Corteccia matrimoniale a orario prestabilito

Promesse di Matrimonio secondo Mamma

Cera un tempo, negli anni ormai trascorsi, in cui Milano palpitava di traffico nei viali e la luce dorata del pomeriggio cadeva filtrata dalle persiane negli austeri uffici del centro. Seduta dietro una scrivania, immersa nella solita pila di documenti, ricevute e fatture, cera Livia. Con ordine e metodo, lei divideva le carte tra i faldoni, annotava cifre su un piccolo taccuino dalla copertina consumata, sfiorando appena la tazza di caffè ormai freddo. In quellufficio silenzioso, solo qualche voce sussurrata filtrava dalla stanza accanto, mentre il sole disegnava linee decise sulla vecchia scrivania di noce.

Proprio allora, un trillo deciso spezzò la concentrazione. Il telefono vibrò e il display illuminò un nome ben noto: Mamma. Livia trasalì. Di solito la madre chiamava la sera, al rientro dal lavoro allasilo del quartiere. Scorse appena le tre del pomeriggio sullorologio appeso al muro e un piccolo brivido di preoccupazione le attraversò la schiena.

Premette il pulsante e pose il telefono allorecchio.

Livia, cara, puoi venire subito a casa? La voce della madre era agitata, quasi tremolante, un tono che Livia non le sentiva da anni. È una cosa importante!

Qualcosa dentro Livia si strinse. Si irrigidì sulla sedia, spinse via le carte come ingombri improvvisi. Cercò di restare calma.

Che succede, mamma? Stai bene?

Sì, sì, sto bene! la madre si affrettò a tranquillizzarla, quasi spaventata dallidea che pensasse subito al peggio. Ma dobbiamo parlare. Subito.

Livia guardò le carte sparse, il pc acceso, gli impegni ancora da finire. Ma il tono materno non lasciava spazio a dubbi.

Arrivo tra unora, disse, voltandosi di scatto allorologio.

Fai presto, mormorò la madre abbassando la voce, ora ancora più tesa. Ci sono delle persone che aspettano.

Quellenigmatico delle persone che aspettano restava sospeso nellaria, denso di sottintesi. Livia scosse la testa, già macinando ipotesi su problemi in famiglia, qualche guaio della zia Bianca, magari una questione di salute. Ma sapeva che la risposta sarebbe arrivata solo una volta a casa.

Sistemò in fretta i fogli, infilò portafoglio e cellulare in borsa, indossò il tailleur beige. Avvisò il suo responsabile, che la congedò senza troppe domande. Affidò la destinazione allapp del taxi e, mentre attendeva lauto lì sotto i portici, richiamò la madre: Devo portare qualcosa?, domandò. Ma la risposta fu solo un secco: Niente, solo vieni.

Appena in strada, Livia si accorse che stava quasi correndo, serrando la borsa sotto il braccio. Pensieri vorticosi le affollavano la mente, ma si imponeva di non lasciarsi andare allimmaginazione. Il taxi arrivò in pochi minuti. Le sembrò che il viaggio scorresse lento; il tassametro, la voce del conducente, la città che scorreva fuori dal finestrino, con le sue facciate grigie, i cartelloni colorati, le isole verdi dei parchi tutto le scivolava accanto, sconosciuto nella sua consuetudine.

Le ipotesi si rincorrevano: un litigio con il vicino di casa? Un disguido allasilo? Vecchi amici della madre di ritorno dal paesello ligure? Finché, finalmente, lauto si fermò davanti al vecchio portone di casa.

Pagò lautista in euro per abitudine diede una mancia veloce e salì le scale col fiato corto, chiavi già in mano. Ma fu la madre ad aprire la porta prima ancora che potesse appoggiarla alla serratura.

Finalmente! laccolse la madre, stringendole la mano e trascinandola dentro. Sbrigati, cara.

Un profumo di biscotti alla vaniglia, quello tipico delle domeniche speciali, le avvolse le narici. Un aroma che, di solito, annunciava festività o buone notizie. Eppure stavolta, invece del calore della festa, Livia sentiva impazienza nellaria.

Si sfilò le scarpe, si avviò verso il salotto, appena velata da uno strano presentimento.

