Sai, amica mia, certe storie sembrano nate proprio per piegarti il cuore. Ti racconto quella della vecchia Assunta: il suo inverno era già dentro le ossa, altro che fuori sulla piazza. Non sentiva più i piedi nudi sul terrazzo spolverato di brina; a farle male, piuttosto, erano le sferzate del maestrale che tagliavano il viso, strusciavano le braccia, le si infilavano tra collo e petto, passandole addosso come panni freddi. I capelli ormai grigi, pesanti di ghiaccio e di fiocchi bianchi, le cadevano sulle spalle come stalattiti. Nella notte, la bufera urlava tra le case di tufo di un paesetto del Molise, confondendo la strada e i ricordi di Assunta. Ritrovandosi smarrita anche nel piccolo cortile di casa e col solo camicione addosso, si appoggiò tremando alle tavole gelate del recinto e singhiozzò:
Ma portami via, Dio santo Quanto ci vuole ancora? Fammi morire subito
Dì la verità: quella notte, Assunta sarebbe anche morta davvero, se la vicina Concetta non fosse uscita a vedere se la vacca aveva partorito. Ha notato subito la porta di Assunta spalancata, la luce accesa, qualcosa che non quadrava.
Su, Assunta! Ci sei? Che combini a questora col gelo fuori?!
Ma Assunta stava ferma, persa in un angolo del cortile, occhi chiusi, ripetendo come in trance: Morire, morire
Concetta ha lasciato tutto, è passata di corsa dal cancelletto, invocando il nome di Assunta come si invoca unanima fuggita. Lha trovata così, seduta contro il recinto, scivolata a terra, lacrime sulle gote scavate. Ha provato a tirarla su, ma la vecchia era dura e legnosa dal freddo. Allora, con una maledizione e una preghiera in testa, Concetta è corsa a chiamare il marito per portare entrambe Assunta in casa.
Da quella sera, Assunta non si è più alzata dal letto. È passata la dottoressa di guardia, una giovane, lha trovata intirizzita, le dita dei piedi nere di freddo ma, incredibile a dirsi, a novantun anni nessun raffreddore. Devo chiamare unambulanza?, le ha chiesto piegandosi verso il volto casto della vecchia. Assunta ha guardato quella ragazza con le guance rosa, i capelli neri, ha fieramente fatto no con la testa. Niente ospedale, io da qui non mi muovo. Vai, stella, non perdere tempo con me. Fai la brava.
Quindici giorni senza camminare. Ma perché, ti chiedi, era uscita nel cortile così? Per un richiamo dellanima, ti direbbe Assunta, mica per sbaglio. Da giovane, la vita non le ha mai dato niente. Solo fatica, privazioni, e una volta sola la luce dell’amore una parentesi breve, indimenticabile. Si chiamava Gregorio.
Gregò Gregorino mio, mormorava Assunta nella notte, sorridendo come chi ricorda una carezza che più non torna. E vedeva o sognava di vedere se stessa in un campo, dietro il boschetto dove finiva la vigna della padrona. Lì aspettava Gregorio che le aveva promesso: Ti raggiungo, non temere. Speranza e paura le stringevano il petto; e nella distesa di grano, finalmente, la figura di lui. Gregò!, gridava di gioia. Dopo sogni così ci si sveglia con le lacrime.
Poi, in mezzo alla notte, la realtà la richiama. Fuori la tempesta batte sui vetri, la Assunta si alza, barcollando, e spalanca la porta chiamando nella bufera, a piedi nudi:
Gregò sono qui!
È così che la trovano, quasi morta di freddo, mentre cerca tra la neve qualcosa o qualcuno che non cè più.
Concetta veniva a portarle un po di pane, a scaldare il camino, la dottoressa fasciava i piedi, misurava la febbre. Ma Assunta, rimasta sola, restava a fissare il soffitto col vuoto negli occhi, immersa in un ozio strano per chi ha lavorato tutta la vita. Dalla finestra le arrivavano voci: il latrare dei cani, il passaggio dei ragazzi che tornavano coi quaderni sotto braccio, e leco delle slitte lontane.
A volte il sonno la rapiva senza avvertire. Si svegliava che era già mattina o di nuovo notte, il fuoco crepitava nella stufa e pioveva lento dal tetto. Madonna santa, quando finirà? Portami via, pensava tra sé e sé, persa dentro un attendere senza fine.
Dallinfanzia, Assunta aveva imparato una sola tremenda verità: la sua vita era una discesa ripida, una scarpata di creta scivolosa dove si può solo cadere, ferirsi, imparare a stringere i denti. Nessuno che ti tiri su, nessuno che ti offra una mano. Intorno si viveva così: lavorare, faticare, e mai sognare. La sua era solo una lunga, lenta caduta.
