Non ti odio affatto

Non ti odio

Ma in fondo non è cambiato nulla…

Donatella stropicciava nervosamente il bordo della manica mentre guardava fuori dal finestrino del taxi. Oltre il vetro, sfilavano le vie familiari della sua infanzia, le stesse in cui correva con Mattia, ridendo e sognando il futuro. Sette anni. Sette anni in cui non era tornata a casa.

Siamo arrivati, la voce dellautista la distolse dolcemente, sfilacciando le trame del suo pensiero.

Il taxi si fermò davanti a un vecchio palazzo rosa scrostato, tra panni stesi e gerani appassiti. Donatella, meccanica, si assicurò che il cellulare fosse in borsa, prese i soldi e pagò in euro, senza nemmeno pensare a quanto lasciava. La portiera sbatté e per un attimo rimase lì, ferma, ad annusare laria di quella piccola città del Nord Italia. Era davvero diversa: non pulsava come Milano, la metropoli che ormai aveva imparato a odiare senza rendersene conto. Qui ogni odore il pane caldo della forneria, il taglio dellerba nei giardinetti, la polvere sottile che galleggia tra i tigli risvegliava ricordi, come le lucine di Natale che lampeggiano in una stanza buia. Si sentiva il profumo di casa. Il cuore le si strinse, dolce e dolorante insieme. Un piacere confuso di nostalgia e paura, mischiati come vino rosso e lacrime.

Era tornata solo per pochi giorni. Ufficialmente per aiutare la mamma con la burocrazia, quei fogli da firmare che da mesi giacevano abbandonati nella credenza. Voleva però anche passeggiare nei luoghi di sempre, mettere alla prova i suoi ricordi come si assaggia una vecchia marmellata appena aperta. Ma cera unaltra ragione, sepolta in fondo al petto: voleva vedere Mattia. Sapeva che abitava ancora lì vicino, in quella stessa città che loro avevano condiviso. Nulla di premeditato, certo. Non lo spiava, non chiedeva in giro, ma a volte gli amici, tra i social o in un caffè veloce, lasciavano cadere il suo nome. “Si è sistemato,” le avevano raccontato, “ha un buon posto, un bellappartamento, si è portato la madre a vivere con sé.” Ogni volta che sentiva qualcosa di lui, lo immaginava: come cammina ora, di cosa ride, dove tiene i suoi sogni. Ma si vietava di pensarlo troppo, temendo che prendessero troppo spazio nel cuore.

**********************

Il mattino dopo, Donatella scivolò tra i portici del centro, lasciando che il fiume di passi cittadini la trascinasse piano. Nessun programma, solo annusare la città illuminata di sole, saggiare la presenza dei ricordi. Sbirciò le vetrine, sorrise a un edicolante invecchiato, riconobbe la stessa panchina dove sedeva con le amiche dopo la scuola, il solito bar affacciato sulla piazza dove aveva assaggiato il suo primo cappuccino e ne aveva rovesciato un po sulla camicetta nuova.

Poi lo vide.

Mattia stava camminando sullaltro lato. Non la vide, il volto girato verso la strada, le spalle curve in un pensiero lontano. Donatella si fermò, il sangue le rimbombava nelle orecchie. Era sempre lui: alto, i capelli scuri come allora, la camminata rilassata, che ricordava i pomeriggi destate nella Contrada Vecchia. Sospinta da un impulso più grande di lei, attraversò la strada: il semaforo lampeggiava giallo, un clacson sbraitò alle sue spalle, ma lei volava. Cuore e gambe sapevano solo correre.

Mattia! gridò, arrivando al suo fianco davanti alla vetrina di una macelleria.

La voce le tremò. Non aveva idea di quanto fosse agitata. Lui si girò e nulla. Nessuna gioia, nessun rancore. Solo unespressione neutra, come quella di un avventore in fila alle poste.

Donatella? rispose calmo, quasi distaccato.

