Pulcino

– Che guardi, come un lupo? Non ti basta? Dai, ragazzi, colpitelo ancora! La voce sottile di Fiorella si fece stridula e Daniele si ritrasse, stringendo i pugni davanti a sé.

A che serve? Chi lo spaventeresti, con quellaspetto? Piccolo, magro, le braccia e le gambe due stecchini, e quella testa che pare stia per cadere dal collo sottile. Insomma: Pulcino!

Quel soprannome glielavevano dato subito, appena arrivato nella famiglia affidataria.

– Guarda, mamma, mangia come un pulcino! Sembra proprio che becchetti dal piatto!

La biondina dagli occhi grandi, così delicata da sembrare una bambola di porcellana più che una vera bambina, arricciò il naso divertita e gli tese la sua brioche.

– Tieni! Mangia! Non ti davano da mangiare allorfanotrofio?

Daniele scosse la testa e rifiutò la brioche, tanto bruscamente che Rosa, la mamma affidataria, trasalì temendo che la testa gli cadesse per davvero. In realtà, non voleva spiegare che non aveva fame; allorfanotrofio mangiava bene, semplicemente aveva sempre mangiato poco, finché non arrivò in quella casa. Poi si abituò alle porzioni abbondanti che Rosa serviva generosa ai suoi figli, al cesto di caramelle e biscotti sempre in tavola, e alla fruttiera colorata. Imparò a servirsi da solo, senza chiedere.

Allinizio, Rosa si commuoveva quasi alle lacrime ogni volta che il ragazzino le chiedeva:
– Posso prendere una mela? Solo una, per favore
– Certo, tesoro! Ma perché chiedi permesso? Prendi pure quello che vuoi!

Ma Daniele non riusciva proprio a farne a meno, era per lui fondamentale avere quella conferma, così che nessuno potesse mai rimproverarlo daver preso qualcosa senza il permesso.

Fiorella, quella stessa biondina di porcellana, rideva di lui, ma non permetteva agli altri di prenderlo in giro. Adesso Daniele sapeva che per lei era tutto un gioco: a volte puniva e a volte graziava, proprio come un gatto col topo. Chi viveva in casa di Rosa, volente o nolente, diventava un po il suo giocattolo. Si divertiva a osservare i litigi tra fratelli.

– Mariangela, hai proprio delle trecce bellissime! E la mamma le ha fatte meglio del solito oggi! Ma perché Paolo ha detto che hai un covone in testa? Cosè un covone?

La quattordicenne Mariangela, ingenua e buona come la mamma Rosa, diventava una tigre quando si parlava del suo aspetto. E Paolo, portato in casa subito dopo la sorella, faceva una scenata per una parola che secondo Fiorella avrebbe detto, ma che lui giurava dignorare. Fiorella sorrideva dolcemente: cosa aveva mai detto di male? Niente, semplicemente riportava le frasi sentite a scuola. Poco importava se Paolo non le avesse mai dette sul serio.

Oppure Paolo, alle prese con qualche poesia da recitare alla gara scolastica in cui trionfava sempre, si piazzava davanti allo specchio per provarla. E zac! Ecco Fiorella:
– Bravo, Paolo, davvero! Ma perché Daniele dice che sei stupido e non sai fare niente?

E Daniele, tutto impegnato nei compiti ditaliano, si ritrovava allimprovviso a terra, con Paolo che lo menava senza badare al fatto che lui, cadendo, sera addirittura morso la lingua.

Fiorella immediatamente volava dalla mamma:
– Mamma! I ragazzi si picchiano! Mi sa che Paolo ha fatto male a Daniele!

Così Rosa correva nella stanza dei ragazzi, Mariangela già impegnata a separare i due, per poi spaventarsi e correre in ospedale, non si sa mai.

Chiaramente, Fiorella le sue trame non le architettava ogni giorno, bastava poco per ottenere leffetto desiderato. E sempre con furbizia e intelligenza. A Daniele spesso pareva che Fiorella avesse una coda rossa e pelosa, che si gonfiava ogni volta che riusciva a mettere zizzania.