Mamma, che succede? domandò.

E si arrestò sulla soglia. Lì, seduti attorno al tavolo rotondo con la tovaglia bianca, riconobbe subito Marco il figlio della migliore amica di mamma, la signora Bianca. Marco, che fin da bambina aveva ribattezzato nella sua testa Moscone per via della sua goffaggine e della delicatezza eccessiva. Salutò Livia con un sorriso timido, sistemando impacciato il colletto della camicia. Di fianco, la signora Bianca sorrideva beata con lo stesso entusiasmo di una zia al matrimonio del nipote.

Ciao Livia, si alzò Marco con voce trepidante. È davvero una vita che non ci vediamo.

Meglio così, ribatté secca Livia, incrociando le braccia al petto. Mamma, cosa dovevo venire a fare con tutta questa urgenza?

La madre ignorò il tono infastidito, si mise a lisciare e piegare la tovaglia e le tovagliette.

Cara, io e Bianca pensavamo Siete cresciuti assieme, vi conoscete, ormai siete adulti, lavorate…

E allora? chiese Livia, con gli occhi duri. Cosa centro io?

Bianca intervenne, sorridentissima:

Marco è diventato un ragazzo in gamba! Ha un ottimo lavoro alla banca, casa sua, sistemato…

Avremmo solo voluto che vi conosceste un po meglio, aggiunse la madre, evitando lo sguardo della figlia.

Unondata di irritazione montò dentro Livia. Ancora una volta si ritrovava ad essere oggetto dei tentativi materni di sistemarla con il bravo ragazzo scelto da altre generazioni. Combatteva per mantenere la calma nelle parole, ma la voce tradiva già un tremito.

Mamma, capisco la tua preoccupazione per la mia vita sentimentale. Ma lasciami decidere a me con chi parlare… e con chi no.

Marco arrossì, si aggiustò nervosamente sul lato della sedia e provò a gettare un ponte:

Non essere così dura, Livia Potremmo almeno chiacchierare, no? Da piccoli andavamo daccordo. Tu sei spiritosa, io magari non sono Einstein, però…

Non mi sei mai piaciuto, Marco, rispose lei con schiettezza, guardandolo dritto negli occhi. E niente è cambiato. Non posso far finta che ci sia qualcosa, oltretutto davanti alle nostre madri.

Marco abbassò lo sguardo e giocherellò nervosamente con il polsino della camicia.

Potremmo almeno provarci Ci tengo davvero, Livia.

Livia chiuse per un attimo gli occhi, inspirò, e disse, con tono più mite:

Sei una brava persona, davvero, ma non basta. Non si può far finta che un sentimento nasca, solo perché così sembrerebbe comodo.

Rallentava la tensione dentro di lei. Che trovata, la mamma!

Credo che sia meglio che vada. Prese la borsa, se la pose in spalla. Scusatemi, ma almeno sono stata chiara. Meglio così.

Livia! la madre tentò di trattenerla con una mano tesa. Non andartene così avevamo solo buone intenzioni.

Parliamone dopo, mamma, ribatté gentile ma decisa Livia. Quando avrai voglia davvero di ascoltare, non solo organizzare teatrini. Ora devo tornare in ufficio. E, per favore, questa commedia basta. Sono stata in pensiero tutto il pomeriggio.

Livia uscì di casa senza voltarsi; laria allesterno era fresca e leggera dopo il temporale del mattino. Fece un lungo respiro, quasi per liberarsi.

Perché la mamma non poteva lasciarla in pace? Perché ostinarsi a trovarle un fidanzato? Fin da ragazzina sapeva ciò che voleva e, soprattutto, chi non voleva accanto: non un tipo incerto che aspettava le decisioni degli altri, magari appoggiandosi sempre a mamma. Il lavoro era importante, certo, ma non quanto la sicurezza di sé. E cercare alleati nelle madri era proprio quanto di meno seducente potesse esistere.

Ancora contrariata, Livia tagliò attraverso il parco che conosceva fin da bambina. Tutto come sempre bambini sulle altalene, signore con le borse della spesa, anziane coppie che si tenevano la mano al sole. Livia camminava evitando le pozzanghere e le gocce che cascavano ancora dai tigli.

