza era stata un continuo conflitto con lui: Non tornare troppo tardi, Quei ragazzi non fanno per te, Prima i compiti, poi il resto. Con il tempo le richieste si erano fatte sempre più pressanti. Ettore seguiva i suoi orari, chiedeva chi frequentasse, insisteva sugli studi.

Giulia viveva tutto come uninvasione. Si sfogava con la sua amica, che la tranquillizzava: Fanno così tutti i padri. È solo affetto. Per Giulia, Ettore era solo luomo con cui viveva sua madre, non aveva titolo sul suo destino.

Marina, la madre, era molto diversa. Premurosa, sì, ma con molta meno invadenza. Non interrogava Giulia sulle amicizie, non controllava diari né orari. Questa delicatezza, questa libertà, le era preziosa. Per Giulia, la madre era speciale proprio per questo: perché lasciava essere, lasciava vivere.

Nel pieno della discussione, Ettore si irrigidì. Il viso si fece pallido, le spalle si abbassarono, lo sguardo sicuro di solito, ora spento. Ripeté piano:

Sconosciuto, dunque?

Nella voce non cera rabbia, solo una ferita che si percepiva fisica. Sentiva Giulia come una figlia, non solo figlia della moglie. Quegli anni erano stati soprattutto per lei. Se la relazione con Marina ormai era prosciugata, solo Giulia lo tratteneva.

Gli dispiaceva sinceramente per lei: Marina era una madre pratica cibo, vestiti, giocattoli e basta. Niente di più. Lempatia e la complicità spettavano sempre a Ettore, da sempre.

Sì, uno sconosciuto! esclamò Giulia, ma la voce si spense a metà. Notò il volto di Ettore impallidire, la postura cedere, il suo sguardo opaco. Avvertì una fitta allo stomaco, come se una barriera invisibile stesse per frantumarsi. Rimase ferma, con una strana ansia negli occhi.

Marina, fino a quel momento silenziosa, si inserì, la voce uniforme, quasi distratta:

Non guardarmi così. In un certo senso ha ragione, disse rigirando una pagina. Avresti potuto chiederla in adozione, una vera tutela legale. Ma non lhai mai fatto. Non farti problemi, non è colpa di nessuno.

Quella frase, pronunciata senza emozione, fu come uno schiaffo per Ettore. Si voltò verso Marina, incredulo, cercando nel suo sguardo un minimo di comprensione, invano.

Va bene. Se per voi sono soltanto uno sconosciuto, non ha senso stare tutti sotto lo stesso tetto, disse, alzandosi a fatica dalla poltrona. Le gambe gli tremavano appena, ma si ricompose. Farò richiesta di separazione. Avete ventiquattro ore per raccogliere le vostre cose. Questa casa è mia.

Il tono era calmo, ma la stanchezza traspariva a ogni parola. Giulia restò muta, non trovava neanche la forza di replicare. Ettore non la degnò di uno sguardo, si diresse verso la camera degli ospiti e chiuse la porta a chiave, il suono netto e definitivo.

Da solo, si sedette sul letto. La testa era un vortice: non voleva vedere nessuno. Tutti quegli anni passati a essere il padre aggiunto, i pranzi, le gite, le serate a spiegare la matematica ora erano nulla. Solo un uomo estraneo, niente più.

Marina, rendendosi conto della gravità della scena, bussò alla porta:

Ettore, ascolta, non facciamo sciocchezze. Una parola di troppo, capita a tutti. Perché distruggere tutto per qualche frase sbagliata? Abbiamo vissuto insieme quindici anni!

Il tono era insistente, quasi supplice. Visione della famiglia tradizionale, impaurita dalle complicazioni della vita, non sincera voglia di recuperare.

Ettore non rispose. Le vene ancora pulsanti, ricordava il momento in cui aveva smesso di amare Marina una scena senza clamore, una semplice visione improvvisa. Era rimasto solo per Giulia, solo per lei. Ora, dopo quelle parole, non esisteva più alcun freno.

