La vedova fuori dagli schemi…

La vedova sbagliata…

Giancarlo Bianchini tornava dal lavoro. Guidava la sua vecchia Fiat Panda lungo i viali di Milano, mentre la città si piegava mollemente sulla sera come una lasagna abbandonata in forno troppo a lungo. Pensava, quasi sussurrando a se stesso, quanto fosse stanco di quella corsa quotidiana verso lufficio colonna di formiche che si incolla ai sedili, gli auguri stanchi alle macchinette del caffè, le finestre sempre troppo chiuse.

“È tutta colpa della pensione che non arriva mai,” sussurrava Giancarlo nel sogno, “a questora mi sarei già seduto al sole tra i vecchi che giocano a carte sulla Darsena, come si deve a un cristiano.”

Quel giorno attese con fatica la fine della giornata, sognando un gelato alla menta. Ma non era diretto a casa: la sorella, Alberta, lo aveva chiamato per dare una mano a montare un armadio acquistato in saldo da IKEA, là, disperso negli anfratti torinesi del suo appartamento. E Giancarlo, uomo ligio alla famiglia, non aveva cuore di dire di no.

Pensò quasi con malinconia alle traversie vissute da Alberta negli ultimi due anni. Prima era morto suo marito il buon Tano, il re dei fornelli e delle battute improvvise, Dio lo abbia in gloria. Andava in bicicletta ogni domenica, poi, un giorno, il cuore decise di fermarsi come un orologio svizzero dimenticato. Poi, quella brutta storia del lavoro: licenziata senza troppi convenevoli, con una lettera che sapeva di brodo riscaldato, giusto per assumere una più giovane.

Ma Alberta, testarda, non si era arresa. Trovò un altro lavoro poche monete, uno stipendio che pareva una mancia, ma almeno ci si poteva comprare un mobile senza rimorsi. Eppure, pensò Giancarlo, Alberta piange ancora Tano. Tocca a lui montare gli armadi per darle una mano, ché la famiglia, in Italia, non si nega mai.

Arrivato, Alberta lo fece subito accomodare a tavola, perché, si sa, senza una fetta di frittata e pane appena sfornato, il cervello e le mani non lavorano. “Scusami, Carletto, se ti offro solo uova strapazzate,” si giustificava lei, “vivo sola, i figli vengono una volta al mese. Solo per me mica cucino.”

“Sai, quando cera Tano la tavola era sempre una festa,” replicò lui, disegnando un sorriso col pane e muovendo la forchetta come una bacchetta magica. “E che torte facevi! Ho ancora quel sapore in bocca.”

“Ormai il forno lapro giusto per scaldarci il caffè,” rispondeva Alberta con una smorfia. “E se va bene mangio una zuppa in mensa. Spesso giusto un panino al volo.”

“Eh, se avessi un compagno, cucineresti sul serio,” la ammonì Giancarlo, “mangeresti roba buona tutti i giorni.”

“Che insinui?” rise Alberta, gli occhi come olive nere.

“Che due anni sono passati. Che pensassi a te stessa, a risposarti,” disse Giancarlo, “mica vorrai restare sola a vita?”

“Ma dove vuoi che mi accetti qualcuno? Non vedi come sono? A cinquantanni, solo i maschi possono farci un pensiero. Tu piuttosto, sono dieci anni che sei divorziato da Chiara, ma sempre solo rimani. Dovresti pensarci tu a rifarti una vita, altro che storie!”

Giancarlo non rispose. Nei primi tempi del divorzio si era giurato di non mettere mai più piede in Comune con una donna. Ma col tempo, il desiderio di una minestra fumante e lenzuola fresche aveva ripreso il sopravvento. Perché sì, può fare tutto da solo, ma che fatica! E vivere senza una donna, in fondo, è come prendere il caffè senza zucchero.

“E allora, che aspetti?” rise Alberta. “Anche noi abbiamo diritto a una seconda occasione. Se io non ci riesco, magari tu sì.”

“Non è così semplice,” rispose Giancarlo, smazzando inutilmente le assi dellarmadio come carte da briscola.

“Mancano i pezzi?” si preoccupò Alberta.

“Non nella mobilia, nella vita,” sbuffò lui, “una coetanea non la voglio. Non fa per me.”

“Ti ci vorrebbe una ventenne?” rise Alberta, ironica.

“Vero! Giovane, con la scintilla negli occhi, che sappia cucinare e sistemare la casa,” sospirò lui, con una luce assurda nello sguardo.

“Ah! Le ragazze adesso non sanno nemmeno più cucinare! Guarda mia figlia, Bianca: la casa è un porcile, la lasagnetta la ordina via app, la lavatrice pensa sia solo decorativa. Ma tu che ne faresti di una così?”

