Il nonno non c’è più

Non cè più il nonno

Caterina era appena tornata dallennesima trasferta lavorativa e non aveva neppure fatto in tempo a togliersi il cappotto o a mettere in ordine la valigia che già squillava il telefono: era la mamma.

La voce di Lorenza Benedetti era agitata, ma, complice la stanchezza enorme, Caterina non vi fece caso.

Caterina, tesoro, sei già arrivata a casa?

Ciao mamma. Sì, sono finalmente rientrata. Sono appena entrata nellappartamento. Che succede, mi chiami? È successo qualcosa?

Bene, bene che sei a casa.

Caterina capì subito che la madre voleva dirle qualcosa ma per qualche motivo rimandava, forse non sapeva da dove cominciare, o forse aveva paura delle sue stesse parole.

Forse avrà raccolto i soliti pettegolezzi dal vicinato ed è impaziente di raccontarmeli, pensò Caterina. Ma non aveva proprio voglia di ascoltare.

Desiderava solo buttarsi sul letto e dormire fino a tardi, dato che sul treno, durante la notte, non era riuscita a chiudere occhio. Nel compartimento accanto viaggiava un gruppo di quattro ragazzi che, già dalla sera, erano alticci e dopo mezzanotte avevano fatto un vero concerto: cantavano a squarciagola, chitarra alla mano.

E non risparmiarono nemmeno lei:
Sotto i rami fioriti dei meli e dei peri,
si sollevava la nebbia sul Po.
Usciva dal prato Caterina,
su quellargine alto lassù…
Le parole arrivavano flebili, attutite dal muro. Se fosse stata di buon umore, forse avrebbe sorriso. Invece, in quel momento, desiderava solo che le corde della chitarra si rompessero. Ma, purtroppo, non successe.

Mamma, ora mi riposo un po’, mi sistemo e poi ti richiamo, così chiacchieriamo con calma, va bene?

Ho paura che non sia possibile, sospirò la madre.

Non capisco perché no? Solo allora Caterina si rese conto che la voce di sua mamma era davvero strana, preoccupata.

Non riuscirai a riposare.

E perché? Sono stata via per lavoro, ne ho diritto. Non aspetto visite, e non devo andare da nessuno. O cè qualcosa che non so? Spero tu non stia programmando di piombare a casa senza avvisare…

Caterina il nonno non cè più…

Caterina sbiancò e, stringendo forte il telefono, si lasciò scivolare lentamente sul divano.
Non si aspettava una notizia simile.

Stamattina mi ha telefonato la signora Maria, la vicina. Era andata a portargli il latte e ha trovato il nonno, Giovanni Lorenzo, steso sulluscio, una mano sul cuore, già senza vita. Deve essere stato lì tutta la notte. Tocca andare in paese, a sistemare il funerale. I vicini danno una mano. Mi senti, Caterina?

La ragazza si sentiva così spaesata che non riuscì a dire nulla, salvo un fievole Sì.

Maria ha avvisato i parenti di Giovanni, ma nessuno vuole venire al funerale. Le hanno detto che se avesse lasciato uneredità importante, forse avrebbero pensato di presentarsi. Ma così, per cosa sprecare tempo e denaro? E poi, la casa in cui viveva… si capisce, non la vuole nessuno da chissà quanto, Lorenza Benedetti fece una breve pausa, poi riprese: Nemmeno io, a dir la verità, ho voglia di tornare in quel paese. Giovanni Lorenzo mi aveva anche detto chiaramente che non voleva più vedermi in casa sua, nemmeno al suo funerale. E io, ti ricordi, glielho promesso che sarei rimasta lontana. Quindi ora tocca solo a te, Caterina. Tu puoi andarci, vero? Ad accompagnare il nonno nel suo ultimo viaggio?

La madre tacque. Così fece Caterina. Lo sguardo fisso sulla credenza, dove cera lultima lettera del nonno, spedita, a giudicare dal timbro, ormai da più di un mese.