Tra tutti i figli di Rosa, che erano ben cinque, solo Niccolò sembrava ignorare completamente le macchinazioni di Fiorella. Lui viveva per conto suo: un genio del computer, aveva la stanza tutta per sé, quella che era stata ceduta dal figlio maggiore di Rosa, Simone. Nessuno poteva entrare, non perché Niccolò fosse cattivo anzi! Spiegava volentieri i misteri del computer a chiunque. Ma il lavoro lo prendeva tutto: a sedici anni era già un bravissimo programmatore, sempre sommerso di progetti. Amava stare coi fratelli, ma dove trovare unora in più nel giorno? Aveva anche una ragazza: solo Rosa e Daniele lo sapevano. Niccolò glielaveva confidato, e perfino passato al telefono per due parole su Skype. Poco importava che lei, Arianna, vivesse in unaltra città: appena finiti gli studi avrebbero frequentato lo stesso ateneo. Niccolò non vedeva lora.

Daniele sapeva cosa volesse dire aspettare.

Quando stava appollaiato sul davanzale freddo, con le ginocchia strette al petto e le dita incrociate per la buona sorte, mormorando: “Fa che sia così, ti prego! Tu che puoi tutto!”. Chi fosse quel “Tu”, Daniele non lo sapeva, però si sentiva ascoltato. Così, quando Niccolò gli permetteva di stare nella sua stanza, rannicchiato con il gatto Ambrogio tra le braccia, Daniele si sentiva al sicuro: qui nessuno poteva fargli del male, nessuno lo avrebbe deriso. Poteva pensare in pace, facendo le rime che gli venivano naturali, coccolare il gatto e lasciarsi andare. Niccolò borbottava mentre programmava, poi si stendeva in tutta la sua altezza, stiracchiandosi, lanciava la gamba in alto con un gridolino e, con una riverenza, dichiarava:
– Onoratissimo! Ora ci vuole una pausa!

E Daniele, impaziente, correva in cucina a fare il tè come Rosa gli aveva insegnato, per poi ascoltare le storie di Niccolò: del campeggio al mare, della scuola, di Simone, che per Niccolò era fratello, mentore e il migliore sulla terra, tranne ovviamente Rosa.

Simone era lunico figlio naturale di Rosa. Tutti gli altri erano fratelli e sorelle solo sui documenti: adottati, come lui. Simone viveva lontano, a Bologna, insegnava alluniversità e due volte lanno si faceva vedere a casa. Allora in casa regnavano felicità e pace. Daniele aveva visto Simone appena due volte, ma ogni volta aveva desiderato che restasse, sentendo che finché cera lui, nessuno poteva prendersela con gli altri.

Chissà come avrebbe reagito la moglie di Simone, Caterina: la loro bimba, piccola e vivace, era volata da Daniele come se lo conoscesse da sempre, e lui era rimasto immobile, temendo di sfiorarla facendo un disastro. Caterina aveva sorriso:

– Non temere! Vuole solo conoscerti. Sei suo zio ora, grande e forte, lei la tua nipotina!

La piccola aveva accarezzato la sua guancia, poi lo aveva abbracciato al collo. E Daniele era scoppiato in un pianto irrefrenabile che aveva spaventato tutti.

Per fortuna, Rosa aveva capito subito, lo aveva preso in grembo come un bambino, cullandolo a lungo, proprio come Daniele aveva fatto con la piccola di Simone.

Nessuno aveva riso, nemmeno Fiorella. Si era avvicinata, accarezzandogli la spalla:
– Non piangere, Pulcino! Oh, scusami, Daniele! Andrà tutto bene!

Perché lo avesse fatto, Daniele non lo capiva: tanto lo trattava male quanto lo coccolava. Ma ora, almeno, cera anche altro, non solo lei: Niccolò, Mariangela, Paolo. E poi, cera Rosa Daniele la chiamava “mamma” solo dentro di sé, e con timore. Aveva paura di essere frainteso, o peggio di essere accettato, amato e poi rimandato indietro, come già successo con una precedente famiglia affidataria. Quando era nato il loro figlio, Daniele non era più servito: era stato riportato in orfanotrofio da due signore, di cui una in divisa elegante. Là gli avevano spiegato in fretta, tra i bambini, perché uno come lui non dovesse essere amato. Non erano le educatrici loro avevano troppo da fare. Lo aveva capito presto.

Questi pensieri erano come una pittura nera e fredda sul cuore. Daniele non raccontava mai i suoi timori a nessuno, nemmeno a Niccolò. Solo ad Ambrogio, il gatto. Solo lui ascoltava come se tutto fosse di grande importanza.

– Secondo te mi lasceranno restare?

Ambrogio rispondeva drizzando un orecchio, poi si sdraiava a pancia in su. Lui la sapeva lunga: chi veniva accolto in quella famiglia non veniva più lasciato andare. Era stato così anche per lui.