Quell’anno, la primavera arrivò fredda e tardi. Il vento portava ancora pioggia, le strade erano fango e le querce nude. Assunta, col fazzoletto in testa, si trascinava lungo la via con le secchie: lacqua ballava via dal bilanciere e il freddo mordeva i piedi screpolati. Allaltezza di un cancello storto, sotto la pioggia, alcuni uomini fumavano e la guardavano. Ma Assunta camminava a testa bassa: in quel borgo era diventata trasparente, un fantasma che nessuno notava più.
Assunta! la chiamò zia Maddalena, laiutante della padrona. Corri in bottega da Giuseppe, portaci la pezza migliore per la signorina con i fiori, mi raccomando! E non perdere tempo, ché stasera ci sono ospiti importanti dal paese! Porta pure qualche fiore!
Assunta lasciò i secchi, tutta silenziosa. Aveva ventidue anni, ma pareva avesse già vissuto un secolo. Dodici anni prima aveva perso mamma e papà, e la vedova della villa laveva presa a servizio per un tozzo di pane. Una ragazzina impaurita, diventata con gli anni alta, robusta e zitta, con le mani forti e la testa sempre bassa, senza più uno scintillio negli occhi.
Non aveva orario. Da mattina a notte, ascoltando solo dolore nei muscoli e ronzio nelle orecchie. Accatastava la legna sotto la pioggia, mungeva le capre, impastava argilla per il forno, lavava i panni nudi nel fiume e le dita le si intorpidivano. Strappava lerba in orto sotto il sole, annusando le more e le fragole mature che però non poteva toccare: la padrona contava i frutti e per ogni bacca sparita, cera la frusta dortica e la solita cantilena: Non è roba per te, fannullona! Assunta aveva imparato a guardare solo sotto i piedi, trattenendo le lacrime, cercando di essere fin troppo brava, così la lascerebbero finalmente un po in pace.
Ogni sabato scaldava la stufa della piccola sauna rustica, tornava col peso delle mastelle dacqua dal fiume, azionava la pietra e strofinava fino allo sfinimento la schiena flaccida della padrona. E quando lo faceva, mentre la donna si girava richiudendo la pelle sotto le sue mani ossute, Assunta si mordeva le labbra. La donna a volte le tirava uno schiaffo gentile sulla guancia e la chiamava la mia mula da soma. Ormai era abituata. Nessunaltra vita da immaginare, nessun sogno; tutto scivolava addosso, come fosse oltre una parete dindifferenza e stanchezza e di un desiderio seppellito vivo. Non le importava più nemmeno come la vestissero o con chi si fermassero a parlare. Neanche le chiacchiere delle altre ragazze dopo il lavoro e le storie dei ragazzi la toccavano. Sempre in moto, sempre al servizio di una casa che non sentiva sua.
Un giorno, mentre puliva uno specchio in piedi su uno sgabello, la padrona la guardò e le fece:
Assunta, ma tu e se ti facessimo sposare? Che ne pensi?
Scese dallo sgabello, strizzò lo straccio e rispose senza colore:
Come volete.
O te ne stai da sola, eh? Meglio così, che ti metti a far crescere una nidiata di monelli con quel sedere lì Una fortuna con quei fianchi, altro che la mia Adelina!
Quasi si fece il segno della croce pensando alla figlia, ma ci ripensò subito, chiamata dentro dalla voce della stessa. Il pensiero di maritarla la tentava solo per noia, perché la lavoratrice le serviva.
Questo dialogo non smosse nulla nellanima di Assunta. Era come dormisse, immune sia ai sogni che alle inquietudini, quasi non appartenesse a se stessa. Bella nella sua maniera silenziosa e grande, su di lei passavano tutti gli sguardi senza lasciare segni. Pure il vecchio stalliere Giovanni diceva: La bellezza di Assunta non è per la gente, è di Dio. E così sarebbe rimasta, se non fosse accaduto che un giorno la vita, per puro caso, le spalancò uno spiraglio.
Era giugno inoltrato, i prati si erano fatti di velluto sotto il sole. Dalla città attendevano degli ospiti e la signorina aveva bisogno dei fiori più bianchi per la sala. Assunta scese al prato, tra la rugiada, e lì sulla stradina vicino al mare incontrò un ragazzo sconosciuto. Vestito bene, col gilet nuovo, gli stivali lucidi e gli occhi scuri pieni di furberia. Era Gregorio, stalliere della proprietà accanto, venuto con uno dei giovani padroni. Il modo in cui la guardava, impudente e dritto, pareva stesse scegliendo una giumenta per la fiera.
Buongiorno, bella ragazza, le fece lui, lanciandole uno sguardo dallalto in basso che si fermò proprio sulle braccia forti e sul seno avvolto dalla camiciola sbiadita.
