Ti regalerò una stella

Regalerò una stella a te

Aurora, dove sono i miei calzini? Comè possibile che in questa casa non si trovi niente? Perché dobbiamo perdere tempo con queste stupidaggini?

Aurora passò accanto a suo marito, che stava davanti allo specchio esercitandosi in un monologo, e aprì il cassetto del comò. I calzini, piegati in coppia, erano ordinati come sempre.

Eccoli, i calzini.

E aiutami anche a fare il nodo alla cravatta. A me non viene mai bene. Marco porse la cravatta alla moglie e fece una smorfia. Ma come ti sei vestita oggi?

Aurora si guardò. Tuta comoda, appena comprata, perfetta per lavorare in giardino.

È pratica. Volevo sistemare un po le piante.

Non potresti evitare di farti vedere in giro così? Mi pare di investire abbastanza per il tuo mantenimento, dovresti poterti permettere di essere in ordine anche a casa!

Aurora restò zitta. Che senso aveva ribattere se tanto avrebbe sentito che aveva torto? Sistemò la cravatta al marito e uscì dalla stanza. Finalmente libera! Appena Marco fosse andato via, la casa sarebbe stata tutta per lei. Lavorare in giardino, qualche lezione privata nel pomeriggio e forse, se avesse avuto fortuna, anche un po di tempo per leggere.

Aurora! Domani arriva mia madre.

Aurora si fermò sulle scale.

E me lo dici solo ora?

Me ne sono scordato. Ho mille cose da fare.

Lei scese in cucina. Agguantò il frigo e scrutò il contenuto: nulla che potesse andare bene. Doveva andare assolutamente al mercato.

Aurora voleva davvero bene alla suocera, Elena DAlessandro. La ricordava ancora come preside della sua scuola: alta, fiera, ineccepibile postura. Passava nei corridoi e i bambini invece di temerla, la adoravano. Capitava che durante unispezione entrasse in palestra e, tolta la giacca, si unisse al volley tra grida e incitamenti, per poi, con un gesto deciso, rimettere a posto la camicetta e riprendere subito il ruolo di dirigente.

In pensione, si era comprata una villetta fuori Roma, dove si dedicava alle rose, portandole ogni tanto alle mostre e vincendo premi.

La mamma di Aurora e Elena erano amiche dinfanzia. Stesso asilo, stessa scuola. Poi ognuna per la sua strada, ma non smisero mai di sentirsi. Quando i genitori di Aurora si trasferirono a Firenze, Elena aveva ancora più motivo per andare a trovarli. D’altronde, era pur sempre la culla del Rinascimento! Elena andava con Marco, che snobbava quella bambina di Aurora, visto che avevano nove anni di differenza. Se ne accorse solo quando Aurora, ormai donna e coi suoi diciottanni, si mostrò in tutto il suo splendore la sera della maturità. Da lì, Marco perse la testa.

Ti regalo tutte le stelle del cielo, tutto luniverso! Nessuno ti amerà mai come me! Devi solo desiderarlo! Ti prometto, farò limpossibile per te!

A Aurora era sempre piaciuto Marco: bello, intelligente il classico sogno! E davanti a parole, giuramenti così, come resistere? Solo una cosa la lasciava dubbiosa: la smania di Marco di sposarsi subito.

Marco, ma luniversità? Ho appena iniziato!

Che importa luniversità? Limportante è che saremo insieme, Amore! E poi, smettila di storpiare il mio nome con diminutivi, li detesto! Ho un bel nome, non rovinarmelo.

Aurora naturalmente sognava il velo e labito bianco, ma fu ferma: avrebbe studiato. O rimandavano le nozze, o, almeno, avrebbe potuto continuare luniversità dopo il viaggio di nozze. Non piacque molto a Marco.

Aurora, iniziare la vita insieme con un ultimatum non ti fa onore

Mio caro, alla saggezza ci arrivo col tempo. Per ora mi basta diventare un po più furba.

E cosa te lo impedisce?

Tu! Ho già accettato di venire a Milano, lasciare casa, amici e mamma mia

Sono così importanti per te queste cose? Più di me?

