Coppia svanita a Matera nel 1988 nel 2010 trovano corpi avvolti in teli in una palude…
Matera, Basilicata, un paese di tufo tranquillo, dove il tempo procede lento come lacqua delle fontane antiche e nessuno sospetta di niente. Ma nella notte di un marzo del 1988, il buio si mangiò due vite e lasciò dietro solo ombre e polvere. Due giovani amanti scomparvero in silenzio, svaniti come nebbia daprile: la casa pulita, la cena pronta sulla tavola di legno, le chiavi appese al gancio. Nessun grido, nessun biglietto daddio, nessun segno di lotta. Come se una mano invisibile li avesse presi e fatti rotolare via tra i Sassi.
La polizia cercò per giorni interi, come ciechi nel dedalo delle gravine: tra i calanchi, tra i sassi antichi, nei boschi di ulivi e dietro le mura diroccate. Nulla. Nessuna traccia, nessuna voce, nessuna speranza. Era assurdo, eppure era la realtà. Dove erano finiti? Cosa era successo? Quel che lasciarono fu un vuoto, e domande che si spaccavano contro le pietre per ventidue anni. Tutto si affossò nell’oblio, finché nel 2010 qualcosa di surreale emerse faticosamente da un acquitrino fangoso, lì dove il tempo sembrava storto e il silenzio urlava ancora.
Il 15 marzo 1988 la Basilicata si destò sotto un cielo giallastro: il vento portava sabbia dallAfrica che copriva le strade e sussurrava alle persiane socchiuse. Nella Matera di allora, Antonio Bellini, quarantanni, meccanico celebre per la sua onestà, chiuse la saracinesca dellofficina prima del solito. Sua moglie Giulia Fabbri, ventinove anni, maestra dasilo, lattendeva a casa tra le ombre lunghe della sera. I vicini, come spesso succede nei borghi, ricordarono solo dopo aver sentito urla e piatti scagliati, tra febbraio e marzo. Una di loro, Gina Pagliarulo, confidò di aver udito litigi dalla casa color cremisi dei Bellinilitigi aguzzi come vetro.
Ma nessuno aveva previsto il vuoto che sarebbe venuto. Antonio rientrò verso le 18:30. La sua Fiat Panda blu fu vista parcheggiata in garage. La cena era apparecchiata per due, le posate lucide, ma il cibo rimasto freddo e intatto. Il giorno dopo avrebbero dovuto partire per Napoli, raggiungere la sorella di Giulia, Lucia, e dormire in un albergo già prenotato vicino al mare. Non arrivarono mai. Lucia, inquieta per il silenzio, chiamò innumerevoli volte fino a schiarirsi la voce. Nessuna risposta. Allora, spinta dallansia, bussò in commissariato. Il maresciallo Alfonso Ruggeri si recò nella casa vuota il 18 marzo. Solitudine impastata dappertutto, niente segni di intrusione o violenza.
Tutto come sospeso, congelato: la borsa di Giulia sulla credenza, il portafogli di Antonio in camera, le auto immobili nel buio del box. Solo una macchia scura sul pavimento della cucina, pulita appena troppo tardi. Le indagini simpigliarono subito in dettagli che odoravano di mistero. Antonio aveva ritirato un milione e seicentomila lire pochi giorni prima. Giulia aveva giustificato unassenza da scuola con una banale scusa di famiglia. Trapelarono chiacchiere e voci che solo in un paese del sud sanno respirare tra le persiane.
Il commissario Lorenzo Greco, pescatore dindizi con venticinque anni sulle spalle, si trovò a rincorrere sospetti come farfalle ubriache: il matrimonio pareva stabile, almeno agli occhi dei benpensanti. Lui in officina da quindici anni, lei tra le grida vivaci dei bambini. Nessun passato torbido, niente debiti. Ma dietro la facciata, la vernice era screpolata. Rosa Latorre, collega di Giulia, raccontò in segreto che Giulia si era presentata alcune mattine con lividi alle braccia, spiegando incidenti domestici poco credibili. Il fratello di Antonio, Francesco, confessò che suo fratello beveva e che la gelosia lo aveva reso ombroso e aggressivo.