Aveva fatto il possibile per essere padre: riunioni scolastiche, biciclette, piccoli segreti sussurrati. E ora? Solo uno sconosciuto, uno qualunque tra i tanti.

Nella quiete della camera, il ticchettio dellorologio scandiva lattesa. La decisione era presa. Separazione. Non cera più motivo di restare in quella casa, senza un ruolo, senza riconoscimento.

***********************

La separazione avvenne senza strilli né cause in tribunale. Tutto in poche settimane: firme, divisione dei beni secondo la legge. Marina tornò nel suo vecchio appartamento in un quartiere popolare di Torino quello che aveva lasciato allinizio della storia. Le pareti avrebbero avuto bisogno di una mano di pittura, il pavimento cigolava sotto i piedi, la rubinetteria perdeva. Nella strada, scorrevano le chiacchiere dei vicini e il rumore delle auto.

A Giulia non piacque neanche un po. Era abituata al comfort di una casa spaziosa, alla sua stanza moderna, con lo specchio grande e larmadio capiente. Qui aveva una cameretta minuscola, il letto sfondato, le tende sgualcite. Cercava di vedere il lato positivo, si ripeteva che era solo provvisorio. Ma ogni giorno la differenza pesava sempre di più: la mancanza di spazio, il disordine, lansia.

Così Giulia iniziò a pensare sempre di più a Stefano. Tempo addietro vedeva in lui la promessa di un futuro stabile, una vita agiata come quella che aveva sempre sognato. Di fretta, senza davvero rifletterci, si sposò con lui. Niente festa, solo una firma in Comune e un piccolo pranzo per parenti stretti. Giulia si illudeva che da allora sarebbe cambiato tutto che avrebbe avuto la famiglia felice che sognava.

Ma già dopo qualche mese realizzò che Ettore aveva avuto ragione. Stefano cambiò subito dopo il matrimonio. Niente più regali improvvisi, niente più parole dolci. Se prima pagava volentieri le sue uscite, ora diventava tirchio. E spesso ricordava a Giulia che anche lei doveva contribuire alle spese in famiglia si divide tutto, diceva anche mentre lei frequentava ancora luniversità.

La situazione peggiorava lentamente. Giulia cercava delle scuse: forse Stefano era stressato dal lavoro? Forse era solo un periodo? Cercava di resistere, di non litigare, ma le discussioni erano sempre più frequenti. Litigavano per i soldi, per le faccende, per il futuro che vedevano diverso.

A un certo punto Giulia pensò che un figlio avrebbe avvicinato Stefano alla famiglia. Lo immaginava più affettuoso, più affidabile. Ma appena accennò al tema, lui fu categorico: Non è il momento. Prima dobbiamo sistemarci economicamente. Quella reazione fu la goccia: i battibecchi aumentarono, finché Giulia nonostante tutto ebbe una bambina. E quel giorno avrebbe voluto piangere dalla disperazione.

Col passare dei mesi, Giulia non ce la faceva più. Lansia continua, la solitudine e il senso dincomprensione erano troppo. Dopo lunghe notti insonni, un mattino, mentre Stefano era in ufficio, raccolse ciò che poteva: vestiti, documenti, due pupazzi della bambina. Era agitata, ma provava una strana pace: finalmente faceva quello che doveva.

Uscì dallappartamento, chiuse la porta e scese lentamente le scale. Era freddo fuori, Torino scura e brulicante, ma Giulia quasi non se ne accorse. Davanti a lei cera il vuoto, simile però a una promessa: niente era peggio della guerra domestica da cui scappava.

Tornò dalla madre, in quellumile bilocale con le tende lise e il pavimento che gemeva a ogni passo. Prese pochissima roba: una borsa di vestiti, passeggino pieghevole, qualche oggetto della bimba. I primi giorni Marina la ascoltava appena, si limitava a vegliare sulla nipotina mentre la figlia cucinava o lavorava da casa. Ma presto anche la pazienza di Marina finì.