Tu sei la mia priorità, per questo ti sposo. Ma perché devo abbandonare tutto, e tu non ti accontenti? Chiedo solo di poter continuare a crescere e non perdere quello che ho imparato.

Parli come se volessi rinchiuderti in una gabbia!

Ma che dici! Aurora abbracciò il fidanzato. Troveremo un motivo più serio per litigare, ok? Spero che non accadrà mai. Ma studiare lo farò. Punto.

Marco fece il broncio una settimana, poi la preparazione del matrimonio ebbe la meglio e fecero pace.

Figlia mia, questo è un campanello dallarme disse mamma Maria mentre sfogliava un catalogo di fiori. Forse dovresti pensarci. Ti vedi davvero legata a qualcuno che non ti ascolta?

Mamma, lo amo da sempre, tu lo sai bene Cosa posso fare?

Non so, pensaci bene. Gli uomini non cambiano. La donna può adattarsi, essere paziente se ama. Luomo no: è sempre uguale, da piccolo a vecchio. Se credi di cambiarlo, scordatelo. Magari fingerà per un po, ma tutto tornerà come prima, e resterà solo dispiacere. Ora è la questione degli studi, ma poi? E se cè altro di più importante? Pensa, figlia mia, finché puoi. Io non ho niente contro Marco, è un giovane brillante e beneducato, ma mia figlia sei tu e voglio che tu sia felice.

Aurora si strinse a sua madre e respirò quellodore di profumo che la faceva sentire a casa.

Ti voglio bene, mamma! Poi, dopo una pausa pensierosa: Dici che i gigli vanno bene nel mio bouquet o meglio qualcosa di più classico?

Maria sospirò. Non si aspettava che la figlia cambiasse idea, la vedeva innamoratissima, ma doveva dirselo, almeno una volta.

Scegli quello che preferisci, cara. Non è una cerimonia ufficiale.

Il matrimonio fu sontuoso e alquanto rigido. Metà degli invitati Aurora li vide per la prima e ultima volta: persone importanti scelte da Marco.

È stata la scelta giusta! Marco la cinse e sussurrò. Ora tutto cambierà.

Allora Aurora non capiva cosa intendesse. Dopo le nozze, in effetti, gli affari di Marco decollarono e lazienda fiorì.

Ancora un po e manterrò la promessa.

Quale promessa?

Ti regalerò una stella!

Aurora sorrise, bloccando con la mano il calice che lui stava per riempire.

Non una stella, amore. Dammi un bambino.

Cosa? Il sorriso di Marco si spense. Sei incinta?

No, non ancora. Ma perché sembri agitato?

Meglio così. Non è il momento.

In che senso?

Gli affari stanno iniziando ora, ci siamo appena sposati. Perché correre? Volevi studiare, no? E allora studia! Che te ne fai di un figlio adesso?

Ma un figlio è famiglia Aurora attorcigliava lo stelo del bicchiere tra le dita.

Io sono la tua famiglia! E tu la mia. Chiudiamo qui questa discussione.

La serata fu rovinata. Cenarono in fretta e tornarono a casa. Prima volta dal matrimonio, Aurora e Marco non andarono a letto insieme. Lui in soggiorno, lei a piangere fino al sonno in camera.

Dopo qualche giorno, Elena chiamò Aurora a pranzo.

Da sole. Voglio parlare con te.

Il caffè era accogliente, con unarea giochi per bambini e vetrata che divideva lallegria dalla tranquillità dei tavoli. Aurora guardava i piccoli ballare dietro al vetro, commossa.

Perché proprio qui? disse quasi in lacrime.

Ieri Marco è venuto da me. Terrorizzato allidea di diventare padre.

Non ha motivo di aver paura replicò Aurora, fissando i bambini Sono tenerissimi

Aurora, guardami negli occhi!

Aurora sospirò e si girò verso Elena.

Non cè nulla da temere. Abbiamo parlato. Un figlio senza desiderio del padre sarebbe un errore. Voglio una famiglia dove il bambino si senta davvero amato.

Elena le prese le mani.

