Superfluo: Quando il troppo storpia nella vita quotidiana italiana

13 febbraio

– Livia, perché non sei a scuola? Mamma ha posato le borse pesanti sulluscio e si è appoggiata al muro, sospirando esausta.

Che giornata, oggi! Come se al lavoro non bastasse un disastro dopo laltro e il capo che mi ha rimproverato di nuovo, ora anche la figlia minore pare abbia combinato qualche guaio. Ma cosa mai avrò fatto per meritarmi tutto questo?

– Mamma, ho mal di pancia Livia stava sulla soglia della cameretta, un po curva, le braccia penzoloni.

Mamma si è irritata. Quel modo in cui Livia stava, sempre così moscia e floscia, la metteva davvero di cattivo umore. Non dovrebbe essere difficile stare dritta! A Chiara e Matteo, i miei figli più grandi, riesce benissimo. Del resto, Chiara fa ginnastica artistica e la postura la sorvegliano sempre. Anche Matteo, tra nuoto e karate, non ha problemi di schiena. Invece Livia è sempre molle come uno zabaione. Sembra sempre stanca, assente. E poi si lamenta sempre: prima la testa, poi la pancia, a volte tutte e due insieme. Da quando lho sgridata una volta, però, non chiede più di saltare la scuola. Oggi, però, è tornata prima e non capisco perché. Non ne voglio sapere, oggi. È il compleanno di Sandro, quindi devo sbrigarmi a preparare tutto: la sera arrivano i parenti e la casa deve essere in ordine.

Mamma si è tolta gli stivaletti e si è infilata in cucina, dimenticandosi di me. Io sono rimasta ancora un po nel corridoio, poi sono tornata in camera. Mi sono arrampicata sul letto, raggomitolandomi col mio vecchio e malandato Orsetto Renato, stringendolo forte.

Lo so bene che adesso la mamma ha altro per la testa e non voglio disturbarla. La pasticca lho già inghiottita appena arrivata da scuola; il dolore da furioso si è fatto più blando, come una bestiola dispettosa che si muove là dentro e ogni tanto graffia, giusto per ricordarmi chi comanda.

Renato, come sempre, mi osserva con il suo unico occhio: un bottone che gli ho cucito dopo averlo perso. Chissà come fa, ma quando lo abbraccio il dolore si affievolisce. Gli do un bacio sul naso spelacchiato e poi mi siedo alla scrivania, che divido con Chiara. Ancora poco e arriverà da ginnastica: devo liberarle il piano e mettere a posto tutto, altrimenti solleverà un casino tale che mamma si massaggerà le tempie e dirà:

– Volete farmi morire prima del tempo? Calmatevi e arrangiatevi tra di voi!

Ma risolvere da sole è impossibile. Chiara mi pizzica davvero forte, ma solo se non ci sono i genitori. Poi sussurra con la voce di un cigno arrabbiato:

– Basta, adesso hai esagerato!

Questo significa che devo mordere langolo del cuscino e aspettare… La sera, quando mamma spegne la luce, non riesco a non urlare dopo la conversazione educativa di Chiara. I giorni dopo non faccio ginnastica in palestra con gli altri, ma resto sui gradoni, diventando rossa quando compagni e compagne ridacchiano:

– Ancora Maldi? Ma quanto dura sto periodo? Fatti vedere da un dottore

Da noi piacciono le lezioni di educazione fisica e ci si assenta solo per un certificato medico o per quel motivo che in terza liceo tutti conoscono fin troppo bene.

Ogni volta nascondo i lividi sotto le maniche. Solo una cosa può rendere orgogliosi i miei: i voti. E devono essere ottimi, ovviamente. Però studiare mi piace davvero. Solo la salute mi frena. Ma a lamentarmi ho smesso: non serve a nulla. Mamma crede che esagero, papà non ci bada. Quando dico che sto male, la risposta è sempre quella:

– Alla tua età? Cosa vuoi che sia? Perché Livia sta sempre male e Chiara e Matteo mai?

Da piccola piangevo, adesso da grande non più. Silenziosa, prendo la medicina che mi ha insegnato nonna dopo avermi portata dal medico e continuo la mia vita. Da sola ho imparato per che cosa serve ogni pillola. A quindici anni ero diventata pratica e non chiedevo più che fare.

Dovrei già essere sui libri, ma la testa mi pesa. Sfoglio i quaderni svogliata. Lascio biologia, che adoro, per ultima e apro geometria.

