Risposta senza errori

Paola, sei pronta? Dai che faccio tardi a scuola! Giulia diede unultima scrollata alla camicia di Riccardo, poi la stese sullo stendino del balcone. Il balcone, ancora senza vetri e con le pareti scrostate dalla vecchia vernice, era il suo angolo preferito in tutta la casa.

Giulia si avvicinò alla ringhiera e, come sempre, si fermò qualche istante. Dal settimo piano si vedeva tutta la valle del Tevere e i quartieri di Roma che si accendevano con le prime luci del mattino. Lalba era già alta, sotto un sole chiaro di primavera. Giulia strizzò gli occhi, serrando le dita smilze sul ferro ancora fresco. Ecco che cosè la vita! Chiara, piena di promesse, così luminosa da far quasi male agli occhi! Così sarà anche per lei. Basta portare a termine i suoi compiti, e tutto andrà proprio come vuole!

Una nuvoletta passò a coprire il sole. Giulia si riscosse, tornando alla realtà. Dun tratto tutto le parve normale, quotidiano. Succede sempre così. Prima i sogni, poi puff! La realtà. Ma, come diceva Serena? La realtà è quella che creiamo noi. Dipende solo da noi come sarà. Forse aveva ragione, dopotutto. Serena sì che era in gamba, si era laureata con ottimi voti. Diceva sempre che anche Giulia aveva possibilità di entrare alluniversità, ma la domanda restava una: ne avrebbe avuto davvero voglia? Giulia sospirò. Volere non basta. Bisogna anche fare i conti con tutto il resto. Con la situazione come adesso, suo padre da solo non potrebbe farcela. I fratellini sono ancora piccoli e di soldi ne girano pochi, davvero pochi. Vuol dire che Giulia dovrà scegliere: università o lavoro? E adesso lunica opzione che le viene in mente è darsi da fare e aiutare il papà.

Controllò lorologino che il papà le aveva regalato in seconda elementare e sgranò gli occhi: erano in ritardo! Afferrò la bacinella vuota e rientrò in casa.

Paoletta dormiva, una manina sotto la guancia, così dolce che Giulia si incantò a guardarla. Ma quanto è bella! Le ciglia lunghissime le accarezzavano le guance, i riccioli biondi erano sparsi sul cuscino. I ricci sono impegnativi da curare, ma tagliarglieli proprio no, una bellezza così va custodita. Come quelli di mamma Giulia si rabbuiò: non le piaceva pensare alla madre. Tante cose si possono perdonare, ma il tradimento quello no. La madre se nè andata via, e Paola era così piccola che non la ricorda neanche. A volte, da piccola, chiamava mamma la sua sorella maggiore, e sulle prime qualcuno al parco giochi storceva il naso. Giulia rise al ricordo delle prime sfuriate delle mamme presenti.

Si erano trasferite in quella casa subito dopo la scomparsa della nonna, che aveva lasciato lappartamento in eredità al papà. Nella vecchia casa a due stanze ormai stavano davvero stretti, e la nuova, con quattro camere spaziose, era come un piccolo lusso.

La nonna era stata una donna severa, distaccata, professoressa universitaria. In cortile non parlava con nessuno: per lei i vicini erano gente piccola e senza grandi ambizioni. Da piccola Giulia non ci faceva troppo caso, poi crescendo cercò di andare il meno possibile dalla nonna. Non le piaceva la maniera in cui trattava la gente, ma andava comunque per dare una mano, anche se ogni volta tornava a casa in silenzio, stringendo i denti.

Sei tutta tua madre, e non ne nascerà granché di te, mi sa. Solo se spunteranno i nostri geni. Ma, con tuo padre, la natura si è presa una pausa, quindi non scommettere su nulla. Lunica cosa che può salvarti è lo studio! Studia, o finisci come tua madre.

A tali parole Giulia rimaneva in silenzio. Era inutile controbattere: la nonna non ascoltava repliche. Il papà non la sgridava mai quando la nonna si lamentava, ma guardandolo, chiuso e pensieroso fino a sera, Giulia capiva che era quella la vera punizione. Perciò cercava di non opporsi, finire le pulizie e poi filarsela via il prima possibile.

Solo una volta perse la calma:
Tuo fratello e tua sorella, chissà di chi sono figli Io con quei bastardi non voglio niente a che fare! E tu, in questa casa, non li nomini più! urlò la nonna.

Allora io non verrò più qui! rispose Giulia, stringendo i pugni.

