La Risorsa Nascosta

Risorsa Nascosta

Hai di nuovo indossato quel maglione? la voce di Nunzia Arcangela sembrava non riguardare un semplice capo dabbigliamento, ma piuttosto un oggetto dimenticato sotto il divano. Marilena, te lo chiedo per favore. Questa sera verranno i Belliotti. Capisci cosa significa?

Marilena stava ai fornelli a girare il minestrone. Il cucchiaio tracciava cerchi nella pentola, lento e regolare, anche se dentro di lei qualcosa si contraeva per quel tono. Non era la prima volta. Marilena aveva ormai capito che non sarebbe stata nemmeno lultima.

Capisco, signora Nunzia, disse senza voltarsi.

No, non capisci. I Belliotti sono i soci di Corrado Pietro. Persone di rilievo. E tu sembri la pausa fu breve ma pesante, sembri appena arrivata da una raccolta di olive.

Marilena posò il cucchiaio sul poggiamestolo, si voltò. La suocera era ferma sulla soglia della cucina, avvolta in una vestaglia di seta, con una tazzina di caffè tra le dita. Quello sguardo lo conosceva bene: non era cattiveria, no. Piuttosto una forma di delusione. Come se, ogni volta, Nunzia Arcangela si convincesse di nuovo che suo figlio aveva commesso un grave errore.

Mi cambierò prima di cena, rispose Marilena in tono pacato.

Sarebbe meglio, la suocera si voltò ed uscì, senza aggiungere altro.

Marilena tornò a girare la minestra. Il brodo ribolliva tranquillo, profumava di alloro e carote. Dietro la vetrata si stendeva il prato, rasato alla perfezione, irrigato ogni mattina dallimpianto automatico. Marilena lo osservava pensando che, quella sera, avrebbe dovuto finire una memoria dappello per un cliente di Salice Grande. I tempi stringevano.

In quella casa nessuno sapeva della memoria dappello.

Nessuno conosceva il cliente di Salice Grande.

E, in generale, nessuno lì sapeva nulla di lei.

Il suo nome era Marilena Mallarini, ora Malvera. Venticinque anni, originaria di un piccolo centro, Carpino, sulle rive del Sele, a quattro ore da Roma. Il padre insegnante di fisica in pensione, la madre ragioniera allASL locale. Un bilocale, un orto di cinquanta metri quadrati, il gatto Tommaso e la ferma convinzione dei genitori che la figlia è sveglia, deve studiare.

E Marilena ha sempre studiato. Prima a scuola, poi con il massimo dei voti in Giurisprudenza allUniversità Statale Centrale. Due anni di master in diritto finanziario, tirocinio nello studio legale Salvadori e Associati, poi i suoi clienti. Allinizio pochi, poi sempre di più, tanto che non li contava più.

A ventiquattro anni guadagnava abbastanza per aiutare i genitori e mettere da parte. Tutto da remoto, niente uffici, nessuna targhetta alla porta. Solo un portatile, il telefono, la testa buona e la capacità di stare in silenzio.

Con Alessio Malvera si erano conosciuti per caso, a un compleanno. Era più grande di quattro anni, di una bellezza quasi imbarazzante e, allo stesso tempo, semplice. Parlava di montagna, di bici, rideva facilmente. Allora lei non sapeva chi fosse il padre. Lo scoprì più tardi, quando ormai era tardi per fingere che non fosse importante.

I Malvera erano Malvera Holding: una rete di poli industriali in tre regioni, la Malvera Logistics e altre attività minori. Capo di tutto, Corrado Pietro Malvera, uomo dalle mani grandi e dallo sguardo penetrante, che sembrava pesare ogni persona dentro di sé. La moglie Nunzia Arcangela curava rappresentanza e beneficenza: in pratica, custode del volto pubblico della famiglia. E quel volto richiedeva certi standard.

Marilena non rientrava in quei parametri.

Alessio le chiese di sposarlo nove mesi dopo, a fine marzo, quando dal Sele soffiava ancora vento freddo. Lei disse di sì, sinceramente, perché lo amava. Amava la sua franchezza, la sua capacità di ascoltare, il modo in cui non aveva paura del silenzio accanto a lei. Quanto alla famiglia, pensava: ce la farò. Ce lha sempre fatta.

Si sposarono a giugno. Piccola, per gli standard dei Malvera: centoventi invitati. I genitori di Marilena arrivarono da Carpino con i vestiti migliori e laria un po persa. La mamma manteneva il controllo, il padre sorrideva e beveva poco. Nunzia Arcangela li salutò una volta, a inizio serata; poi più nulla.