Assunta non gli diede corda, lo aggirò come si aggira un masso in mezzo al sentiero.
Ma come ti chiami?, insistette lui.
Chi doveva sapere, lo sa. A te non serve.
Gregorio non si arrese. Da quel giorno, ogni volta che i signori dei due casali si incontravano, lui trovava un pretesto per capitarle accanto: al pozzo, dietro la cucina, vicino alla stalla. Cercava di strapparle un sorriso, una parola, una carezza. Lei si scostava con calma, ignorando ogni battuta. Un pomeriggio la sorprese nel magazzino e la prese tra le braccia; ma Assunta, mossa da una rabbia profonda antica, lo spinse via con una tale forza che lui restò a mal di schiena per una settimana. Te le sei cercate, gli disse, e se ne andò senza altra scena.
Gregorio però da quel giorno cominciò a guardarla diversamente. Nella delusione, invece della solita voglia, aveva sentito una curiosità pungente. Non era abituato alle ragazze così, che sembravano fatte di roccia.
Assunta, invece, scopriva in sé un fremito nuovo: non era un innamoramento, solo la nostalgia di quella stretta che aveva fugacemente provato. Si svegliava prima del sole solo per vedere la luce che filtrava tra i tigli, per ascoltare la campana della chiesa scoccare le sei, per portare la mucca al pascolo e fissare a lungo la bruma che saliva dai prati. Sentiva una voglia improvvisa di vita, di libertà, solo per il gusto di sentire il sangue nelle vene. Poi si rimetteva a lavorare.
Fra mille scaramucce, una volta lui le rubò un bacio nel buio della cantina, ma rimediò subito uno schiaffone che gli tolse la voglia di scherzare. Però ci riprovò ancora e ancora. Per un istante Assunta abbassò lo sguardo e, in cambio di una fatica sollevata, gli regalò un sorriso breve e laterale, quasi a volerlo perdonare, quasi a volersi perdonare. In cucina ne parlavano tra loro: Hai visto come cammina Assunta, ora? E la luce negli occhi? Ma la storia durò poco.
Un giorno Gregorio prese le difese di un bambino, fermato a rubare in vigna; la padrona ordinò al garzone di frustarlo, e Assunta si ritrovò davanti allingiustizia purissima. Si lanciò impetuosa: avrebbe voluto proteggere quel piccolo dal dolore e, quando la respinsero, scagliò un pezzo di legno contro chi brandiva la frusta. Ma fu Gregorio a intervenire, strappando la frusta e urlando: Fuori di qui, basta! Racconto tutto io alla padrona!
Le donne raccolsero il piccolo e chiesero il suo nome; lui urlò nella confusione: La mamma è morta ieri morta!
Quelle parole furono pugni in petto per Assunta, che rivide in quellurlo la sua stessa infanzia. Di corsa scappò in camera, si lasciò cadere sul pagliericcio e pianse come non aveva mai fatto: per sé, per la solitudine, per tutto ciò che non aveva mai avuto.
Gregorio la trovò che tremava ancora. Si sedette accanto a lei, senza parole. Le strinse le spalle e lei, per la prima volta, si lasciò abbracciare, ascoltando il cuore giovane e forte di lui.
Ma cosa cè oltre la foresta, Gregò?, sussurrò lei piano.
Oltre cè un paese grande, con case, negozi Poi ancora strada, e infine, dicono, il mare.
Assunta si fece piccola; non aveva mai visto neanche un lago, figurati il mare. Le piacque però lidea che da qualche parte esistesse un luogo dove ricominciare. E allora annuì, lo guardò fissa negli occhi, tra le mani dure e screpolate, e per la prima volta chiese con voce ferma:
Mi porti via con te? Ti sposi con me?
Gregorio si confuse, raccontando che non era facile, che servivano soldi e tempo, che bisognava aspettare. Lei non ascoltava più: scivolata in una sorta di follia tenera, decisa a prendere tutto ciò che la vita le negava. Quella notte perse il filo con il piccolo crocifisso che aveva al collo: non lo cercò neanche. “Se deve essere così, allora va bene,” sussurrò, strana e quasi sollevata.
Si videro ancora due volte, nella stalla e dietro i cespugli di sambuco. Assunta fioriva: aveva un nuovo modo di camminare, un riflesso di gaiezza sulle guance, uno strano coraggio negli occhi. Poi, dun tratto, tutto cambiò. La figliola dei padroni si sposò e fu gran festa: bottiglie, fisarmonica, risate. Gregorio partì con i nuovi signori verso la città e nessuno avvisò Assunta, che lo seppe dalla cuoca, quasi per caso. Il tuo è partito, Assunta. Dimenticalo.