Una sera, dopo che la piccola aveva iniziato a piangere nel letto, Marina posò bruscamente la tazza:

Giulia, così non va avanti. Non posso vivere in mezzo a tutto questo rumore. Devi pensare a una soluzione.

Mamma, dove posso andare? Ho appena trovato un impiego online, la paga è bassissima, non posso permettermi un affitto.

Non è un problema mio, ribatté Marina a braccia conserte Ti ho cresciuta, ti ho dato unistruzione. Ora sei grande, devi farcela da sola. Di fare la nonna a tempo pieno non ne ho intenzione.

La voce era inflessibile. Giulia si sentì crollare dentro sperava in un minimo di solidarietà materna.

Dove dovrei andare con una bambina di otto mesi? domandò sommessamente.

Devi capirlo tu, rispose Marina mentre già usciva dalla stanza. Ti darò un aiuto per la prima settimana, poi arrangiati. Ho la mia vita.

Dal portafoglio tirò fuori alcune banconote da cinquanta euro, le posò sul tavolo e lasciò la stanza, lasciando Giulia sola con il respiro regolare della piccola.

A Giulia non rimaneva molto. Lavorava da remoto: gestiva ordini, trascriveva testi, prendeva commissioni online. Ma il guadagno era basso e trovare un lavoro fisso sarebbe stato impossibile con una neonata. La nonna non aiutava: È che non sto più bene e a vivere da sola ormai mi ci sono abituata.

Le giornate scorrevano tutte uguali: sveglia alle sette, biberon, un po di gioco, sonnellino per la bambina, poi computer. Magari trovava unora di calma per lavorare, il più delle volte doveva interrompersi per le urgenze domestiche. Risparmiava su tutto: cibo, detersivi, vestiti. Ma i soldi non bastavano per laffitto.

Fu allora che si ricordò di Ettore. Forse avrebbe capito? Forse, vedendo la nipotina il suo cuore si sarebbe sciolto?

Con questa speranza si vestì con cura, la bimba nel completino più bello, una borsa con due cambi di pannolini, e partì verso casa di Ettore. Immaginava già la scena: lui sorridente, la piccola tra le braccia, magari un abbraccio, una parola buona

Aperta la porta, Ettore rimase impassibile. In pigiama, una tazza di tè tra le mani, lo sguardo stanco. Nemmeno un sorriso.

Ciao Giulia iniziò timidamente Sono venuta a presentarti tua nipote

Gli tese la bambina, che batteva le manine, ignara del gelo. Ettore posò la tazza con calma, fissò la bimba con occhi di ghiaccio. Non si avvicinò, non allungò la mano.

Ho capito, disse senza staccare gli occhi dalla piccola. E ora? Cosa vuoi? Non ero forse solo uno sconosciuto, uno qualunque? domandò con una smorfia, le braccia incrociate. Nessuna rabbia, solo quella stanchezza piena dironia La tua bimba mi è estranea, come lo sei tu. Spiegami il senso del tuo arrivo?

Giulia sentì la gola serrarsi. Aveva immaginato quel momento mille volte, ma era diversa la sua sceneggiatura: lui commosso, pronto ad accoglierla. La realtà la colpiva come una doccia gelata. Abbassò gli occhi, sussurrando:

Ho sbagliato. Mi sono lasciata travolgere dalla rabbia. In realtà, tu sei stato per me la persona più importante più della mamma, a volte.

Ti sei ricordata tardi, la interruppe Ettore con tono fermo. Se avessi chiesto scusa appena successe, boh, forse Ma dopo tutto questo tempo No. Non voglio trattenerti.

Si fece da parte, la porta aperta. Giulia rimase ferma, la mano stretta sul manico del passeggino, senza più parole. Avrebbe voluto spiegarsi, piangere, mendicare un aiuto ma già sapeva che non sarebbe servito. Lo leggeva negli occhi di Ettore: una porta chiusa.