Dopo il matrimonio, Marilena si trasferì alla villa dei Malvera, in Via delle Magnolie. Alessio aveva spiegato: Finché non troviamo casa nostra, è meglio stare qui: cè spazio, cè servizio, non dobbiamo pensarci. Marilena aveva accettato, convinta che sarebbe stato provvisorio.

Otto mesi passarono, ma di casa nuova non si parlava neppure.

La villa era imponente, con colonne allingresso e una scalinata che a Marilena sembrava teatrale. Al piano terra: salotti, sala da pranzo, lufficio di Corrado Pietro. Al piano sopra: le stanze. Marilena e Alessio ne avevano una loro, però i muri in quelle case ti ricordano sempre che sei ospite. Soprattutto quando la padrona fissa da una soglia col caffè in mano.

I Malvera avevano altri due figli. Il maggiore, Carlo, trentanni, lavorava per il padre e viveva con moglie e figlio, veniva la domenica. La più giovane, Giulia, ventidue, studentessa: abitava ancora lì e guardava Marilena proprio come la madre, ma senza diplomazia, senza garbo.

Lo fa apposta a vestirsi così, disse una volta Giulia a tavola, credendo che Marilena non ci fosse, per sembrare umile. Calcolo da paese.

Marilena era nel corridoio, col vassoio in mano, e sentì chiaramente.

Entrò in sala, posò il vassoio, si sedette. Alessio guardava il piatto, non gli occhi.

Così era. Giorno dopo giorno. Osservazioni su come si vestiva, su come parlava, perfino su come impugnava la forchetta. Una volta Nunzia Arcangela, davanti agli ospiti, disse: Alessio ha sempre avuto un cuore grande; ecco perché ha accolto una ragazza semplice. Senza cattiveria, quasi teneramente e proprio questo era il più difficile da accettare.

Alessio non rispose.

Marilena pensò che forse non aveva sentito. Poi capì che aveva sentito, ma aveva scelto di non commentare.

Era gentile, Alessio. Davvero, non faceva finta. Ma la sua gentilezza era orizzontale: si distribuiva su tutti, non proteggeva nessuno davvero. Marilena, provando a parlargli della famiglia, trovava solo un ascolto tiepido: Mamma è fatta così. Non ce lha con te. Devi conoscerla. Ed era vero: Nunzia Arcangela non era cattiva. Era solo una donna che aveva costruito il suo mondo e larrivo di Marilena vi era entrato come una scheggia. Piccola, ma fastidiosa.

Marilena lo capiva. Ma capire non voleva dire non soffrire.

Il suo lavoro lo nascondeva bene. Non per paura, piuttosto per calcolo. Se avessero saputo che era una legale e guadagnava abbastanza, sarebbero arrivati i sospetti; i sospetti le domande; le domande, una nuova immagine di lei. Lei voleva vederli così come si mostravano, convinti di avere accanto solo una ragazza di paese, silenziosa.

Ogni mattina, mentre in casa facevano colazione e discutevano, Marilena si ritirava in una stanzetta al piano superiore la chiamava cabina armadio, ma vi accedeva solo lei , accendeva il portatile e lavorava: minimo tre ore, a volte di più. Aveva clienti ovunque da Salice Grande a Mediolano. Contenziosi fiscali, arbitrati, cause tributarie. Era brava, la consigliavano tutti.

I soldi li faceva accreditare su un conto intestato a lei, già aperto da tempo alla Banca Orientale. Alessio sapeva del conto ma ignorava importo e provenienza.

Fu in novembre, otto mesi dopo il trasferimento, che la vita dei Malvera cambiò all’improvviso.

Era giovedì mattina, non aveva ancora acceso il computer che sentì un tumulto giù non il solito trambusto, qualcosa di più teso, voci sconosciute. Marilena uscì sul corridoio. Nunzia Arcangela stava sulle scale in camicia da notte, le braccia strette al petto, lo sguardo sbarrato.

Cosa succede? chiese Marilena.

La suocera non rispose. Forse non sentiva.

Al piano sotto, alcuni uomini in abiti civili si rivolgevano a Corrado Pietro. Era dritto, ma nella postura non cera più sicurezza. Teneva in mano alcuni fogli li leggeva, lentamente, come se le parole non avessero senso.

Alessio uscì dalla stanza, superò Marilena, scese. Marilena sentì che interrogava il padre sottovoce. Questi rispose secco. Poi gli uomini dissero qualcosaltro e Corrado Pietro iniziò a vestirsi lì stesso, senza salire.

Marilena scese. Prese un foglio a uno degli uomini non chiese, lo prese con la sicurezza di chi sa cosa deve leggere lui la lasciò fare per la sorpresa. Quando capì, era già troppo tardi: lei aveva letto la prima pagina.