Sto cercando di memorizzare la nuova formula quando chiude la porta con uno scatto e Chiara mi urla, facendomi quasi saltar dalla sedia:

– Sei ancora qui?! Via dal mio tavolo! Devo preparare lesame!

In un lampo raccolgo i libri per evitare che li lanci a terra come fa quando mette ordine: ovvero butta tutto il mio sul pavimento, incluse penne e matite.

– Ho già finito

– Perfetto. Sparisci! Che arrivi Steno e qui non ci devi stare!

– Allora vado ad aiutare mamma.

– Vai dove ti pare! si mette davanti allo specchio e tira fuori la trousse.

Quella trousse rossa era il sogno di tutte le sue compagne. Mamma non bada a spese per i trucchi di Chiara: se proprio deve truccarsi almeno che abbia solo cose di marca e costose.

A me nemmeno sognarmele certe cose.

– Ma tu, cosa ti vuoi truccare? Da sempre mamma, prendendomi il mento, rigira la mia faccia alla luce della finestra e scuote la testa, delusa Chiara non ha mai avuto così tanti brufoli. E nemmeno io ne ho bisogno, la mia pelle è perfetta! Non si capisce da chi tu li abbia presi. Neppure tuo padre è messo così male. Vai a lavarti la faccia, e ricorda: niente trucco! E poi sei troppo piccola per pensare ai ragazzi!

Di ragazzi non penso proprio. Anzi, mi fa paura anche solo lidea. A chi potrei mai piacere io, così come sono? Anche se la nonna dice sempre che un giorno crescerò e passerà tutto, io non ci credo. Mi basta guardare mamma o Chiara, e capire subito che io sono lanatroccolo della famiglia… Magra, con i brufoli, gli occhiali, nessuna speranza di sentirmi dire: Come cresce bene tua figlia, signora Giulia!. Quella frase la dicono solo per Chiara.

Vedo come tutti la adorino, dai parenti ai vicini. Slanciata, minuta, bella come una bambola di porcellana. Chiara sorride appena, abbassa gli occhi: le buone maniere le ha assimilate fin da piccola. Solo io so davvero comè mia sorella.

E quando la guardo, imprecare e scaraventare i miei libri agli angoli della stanza, non riesco nemmeno ad arrabbiarmi. La compatisco, piuttosto Ma guai a dirglielo: so benissimo come va a finire. Taccio e raccolgo i miei libri vissuti e ricordo le parole della nonna:

– Non si deride chi è meno fortunato, Livia. E non ci si arrabbia con loro. Se uno ha poco cuore è una disgrazia, soprattutto per lui. Magari non se ne accorge, ma la vita passa lo stesso e si perde tutto il bello. Se in fondo non si accende mai la bontà, il cuore rimane come un campo bruciato, annerito dalla rabbia. Ti parrà di vivere bene perché gli altri ti temono, ma arriverà il giorno che qualcosa ti toccherà anche solo di striscio e capirai quanto hai perso per colpa tua E questo fa più male di tutto, perché sapere chi sei davvero, davanti agli altri è sopportabile, davanti a te stessa no. Non tutti lo reggono.

Cerco sempre di ricordare queste parole. Lei, la nonna Carla, era lunica che mi voleva bene davvero e non mi faceva sentire di troppo.

Persino Matteo, col quale almeno non litigavamo, preferiva non vedermi. Ma a ben guardare, anche con Chiara era così, finché da adolescenti non sono spuntate le sue amiche carine.

Di troppo La prima volta ho sentito quella parola quando avevo cinque anni. I miei litigavano forte, e mi sono svegliata aggrappata a Renato, allora ancora nuovo di zecca.

– Te lho detto che unaltra non ci serviva! E invece tu niente, hai deciso tu, anche se mia madre ti aveva spiegato cosa si poteva fare

– Spiegato? Ma pensa solo a sé! E dei miei figli chi si sarebbe occupata, se io Eh? Mia madre è anziana, mica ce la fa, e a tua madre non si affida nemmeno un gatto!

– Non dirlo! Mia madre mi ha cresciuto e sono cresciuto bene! Al massimo non voleva un altro a tavola. Due figli e basta! O non erano sufficienti?

– Per me sì, ma chi ha voluto fare campeggio al lago sei stato tu! Dimenticato pure quello adesso? Ed eccoci qua, con una figlia di troppo. E che dovevamo farci, ormai?