Quel tono: regolare, spoglio di emozione, era peggio di uno schiaffo. Tutto ciò che aveva trattenuto per anni le salì alle labbra. Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Mattia, io io ti ho fatto male mormorò a stento Non ho diritto a rienire da te, ma io la voce si spezzò, le lacrime rigavano il viso e non provò nemmeno a fermarle. Ti amo. Ancora, sai? Scusami, ti prego. Perdonami.

Parlava in fretta, barcollando tra i pensieri come chi cerca un appiglio nellacqua alta. Abbracciò Mattia, accostando il viso al suo petto. Sperava scioccamente di recuperare tutto con il calore delle braccia.

Mattia non la respinse subito. Per un istante, ebbe limpressione che tremasse le mani indecise, le spalle abbandonate, quasi volesse stringerla. Una scintilla di speranza lampeggiò: forse non era tutto perduto. Forse anche lui serbava dentro i frammenti del loro amore.

Poi il tempo si confuse, si sfilacciò. Mattia le strinse le spalle, la allontanò delicatamente. Il suo volto restava impassibile, con una calma glaciale. In quegli occhi non cera più il ragazzo che rideva fino a stare male o sognava davanti a una pizza margherita. Davanti a Donatella ora cera un uomo, con un cuore murato.

Vai via, sussurrò piano vicino al suo orecchio.

Detto in un sussurro che non lasciava spazio, come se lei fosse trasparente.

Ti odio, aggiunse subito, e stavolta il suo sguardo si fece gelido, carico di un disprezzo che bruciava.

Si voltò e se ne andò, senza più guardarla. Donatella rimase lì, travolta dal vuoto. Attorno, la città scorreva: bambini gridavano in lontananza, le auto sinfilavano rumorose in una rotonda, signore con la spesa osservavano la scena con sguardo ambiguo. Ma lei era sorda a tutto.

Solo il suono dei suoi passi che svanivano, e il respiro rotto, spezzato. Ogni secondo si allungava fino a diventare irreale, un silenzio assurdo e surreale. In testa una sola frase: “È finita. Davvero.”

A testa bassa, trascinò i passi verso casa. Come sonnambula salì le scale, entrò nellappartamento della mamma senza salutare, sedette e fissò il cortile oltre il davanzale. Mamma, vedendola stravolta, non chiese nulla. Sospirò soltanto piano, accese il bollitore. Il rumore dellacqua e il profumo del tè gesti semplici e quotidiani sembravano così incongruenti rispetto al terremoto che aveva dentro.

Non mi ha perdonata, mormorò Donatella, stringendo la tazza tra le mani. Il vapore le solleticava il volto ma lei non ci badava. Le dita si serrarono sul bordo, come se volessero trattenere qualcosa che scivolava via.

La madre le appoggiò una mano sulla spalla, un gesto antico come il mondo, la carezza che consola cadute e litigi da sempre.

Lo sapevi che sarebbe finita così, sussurrò, senza rimproveri, solo tristezza.

Sì, Donatella annuì, infine. La voce era piatta e stanca, abituata a frasi che si ripetono da mesi nella mente. Ma speravo. Che sciocca, vero?

Non sciocca. Sei solo umana. Ma hai ferito molto Mattia. Ci ha messo anni a rimettersi. Era come come Kai nella fiaba La regina delle nevi. Dopo di te, il cuore gli si è congelato.

Donatella chiuse gli occhi, si abbandonò. Le tornarono in testa le immagini di sette anni fa.

Allora era tutto semplice: aveva ventidue anni e credeva che il tempo sarebbe stato dalla sua parte. Al suo fianco cera Mattia: solido, concreto. Parlava poco dei sentimenti, ma li dimostrava nei fatti: cera sempre, ascoltava, aiutava. Ma cera un ostacolo che a lei pareva insormontabile. Lavorava in cantiere, studiava da privatista. Sognava di aprire una falegnameria tutta sua. Idee precise ma lente, e Donatella non aveva voglia di aspettare.

Non desiderava lusso ma certezze, una casa, un ritmo sicuro. Con Mattia tutto era sfumato, precario: lavori saltuari, corsi serali, poche sicurezze. Così, quando lo zio le offrì un impiego a Milano, accettò istintivamente. Era una via duscita concreta, non un sogno.