Mandato di arresto. Reati: truffa aggravata e frode fiscale. Firmato dal viceprocuratore del distretto di Rogliano. Data: il giorno prima.

Mi ridia, disse uno degli agenti, riprendendosi il foglio.

Marilena annuì, si allontanò.

Corrado Pietro fu portato via alle sette e quarantacinque. Alle dieci si seppe che i conti della Malvera Logistics erano congelati per ordine del tribunale. A mezzogiorno telefonò Carlo, il figlio maggiore: la voce, che passava dall’altoparlante nelle mani di Nunzia, rimbombava in tutta la sala. Gridava che era una provocazione, che avevano incastrato il padre, che serviva un avvocato.

Serve un legale, ripeté Nunzia Arcangela, fissando il vuoto come chi cerca risposte nei muri.

Marilena era seduta in poltrona. Giulia piangeva. Alessio scorreva nervoso la rubrica del telefono senza sapere chi chiamare per primo.

Non vi serve un avvocato qualsiasi, disse Marilena.

Si voltarono tutti. Perfino Giulia, che smise di piangere.

Cosa? chiese la suocera.

Vi serve qualcuno che capisca di penale e di diritto societario. Sono due mondi diversi: il penalista non sa leggere i bilanci, il fiscalista segue poco la procura. Dovete trovare chi fa entrambe le cose.

Questo lo sappiamo, disse Alessio. Troveremo qualcuno.

Oppure posso farlo io, tagliò Marilena.

Seguirono alcuni secondi di silenzio.

Tu? Giulia aveva smesso anche di lacrimare. Sei una casalinga.

Marilena la guardò con calma.

Sono unavvocatessa. Diritto societario e finanziario. Lavoro da remoto da tre anni. Ho seguito cose simili.

Il silenzio cambiò tono. Non più di sorpresa, ma di valutazione. Alessio la fissava, ma non trovava le parole.

Perché non lo hai mai iniziò.

Detto? Marilena alzò le spalle. Nessuno ha mai chiesto.

Non era proprio tutta la verità. Ma quello non era il momento per le sfumature.

Nunzia Arcangela posò la tazzina con un ticchettio che suonava come una decisione presa.

Va bene, disse. Cosa occorre?

Devo avere accesso completo ai documenti fiscali degli ultimi tre anni. Contratti, estratti conto, dichiarazioni. E parlare con la contabile. Subito.

Sono documenti importanti, disse la suocera, titubante non per diffidenza, ma per abitudine al controllo.

Appunto per questo li voglio, ribatté Marilena.

Alessio fece un passo verso la madre.

Mamma. Daglieli.

La suocera lo guardò a lungo, poi scrutò Marilena come se la vedesse per la prima volta, senza decidere se la cosa le piacesse.

Va bene, disse ancora.

La contabile della società, Tamara Ivana Sergi, una donna sulla cinquantina con occhiaie profonde, arrivò alle due. Si sedettero nello studio di Corrado Pietro e rimasero lì per quattro ore. Nessuno entrò erano state avvertite di non disturbare. Già questo era strano: fino al giorno prima persino il menù della cena la ignoravano.

Tamara inizialmente era sospettosa, poi Marilena fece le domande giuste e, poco a poco, la fiducia crebbe. I professionisti si riconoscono.

Guardi qui, Tamara indicò la stampa, questi movimenti di luglio-agosto Non ho mai capito. Corrado Pietro disse che erano passaggi tra consociate. Io li ho inseriti a registro.

La firma sugli ordini? chiese Marilena.

Sua. O almeno la contabile si zittì. Sembra la sua. Non ho mai avuto sospetti, chi verifica la firma dellamministratore?

Nessuno. Il punto è se sia davvero la sua.

Tamara la fissava stupita.

Lei pensa

Non penso niente. Raccolgo dati.

A sera, Marilena aveva già chiara la situazione. Non del tutto, ma abbastanza. I movimenti di luglio e agosto erano passati da una società filtro, la TecnoVettore Trade, costituita quellaprile. Socio unico, certo Vittorio Somma. Nome mai visto in altre pratiche, ma la modalità era classica: scarico su società-fantasma. Questo aveva visto due altre volte: qualcuno crea una ditta a posta, ci fa passare soldi, poi chiude tutto e firma come se fosse stata una decisione dellamministratore.

Ma chi era stato stavolta?

A cena illustrò la situazione. Tutti mangiavano senza appetito.

Corrado Pietro probabilmente non ha firmato lui stesso certi ordini, o non sapeva di cosa parlava. Serve una perizia sulle firme, occorre capire chi cè dietro a TecnoVettore Trade.