Le ricerche si allargarono tra altipiani spelacchiati e mulattiere. Misero insieme squadre di sommozzatori per i laghetti carsici, carabinieri a cavallo, droni che allora erano solo elicotteri rumorosi sfiorando grotte e pozzi. Tre settimane dopo, un pastore trovò vestiti bruciacchiati vicino al torrente Gravina, a sessanta chilometri dal centro. Una gonna fioratariconobbe Luciae una camicia da lavoro. Ma erano solo stracci anneriti senza sangue, strappati dal vento, nullaltro.
In estate arrivarono nuove voci: una donna anziana, Assunta Russo, domestica in famiglie importanti, raccontò con voce tremante che aveva trovato Giulia chiusa in bagno, in lacrime e con segni rossi al collo. Antonio aveva biascicato lennesima scusa, eppure gli occhi di Giulia trasudavano paura. Lossessione di Antonio per il telefono, le accuse di tradimento, la gelosia marcia: tutto trasudava di follia sommersa. Si parlava anche di una certa sintonia tra Giulia Antonio e Matteo Rocchi, giovane insegnante di ginnastica entrato a scuola pochi mesi prima. Dopo la scomparsa dei Bellini, pure lui svanìlasciando stoviglie nella credenza come se dovesse tornare tra un attimo.
I sospetti si riversarono come pioggia sulle pietre. Si cucirono teorie: delitto passionale? Fuga damore suicida? Incidente mascherato? Ma nessuno trovò mai una verità che resistesse più di unestate. Nel frattempo, la storia della scomparsa si fece leggenda: i nuovi venuti la ascoltavano sgranando gli occhi, i vecchi ci bevevano su in silenzio.
Gli anni passavano e le risposte sparivano. Lucia Fabbri non smise mai di battere a tutte le porte, con annunci sul *Quotidiano della Basilicata* ogni marzo, implorando la verità. La sua voce si attenuava e la polvere si posava sugli archivi della questura. Lispettore Greco andò in pensione, il fascicolo passò di mano in mano tra agenti indifferenti ai fantasmi. Francesco Bellini giurava che Antonio era stato ammazzato da chissà chiun vendicatore o un amante respinto. Teoria mai presa sul serio dagli investigatori.
La vita a Matera continuò. Negli anni Duemila la città divenne set di film e luogo amato da turisti che nulla sapevano della tragedia sepolta tra i vicoli. Poi nel 2005 Lucia sfidò il suo destino, pagò con euro sudati un investigatore privato: Rocco Serra. Sei mesi di domande e indagini, nessun risultato. I soldi finirono, il mistero restò.
Poi un giorno di agosto 2010, il passato tornò a galla come un ramo storto in una pozza nera. Sulle rive limacciose di una palude dimenticata nel Parco della Murgia materana, alcune guardie del Parco trovano qualcosa di strano che emergeva dal fango pesante come la notte. Allinizio sembravano solo stracci, rifiuti abbandonati. Poi, avvicinandosi come in sogno, i dettagli si fecero tremendi: brandelli di teli saponosi avvolgevano resti umani. Gente sbigottita chiamò subito i Carabinieri.
Arrivarono carabinieri, la scientifica, i medici legali dalla poltrona assonnata di Potenza. Il luogo era impervio, la palude ostile, i canneti ringhiavano al vento. Dallo scavo paziente emersero ossa: due corpi adulti, uno maschile e uno femminile, la morte nei dettagli che il fango non era riuscito a cancellare. Allimprovviso Matera tornò un paese che ricordava, il silenzio rotto da una verità mostruosa.