Non aveva fatto in tempo a leggerla, era via per lavoro proprio allora.

Negli ultimi sei mesi era già partita tre volte in trasferta e non era dato sapere quante volte sarebbe ancora dovuta andare lazienda per cui lavorava aveva aperto una filiale a Milano, e lei doveva sistemare tutte le pratiche. Mandavano sempre lei: gli altri avevano problemi di salute, figli piccoli o mille pretesti familiari lei era lunica libera e senza vincoli.

Caterina, la voce di Lorenza Benedetti risuonò ancora. Non vorremmo che i vicini pensassero che ci siamo dimenticate del nonno. Era difficile, certo, ma sempre una persona. E tu con lui avevi un buon rapporto, o sbaglio? Dico a Maria che verrai in paese?

Sì, mamma. Ci vado io. Solo

Si alzò dal divano, prese tra le mani la lettera del nonno, la carezzò, poi la ripose.

Mamma, non capisco come sia potuto succedere. Il nonno stava bene. A Natale, quando sono passata da lui, era arzillo e non si lamentava di niente

Cara Caterina, non posso saperlo letà era quella che era. Oggi tanti uomini non arrivano neanche alla pensione, il tuo nonno ha superato gli ottanta. Non ci si può lamentare. Che la terra gli sia lieve.

Caterina era sconvolta. Aveva amato quel nonno, e quello era forse lunico legame che ancora lo teneva vicino alla famiglia. Gli altri parenti e perfino la mamma avevano rotto ogni rapporto da tempo.

Quanto alla mamma la reciproca antipatia tra lei e Giovanni Lorenzo durava da anni.

Il nonno non le aveva mai perdonato la morte di Andrea, suo unico figlio e padre di Caterina: la accusava di averlo spinto troppo, esausto per il lavoro, fino a una morte precoce. Si era ritrovato, come ora ripeteva la madre, in quella triste categoria di uomini che non vedevano la pensione.

A dire il vero, Lorenza Benedetti aveva davvero convinto Andrea a lasciare il vecchio lavoro e a trasferirsi spesso in trasferta, pur essendo insegnante di professione. Sempre per mettere da parte qualcosa in più: lavori in casa, vacanze, una nuova casa in montagna. Andrea lavorava mesi lontano, ma al ritorno portava regali e stipendi generosi.

Poi un giorno non tornò. Il cuore cedette e si spense, troppo stanco.

Quella fu una scena tremenda: il nonno Giovanni piangeva e urlava come un lupo, strappando il cuore a chi assisteva, perché Un genitore non dovrebbe mai seppellire un figlio.

Dopo quella giornata, il nonno ruppe ogni rapporto con la nuora, dicendole che non voleva più vederla in casa sua, neanche per il funerale.

Facciano pure! aveva esclamato allora Lorenza, seccata. Io non ho colpa! Un uomo deve lavorare, è il suo dovere. Che problemi avesse Andrea col cuore non me lha mai detto, come potevo saperlo?

Il nonno allora dovette trattenersi per non scagliare un ciocco di legno contro di lei.

Così per anni aveva mantenuto un rapporto solo con la nipote. Caterina, la preferita.

Quando era bambina, passava sempre le vacanze dal nonno. Poi, cresciuta, si era messa a scrivergli lettere, veri scambi di corrispondenza.

Sì, lettere. Il nonno odiava la tecnologia: niente cellulari, tablet, computer. E forse anche per questo i parenti lo snobbavano. Chi scrive più lettere, nel ventunesimo secolo? dicevano, a che scopo, quando puoi chiamare o mandare una mail?

Così veniva considerato un po matto, anche dalle vecchiette del paese.

Ha perso la testa dicevano sedute in piazza. Prima la moglie, poi il figlio come non impazzire?

Nellultimo mese di vita i compaesani ne erano ancora più convinti, perfino Maria, la vicina che sempre laveva difeso. Perché? Perché, da un po, il nonno si era messo a parlare non agli altri o a se stesso, ma a un gatto.