Ma come dimostrarlo? chiese Carlo, seduto per la prima volta a capo tavola, ansioso.

Serve ricostruire la filiera bancaria, vedere cosa cè sul conto Somma, controllare chi aveva accesso alla firma digitale.

La PEC? Carlo era perplesso.

Sì. Dobbiamo coinvolgere il sistemista.

È Federico, disse Alessio.

Parla con lui. Domattina.

Alessio annuì. Poi, silenzioso, la guardò. In quello sguardo cera una domanda che lui stesso non sapeva porre. Non era scusa, né ammirazione: era qualcosa di più terreno una scoperta in ritardo.

A cena, quella sera, Nunzia Arcangela non aggiunse commenti. Solo, sottovoce, quando Marilena si alzò a prendere lacqua, disse piano, forse a Giulia:

È sveglia, questa.

Non era un complimento: più una riconsiderazione.

Le due settimane successive, Marilena lavorò come sempre: tacitamente, con ordine, senza fronzoli. Mattino: telefonate e riunioni; pomeriggio: documenti; sera: analisi. Si affidò a due colleghi: Romano DAndrea, specialista tributario da Mediolano, e Silvana Petri, avvocata civile, già con lei in tirocinio. A entrambi spiegò i fatti: secchi, essenziali, senza dettagli intimi. E loro accettarono di aiutare.

Sul serio? disse Silvana. I Malvera? Quella Malvera Logistics?

Proprio loro.

E tu ci vivi?

Sì.

Marilena, me la racconterai tutta, però

Un giorno, prometteva lei.

Il sistemista Federico, un giovanotto impacciato coi capelli ramati, portò la log della firma digitale di luglio-agosto. Marilena e Romano la studiarono insieme in videochiamata. Risultato: nei giorni delle operazioni sospette, Corrado Pietro stava in trasferta. Gli ordini erano partiti dal suo pc, ma senza che lui fosse in ufficio.

Qualcuno lo ha fatto a sua insaputa, concluse Romano.

Sì, e serve chi avesse fisicamente accesso alla stanza.

Federico si scostò.

Posso controllare la lista degli accessi con badge.

Per favore, chiese Marilena.

Il registro diede due nomi. Una donna delle pulizie alle otto, il vice direttore finanziario, Domenico Lanzetta, alle undici e quaranta: restò venti minuti. Gli ordini sono delle undici e quarantotto.

Pausa.

Lanzetta, disse Marilena.

Federico annuì, illuminato da una nuova consapevolezza.

Da cinque anni in azienda. Corrado si fidava molto.

Bene, chiuse Marilena.

Ma da lì occorreva muoversi cauti: solo la prova contava. Marilena e Romano inviarono richiesta formale allAgenzia delle Entrate per i dettagli su TecnoVettore, motivata adeguatamente. Nel frattempo, Silvana presentò istanza per la perizia calligrafica sulle firme.

La perizia ci mise una settimana. Il risultato: due delle quattro firme sui documenti cruciali erano di dubbia autenticità, attendibilità sotto il quaranta per cento.

Non male, disse Silvana. Ma serve di più: o un testimone, o le tracce digitali dei soldi.

Versati a chi? chiese Marilena.

Dal conto Somma, una quota fu usata per comprare un appartamento a novembre, tre mesi dopo i movimenti.

Denaro suo. Non di Lanzetta.

Sì, ma Lanzetta in ottobre aprì un nuovo conto alla Banca Meridiana. Movimenti: tre bonifici da un privato. Totale: un terzo del flusso della TecnoVettore. Lidentità è coperta dalla privacy.

Si può fare istanza?

Silvana ci ha già pensato. Stiamo aspettando.

Quattro giorni dopo, il tribunale accolse la richiesta. Lintestatario era Somma Vittorio, lo stesso. Era il cugino di secondo grado di Lanzetta: mai comparso nelle società, ma conversazioni telefoniche tra loro erano documentate.

Ecco il legame, sintetizzò Silvana.

Indiretto, precisò Marilena. Serve dimostrare che i soldi sono tornati a Lanzetta.

Lo fecero: bonifici tracciati, il quadro completo. Lanzetta aveva orchestrato gli ordini, usando laccesso al computer del capo. I fondi passati a Somma erano tornati parzialmente a lui. Corrado Pietro non aveva firmato: o non sapeva, o era stato sostituito con una firma apocrifa.

Marilena redasse una relazione di ventitré pagine con diagrammi, allegati, conclusioni. La inviò a Silvana che la consegnò ufficialmente al difensore di Corrado Pietro, il noto avvocato Cortesi.