Giancarlo fece spallucce, perdendosi in sogni assurdi: immaginò una ragazza che non pronunciava mai la parola Glovo, ma conosceva ogni piccolo segreto di scopa e mocio. E soprattutto preparava tortellini fatti a mano proprio come sua madre.

Sorrise, trasognato, vedendo in sogno una giovane donna radiosa con un grembiulino, che portava in tavola un piatto di tortellini che fumava, un bicchiere di Barolo, e magari un limoncello gelato. Si rimproverò di sognare così, ma non riusciva a fermarsi.

“No, Carletto, per te ci vuole una donna adulta,” insisteva Alberta, “qualcuna che ha già i figli sparsi per lItalia e pure i risparmi. Ti coccolerà lei.”

“Hai già in mente qualcuno?” brontolò Giancarlo, dubbioso.

“Sì, la signora Alda Pezzoli del primo piano. Vedova da cinque anni, poverina. Prende la pensione, vive bene, va a nuoto, a cavallo. Si mantiene più in forma di me. Bisogna organizzarvi un incontro!”

Giancarlo, sognando tra i vapori della cucina, osservò Alda dalla finestra del balcone, mentre Alberta gli indicava, come fosse la regista di uno spettacolo surreale. Alda stava chiudendo la portiera di una piccola Alfa Romeo; i capelli ben messi, i pantaloni aderenti, la postura dritta e sicura. Si fermò a chiacchierare con una vicina: uno scambio di sorrisi, una borsa della spesa e via verso la porta.

“Vedrai,” disse Alberta strizzandogli locchio. “Sai che macchina ha? Anche meglio della tua Panda!”

“Mh, si potrebbe anche fare cambio, no? Tanto una signora che se ne fa di una macchina del genere? Le lascio la mia, faccio luomo generoso…”

Alberta rise, già assaporando la vittoria: “Domani vai a trovarla, però portale dei fiori. Mi raccomando, non fare il tirchio.”

“Fiori? Costano quanto una pizza a Napoli, ormai… e che tipo di fiori?”

“Scegli quelli col bollino sconto, va bene uguale. E metti il maglione beige, quello che ti ho regalato per il divorzio!”

Il giorno dopo, Giancarlo, agghindato di tutto punto e con un mazzetto di gerbere, si presentò davanti alla porta di Alda. Era teso, la camicia gli tirava un po sulla pancia, ma si sentiva elegante.

Quando Alda aprì, Giancarlo ebbe un attimo di esitazione, come se la donna si fosse liquefatta in una nuvola di caffè: abbigliamento casalingo, capelli raccolti, faccia sorpresa. “Carlo Bianchini?”

“Sì, in persona. Questi sono per te.”

Alda prese i fiori con aria perplessa. “Ma sono per me? Perché, di grazia?”

“Sono venuto a trovarti, pranzare insieme, magari,” rispose Giancarlo con aria solenne.

“Pranzare? Io pensavo dovessi controllare i termosifoni, che fanno rumore!”

Ogni allusione di Giancarlo cadeva nel vuoto onirico: la donna parlava solo di tubi e rumori, la cucina rimaneva vuota, niente tortellini, niente bicchieri di Barolo.

Dopo un breve battibecco, Alda, sorridendo appena, chiuse gli occhi e disse: “Forse dovresti portare questi fiori alla tua vera fidanzata; io aspetto un idraulico, sa… E se cerco compagnia, basta una chiamata e arriva mia figlia a inchiodarmi tutta la parete.”

Giancarlo ci rimase male, lasciando lappartamento con la coda tra le gambe e i fiori in mano. Era proprio una vedova sbagliata! Si vide specchiato nella portiera dellAlfa, il riflesso storto di un uomo che non capiva più il linguaggio delle donne italiane.

Raccolse fiero e offeso i suoi sogni e marciò da Alberta a raccontare tutto. Lei, ostentando una bottiglia di limoncello come talismano, rise: “Non ti abbattere, fratello! È solo che non crede ancora di poter essere felice. Prova ancora dopo lo stipendio; magari cambierà idea.”

Così accadde che Giancarlo, tra un sogno e laltro, decise che avrebbe riprovato “dopo il cinque del mese”. Anzi, regalò i fiori rimasti ad Alberta, che si commosse pensando a quanto il fratello, in fondo, fosse proprio un buon partito.

Intanto, mentre il vento profumava le strade di Milano, Alda rimaneva sola nella sua cucina, sistemava il mazzo di gerbere in un vecchio spritz e pensava: “Ma perché tutti credono che io voglia per forza risposarmi e cucinare minestroni agli uomini in pensione?”

In fondo, bastava poco per essere felici a questa età: un biglietto per il Piccolo Teatro, una brioche calda col caffè, una nuotata in piscina, la libertà di chiudere la porta e dormire senza russare. La vita in Italia, dopotutto, può essere colorata anche senza aggiungere un altro Giancarlo alla propria storia.

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