– Nulla papà passava pesante da una parte allaltra, e io nascondevo il naso sotto la coperta. Allora vivevamo ancora nella piccola casa dei nonni, e il mio lettino era nella camera dei miei, ché in quella dei fratelli non cera posto. Hai ragione È tutto così assurdo.

– Cosa? La bambina?

– No. Litigare per cose che ormai ci sono.

I miei hanno chiacchierato ancora sottovoce prima di spegnere la lampada coperta dal foulard di mamma, e io pensavo.

Se davvero sono così inutile, non sarebbe meglio sparire? Così tutti contenti, la nonna paterna smetterà di brontolare, e mamma e papà saranno felici.

Dove andare, era chiaro: sola al mondo no. Lunica che mi voleva davvero era la nonna Carla, la mamma di mamma.

Abitava lontano, ma sapevo che per arrivarci bastava prendere il treno come avevamo fatto insieme una volta. Dovevo solo capire come arrivare alla stazione.

Domenica, alzata presto di nascosto, ho preso la borsetta preparata la sera prima con il mio libro preferito e le calze nuove coi pompon. Renato mi guardava perplesso dalla cassettiera mentre indossavo gli stivaletti di gomma e limpermeabile.

– Non guardarmi così! Fuori cè fango, ma dalla nonna è peggio. È autunno, farò come si deve. Basta che nessuno se ne accorga, così non si preoccupano

Ero quasi arrivata alla fermata dellautobus quando mi ha fermata la vicina, zia Giovanna.

– Dove vai, Livietta? E la mamma?

– A casa.

– Ah, con il papà, allora?

– No. Da sola.

– Da sola? Ma dove?

– Dalla nonna!

– Da sola? Perché?

– Perché non sono di nessuno. Da lei invece no.

Le ho sorriso educatamente, come vuole mamma, ma zia Giovanna sè ripresa in fretta e mi ha seguito.

– Livietta, col treno però servono i documenti, il tuo certificato e il documento dei tuoi.

– Come lautobus?

– Solo che lì i documenti non servono, sul treno sì. Li hai presi?

Ho scosso la testa.

– No

– Allora si va a casa a prenderli. Dai, che ci penso io.

Mi sono aggrappata alla sua mano magra e ho sussurrato a Renato:

– Torniamo solo un attimo, poi si riparte. Solo un momento.

I miei hanno saputo dalla vicina che ero sparita solo quando lei ci ha portate indietro. Mamma, che stava cuocendo le frittelle, ha spento il gas stizzita.

– Ma chi suona a questora?

Quando mi ha vista dietro zia Giovanna è rimasta senza parole e ha chiamato papà:

– Sandro! Vieni subito!

Poche parole, poche spiegazioni. Davanti a papà mi sono fatta piccola piccola, stretta al mio orsetto e mi sono rifugiata in camera, dove ho trovato Chiara ancora mezza addormentata.

– Che hai combinato stavolta?

Quella domenica lho passata dietro la porta, papà mi aveva messo lì a riflettere e Chiara mi ha portato Renato, sussurrandomi:

– Tieni! Non piangere! Papà si arrabbia e poi passa. Dovevi pensarci prima!

Questa frase la sento da sempre. E mi arrabbio proprio con la mia testa che non ragiona mai nel modo giusto.

La nonna, sentendo i miei discorsi, rideva piano:

– Livia, non tutti ragionano con la testa. Alcuni vivono col cuore. Non sempre è facile, ma bisogna fare con quello che Dio ci ha dato.

– Perché non è facile?

– Il cuore può essere buono, tenero. Oppure cattivo e invidioso. E la testa serve per tenerlo sotto controllo, per pensare alle conseguenze.

– E il mio comè?

– Il tuo è doro, piccola. Per questo ho sempre paura per te.

– Perché?

– Perché non voglio che tu soffra.

Quelle parole non le ho mai dimenticate e ogni volta che mi succedeva una brutta cosa, ci ripensavo e mi sentivo un po meglio. Non sono così male se la nonna crede in me.

Dopo quel tentativo fallito di fuggire non ci ho più provato. Chiara e Matteo hanno spiegato chiaramente che i figli sono proprietà dei genitori e che non posso cambiare niente finché non sarò maggiorenne. Ho aspettato i diciotto anni e mi sono preparata a modo mio. Scelta la professione, ho deciso che era ora di farmi valere. Non avevo alternative.