La verità, quella che non confessava nemmeno a sé stessa, era che a Milano nella sua vita arrivò Giulio. Uomo daffari, elegante, con ventanni in più e la sicurezza negli occhi. Laveva conosciuto per caso, in una serata aziendale dove Donatella si sentiva fuori posto. Giulio si avvicinò, la fece ridere, la invitò fuori. Mazzi di fiori modesti ma raffinati, cene in ristoranti che fino a qualche giorno prima vedeva solo nei film, regali eleganti: foulard di seta, piccoli gioielli, scarpe color avorio. Ogni dono era accompagnato da complimenti che suonavano come bollicine in un calice di prosecco.

Allinizio rifiutava, si schermiva, non ne voleva sapere. Ma Giulio insisteva, cortese ma deciso. Presto Donatella cedette. Il benessere avvolgente, le giornate che scorrevano pigramente tra taxi e boutique sembrava tutto un sogno. Una sera, senza quasi rendersene conto, si trovò a baciarlo dietro una tendina di raso.

La nuova esistenza le piacque così tanto che quasi dimenticò Mattia. Lo evitava, lo snobbava, diceva agli amici che quello era un ragazzo senza futuro, buono solo a sognare. Dopo qualche mese tornò addirittura al paese natalizio non per nostalgia, ma per ostentare la sua nuova vita, come si mostra una torta ben riuscita. Indossò labito elegante regalato da Giulio, sedeva composta al bar su Corso Roma, gioiello al dito, borsa firmata in mano.

Quando Mattia entrò nel bar, Donatella ridacchiò ad arte, facendo in modo che la notasse. Incrociarono lo sguardo. In quello di lui vide lo shock, poi tristezza, poi nulla: una saracinesca che si abbassa sul fondo degli occhi. Ma lei lo fissò, orgogliosa. Pensava fosse una vittoria: ora aveva tutto. Eppure, quando Mattia uscì da quel bar e lei restò tra stoviglie lucidate e sorrisi di plastica, sentì linquietante vuoto che avvolge le maschere di carnevale appese in soffitta. Tutto ciò che la circondava era vuoto. Non bastava.

**********************

La vittoria era amara, e Donatella lo capì solo col tempo. Dai primi mesi Giulio rimaneva premuroso, affettuoso, ma presto diventò altro. Passò dalle cene e i regali alle frasi brusche: Scegliti quello che preferisci in negozio, non farmi perdere tempo. O peggio: Forse dovresti curarti un po meglio, Quel tuo modo di ridere è volgare. I suoi amici provinciali lo disturbavano. Giulio spariva per giorni, settimane, lasciando Donatella da sola nellappartamento elegante che le aveva affittato: solo il ticchettio dellorologio e il buio avvolgente in cui rifugiarsi.

Quando Donatella cercava parole, lui simile a una parete bianca: Hai voluto questa vita. Che altro vuoi? Lei si ripeteva che avrebbe resistito, che lui era solo stressato: colpa del lavoro, della concorrenza, dei traffici strani milanesi. Ma in fondo sapeva: era diventata solo un accessorio.

Tollerava il suo silenzio, le assenze, la freddezza. Tollerava soprattutto la sua paura: paura di aver sbagliato, e di essere immensa la colpa per aver abbandonato chi l’amava davvero. Mattia, con i suoi sogni semplici e le mani rovinate, aveva creduto in lei, visto la persona e non lo stile.

Col tempo nemmeno shopping e ristoranti riuscivano a colmare il vuoto. Gli abiti chic si accumulavano, le collane restavano chiuse in scatole, i ristoranti sembravano sempre uguali e laroma dei profumi un tempo magico ora nauseava.

Sempre più spesso si affacciava alla finestra, a fissare la gente, domandandosi: E se…? Ma li scacciava. Sapeva che avrebbe trovato domande senza risposta.