Strano forse non sarebbe, se non fosse che nessuno aveva mai visto quel gatto.

Caterina, dopo la telefonata, posò il telefono sul letto, fissò il vuoto a lungo e infine si mise a piangere.
Aveva tanto voluto andare a trovare il nonno quellestate, ma il lavoro, le trasferte, il ritmo frenetico non glielo avevano permesso. Il capo era insensibile alle sue richieste:

Per legge, Caterina Benedetti, hai diritto. Ma se non ti sta bene, la porta è là. Certo, uno stipendio così non te lo danno ovunque.

Era vero: Caterina guadagnava bene. Perciò si rassegnava. Prima o poi, avrebbe creduto, le trasferte sarebbero finite.

In fondo, avrebbe voluto un po più di umanità. Anche lei aveva diritto a una vita privata, anche lei si stancava.

*****

Al cimitero tutto seguiva il suo corso: dopo il minuto di silenzio, chiusero il feretro di legno con la stoffa bordeaux e con le corde lo calarono nella profonda fossa. Restava solo gettare la terra, ognuno un po, poi gli uomini finivano di coprire.

Fiori freschi, corone, terra smossa. È tutto qui? pensava Caterina incredula. Cera il nonno, e ora non cè più…
No, restava ancora il pranzo di commiato. Si sarebbe bevuto molto vino e si sarebbero fatte chiacchiere e ricordi.

E magari così, parlando e ricordando, il nonno Giovanni Lorenzo avrebbe continuato a vivere. Non tra noi, ma nella memoria di chi laveva amato.

Quando finirono cibo e vino, la gente del posto salutò Caterina con parole gentili e se ne andò, chi a casa, chi al bar.

Presto, Caterina rimase sola. Sola, amareggiata e piena di rimpianti.

Non sono riuscita non ho fatto in tempo a rivedere il nonno, prima che se ne andasse, sospirava dolorosamente.

Per scrollarsi di dosso i pensieri, si mise a rassettare. Aprì bene le finestre, lavò il vecchio pavimento di legno, tolse la polvere persino dai posti più impensati, ripulì le ragnatele dal soffitto e sistemò gli avanzi in frigo.

Laria diventò subito più leggera.

La casa del nonno, grande e accogliente, aveva quellausterità tipica delle case di campagna ma sembrava ancora più calda.

Sbirciando dalla finestra, si accorse che era ormai sera. Uscì sul portico e inspirò il profumo di erba e terra umida.

Poi esplorò lorto e il giardino: le aiuole erano ben segnate, anche se ancora vuote. Forse il nonno, sentendo avvicinarsi la fine, aveva deciso di non piantare più nulla quella primavera.

Nel frutteto i meli erano già in fiore, assieme ai cespugli di ribes e lamponi. Il nonno non lasciava mai la terra incolta, e si era sempre impegnato a tenere tutto in ordine.

Chissà chi se ne occuperà ora, pensava Caterina con un sospiro.

Seduta sotto il melo, chiamò la madre per dirle di aver salutato il nonno per lultima volta.

Brava, Caterina. Comera, era sempre una persona.

Mamma, era solo sfortunato. Ne aveva viste troppe, e non bisogna avercela con lui. Amava papà più di ogni cosa, e ha sofferto troppo.

Hai ragione, Caterina sospirò Lorenza. Non sono arrabbiata con lui. Ora riposi in pace. E tu, quando pensi di tornare? Domani? Stanotte sola in paese ti sentirai spaventata?

No, mamma, resto ancora un po. Ho preso dei giorni di permesso, preferisco fermarmi in campagna. Ho bisogno di riposarmi dal caos di Bologna. E poi, tra nove giorni cè ancora da pregare per lui. Non vuol venire anche tu?

Ma dài, Caterina, è così lontano! E ora cè la stagione della casa in campagna, non posso assentarmi. Dimentichi che la primavera qui è un periodo impegnativo?