Sei una donna saggia. Ti ho sempre ammirata. Ora ti dico una cosa da donna, non da madre: Marco pensa solo a sé stesso da sempre. Non sono riuscita a tirare su un uomo che prenda le sue responsabilità. Avrebbe avuto bisogno di un padre, qualcuno che gli insegnasse.

Non è così. Sa lavorare, il suo business va bene, ha ottimi giudizi dai suoi collaboratori.

È diverso: con gli estranei è facile. Con la propria famiglia, no. Pensavo che col matrimonio sarebbe cambiato, ma mi sbagliavo.

Da piccolo a vecchio.. mormorò Aurora, ruotando la tazzina vuota.

Cosa dici?

Niente Pensavo. Elena, cosa devo fare? Lei è sua madre, lo conosce meglio di tutti. È per sempre così? Non vorrà mai figli?

Non lo so, magari cambierà idea, ma chissà quando. Se posso darti il consiglio di una donna: separati. Non perdere tempo, sei giovane, bella, avrai tutto ciò che vuoi da un uomo che ti merita.

Ma io lo amo

Non so che dirti su questo Non ho mai amato fino ad annullarmi così. Con mio marito ci siamo solo trovati bene: la passione è venuta dopo anni. Purtroppo ho capito troppo tardi cosa avevo. Ho avuto due anni damore vero, poi lui non cera più e io sono rimasta solo con lattesa.

Attesa di cosa?

Quando se ne andava, soffriva in silenzio. Poi, un giorno, prima di lasciarmi, mi disse con serenità che ci saremmo rivisti di certo. E io aspetto.

Aurora strinse la mano della suocera.

Il tempo, Aurora, è la cosa più crudele che esista. Può togliere, può donare. Sta a noi scegliere. Non lasciargli portare via ciò che per te conta davvero. Rifletti.

E io riflettei, davvero.

Guardando Marco dormire, notte dopo notte pensai a cosa desiderassi veramente. Più riflettevo, più capivo che mio marito era lì, ma un figlio quello mancava davvero del tutto. Forse era meglio così: Marco si impegnava a non farmi mancare nulla. Insistette persino perché lasciassi il lavoro.

Perché devi stressarti? A te ci penso io. Dedica tempo alla casa, a te stessa.

Mi dissi che era attenzione. Tra l’altro la scuola dove insegna(va) non era affatto un ambiente facile. Amavo i ragazzi ma la confusione, le classi troppo numerose e la burocrazia infinita mi sfinivano.

Non posso trasmettere nulla di buono in queste condizioni! mi lamentavo.

Non ne vale la pena! Marco si infastidiva Non devi sprecare la tua vita così.

E la mia istruzione? Tutto per niente?

Al contrario: potresti aiutarmi negli affari.

Non sono uninterprete.

Ma puoi coordinare il team. Sei sveglia.

Non fa per me, amo insegnare.

Sei davvero difficile da accontentare! Se almeno capissi cosa vuoi, magari sarebbe più facile per tutti!

Alla fine abbandonai la scuola. Per un po tradussi da casa, poi scovai una piattaforma formativa online. Quello fu l’inizio di una nuova avventura: ambiente rilassato, studenti motivati, un sogno. E curiosamente non dissi niente a Marco. Ed era la prima volta che non gli raccontavo qualcosa di così importante.

Il nostro rapporto era rimasto piuttosto piatto. Ognuno per sé, ununione più da coinquilini: dividevamo tavolo e letto, ma non ci sentivamo più veramente. Allinizio non mi pesava, poi invece iniziai a rendermi conto di volere di più.

Compivo trentacinque anni quando tornai sullargomento figli.

No! Aurora, ma sei pazza? Un figlio a questetà? E se nasce malato?

Perché dovrebbe?

Perché con letà aumentano i rischi. Ascoltami, Marco mi prese la mano intrecciando le dita con le mie Non stiamo bene noi così?

No! risposi secca.

Cosa? Marco mi guardò stupefatto.

Ho detto che non sto bene, Marco. Ci siamo abituati, la vita fila liscia, ma tutto qui? Non cè crescita, non un passo avanti.

E per te si cresce solo con i figli? Marco lasciò la mia mano e si voltò alla finestra.

Di cosa hai paura, Marco?