Ambrogio aveva avuto un passato difficile: Rosa, infermiera, laveva trovato vicino alla strada, sfinito. Era stato investito ed era rimasto per terra, gli occhi annebbiati dal dolore, mentre la macchina che laveva colpito se nera già andata. Lui guardava verso la casa dallaltra parte, verso la finestra lasciata aperta dalla donna delle pulizie, verso lalbero dove si arrampicavano le cince prima che lui facesse un balzo e, dopo aver corso nel panico, aveva perso tutto: casa, calore, coccole. La sete laveva portato a bere da una pozzanghera, peggio del peggio. Poi la luce, il dolore, e un urlo disperato.

Ma al posto del muso della madre aveva sentito la mano calda di Rosa.

Il cappotto a cui Rosa lo strinse non era più tornato pulito, la fanghiglia della strada si era attaccata al tessuto e non se nera più andata. Rosa, sorridendo, decise di lasciar perdere e portarlo in campagna, mentre per sé comprò una giacca semplice: con tutti quei bambini, spendere i soldi per sé non aveva senso.

Ambrogio, a casa, restò zoppicante, ma lì imparò che la felicità esisteva, anche se in quella casa cerano tanti bambini e tanti problemi. Ma cera anche tanto calore.

Il padrone, Gregorio, era spesso in giro per lavoro; tornava a casa solo un paio di giorni a settimana. Ma quando cera, Ambrogio andava da lui, si faceva prendere in braccio e la mano di quelluomo calmo gli trasmetteva calore e forza. E il gatto capiva che quelluomo poteva dare calore anche agli umani. Cercava di spiegarlo anche al ragazzino dalle orecchie grandi, che però non capiva ancora. Rosa invece sì.

– Gregorio, parleresti con Daniele? Non riesce ad andare daccordo con gli altri. Io lo tengo docchio, ma non capisco la causa.
– È chiuso?
– Sì. Lo sai come arrivano da noi Ci vuole tempo.
– E gli altri come si comportano con lui?
– Né bene né male. Niccolò lo prende con sé, dice che è bravo, basta seguirlo. Con Mariangela e Paolo è più dura. Forse dovremmo chiedere a Caterina di venire un po qui.
– È già piena di pensieri. Magari una telefonata basta.

Ma la vita mescola sempre le carte. La lite, tanto preparata da Fiorella, alla fine scoppiò ma il risultato non fu quello che lei sperava.

– Che aspettate! Ha detto brutte cose su mamma, e voi che fate? Fiorella guardava Daniele mentre si ritrasse contro il muro. Lei sapeva che non avrebbe gridato, non chiedeva aiuto. Per giorni aveva studiato le sue reazioni: mai una lamentela. Ma lei, Fiorella, sì che sapeva piangere con una sola lacrima, tremore sulle labbra e una voce flebile.

– Mamma

Funzionava sempre. Nessuno metteva mai in dubbio la sua sincerità. Gli adulti credono a ciò che vogliono credere.

Daniele chiuse gli occhi e per la prima volta Fiorella provò compassione: quanto era ridicolo, così. Contro Mariangela e Paolo che erano più robusti, e Paolo, poi, faceva judo, grazie a Rosa avrebbe travolto Daniele come niente.

Fiorella si fermò e tutto improvvisamente cambiò: dietro di lei risero Mariangela e Paolo.

– Ah, Fiorella, sei proprio gelosa! disse una voce calma, era Gregorio.

Lei tremava, convinta che fosse la fine: lavrebbero rimandata in istituto. Gli altri sarebbero rimasti, lei no.

Daniele si scosse leggermente via dalla sua presa. Paolo gli toccò la spalla:
– Ti ho fatto male?
– No, tutto ok.
– Era necessario.
– Lo so.

Mariangela, in piedi accanto a Gregorio appena rientrato dal lavoro, guardava il padre.
– Dobbiamo dirlo a mamma?
– In teoria sì, ma penso ce la farete da soli, giusto?

Mariangela annuì, si avvicinò e abbracciò Daniele.
– Non è affatto un Pulcino, capito? È nostro fratello quanto te, Fiorella. E basta scherzi, ormai siamo stufi dei tuoi giochini.

– Adesso siete diventati intelligenti? sussurrò Fiorella senza guardare nessuno.

– Siamo più forti, Fiorella. E non potrai più metterci luno contro laltro disse Mariangela. Puoi provarci, magari mamma ti consolerà, ma alla fine resteresti sola. Perché quando si litiga tutti stanno male: mamma si tormenta, papà pensa a casa anche quando guida, e noi non stiamo bene. A che serve?