Va bene, non insisterò. Volevo solo ricordarti che qui cè anche la tomba di papà, e tu non sei mai venuta, nemmeno quando lo abbiamo seppellito.

Avevo detto a Giovanni Lorenzo di seppellire Andrea in città, non in campagna. Ma lui non mi ha ascoltata. Ora basta, ho il mio programma preferito in tv, scusa cara, corro! Chiamami se serve.

Caterina sorriso amaramente.

Sua madre, come sempre, tirava fuori una scusa quando non aveva nulla da dire. Prese dal mobile qualche foglia secca di ribes, menta e melissa, raccolte dal nonno, fece un infuso, lo bevve e si preparò per dormire.

Ma, prima di andare a letto, prese la lettera del nonno dalla borsa e la rilesse. Lo aveva già fatto il giorno del ritorno, ma la lettera suscitava in lei sentimenti confusi.

Di solito il nonno raccontava di sé, invece, questa volta, parlava solo di un gatto.

Ma Caterina non aveva mai visto nessun gatto in quella casa. Il nonno non era mai stato particolarmente affezionato agli animali.

Per questo decise di rileggerla ancora una volta, lentamente.

E di nuovo non capì

Chi era questo Nerone di cui parlava tanto il nonno? Da dove veniva fuori?

Lo immagini, cara nipote, Nerone adora il latte. Mi hanno detto che i gatti adulti non dovrebbero berlo, ma ieri se nè scolato mezzo barattolo. Domani dovrò chiedere ancora latte alla vicina. Starà a vedere quanto si stupirà: di solito un litro mi basta una settimana, e ora, appena lha portato, già me ne serve altro! Ma tanto pago tutto, eh. E Nerone è molto affamato. Non so più cosa dargli, il frigo è quasi vuoto. Curiosa però la cosa: ancora non si lascia vedere. Solo di sfuggita. Una macchia nera sparisce vicino alla legnaia e via. Lho cercato di giorno e di notte con la torcia, niente. Solo ogni tanto sento il suo sguardo addosso, mi guarda. Che occhi di gatto. Spero che quando verrai tu, riusciremo a prenderlo. O almeno a vederlo insieme. Forse qualcuno, chissà, lo ha trattato male, e per quello schiva gli umani.

Solo una parte di quello che scriveva il nonno riguardava Nerone. Eppure, di gatti in casa non ce nerano. Nessuno laveva mai visto.

E Caterina era lì già da un po. Possibile che un gatto vivesse lì senza che nessuno lo notasse?

Eppure, a volte, sentiva davvero quel famoso sguardo sulle spalle di cui parlava il nonno. Anche oggi si era voltata più volte, ma non aveva visto nessuno.

Domani chiederò alla signora Maria di questo Nerone

*****

Caterina si svegliò allalba.

I raggi del sole filtravano timidi dalle tende tirate, i passeri cinguettavano allegri, e nei cortili vicini i galli facevano a gara a chi cantava più forte. Era proprio una semplice mattina di campagna.

Si alzò dal letto, spalancò la finestra e, a occhi chiusi, si lasciò cullare dai suoni nuovi a cui non era ancora abituata.

Le tornarono in mente i pomeriggi dellinfanzia, i lavori col nonno, le cassette per gli uccellini costruite insieme. Poi si ricordò di andare dalla vicina a chiedere del gatto.

Ma che gatto? si sorprese la signora Maria.

Non lo so nemmeno io sospirò Caterina. Nerone. Nellultima lettera sembrava non scrivere daltro!