Lui tacque. Il silenzio si fece interminabile; sentivo che, se non mi avesse risposto, quello sarebbe stato linizio della fine.

Ho paura di non essere un buon padre.

Cosa te lo fa pensare?

Niente! Non capisci! sfogò la sua tensione camminando avanti e indietro Non voglio che il nostro bambino faccia la mia fine!

Cosa intendi con la tua fine? Spiegami, Marco. Non sono più la ragazzina che sognava il bel ragazzo che veniva destate. Non sono più così ingenua. Voglio capire! urlai quasi. Poi riuscii a calmarmi e chiesi con voce più mite. Raccontami, ti prego.

Non so cosa ci fosse nella mia voce, ma Marco si fermò e, guardandomi negli occhi, iniziò a parlare.

Non ricordo molto, però i miei non si sono mai guardati negli occhi. Vivevano ai lati opposti di una parete. Quella parete ero io. Capivo che tutto quello che facevano era per dovere, non per amore. Mia madre non mi ha mai abbracciato, mio padre rispondeva a tutto, ma sembrava fare un dovere, non gli importava davvero. Non cera amore. Ecco, io non voglio questo. Ho pensato di amarti, che tu saresti stata la mia salvezza, la possibilità di non ripetere la storia.

Hai pensato?

Ho creduto che fosse la cosa che avrebbe cambiato la mia vita, accelerato il mio mondo.

Hai solo creduto.

Allepoca sì.

Per questo avevi tanta fretta di sposarmi?

Sì.

E poi?

Poi ho capito che vivevo come i miei: facevamo tutto giusto, ma mancava lessenziale.

Sentii dimprovviso il bisogno daria. Dovevo scappare via. Meccanicamente, presi chiavi e borsa, senza neanche pensare alle scarpe, e mi trovai sotto la pioggia a camminare verso lauto.

Guidai per la strada buia, piangendo in silenzio prima, poi a voce alta, lasciando uscire tutto quel dolore accumulato. A metà strada verso Firenze, mi fermai a una stazione di servizio, posteggiai dietro il negozio e caddi in un sonno agitato, senza alcun sollievo.

Mamma aprì la porta e mi strinse forte.

Aurorina mia!

Lambulanza arrivò subito.

Ha mai avuto problemi di salute? domandò il medico.

No. risposi.

È incinta?

Cosa? mi tirai su di scatto.

È solo una domanda di routine. Dobbiamo escludere che lo svenimento sia una gravidanza.

No, dottore, non lo sono. risposi, sentendo una lacrima scendere.

Allora non insisterò per il ricovero. Si faccia vedere da un medico però, un calo simile di pressione non va sottovalutato.

Mamma mi riaccompagnò in camera.

Vuoi raccontarmi?

Mamma, non chiedere nulla. Avevi ragione tu in tutto mi raggomitolai su di lei come da bambina Solo che mi dispiace per tutto quel tempo perduto. Chiama Marco, digli che sono qui e sto bene.

Come vuoi, tesoro.

Con la testa sotto il piumone, dormii quasi ventiquattrore. Al risveglio, la camera dellinfanzia mi accolse: il mio vecchio coniglio, con gli occhi sbilenchi per via delle diverse bottoni, mi guardava dal ripiano.

Mi voltai di soprassalto: sulla poltrona, con le gambe lunghissime piegate, dormiva Marco. Appena avvertì il mio sguardo, si riscosse.

Ciao!

Ciao. mi strinsi meglio nel piumone Cosa ci fai qui?

Non abbiamo finito di parlare.

Secondo me hai detto tutto.

No. Tu non hai sentito tutto. Non ti ho detto che da idiota ho creduto per anni che fosse solo abitudine. Solo quando sei scappata ho capito di averti persa. Aurora, ho bisogno di te. No, scusa. Ti amo

Solo ora lo capisci?

No, da tanto ormai. Ma ho avuto paura di ammetterlo. Di lasciarti entrare davvero.

Anchio ho capito qualcosa.

Cosa?

Che non so più se voglio restare con te. Sono stata una moglie comoda, vero, Marco? Mai una richiesta, sempre come volevi tu. Ma adesso non voglio più vivere così.