Cosa hai detto? La nonna la guardava davvero sorpresa. Giulia avrebbe tirato giù tutte le sue porcellane, quelle statuine che odiava lucidare per ore e ore sotto i suoi occhi vigili, solo per farla arrabbiare. Era stato proprio per via di quella collezione che la nonna non voleva mai i fratellini tra i piedi: il porcellanato costava, i bambini invece

Non ci verrò più! Giulia fuggì via, senza voltarsi, e in pochi minuti era già a casa. Paola era nel box dei giochi e Giulia, lasciate appena le scarpe allingresso, la prese subito in braccio.

Tu sei mia! E Riccardino è mio! Siamo tutti famiglia, qualunque cosa dicano gli altri!

Il papà uscì dal bagno, dove stava finendo il bucato dei piccoli, e guardò stupito la scena: Giulia in lacrime in mezzo al salotto, Paoletta che le toccava le guance perplessa e poi scoppiava anche lei a piangere. Riccardo, che studiava in cucina, arrivò di corsa.

Ma che succede qui?

Non ne ho idea!
Donne! e le abbracciò tutte e due. Che piagnone! Avete fame? Con papà abbiamo preparato la pasta!

La telefonata della nonna arrivò circa unora dopo. Giulia stava lavando i piatti, lasciò lì tutto e spense il rubinetto. Dalla stanza il tono della voce del padre cambiava: prima sorpreso, poi seccato, infine proprio irritato. Giulia si sedette a tavola, rannicchiata, pronta per la tempesta.

Invece, niente. Nessuna sfuriata. Quella sera, il padre venne in cucina, la abbracciò forte e le bisbigliò sulla fronte:
Non devi più andare da tua nonna.

Perché?

Perché nessuno può permettersi di umiliarti o offendere la tua famiglia. Anche se quella persona è un parente.

Allora Giulia tirò un sospiro di sollievo. Fine delle tensioni, degli eterni rimproveri. Poteva finalmente dedicarsi ai suoi fratelli.

La nonna se ne andò un anno e mezzo dopo. Gli ultimi due mesi, però, Giulia aveva ricominciato a vederla, dopo aver accompagnato il papà in ospedale. Quella donnina stanca, smunta tra le lenzuola, non somigliava per nulla alla nonna di una volta. Solo il modo di trattare chi aveva attorno era rimasto lo stesso. Giulia, vedendo come parlava alle infermiere, strinse la mano del padre.

Resto io.

Giuli

La mamma non cè più, qualcuna dovrà restare!

Le infermiere furono sollevate di avere una mediatrice in quella stanza. Giulia studiava di pomeriggio, quindi faceva in tempo a correre in ospedale alla mattina. Solo alla presenza della nipote la nonna diventava un po più mite, abbastanza da lasciar lavorare lo staff.

Ma sei una ragazza doro! la capo-infermiera la strinse forte. La nonna sì, non è stata fortunata Succede eh, che uno viva tanto e non abbia mai capito niente della felicità. Povera donna.

Lultimo giorno in cui la vide, la nonna era più silenziosa del solito. Guardava fuori il cielo che si rabbuviava. Giulia, finito un tema sulle ginocchia, mise via quaderno e penna per andarsene.

Aspetta La voce raschiava così piano che Giulia si girò stupita. Perdonami, bambina mia. Per tutto Che sciocca che sono stata Prenditi cura del papà.

Giulia annuì, raccolse lo zaino e se ne andò. Appena fuori, però, tornò sui suoi passi, rientrò e le diede un bacio lieve sulla guancia.

Riposati! Torno stasera.

Lultima volta che la vide fu quella mattina. La notizia della morte la seppe da suo padre, rimasta di sasso. Raccolse subito i fratelli e si chiusero insieme in camera. Era stata per lei un problema quasi insostenibile, ma per il papà Quella donna era stata sua madre. Giulia sapeva che lui avrebbe passato ore in cucina, a fissare il vuoto, poi si sarebbe dato una sistemata e avrebbe iniziato a preparare la cena come niente fosse.

Il trasloco fu una faticaccia. Paola si prese linfluenza, Riccardo non voleva stare alle regole e il papà correva tra il lavoro e casa. Giulia impacchettava le cose, sperando che nella casa della nonna tutto fosse diverso. Non sapeva neanche a chi rivolgesse le sue preghiere, ma sentiva che, in un modo o nellaltro, qualcuno lavrebbe ascoltata.