Nelle notti lunghe e vuote la tristezza era un animale sornione che la guardava dalla poltrona. La stabilità, la certezza che aveva rincorso, era solo una parola senza contenuto. Tutta quella sicurezza non aveva senso senza qualcuno con cui dividerla. Ed era sempre Mattia che affiorava: le sue mani, la sua voce sommessa, la speranza che sapeva infonderle semplicemente stringendola tra le braccia.

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Il terzo giorno a casa, Donatella decise di passeggiare in villa. Eccola la panchina sotto lacero, dove spesso si erano seduti insieme ridendo, tra foglie che giravano come pizzette arroventate. Ricordò Mattia che, guardando i colori dautunno, le aveva detto: “Vorrei una casa con te, tante finestre e il sole in camera al mattino.” Lei allora aveva sorriso pensando che fosse solo un sogno. Ora sentiva la perdita di quellinnocenza come uneco.

Mentre respirava laria umida, sentì una voce familiare:

Donatella?

Era Lorenzo, amico dinfanzia, compagno di giochi suoi e di Mattia. Sorpreso di trovarla, le sorrise:

Non immaginavo di vederti qui. Come va?

Si sentì improvvisamente timida. Cercò di minimizzare:

Tutto bene. Sono qui da mamma.

Lui annuì, soppesandola con lo sguardo senza giudicare. Indicò la panchina.

Ci sediamo? Stavo per andare via.

Camminarono lentamente. Lorenzo, con la sua voce tranquilla, le raccontò delle piccole novità del paese. Donatella ascoltava, sospesa tra malinconia e speranza, ed era piacevole lasciarsi portare dalla corrente dei ricordi.

Hai rivisto Mattia? domandò Lorenzo, dopo una pausa.

Lo sguardo di Donatella scivolò sulle foglie gialle. Tardarono le parole, pesanti come sassi.

Sì. Ieri.

E comè andata? Lorenzo la guardava onesto, paziente.

Non vuole vedermi. Mi odia, bisbigliò, quasi vergognosa davvero.

Lorenzo sospirò, sedendosi accanto a lei. Restò in silenzio a lungo, poi disse:

Ci ha messo tanto a ritrovare se stesso. Tu sei sparita, Donatella. Nessun messaggio, nessun saluto. Per lui è stato un tradimento.

Donatella si avvolse nelle proprie braccia. Sapeva tutto, ma sentirlo da un altro era peggio che ripeterselo tra sé e sé.

Lo so. Sono un disastro.

Lorenzo non predicò e non la sgridò. Restò vicino, fece qualche gesto impercettibile con la mano.

Ci ha provato a dimenticarti. Ci ha provato davvero. Usciva con altre, ma senza speranza. Alla fine si trascinava. E dopo che sei tornata in modo così vistoso… ero sicuro che sarebbe crollato!

Donatella si strinse. Immaginava Mattia che si sforzava di andare avanti, indifferente solo in apparenza. E la colpa le schiacciava il petto: aveva ferito chi amava.

Non volevo fargli tanto male. Mi sembrava la scelta giusta, mormorò più per se stessa che per Lorenzo. Cercavo solo stabilità.

Lorenzo non fece obiezioni. Restarono così, ad ascoltare il vento che portava via le ultime foglie, e il suono lontano delle risate dei bambini. La vita scorreva fuori da loro.

Donatella strinse i pugni per non piangere, ma le lacrime scendevano e appannavano tutto. Era tutto così irreversibile.

Non gli chiedo di perdonarmi, confessò infine, tremando Vorrei solo sapesse quanto mi duole. È un dolore che non mi lascia. Ogni giorno ripenso a ciò che abbiamo perso per colpa mia.

Lorenzo la guardò serio, empatico.

Forse non serve che lo sappia, Donatella, disse lieve ma fermo. Lascialo andare. Non tornare, rischi di sgretolarlo di nuovo. Ha faticato tanto a ricostruirsi dopo di te. Ieri mi ha chiamato… era distrutto, non lavevo mai sentito così ubriaco. Non peggiorare le cose.