– Veterinaria? Tu? Livia! Ma dai!

– Perché no, mamma?

– Perché non è un vero mestiere. Guarda tua sorella! Studia economia: farà soldi, si sistema. E tu, invece?

– Mamma, lasciami almeno tentare. È la mia scelta.

– Oh, fai come ti pare! Sei proprio una punizione divina! Mai che ascoltassi nessuno!

Ho ascoltato il solito monologo su figli che non danno soddisfazioni, ma dentro di me gioivo. Il mio piano si realizzava poco a poco. Mi sono preparata da sola, perché mamma e papà non volevano spendere soldi per ripetitori.

– Se ragionassi con la testa come Chiara e Matteo, ti avremmo aiutata. Ma così arrangiati. È la tua scelta.

La campanella dellingresso mi ha strappata dai miei pensieri su biologia. Gli ospiti… bisogna uscire e reggere la scena familiare.

– Livia! Ma come sei magra! Non ti danno da mangiare? E quegli occhialoni! Giulia, la devi portare dal medico, non mi piace affatto!

Nonna Ilaria, come sempre impeccabile, si sfilava i guanti e rimproverava mamma:

– E Chiara? Dovè, che nemmeno si ricorda di me? Settimana scorsa lho chiamata tre volte senza risposta! Ma dai Matteo è via, ma da lei mi aspetterei di più!

– Nonna, posso venire io martedì ad aiutarti provo, vedendo la stanchezza della mamma.

– Non voglio te! Voglio Chiara!

– Io non posso Chiara, elegante e allegra, è volata via dalla stanza, ha dato un bacio a nonna e zittito me. Scansati!

– Ma Chiara

– Nonna, pensi sempre a te! Io ho troppi impegni. Quando avrò tempo, verrò.

– Va bene.

Lespressione della nonna si è addolcita solo quando Chiara, correndo verso la porta, ha abbracciato Steno.

– Vi presento il mio fidanzato! Stefano.

Sono passata silenziosa in cucina aiutando mamma ad apparecchiare, restando in ascolto dei commenti sui miei voti o sulla mia scelta universitaria:

– Eh sì, Chiara è una meraviglia! Brava e bella, tutto fila liscio! Peccato che Livia non sia altrettanto fortunata.

– Veterinaria! Ma si può? Perché non medico vero? Almeno è una professione seria

Ho lasciato correre, abituata a sentirmi parlare come fossi un soprammobile.

Chiara, prendendo il vassoio col pesce dalle mie mani, ha fatto roteare gli occhi cambiando argomento:

– Oh, dovreste vedere gli anelli che abbiamo scelto! Che sogno!

Le ho sorriso e osservato il tavolo: tutto pronto, posso finalmente sparire in cucina. Non ho fame. Il dolore è tornato, prendo unaltra pasticca e mi ritiro. Mi assopisco e non sento i commiati, né Chiara che rientra riordinando tutto.

Dormivo.

La mattina dopo scopro che la camera non dovrò più dividerla: Chiara va a vivere da Stefano. Una piccola gioia.

– Non toccherò le tue cose la aiutavo a chiudere le valigie.

– Vedi di non provarci! Si ferma rovistando nella trousse, posa una nuova rossetto, mascara e qualche crema sulla scrivania. Tieni! Impara a usarli, sei grande ormai!

Volevo rispondere che me la cavo da sempre da sola, ma ho solo sussurrato:

– Grazie!

I mesi volavano così: studio, nullaltro.

Chiara ha avuto subito due bambini, assorbendo completamente lattenzione dei nostri. Ma a me andava bene: avevo bisogno di concentrazione e nessuno che mi distraesse.

Quando ho annunciato di essere laureata e intenzionata a trasferirmi in campagna, mamma e papà quasi quasi se lo aspettavano.

– In paese? Livia, sei sempre stata fuori dal mondo! Vai pure, ma ricordati: se poi torni, faticherai a farti vedere di nuovo come una persona normale.

Non mi interessava più. Ho raccolto le mie cose, salutato i nipotini che mi adorano e sono corsa dalla nonna Carla, che mi aspettava a braccia aperte.

– Livietta! Ma come farai? Sei nata in città! Qui regolerai?

– Basta che tu non mi mandi via, nonna.

– Ma figurati!

– Allora lasciami scegliere dove vivo meglio mi stringevo a lei, la faccia tra le sue mani. Qui mi sento bene. E non vale forse tutto?