Dun tratto, il telefono vibrò di nuovo. Mamma. Tentennò un istante, poi rispose.

Perché sei scappata così? chiese la madre, la voce piena di risentimento e un filo di tristezza, come di chi sia stata messa da parte in qualcosa di importante.

Non posso certo pensare a sposare un buon partito solo perché tu e la signora Bianca siete amiche da ventanni, ribatté Livia, continuando a camminare. Sono scelte troppo grandi per essere fatte sulla base delle vostre amicizie.

Ma nessuno ti obbliga a sposarti! Ti chiedevo solo di dargli una possibilità. Studia, lavora, è educato, non frequenta brutte compagnie

Certo, sarà pure un ragazzo doro. Ma non è detto che sia giusto per me.

E tu chi aspetti? La voce della madre tradiva stanchezza, quella di chi ha già avuto lo stesso discorso troppe volte. Tre anni sola, non esci quasi mai, a volte mi sembra che tu aspetti qualcosa che non cè.

Non aspetto niente, rispose Livia fermandosi su una panchina. Non voglio solo accettare qualcuno tanto per fare contenti voi. Voglio sceglierlo io, a modo mio.

È questa la tua scelta? replicò la madre, con la voce impastata di amarezza. Casa, lavoro, niente vita fuori dallufficio?

Io sto bene così, rispose dolcemente Livia, guardando il parco davanti a sé. Un bambino cercava di far galleggiare una barchetta di carta in una pozzanghera.

Dallaltro lato della linea ci fu silenzio. Poi la madre riprese, più sommessa:

Va bene. Hai ragione. Ti chiedo scusa se sono stata insistente. È che mi preoccupo. Ho paura che un giorno ti ritroverai sola.

Lo capisco. E ti voglio bene anche per questo. Però promesso, basta sorprese, daccordo? Oggi mi sono fatta mille film in testa.

Va bene, te lo prometto, rispose la madre infine, in tono più leggero. Però, se per caso succedesse qualcosa e trovassi qualcuno raccontalo a me per prima.

Sarai la prima a saperlo, mamma. Adesso però torno al lavoro. Un bacio!

Un bacio, amore mio. Stammi bene.

Livia infilò il telefono in tasca e volse lo sguardo al cielo. Le nuvole, come sipari, si schiudevano lentamente lasciando passare riverberi di azzurro, e la città sotto sembrava ricominciare a respirare. Da lontano proveniva il chiacchiericcio di alcune ragazze, risate allegre; un uomo in tuta correva mentre un cane lo inseguiva, la lingua di fuori, allegro. Tutto era così indaffarato e sereno che anche Livia si sentì più leggera. La vita offriva mille sentieri ognuno fa la propria strada, pensò, e nessuno può tracciarla per te al posto tuo.

Nei giorni successivi, Livia si impegnò a scacciare dalla mente quella scena imbarazzante in salotto. Nellagenzia di comunicazione per cui lavorava era un periodo di fuoco: il grande progetto in partenza richiedeva riunioni fitte, telefonate, preventivi da sistemare allultimo. Arrivava la mattina quando lufficio era ancora vuoto, e usciva la sera ormai stanca, contenta solo di lasciarsi andare sul divano con un libro e una tazza di tè.

Ma spesso, la notte, quei pensieri tornavano a farle compagnia nella quiete della casa. La delusione della madre, limbarazzo di Marco, le speranze della signora Bianca. Nessun rimorso, certo solo un po di malinconia.

Un venerdì, passando in rassegna le mail, vide linvito di un collega: Festeggiamo il mio compleanno, vieni anche tu! Sarà divertente, nuova gente, buona musica!. Livia esitò. La stanchezza chiedeva il letto, ma la curiosità (e una punta di solitudine) ebbe la meglio.

Ci sarò, digitò rapida.

La sera, il locale allangolo di via Tortona aveva la tipica atmosfera delle piccole feste milanesi: pareti in mattoni, tavoli di legno, luci soffuse e i profumi intensi di caffè e pasticceria. Un dj metteva jazz in sottofondo, la gente rideva, chiacchierava in piedi tra un grupo e laltro.