Non mi ami più? chiese Marco raddrizzandosi.

Non so. Non so niente, tranne che non voglio più questa vita.

Neanchio.

Allora almeno ora i nostri desideri coincidono.

E tu cosa vuoi?

Una nuova vita, diversa. Voglio un figlio, magari più di uno. E li avrò: sani, belli, intelligenti. Perché io lo voglio. Voglio vivere, non sopravvivere.

E per me cè posto in questa tua nuova vita, se ti dico che anchio lo voglio?

Non lo so. Non mi fido più delle promesse.

E se ti dimostrassi che puoi fidarti?

Guardai mio marito, spettinato e confuso come non mai, e allimprovviso rividi in lui il ragazzino di cui da piccola ero innamorata. La memoria si confondeva, immagini di noi giovani, la paura e lemozione del nostro matrimonio. Nulla era cambiato in lui. Ero cambiata io.

Da piccolo a vecchio mormorai.

Cosa dici?

Dico: riproviamoci. Insieme, stavolta.

Mia madre non disse nulla, né a me né a Marco. Ci preparò la colazione, mi diede le scarpe da tennis vecchie e ci lasciò andare via, facendo il segno della croce alle nostre spalle. Dalla finestra sorrise, intuendo quello che stava per accadere. Aurora avrebbe scoperto di essere incinta una settimana dopo. Marco, felicissimo e agitato come non mai, avrebbe iniziato mille preparativi, esagerando per una sola culla. Solo dopo la prima ecografia avrebbe battuto le mani:

Lo sapevo che una sarebbe stata troppo poca!

E poi, guardando i figli che giocavano a pallone con il padre, Aurora si sarebbe ricordata il vecchio discorso con Marco. E quando quei bambini spettinati e amati avrebbero segnato l’ultimo gol, lei li avrebbe abbracciati e baciati sulle guance arrossate, tra le proteste dei ragazzi e l’approvazione di Marco. Si sarebbero stretti, questa volta davvero insieme.

Ancora oggi, la domanda che mi accompagna è semplice: chi sono io davvero e cosa voglio? Ho capito che la felicità non è nella perfezione o nei sogni irraggiungibili, ma nel coraggio di scegliere, ogni giorno, la vita che sentiamo nostra. E oggi, guardando la mia famiglia finalmente piena di amore vero, so che nessuna stella ha mai brillato così forte nel nostro cielo.