Mi sono ambientata subito. Cera tanto lavoro e in poco tempo sono diventata un punto di riferimento. Gli animali li amavo, e i padroni li sapevo ascoltare come pochi.

– Brava ragazza la nipote della Carla. È già promessa?

La domanda mi faceva sorridere, almeno fino a quando non ho conosciuto Vittorio. Aveva dieci anni più di me, unazienda agricola e un figlioletto. La moglie era mancata poco dopo il parto, lui cresceva il bambino da solo con laiuto di una zia anziana.

– Sposarti? Livia, ci hai pensato bene? mamma scuoteva la testa, scambiandosi occhiate smarrite con papà Un vedovo, pure con figlio. Non ti serve solo intelligenza! Ma perché non sei come tuoi fratelli? Loro sono sistemati, e tu oh, Livia!

Lodore di camomilla calmante si sentiva già in cucina, ma io sapevo che ormai non mi importava più. Sapevo anche che Chiara, che negli ultimi anni era diventata molto più vicina a me, non era poi così felice. Né Matteo, perennemente indeciso sulla sua vita sentimentale.

Ma parlarne con i nostri, era inutile. Sapevo già che bisogna ascoltare il cuore. E il mio era ormai tutto qui.

Lautobus sgangherato mi ha lasciata quasi davanti a casa.

– Dottoressa Livia, arrivederci!

– Grazie, Valentino! Mi hai lasciata proprio davanti al cancello! Sei stato gentile!

– Figurarsi, a una brava persona! È vero che ti sposi con Vittorio?

– È vero.

– Ottima scelta! Lui è una brava persona e suo figlio è un gioiello. Farai una bella famiglia!

– Una bella famiglia? Che significa, Valentino?

– Una famiglia dove ci si rispetta, ci si sente attesi. Quella dove stai bene anche quando sei stanco.

– Dove ci si vuole bene?

– Anche. Ma una volta si diceva ci si vuole il bene vero. Quello che si sente se uno sta male, glielo fai sentire, lo curi, lo coccoli. Se è felice, gioisci con lui. Così si fa.

– Difficile Ma anche tanto semplice Ci ho pensato. Grazie!

– Per cosa?

– Per la lezione! A scuola e alluniversità insegnano di tutto, ma non queste cose. Tu in due parole grazie!

– Ah, mi raccomando: linvito al matrimonio, vero?

– Sicuro! Con tua moglie, venite!

– Per forza! Lei queste cose le dice meglio di me. È saggia davvero.

– Ci parlerò di certo! Ho salutato la nonna sulla soglia e saltato giù dal gradino. Ora ho davvero tante cose da raccontare

Due anni dopo, mamma entra nel mio ampio salotto e si stringe le labbra guardando tutto con aria severa.

Getta unocchiata nella stanza dove ora vive la nonna Carla, che ho portato con me dopo lictus. Dà un paio di colpi alla carrozzina della neonata e si imbroncia:

– Livia! Quel vecchio orsetto è un cencio! Perché lo lasci lì con la bimba?

Correggo Renato, che troneggia nella culla: Vecchio, ma ancora valido. Non ci credi, ma lei si addormenta solo con lui vicino.

– Che stranezze. Ma non mi stupisce. Sei sempre stata strana. Che madre

– Mamma

– Eh?

– Una volta lo ero, come dici tu. Strana, goffa, insicura. Di troppo

La guardo negli occhi e mamma si mette a fissare altrove, un po arrossita.

– Ora sono unaltra. Mi capisci, mamma? Mi chino sulla culla.

Mamma annuisce piano, guardando come stringo nostra figlia.

Un piccolo furetto di cinque anni corre in cucina con i pasticcini ancora caldi tra le mani e si butta sulle mie ginocchia:

– Mamma! Posso prendere un altro cioccolatino?

– Prendi la ciotola e offre anche agli altri. E prima chiedi a zia Chiara se ai suoi bambini si danno le caramelle prima di pranzo, capito?

Mamma, seguendo il nipotino, scuote la testa, Io le sorrido serena.

Aveva ragione Valentino: bisogna voler bene (quellantico voler bene che è cura, cura autentica) a chi ti dà la vita come famiglia. Non puoi cambiarli, né possono cambiare subito. Ma una piccola svolta, se cè amore, vale più di tutti i regali del mondo.

– Mamma, tienila tu? Il mio arrosto doca non può bruciare!

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