Nella casa della nonna ognuno alla fine trovò il proprio spazio, allinizio si chiudevano nelle loro stanze, troppo abituati a stare sempre appiccicati, ma in poco tempo il letto di Paola finì nella camera di Giulia, che la notte non riusciva a dormire senza la sorella. Anche Riccardo stava quasi sempre in cucina, dove la sorella trascorreva gran parte della giornata, dividendosi i compiti tra studio e faccende insieme al fratello.

Metti il sale alle patate! mentre Giulia era persa su problemi di fisica. Non proprio la sua materia preferita Meglio concentrarsi.

Giulia, il sugo bolle, cosa devo fare?

Arrivo, aspetta! lasciava la penna e iniziava a tagliare le verdure.

A me non torna niente, non capisco nulla con questi numeri negativi. Giulia?

Vieni qui che vediamo!

E Paoletta, al suo tavolino, faceva finta anche lei di scrivere sul quaderno, sullalbum da disegno. Se i grandi studiano, lo farà anche lei!

Allinizio era davvero dura per Giulia. Col papà al lavoro, i fratelli erano tutti sulle sue spalle. Se Riccardo a volte collaborava, con Paola si faticava di più. Lasilo era di aiuto, ma la piccola si ammalava spesso e così la sorella maggiore saltava molti giorni di scuola. È andata avanti così finché non ha conosciuto Serena.

Serena era la vicina di pianerottolo, e si conobbero quasi per caso. Era la prima settimana dopo il trasloco: Giulia portò Paola al parco giochi, e subito si ritrovò circondata da bambini, nonni e mamme curiose che la osservavano. Paola voleva salire sullaltalena ma doveva aspettare il suo turno.

Mamma! gridò Paoletta con la sua vocina argentina, attirando subito lattenzione delle signore.

Un brusio: Comè possibile che sia lei la mamma? Ma che avrà, quindici anni? Tzè, che scandalo!

Le lingue si scatenarono, Più duna si affrettò a dare giudizi. Mentre Paola piangeva per le altalene, Giulia non sapeva più che pesci prendere.

Che succede qui?

La voce di Serena zittì tutto il cortile. Una, giovane e distinta, abbracciò il suo bambino.

Meno male che sei arrivata, Serena. La nuova vicina e guarda che genitori giovani questo non il nostro modo!

Serena sbuffò, raccolse la borsa con i giochi e si avvicinò.
E allora, che problema cè?
Una delle signore più anziane alzò il sopracciglio:
Guarda tu che si vede, Serena, una ragazzina che fa la mamma! Tu che sei avvocato, non mi dire che è normale. È uno scandalo, non può mica crescere una bambina così! Bisognerebbe darle ai servizi sociali, secondo me! Le ragazze devono studiare, non fare figli!

È finito lo spettacolo? Serena la guardava dritto negli occhi.
Sapeva che la gente avrebbe sempre avuto da ridire. Ma la donna sbuffò via con la nipotina di corsa.

Spettacolo finito! Serena strinse le spalle. Ecco, cara, ma chi è questa bimba?

È mia sorella.

Dubbi, qualcuno?

Le altre si dispersero.

Come ti chiami?

Giulia, e lei è Paola.

Io sono Serena. Ma basta signora, mi raccomando.

Allora, ti chiamo Serena?

Certo, di zie ne ho già abbastanza! rise Serena.

Non si rese quasi conto del perché, ma tra lei e Serena nacque subito un bellissimo rapporto. Che amicizia può esserci tra unadolescente e una donna di quasi trentanni? Eppure, sembra che il destino abbia deciso che era proprio quella la cosa di cui Giulia aveva bisogno in quel momento.

Capì presto perché Serena fosse così rispettata nel cortile. Era avvocato e specializzata in diritto di famiglia; prima o poi tutti i condomini passavano da lei, anche solo per un consiglio. Era una tipa tosta, ma capace di tenere tutto per sé.

Sai, io di cose ne so di tutti qua dentro! scherzava Serena mentre aiutava Giulia a togliere le tende per lavarle. Bella stoffa ma da lavare è tremenda Ma sai cosa temono? Che io sveli che uno non paga gli alimenti, un altro ha mollato la madre in RSA per prendersi la casa Sono tutte maschere, Giuli. Alla fine ognuno vuole sembrare migliore di quel che è.

Giulia annuiva. Lo capiva, eccome. Per quello papà aveva cambiato casa: per stare lontano da chi sapeva tutta la verità su loro madre.