Lei si morsicò le labbra. Aveva ragione. La sua voglia di redenzione era solo egoismo. Forse Mattia stava iniziando a ripararsi, e il suo ritorno aveva scoperchiato tutto di nuovo.

*************************

Quella sera, Donatella sedeva alla finestra di cucina. I lampioni distorcevano la città: luci gialle, arancio, sbriciolate dai vetri. Ma non gliene importava nulla. Nella testa, una pellicola rotta: immagini su immagini, gesti che non sarebbero mai più tornati.

Rivide un futuro che non sarebbe stato. Il primo affitto insieme, una bottega piena di segatura, gli abbracci la mattina, le battaglie per pagare le bollette, le piccole vittorie sul mondo. Contò tutte le parole damore non dette, i baci non dati. Ma ormai era tutto irrecuperabile. La consapevolezza era nitida come il ghiaccio.

Il giorno dopo partì. Preparò la valigia piano, come chi riempie una scatola da trasloco sapendo che non tornerà. La mamma la guardava da sopra la porta, con una tristezza che non aveva bisogno di parole.

Stammi bene, sussurrò, porgendole il suo abbraccio.

Donatella annuì, la baciò sulla guancia e respirò profondamente il profumo di zucchero e muri vecchi. Poi uscì nel mattino umido.

Alla stazione prese un biglietto per Milano, sperando che il viaggio la aiutasse a mettere ordine. Il treno si mosse silenzioso, portandosi via la città e i suoi fantasmi: palazzi con tende alle finestre, bambini che giocano in cortile, la panetteria con profumo fragrante. I volti della gente, le biciclette, la cartoleria. Tutto scivolava fuori dalla sua vita come un sogno al tramonto.

Lì, tra quelle strade, era rimasto lunico uomo che avesse mai amato. Mattia, con i suoi occhi pieni di futuro, le sue mani forti che sapevano essere gentili, la fede nei piccoli passi e una tenerezza che nessun regalo avrebbe potuto eguagliare. E ora era perso per sempre, chiuso a doppia mandata nei suoi rimpianti.

*************************

Passano sei mesi. Donatella vive ancora a Milano. Fa la spesa, lavora, vede amici, risponde sempre uguale a chi chiede. Esteriormente tutto scorre come prima: stesse facce, stessi ritmi, stessi caffè. Ma dentro qualcosa è cambiato per sempre. Non finge più di aver dimenticato tutto, non nasconde la sua ferita con sorrisi nuovi o acquisti costosi. Riesce persino a guardare indietro: la sua colpa, la sua vergogna, la sua nostalgia.

Ha imparato a dire a sé stessa: Ho sbagliato. Non posso cambiare il passato, ma posso respirare, adesso. E sentirlo davvero era una pace strana non gioia, certo ma la libertà della sincerità.

Una sera, mentre sbucciava una mela nella cucina bianca, il telefono cinguettò piano. Messaggio da un numero sconosciuto: Non ti odio. Ma non posso perdonarti.

Donatella rimase lì, la mela in mano, gli occhi fissi sullo schermo. Lì dentro cera tutto il battito del cuore di Mattia. Si lasciò cadere a terra, il cellulare stretto tra le mani, come se potesse sentirlo respirare da distanza.

Non sapeva che significasse. Era un arrivederci o un addio? Forse niente, forse tutto. Ma, come nei sogni, cera una sottile connessione ancora viva: fragile come zucchero filato, ma reale.

Pianse, sorrise senza convinzione, ma era un sorriso vero. Forse non era proprio la fine, non ancora. Forse, un giorno, sarebbero riusciti a parlare senza rabbia, senza difendersi, senza chiedere scusa. Forse, avrebbero trovato le parole giuste per liberarsi, insieme o separatamente. Per ora le bastava sapere che almeno uno di quei fili non si era spezzato.

Era surreale, come risvegliarsi da un sogno che non sai spiegare: la vita continuava, misteriosa, come le strade che osservava da bambina dietro le persiane. E per ora, solo questo le bastava.

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