– Non mi rimanderanno allorfanotrofio! ribatté Fiorella stringendo i pugni.

Mariangela la guardò sbalordita, rise così forte che cadde qualcosa nella stanza sopra; sul pianerottolo apparve Niccolò.

– Che succede qui?

Fiorella teme di essere rimandata allistituto! risero tutti.

– Ragionamento che non ho mai capito. Adesso silenzio, che devo lavorare! Fatemi un favore: fate finta che non esistiate!

Annuirono e andarono tutti in cucina a mangiare, tranne Fiorella, che si fermò seduta sulle scale con la voglia di piangere, come da piccola, dietro la staccionata della signora Lina, che le dava sempre pane o dolci. Là, nella freddezza dellabbandono, il suo posto era stato in mezzo alle bottiglie, ai rifiuti più che alle carezze. Il modo di sua madre di “educarla” erano stati schiaffi invece di abbracci.

Daniele si avvicinò, estrasse dallo zaino un fazzoletto stropicciato:
– Male davvero?
E stavolta a Fiorella non venne voglia di urlare o ferirlo; prese, con un piccolo gesto, il fazzoletto.

– Grazie, Pulcino ehm, scusa, Daniele.
– Va bene, tranquilla. Il soprannome non è male. Soffiati il naso! Andiamo!
– Dove?
– Come dove? A pranzo. Mariangela ha già riscaldato il minestrone. Tra poco mamma torna dal lavoro e papà ha fame. Non puoi star qui a piangere. Sei una vera egoista, Fiorella!

Fiorella strinse il fazzoletto tra le mani, poi chiese:
– Tu hai paura mai? Di quella paura che ti chiude il respiro?
– Sì. Prima molto spesso.
– E adesso?
– Adesso ho una casa credo. Genitori, Niccolò e Ambrogio. Non ho più tanta paura. E tu?
– Io ho sempre paura.
– Di cosa? Ci vivi ormai qui! Daniele si accovacciò davanti a lei. Cosa cè che non va?
– Se non mi amavano da sola, perché dovrebbero amarmi ora, con così tanti attorno? Mariangela, Paolo, tu Niccolò non conta, è grande.
– Fiorella, che scema!
– Perché?
– Perché chi sa amare, ne trova sempre per tutti. Se mamma Rosa ama Niccolò, e su questo possiamo essere daccordo, perché dovrebbe amare meno te o Mariangela? Vi ha mai differenziato? Rispondi, tu vivi qui più di me.
– No, mai.
– E allora di cosa hai paura?
– Non lo so. Mi spaventa e basta. Fiorella si riscosse. Ti metterai a prendermi in giro?
– No. Daniele si alzò e saltellò un po. Non lo farò, so quanto fa male rider di qualcuno che non te lo merita. Io non voglio essere così.
– Neanchio sussurrò Fiorella.
– E allora non esserlo. Dipende solo da te. Ora andiamo, ti va? Daniele allungò la mano Dai! Oggi a pranzo cè minestrone, non Fiorella! E poi sei troppo acida, nessuno ti mangerebbe!

E così Fiorella lo seguì in cucina.

Molti anni dopo, una giovane donna uscì di corsa dallimponente facciata della facoltà di giurisprudenza dellUniversità di Padova, saltò al collo di un ragazzo alto dagli occhi scuri, gridando tanto forte da far voltare chiunque fosse nei paraggi:

– Pulcino! Ho finito! Il diploma è mio! Dai, festeggiamo!

E il ragazzo la strinse a sé, scompigliandole i capelli con affetto:

– Aspetta, aspetta! Arriva Paolo. E anche Niccolò con Arianna stanno per arrivare.
– E Mariangela?
– È di turno oggi. Sostituisce mamma.
– Lo sapevo! Mamma sta facendo la torta?
– Furbona! Sì, è in forno. E pure la tua insalata preferita. Passando da casa ci sono stato. Oh, ecco i nostri! Andiamo?

Fiorella annuì, si voltò indietro: i suoi occhi erano di nuovo azzurri come il mare sereno il colore che prendevano solo quando era davvero felice. E prese per mano il fratello che avrebbe continuato a chiamare con quel vecchio soprannome dinfanzia, Pulcino. Ma ora quel nome aveva perso ogni ombra di offesa, racchiudendo qualcosa di molto più grande: quella forza misteriosa che unisce di più delle gelosie o del rancore. Quella forza semplice e vera che chiamiamo amore.

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