A Serena, Giulia aveva raccontato tutto per la prima volta, specie sulla madre. Era così abituata a tenersi tutto dentro che non pensava nemmeno fosse un problema.

Un giorno Serena la chiamò:
Giulia, puoi dare da mangiare al gatto? Oggi ho unudienza lunga e dopo devo andare dal medico non vorrei rincasare tardi. Se non mangia, mi fa le bizze tutta notte!

Ma è solo un gatto, cosa vuoi che succeda?

Serena rise.
Dai, se si offende, mi sveglia di notte a colpetti di zampa! E se lo chiudo in una stanza, inizia a bussare alla porta fino a farla cadere!

Si avvicinarono in cucina dovera raggomitolato il suo Mirtillo, il gattone tigrato.

Uno, due, tre… sussurrò Serena a voce bassa.
Un gran botto alla porta, e Giulia sobbalzò.

Visto? Mi tocca cedere io a lui! Serena abbracciò il gatto. Sembra lui il padrone, altroché.

Spiegò cosa dargli e se ne andò. Quel giorno, Giulia si attardò: scuola, Paoletta si fece attendere allasilo, in più Riccardo aveva bisogno di aiuto in matematica. Quando finalmente sfrecciò a casa di Serena era quasi buio.

Scusami, Mirtillo, ce labbiamo fatta! mise nella ciotola i croccantini.

Poco dopo entrò Serena, stanca morta.
Grazie che ti sei ricordata.

Si sedettero, ma Serena scoppiò in lacrime allimprovviso. Giulia rimase sconcertata; lei così forte, sempre pronta, sembrava indistruttibile, e invece piangeva come una bambina. Le mise un braccio attorno alle spalle.

Scusa, Giulia. Giornata orrenda, non so con chi parlarne. Mia madre non cè più e qui sono sola

E io? Non esisto? scherzò Giulia.

Serena le infilò una mano tra i riccioli.
Sai che ti invidio i capelli? Siamo fatte così, noi donne: desideriamo quello che non abbiamo. Io avrei voluto tanto anche un figlio

Si fermò, incerta.

Serena, i riccioli si possono pure fare, ormai Un figlio invece?

Serena tirò fuori una cartellina trasparente dalla borsa.
Ecco qui, la mia condanna. Così dicono i dottori: non potrò averne Tutta colpa mia.

Era rimasta incinta subito, appena detto proviamoci col marito, Marco. Erano cresciuti insieme, figli degli stessi amici di famiglia, mai avuto dubbi. Matrimonio da sogno, progetti su progetti. Un figlio lo volevano entrambi, ma rimandavano di continuo: lavoro nuovo, casa più grande, un viaggio. Alla fine lei era rimasta incinta, proprio prima di partire per le vacanze in Sicilia.

E il viaggio ora? aveva chiesto Serena.

Andiamo lo stesso! aveva sorriso Marco. Andiamo, ci rilassiamo al sole!

Ma non avevano fatto i conti con un motorino che sfrecciava. Serena si risvegliò in ospedale. Aveva perso il bambino. Costole e gamba rotte guarirono pianissimo. Il medico consigliò a Marco di tenerle alto il morale:
Dottore, ma come faccio? Marco non sapeva che dire. Piange sempre, non parla!

La relazione non resse a quel dolore. Da allora, furono solo silenzi, Serena si era chiusa nel proprio lutto. Si separarono poco dopo.

Dopo un anno, si rividero per caso in tribunale. Si salutarono senza voler parlare di quello che faceva ancora male. Quella sera rimasero a chiacchierare fino a notte fonda. Ormai erano cambiati: non più i ragazzini che giocavano insieme in campagna. Un giorno, Marco le chiese unaltra volta di sposarlo. Lei ci pensò a lungo.

E ci ho pensato Serena sospirò. Ma come posso costringerlo a rinunciare a un figlio? Lui lo vuole davvero.

Ma i dottori sono sicuri? Neanche una minima speranza?

Ormai quasi nulla ammise Serena.

Beh, allora prima prova, poi piangi! E poi magari una sorpresa arriva

Serena le sorrise, abbracciandola.
Da dove vieni tu con tutta questa saggezza? Sei ancora così giovane

Ho avuto degli ottimi insegnanti, rispose Giulia, versando lacqua per il tè.

Raccontami tu, ora. Non hai mai detto perché in casa ci sia solo tuo papà. E la mamma? Dai, tocca a te: sincerità per sincerità.

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