Ah sì fece Maria battendosi la mano sulla fronte ora ricordo. Da circa un mese il nonno aveva cominciato a parlare da solo, o almeno sembrava. Un giorno passavo di lì, lho sentito parlare e cercare di convincere un gatto a mostrarsi. Ho guardato oltre il recinto, ma non ho visto nessun animale. Né allora, né dopo. Poi lo stesso: ogni giorno parlava col suo amico invisibile, gli raccontava della moglie, del figlio, pace alle loro anime sempre Nerone lo chiamava. Non ero lunica, anche altri sentivano. Ma, credimi, quel gatto nessuno lha mai visto. E neanche in casa. Io ci andavo spesso: latte, pane, due chiacchiere Lo avvertivo se cè un gatto, fammelo vedere! ma lui rideva e diceva solo: Quando lo prenderò, ve lo mostro. Io penso che Giovanni, poveretto, un po la testa labbia persa. Dai, Caterina: se ci fosse stato un gatto, qualcuno lavrebbe notato, no?

Certo mormorò Caterina, pensierosa. Però, non credo fosse impazzito. Aveva ancora tutte le sue facoltà, sono sicura. Forse ci sfugge qualcosa. Magari un gatto molto furbo, che sa nascondersi. Ma da voi sono spariti dei gatti neri, per caso?

No, nessuno ha dei gatti neri qui.

Dopo aver salutato la vicina, Caterina tornò a casa e si rimise a rassettare, ma continuava a pensare a Nerone.

Situazione assurda, rifletteva. Se cera davvero, che fine ha fatto?

Intanto, dal suo nascondiglio, un gatto nero osservava la ragazza. Era Nerone.

Aveva notato subito Caterina tra i tanti venuti nei giorni passati. Solo verso di lei sentiva unattrazione strana. Forse perché assomigliava al nonno che negli ultimi tempi lo aveva curato con latte e bocconi di salame o di polpette.

Nerone si teneva a distanza, ma la seguiva con lo sguardo ovunque.

Aveva sempre avuto paura delle persone. Da piccolo lo avevano scacciato, poi lanciato contro oggetti e bastoni. Sempre in fuga, di paese in paese. Ma con Giovanni Lorenzo aveva sentito per la prima volta uno sguardo buono, una voce gentile che parlava di ricordi seduto sotto il melo o mentre sbrigava le faccende. Gli faceva pena, quelluomo.

Ma la paura degli uomini era più forte, e ancora non riusciva a mostrarsi.

Ora Nerone rimpiangeva di non aver trovato il coraggio per avvicinarsi di più. Era quasi pronto, ma un giorno il nonno non cera più.

Riconobbe subito lodore della morte nellaria. Corse alla porta, ma era chiusa; stessa sorte alle finestre. Non poté entrare in casa. Rimase tutta la notte sul portico, singhiozzando piano.

Ora osservava Caterina, attratto dal suo cuore buono, come quello del nonno. Ma per mostrarsi, serviva ancora un po di coraggio.

Un giorno, senza rendersene conto, si fece notare proprio da lei: successe il giorno dei nove giorni di preghiera.

Quel giorno la casa era ancora piena di gente, ma quando tutti se ne andarono, Nerone perse attenzione. Così Caterina riuscì a vederlo.

Ah, così sei tu, Nerone! esclamò allegra. Il nonno non mentiva: esisti davvero. Vieni qui, facciamo conoscenza.

Ma, non appena lei mosse un passo verso di lui, il gatto sparì di nuovo.

Dai, Nerone, perché sei così timido? sorrise Caterina, scrutando tra i cespugli. Domani devo tornare in città, e tu non vuoi salutarmi. Non aver paura, sono amica.

Maria, la vicina, passando col cestino di panzerotti per Caterina da portare in viaggio, udì la conversazione. Si sporse oltre la siepe, ma vide solo la ragazza. Il gatto, neppure lombra.

È incredibile Prima il nonno, ora pure lei parla col gatto invisibile! Ma che le malattie della mente si trasmettono ormai come il raffreddore?

Nel pomeriggio, nuvoloni cupi coprirono il sole, laria fu sospesa e inquieta, rotta solo dal chiocciare delle galline di Maria e da lontani tuoni minacciosi.
Si mette a piovere! disse Caterina. Sembra arrivi un temporale.