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Ti regalerò una stella
Nemmeno trent’anni di matrimonio sono una giustificazione per sopportare un tradimento Elena teneva tra le mani una piccola scatolina: il velluto era consumato, le lettere dorate quasi cancellate. Dentro brillavano tre pietre minuscole. Bisogna ammettere: molto belle. – Cinquemila euro, – disse Oleg mentre sfogliava le notizie sul tablet. – Le ho prese da “Gioielli d’Italia”, con la carta fedeltà. – Grazie, caro. Sentì una stretta al petto. Non per la cifra, ormai non aveva pretese a quell’età. Ma per come lui aveva parlato. Distrattamente. Come se le avesse detto quanto aveva speso per il latte. Trent’anni di vita insieme. Nozze di perla – una rarità oggi. Elena si era svegliata presto, aveva tirato fuori dal mobile la tovaglia elegante con merletto: regalo di nozze della suocera. Aveva iniziato a preparare la “Torta Paradiso” – il dolce che Oleg chiamava “un angolo di cielo”. Ora lui sedeva immerso nello schermo e rispondeva a malapena alle domande. – Oleg, te lo ricordi che avevi promesso di portarmi in Italia per il nostro trentesimo anniversario? – Mh, – senza alzare lo sguardo. – Pensavo, magari andiamo almeno in Costiera Amalfitana? È tanto che non facciamo una vacanza insieme. – Elena, ho un progetto che scotta. Non posso ora. Progetto. C’è sempre un progetto. Specialmente nell’ultimo anno e mezzo, da quando Oleg ha “preso la febbre della giovinezza”. Si è iscritto in palestra, comprato scarpe costose, rinnovato il guardaroba. Anche la pettinatura è cambiata: frangia di lato, tempie rasate. – Crisi di mezz’età, – diceva l’amica Silvia. – Capitano a tutti gli uomini. Passa. Non è passato. Si è solo rafforzato. Elena provò l’anello – la misura era perfetta. Dopo tanti anni, almeno questo lo ricordava. Le pietre scintillavano con un bagliore gelido. – Bello, – ripeté guardando il regalo. – Sì, è una montatura di tendenza. Design giovane. La sera, seduti al tavolo festivo, mangiarono quasi in silenzio. La torta era venuta come sempre – soffice, delicata. Oleg ne mangiò una fetta, la lodò distrattamente. Elena lo osservò e pensò: quando era diventato un estraneo? – E chi è questa ragazza? – domandò all’improvviso. – Quale ragazza? – Oleg sollevò gli occhi dal piatto. – Quella che ha scelto l’anello “giovane”. – Cosa c’entra? – Oleg, – la voce calma, – non sono stupida. L’anello l’ha scelto una donna. Un uomo non dice mai “design giovane”. Pausa. Lunga. Pesante. – Elena, che assurdità. – Si chiama Alessia? Oleg impallidì. Neanche chiese come lo sapesse. Quindi aveva indovinato. – C’ho dato un’occhiata per caso. Un mese fa, quando mi hai chiesto di cercare il numero dell’assicurazione sul tuo telefono. “Amore, a presto!” – ricordi quel messaggio? Taceva. – Ventotto anni, lavora nel vostro ufficio. Ieri ha pubblicato sui social una foto da un ristorante – quel tavolo vicino alla finestra dove vi siete seduti. Ho riconosciuto la tovaglia. – Come lo sai del ristorante? – L’ha visto Silvia. Per caso. Credi che in città non si nota? Oleg sospirò gravemente: – Va bene. Sì, c’è Alessia. Ma non è come pensi. – E com’è? – Mi capisce. Con lei è facile, interessante. Parliamo di libri, film. – E con me non hai nulla da dire? – Elena, guardati! Parli solo di figli, salute, dei prezzi che aumentano. Con Alessia mi sento vivo. – Vivo, – ripeté Elena. – Capisco. – Non volevo farti soffrire. Oleg abbassò la testa. – Lei sa che sei sposato? – Sa. – E non le importa? Sta bene con un uomo sposato? – Elena, è una ragazza moderna. Non si fa illusioni. – Moderna, – sorrise amara Elena. – E trent’anni con te sono illusioni? Si alzò dal tavolo e iniziò a sparecchiare. Le mani tremavano, ma non lasciò trasparire nulla. – Elena, parliamone con calma. – Non c’è più nulla da dire. Hai fatto una scelta. – Non ho scelto nessuno! – Sì che hai scelto. Ogni giorno. Quando torni tardi. Quando menti sulle trasferte. Quando le compri regali con i miei soldi. – Con i nostri soldi! – Sono anche miei. Lavoro anch’io, ti sei scordato? Elena lavò i piatti, li mise ad asciugare. Togliendo la tovaglia elegante, la ripose nell’armadio. Tutto come sempre. Solo le mani continuavano a tremare. – Elena, cosa vuoi? – chiese Oleg fermo sulla soglia della cucina. – Voglio restare sola. Stanotte. Per