Appena entrata, il festeggiato la salutò con una battuta, la indirizzò a un tavolo vicino alle vetrate.

Siediti pure lì, con i miei amici del dipartimento di analisi. Sto per raggiungervi.

Presa una spremuta dal bancone, Livia si sedette e ascoltò uno scambio di barzellette. Tra i commensali, un ragazzo dai tratti gentili le rivolse una domanda.

Sei Livia, vero? Io sono Matteo, lavoro con Marina.

Piacere, rispose lei.

Mi sembra di averti vista a una riunione tempo fa, disse Matteo, accostando la sedia. Sei tu che gestisci il progetto con la TecnoItalia?

Proprio io, sorrise Livia.

Matteo era uno di quei tipi che sanno ascoltare, ma anche stuzzicare la conversazione: ragionamenti lucidi, ironia sottile. Si parlava di lavoro, certo, ma il discorso si allargò subito, leggero, ad argomenti che sapevano di viaggio e passioni i piccoli piaceri dei fine settimana, libri, aneddoti di città.

Quando la baldoria nella sala aumentò, Matteo propose di uscire un momento.

Prendiamo una boccata daria?

Giunti allesterno, il silenzio della sera milanese era solcato solo dallo stridore lontano dei tram. Matteo si appoggiò a un muretto.

Che fai di solito nel tempo libero?

Qualche passeggiata, cinema quando trovo il film giusto. Tu invece?

Viaggiare è la mia passione, e i suoi occhi si illuminarono. Lanno scorso sono stato in Sicilia, sulle Madonie. Non potrò mai dimenticare lodore di pane appena sfornato, i pranzi sotto la pergola di un vecchio mulino, le chiacchierate con la gente a ogni angolo.

Guidata dal racconto, Livia si scoprì a sorridere, curiosa.

Matteo narrava con dovizia di dettagli; ogni episodio era vivido, sentito. E in quel tono sincero, nella verità dei gesti, cera qualcosa che persuadeva subito.

E tu dove ami andare? chiese dopo una pausa.

Amo il mare, perdiarmi tra le dune e ascoltare lacqua, si accorse, sorridendo, che stava parlando a cuore aperto. Sfortunatamente, ci riesco così raramente

Possiamo sempre rimediare, soggiunse Matteo con una strizzatina docchio amichevole. Lanno prossimo ti porto io. Se vuoi.

Livia lo fissò un attimo, sorpresa da quella franchezza così semplice. Poi rise.

Vedremo, rispose. Ma niente corse, eh?

Come vorrai, e il sorriso di Matteo si fece rassicurante. Intanto, domani ti offro un caffè?

Perché no?

Quella notte, appena appoggiata la borsa in soggiorno, il telefono squillò ancora. Mamma.

Livia rispose subito.

Tutto bene, le anticipò alla madre. Sono stata a una festa, ho conosciuto un ragazzo. Sì, davvero.

Davvero? Raccontami tutto!

È intelligente, spiritoso e soprattutto, niente consulti con la mamma al primo problema.

Dallaltro capo, la madre scoppiò a ridere:

Allora posso stare tranquilla?

Puoi. Rilassati, mamma. Ormai me la cavo da sola.

Sei la mia gioia. Fammi sapere, davvero.

Sempre, te lo prometto.

Livia posò il cellulare; dalla finestra vedeva scorrere la Milano dei lampioni e delle sagome dei tram, di musica che affiorava dai locali sotto casa, mentre la città silenziosa, di notte, pareva rassicurarla. Sentiva finalmente la leggerezza di quando una stagione si conclude e ne inizia unaltra. Non sapeva quale sorpresa avrebbe portato il domani ma era felice di essere lì, proprio in quel momento, a godersi quello che la vita aveva deciso di offrirle, senza fretta, secondo il proprio ritmo.

E proprio così, Livia comprese poco a poco che ogni felicità, in Italia come altrove, nasce sempre dal coraggio di essere se stessi.

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Corteccia matrimoniale a orario prestabilito
In una notte gelida, alla porta bussò una donna incinta scalza