Aveva ragione: la tempesta stava arrivando davvero. Il vento si fece pungente, le prime gocce cominciarono a cadere.

Chiamò Nerone più volte, invitandolo a rifugiarsi in casa, ma lui non si fece vedere

Il gatto era rannicchiato nel suo nascondiglio, le orecchie abbassate, ogni muscolo teso. La tempesta lo terrorizzava. Ancora più degli esseri umani.

*****

La pioggia batteva forte sul tetto, rallentava e riprendeva. Fuori, il buio era fitto e Caterina, nel letto, non riusciva a dormire. Allimprovviso un tuono fragoroso mai sentito tanto forte la fece balzare seduta.

Lampi squarciavano la notte, le tende si agitavano per il vento. Neppure aveva pensato a chiudere la finestra, quando un nuovo lampo le mostrò, lì sul davanzale, due occhi che brillavano come tizzoni.

Mamma mia! gridò, rifugiandosi contro la testata del letto.

Un attimo dopo, qualcosa di nero e fradicio volò nella stanza, scivolò tra i mobili e si infilò sotto il letto.

È Nerone! capì Caterina.

Con non poca fatica riuscì a farlo uscire; lo asciugò con un asciugamano e lo portò con sé sul letto, mentre fuori infuriava la tempesta, e dentro, ragazza e gatto, si scaldavano a vicenda.

I lampi e i tuoni sembravano meno terribili, adesso.

*****

Si svegliò che già era mattina, i raggi filtravano, la tempesta era finita.

Nerone grattava alla finestra.

Ehi, dove vai di bello? chiese Caterina sorridendo.

Il gatto si fermò, la guardò come a scusarsi per la paura della notte precedente.

Miao fece, grattando il vetro. Voleva uscire.

Eh no, prima la colazione. Poi decidi pure tu: restare qui o venire con me in città. Sono sicura che il nonno avrebbe voluto che ti portassi via. E anche io, a dire il vero. Ma decidi tu, speriamo che scegli bene.

Dopo averlo nutrito, Caterina aprì la porta e lasciò Nerone libero. Poi si mise a far le valigie.

Quando uscì per andare verso la fermata del pullman, con la borsa in mano, trovò Nerone seduto sul portico.

Il gatto la guardò negli occhi, le si avvicinò strofinandosi tra le gambe: aveva deciso. Voleva andare in città con lei. Forse perché aveva capito che lei era buona, forse perché aveva imparato a fidarsi.

Lo sapevo che avresti scelto così, disse Caterina, accarezzandolo.

Quando andarono da Maria la vicina Caterina doveva restituirle le chiavi della casa la donna spalancò gli occhi.

Ma è quello il famoso gatto?

Proprio lui rispose Caterina. Allora, vede che il nonno non era matto? Semplicemente, Nerone era solo timoroso. Ma, alla fine, la tempesta più del resto, e ora è qui.

Eh, chi lavrebbe detto Starò io dietro la casa il tempo che serve. Torni ancora, Caterina?

Certo che torno. Anzi: torniamo insieme, io e Nerone. Non so quando, ma verrò di sicuro.

Bene. Prendi questi panzerotti per il viaggio, e glieli mise in mano.

Grazie di tutto, signora Maria.

Sul pullman, Caterina guardava il cielo. Per un attimo, in una nuvola, le parve di scorgere il volto del nonno. E Nerone, appollaiato sulle ginocchia, fissava il cielo a sua volta.

Il volto sembra sorridere loro, forse anche fare locchiolino.

Poi il pullman partì, la nuvola sparì, e se anche tutto fosse stata solo immaginazione, non importava.

Sapevano che il nonno non era svanito. Continuava a vivere nei loro pensieri, nei loro cuori. Ovunque fosse, Giovanni Lorenzo era felice di sapere che la sua nipote e il suo misterioso amico peloso, alla fine, si erano trovati.

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