riflettere. – E domani? – Non so. Per due giorni rimase muta. Oleg provava a parlare, ma riceveva solo risposte monotone, cortesi. Il terzo giorno cedette: – Quanto durerà? – Cosa non ti va bene? – chiese Elena stirando la sua camicia. – Faccio tutto: cucino, pulisco, lavo. Come sempre. – Ma non parli con me! – Perché dovrei? Hai Alessia per parlare. – Elena! – Cosa Elena? Tu stesso hai detto – con me è noia, nessun discorso. Perché forzarsi? La sera uscì. Disse – dagli amici. Elena sapeva che sarebbe andato da lei. Si mise al computer: aprì la pagina social di Alessia. Carina. Giovane. Foto da resort di lusso, abiti alla moda, flute di champagne. Un post di ieri: “La vita è bella quando accanto c’è chi ti apprezza”. E i tag – amore, felicità, uomo maturo. Uomo maturo. Elena sorrise. Un tag come un’etichetta. Nei commenti, le amiche: “Ale, quando la giornata?”, “Che fortuna, che uomo!”, “E la moglie che dice?” Al commento sull’ex-moglie Alessia rispose: “Il loro è solo un matrimonio di facciata. Vivono come coinquilini da tempo”. Trent’anni – da coinquilini. La mattina dopo, Elena chiamò un avvocato. Un ragazzo giovane ascoltò la sua storia con attenzione. – Chiaro. Tutto quello che avete accumulato si divide a metà: casa, casa vacanze, auto. Se proviamo l’infedeltà, può chiedere una quota maggiore. – Non voglio di più, – disse Elena. – Mi basta la giusta metà. A casa fece la lista: Casa – vendere e dividere a metà. Casa vacanze – a lui. Io non ci torno più. Auto – a me. Si compri la sua. Conti bancari – dividere. Oleg rientrò tardi, vide la lista sul tavolo. – Cos’è questa? – Divorzio. – Sei impazzita? – No. Finalmente mi sono ritrovata. – Elena, ti ho spiegato! È solo un capriccio. Passa! – E se non passa? Dovrei aspettare altri trent’anni che ti calmi? Oleg si buttò sul divano, il viso tra le mani: – Non volevo farti del male. – Ma l’hai fatto. – Cosa devo fare? – Scegliere, – disse Elena. – O la famiglia, o Alessia. Terze strade non esistono. Per tre mesi vissero come coinquilini per davvero. Oleg dormiva in camera degli ospiti. Parlavano solo per cose pratiche. Elena iniziò corsi d’inglese, piscina, finalmente leggeva i libri che aveva messo da parte. Alessia chiamava ogni tanto, piangeva al telefono. Oleg usciva in balcone e spiegava tutto sottovoce. Una sera tornò presto. Si sedette di fronte a Elena. – Ho chiuso con lei. – Perché dovrei saperlo? – Elena, ho capito. Sono stato uno stupido. Ho fatto un errore terribile. – Concordo. – Possiamo riprovare? Sono cambiato. Elena posò il libro: – Oleg, l’hai lasciata non perché hai capito il mio valore. Ma perché ti sei stancato. E un’altra “Alessia” arriverà fra un anno, due. – Non succederà! – Invece sì, perché non hai perso me – hai perso la gioventù. E io non posso aiutarti a ritrovarla. – Elena. – I documenti per il divorzio sono pronti. Firma. Lui firmò. Senza litigi, né discussioni sui beni. Elena prese solo ciò che aveva deciso. Sei mesi dopo, conobbe Romano – coetaneo, vedovo, insegnante d’inglese. Si erano trovati ai corsi. Lui la invitò a teatro. – Sa, Elena, – disse lui dopo lo spettacolo davanti a un caffè, – mi piace parlare con lei. È una persona interessante. – Davvero? Mio ex marito mi trovava noiosa. – Allora non sapeva ascoltare. Romano sapeva. Apprezzava i pensieri di Elena, rideva alle sue battute, si raccontava – senza voler sembrare più giovane. – Cos’è che l’attrae in una donna? – chiese Elena un giorno. – L’intelligenza. La gentilezza. La sincerità. E lei negli uomini? – La sincerità. E che non abbia paura della sua età. Risero. Oleg chiamava, a volte. Augurava buona festa, chiedeva come stava. Come vecchi conoscenti. – Sei felice? – domandò una volta. – Sì, – rispose Elena senza esitazione. – E tu? – Non lo so. Forse no. – Beh, ognuno sceglie la propria strada. L’anello da cinquemila euro lo tiene ancora. Non lo indossa – resta nella scatola. Un ricordo di come si possono sminuire trent’anni di vita. Romano, per il compleanno, le regalò una vecchia spilla trovata al mercatino – niente di costoso, ma scelta con amore. “La bellezza non è nel prezzo, – disse. – È nel modo in cui viene donato.” Elena capì che, dopo i cinquant’anni, la vita non finisce. Ricomincia. E voi cosa ne pensate? Si può ricominciare da capo in età matura? Scrivetelo nei commenti.