Si voltò e portò fuori la bimba. Ogni passo era pesante, come se il pavimento diventasse sabbie mobili. Cercava di non guardarsi intorno, di non vedere quello che le ricordava linfanzia. Un solo pensiero martellava: Tutto sarebbe potuto andare diverso

Quando la porta si chiuse alle sue spalle, Ettore rimase dovera. Non si mosse nemmeno quando sentì il rumore dei suoi passi sulle scale. Solo dopo qualche minuto raggiunse la poltrona e guardò fuori, fisso.

Giulia non ottenne nulla. Camminava per corso Vittorio Emanuele, spingendo il passeggino: sentiva la solitudine crescere dentro. Era soltanto colpa sua, ne era consapevole. Aveva respinto lunica persona che laveva amata per davvero, e ora, nel bisogno, trovava solo porte chiuse.

La bimba pianse. Giulia si fermò, sistemò la copertina. Questo gesto la scosse, la riportò nel presente. Tirò un lungo respiro, diede un bacio alla piccola e si rimise in cammino. Cera una sola cosa da fare: lottare per sua figlia. Per come, avrebbe dovuto scoprirlo da sola.

Si asciugò le lacrime, abbassò il cappuccio della bambina e continuò, senza meta limportante era non restare ferma. La città era silenziosa, le luci si accendevano, poche auto passavano piano e senza fretta. Andava avanti, perché fermarsi avrebbe fatto troppo male.

Intanto ragionava: Devo trovare una stanza. Dove trovare i soldi?… Forse chiedere un anticipo? Forse affittare una stanza condivisa in periferia?…. Pensava a soluzioni cercando di non cadere nel panico. Non cerano più mamma, né Ettore, né Stefano. Solo lei, la bimba e la strada davanti.

La piccola cessò di agitarsi, si addormentò nel passeggino. Giulia la guardò e sorrise involontariamente. Qualcosa, dentro di lei, cambiò. La paura rimaneva, ma prendeva forma anche una nuova determinazione. Sua figlia era tutta la sua forza e lei lavrebbe protetta, comunque.

La mattina seguente, Giulia sedette al computer con un piano preciso: scrivere ai committenti fidati e chiedere un acconto. Uno accettò di pagarla in tre giorni, laltro una settimana dopo. Cercò subito una stanza da affittare niente lussi, niente centro, solo un tetto. E prese appuntamento con lassistente sociale del quartiere per informarsi su aiuti alle madri single.

Dopo una settimana entrò in un monolocale periferico: arredamento logoro, pavimento rumoroso, ma almeno cera pulito e calore. Sua figlia trovò il suo lettino; Giulia un angolo per lavorare.

I primi mesi furono durissimi. A volte i soldi bastavano solo per pane, latte e bollette; la fatica era tanta che veniva voglia di arrendersi. Ma bastava guardare la bimba nei suoi progressi per ricordare che non era davvero sola.

CON IL TEMPO le cose migliorarono. Giulia si fece una clientela stabile, imparò a programmare le spese, trovò una baby-sitter due volte a settimana per poter consegnare i progetti. Nei weekend uscivano al parco, davano da mangiare ai piccioni, raccoglievano foglie. Giulia capiva il valore delle piccole gioie: il caffè caldo del mattino, il sorriso a tavola, il primo passo della bambina.

Un giorno, passando vicino ai giardinetti, Giulia vide Ettore. Era su una panchina con il giornale. Giulia rallentò, ma non si fermò. Lui non la notò oppure fece finta. Lei tirò dritto, stringendo il passeggino.

Non aveva più bisogno di lui. Ormai si era salvata da sola. Non perfettamente, non senza dolore ma ce laveva fatta. E adesso sapeva: anche quando sembra che sia tutto finito, una strada cè sempre. Soprattutto se hai qualcuno per cui lottare.

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