Ma Assunta rimase a fissare la strada, ogni sera, a incastrare le mani, aspettando quelluomo che non tornava. Non mangiava più, non dormiva, fino a scavarsi le guance e la fronte, con negli occhi uno scintillio strano, irragionevole. Intorno la chiamavano matta, la vedevano parlare con i sassi, col vento. Ma lei continuava a credere: Deve tornare, lo so.
Lestate soffocante passò, lautunno la vide innamorarsi della linea dellorizzonte, dove credeva di vedere Gregorio che tornava dal bosco. Non chiedeva più, non rispondeva più a nessuno; faceva quello che doveva, e il cuore restava sospeso tra un colpo di zappa e laltro, come se il mondo avesse perso peso e senso.
Un giorno di fine ottobre, vedendo una figura in lontananza, Assunta gridò a squarciagola: Aspettami! Si precipitò al fiume e restò a fissare la sagoma che spariva tra gli alberi era lui o era solo la nostalgia? Quando una contadina, Anna, le si avvicinò, Assunta le sussurrò col fiato corto: Era Gregorio
Anna rispose: Assunta, quello sicuramente ora sta altrove, ha già famiglia sua, lo sanno anche i muri. E pure in brutte condizioni vive, dicono.
Assunta la guardò coi suoi occhi già fuori dal tempo: Non dire bugie io sono sua moglie, e non abbiamo ancora figli, capito?
Anna si fece la croce: Poveretta, che Dio ti protegga dalle disgrazie, eh
Da quel giorno più nessuno cercò di riportarla alla realtà: era ufficialmente diventata la buona del paese. Continuava a zappare nel suo orto, ma a sera saliva in terrazza e guardava oltre la linea degli ulivi, come chi aspetta larcobaleno per giorni e giorni. Accettata come una matta innocua, quasi amata. La domenica ancora si metteva la camicia pulita, si pettinava alla meglio e restava a lungo in piedi sul prato, sperando in unapparizione dietro la siepe.
Chi aspetti, Assunta?, le chiedevano, qualcuno con tenerezza.
E lei, con quello stesso sorriso quieto e malato: La felicità Gregorio mi ha detto che oggi sarebbe tornato.
Povera donna, fuori di testa, sussurravano tra sé.
Solo il vento tra gli olmi rispondeva e il fiume continuava lento il suo viaggio. Al di là del bosco, in posti mai visti, cera sempre il mare azzurro come un sogno, così lontano che per Assunta restava solo un nome, dolce e perduto come il suo unico amore.
La porta cigolò. Concetta entrò a ravvivare la brace. Assunta le rivolse quello sguardo senza più colore, svuotato di tutto.
Allora, come vanno i piedi, oggi? chiese Concetta, poggiando legna fresca.
Barcollando nel suo dialetto, Assunta rispose quasi impercettibile:
Vorrei solo morire No, non torna più. Solo morire mi restaConcetta si fermò, più vicina del solito. Sedette sul bordo del letto, le prese la mano, spellata e gelida tra le sue. Nellaria, solo il respiro regolare della stufa, e un odore di lana umida e pane.
Assunta, disse piano, ma chi lha detto che uno come Gregorio non può tornare? In paese succedono cose strane tutti i giorni. Magari pure il Papa si affaccerà dalla nostra piazza, no? Tu devi avere pazienza, che il tramonto non dura mai troppo. Vieni con me, quando starai meglio, al fiume, a vedere se la primavera ti sveglia dentro Almeno provaci.
Assunta rimase muta, la testa rivolta verso il riquadro di finestra dove la luce moriva. Ma una novità, un rumore appena, un fremito nascosto, le attraversò il petto. Era il ricordo di una voce, o forse, nel buio, la voce stessa: un sussurro vecchio, con accento di vento portato da lontano.
Gregò…, balbettò di nuovo. Ma stavolta, invece di piangere, sorrise piano. Sentì la mano di Concetta che la stringeva più forte, decisa, come a dire: Non sei sola.
Fuori, la prima rondine tagliò il cielo smorto, volando bassa tra la campagna in attesa. Il vento della sera mutò direzione e, se si stava attenti, portava con sé un profumo sottile di terra e pane caldo. Assunta chiuse gli occhi, sentendosi leggera, come sospesa. Le sembrò di camminare ancora una volta tra il grano, scalza, incontro a qualcuno che abbraccia, che consola.
Così la trovarono allalba: il viso quieto, gli occhi socchiusi, una piega di sorriso e le mani giunte, finalmente calde tra quelle di Concetta. Il vento taceva, la neve era un ricordo lontano. Sopra il tetto, una rondine danzava, e il paese intero, per un attimo, credette davvero di vedere Assunta che attraversava la piazza, sulla soglia di una nuova primavera.