Le autopsie e le analisi della dottoressa Elena DAmbrosio, antropologa, parlarono chiaro: il cranio della donna sfondato da colpi ripetuti, le costole delluomo tagliate come da una lama. I teli erano vecchi, plastificati, usati negli anni Ottanta dai muratori. La chiusura era fatta con cordoni da ceramista, ancora incrostati di tempo. Nel fango, accanto alle ossa, riaffiorò un anello inciso: A.B. – G.F., 1985. Non cerano più dubbi: Antonio e Giulia erano stati ammazzati e seppelliti.
Ma tra i teli, nascosto qualche metro più in là, affiorava anche altro: ossa più piccole, maschili, appartenenti a un trentenne. Il vecchio dentista di Matera colse subito la verità: erano i resti di Matteo Rocchi, proprio lui, linsegnante scomparso. Tutti e tre: lamante, la moglie, il maritoreclutati insieme da una mano che nessuno aveva visto.
Le nuove indagini ribaltarono le vecchie teorie. Le ferite al cranio di Giulia raccontavano una morte furiosa, forse con una chiave inglese o un martello, strumenti ben noti ad Antonio in officina. Ma Antonio stesso aveva costole e testa frantumate, forse dopo la sua stessa morte. Nessuno poteva più sostenere che lui fosse stato il carnefice. I tre erano vittime. Ma allora chi li aveva trascinati via? Chi aveva collegato tre destini così distanti, e perché?
Un dettaglio luccicava tra le carte dimenticate della vecchia questura: mesi prima della sparizione, un uomo sospetto girava per Matera spacciandosi per investigatore privato. Chiedeva dei Bellini, di Giulia e Matteo, raccolse briciole di pettegolezzo da colleghi e clienti. Robustino, cinquantanni, occhi nerissimi, una vecchia Fiat Fiorino bianca. Nei mesi e negli anni successivi, la storia trovò echi in altre regioni: coppie sparite nel Salento, famiglie dissolte in Calabria, sempre con il sospetto duna tresca damore e sempre il fantomatico investigatore ad aggirarsi come uno spettro.
La trama sinfittì: una sorta di giudice-autonominato che si autoconvinceva di dover punire i peccatori, un boia con la sua morale distorta. Lagente, Carmine Sorrenti, scoprì che un certo Tommaso Brambilla, ex carabiniere licenziato per turbe psichiche e ossessioni sulla castità coniugale, compariva sempre nei pressi dei luoghi del delitto. Uomo dal passato sporco di polvere e segreti militari, che si era reinventato pseudo-investigatore. Seguirne le tracce fu come camminare in una stanza piena di specchi rotti: Brambilla aveva lasciato Matera nel 1988, poi si spostò tra Sicilia e Lombardia, cambiando residenza e volto, fino a farsi dimenticare.
Fu ritrovato nella nebbia degli anziani, in una casa di cura vicino Como, cieco e smemorato, senza più coscienza della sua colpevolezza. Le provecarte, cronache di giornale ritagliate, fotografie e oggettierano sufficienti per convincere tutti che lui fosse lartefice degli omicidi seriali, anche se nessuna confessione fu mai messa a verbale. Brambilla morì chiuso in una stanza dospedale psichiatrico nel 2013. Mai un vero processo, solo la vendetta beffarda del tempo.
Lucia Fabbri riuscì finalmente a celebrare un funerale per la sorella, per Antonio e anche per Matteo, in una chiesa gravida di luce e di assenza, mentre fuori pioveva piano sulle tegole di tufo. La storia dei Bellini si fece eco nelle pagine dei giornali, nei bar dei Sassi, nei sospiri delle madri. Una lezione di resistenza alloblio, di giustizia lenta come la deposizione dei sedimenti, e di sogni che non sanno morire neppure nel silenzio torbido di una palude. La verità si era persa nei vicoli eppure, tra fango e ossa, era tornata a risalire.