Il telefono squillò domenica mattina.

Un lavoro eccellente, disse Cortesi, dopo una lunga pausa. Non mi aspettavo unanalisi di questo livello.

Grazie.

Ha lavorato con altri?

Con DAndrea e Petri.

Conosco Petri. Bene. Lunedì presentiamo tutto.

Lunedì. Cortesi consegnò listanza di revoca e laccusa formale contro Lanzetta. Mercoledì Lanzetta fu convocato dal giudice, venerdì ne fu annunciato larresto.

Due settimane dopo Corrado Pietro uscì dagli arresti domiciliari. Le accuse furono ricalibrate, le società parzialmente sbloccate. Il procedimento non era chiuso, ma il peggio pareva passato.

Quella sera i Malvera cenarono insieme per la prima volta da settimane. Corrado Pietro a capotavola, dimagrito ma composto. Nunzia Arcangela versò vino buono, dalla bottiglia dei momenti importanti. Carlo propose: Alla famiglia. Giulia bevve in silenzio.

Corrado Pietro guardò Marilena:

Hai fatto limpossibile.

Era solo questione di tempo e metodo, rispose lei. Nulla di magico.

Non sapevo tu fossi

Avvocatessa, suggerì Marilena.

Già. Avvocatessa.

Nunzia Arcangela alzò il calice su Marilena. Aveva occhi diversi: non affettuosi, no, ma riconoscenti. Uno sguardo che nasceva dal rispetto della realtà, non dallaffetto. Così si guarda chi si è sottovalutato.

Vi dobbiamo molto, disse lei.

Marilena annuì. Bevve il vino, era davvero buono.

Quella notte, abbracciata ad Alessio, Marilena pensava non a ciò che era accaduto, ma a cosa stava succedendo ora. Qualcosa era cambiato ma non come doveva. La vedevano in modo diverso, sì, ma come una risorsa preziosa, non come una persona che aveva vissuto otto mesi lì senza esser mai stata davvero rispettata.

Le vennero in mente le parole della madre. Marilena, cavartela da sola è importante. Ma ricorda: hai diritto anche tu, ogni tanto, a qualcuno che pensi a te.

Sua madre intendeva altro; ora il senso era diverso.

Il giorno dopo, quando Corrado Pietro e Carlo erano via con Cortesi e Alessio al lavoro, Nunzia Arcangela entrò nella cabina armadio per la prima volta.

Disturbo? domandò.

No, disse Marilena.

Sedette sulla poltroncina. Guardò attorno stupita: era uno studio, non un guardaroba. Libri di diritto, pile di carte, evidenziatori.

Qui hai sempre lavorato, osservò, più che domandare.

Sì.

Io lo chiamavo cabina armadio.

Lei non sapeva.

Passò del tempo.

Marilena, disse la suocera, voglio che tu sappia che quello che hai fatto per la famiglia

Signora, mi permetta, la interruppe Marilena posso dire una cosa?

Lei annuì, un po tesa.

Sono felice di aver aiutato, davvero. Ma sappia che questo non cambia quello che cè stato prima.

Cioè?

Le cose dette davanti agli altri, ragazza di paese, tutto quello che avete fatto e detto, lei e Giulia. Non sono dettagli. Sono stati otto mesi.

La suocera non distolse lo sguardo, e per quello Marilena le concesse un sorriso interno.

Capisco cosa intendi, disse la suocera.

Bene.

Non pensavo facesse così male. Pensavo solo a cosa fosse adatto ad Alessio, alla nostra posizione. Alla reputazione.

Lo so. È per quello che non dicevo nulla sul lavoro. Volevo vedere come trattavate qualcuno di cui non sapevate nulla. Ora lo so.

Nunzia Arcangela si alzò. Restò sulla soglia.

Te ne andrai, vero? disse. Non era una domanda.

Ci sto pensando, rispose onesta Marilena.

La suocera uscì. Marilena affacciò al prato. Limpianto dirrigazione era attivo: gocce lucenti nellaria.

Ci pensava già da giorni. Soprattutto di notte, tra una mail e laltra o mentre stirava una camicia di Alessio compito che nessuno chiedeva, ormai abitudine radicata. Non era questione di soldi o di dove andare; sapeva come cavarsela. Era qualcosa daltro.

Lei amava Alessio. Sì, lamore non era passato. Ma andava pensando che lamore non basta a vivere con qualcuno che per otto mesi ha scelto il silenzio quando servivano parole. Non era cattiveria: era la consuetudine a mettere la famiglia prima della moglie. Neanche ora, dopo tutto quello che era accaduto, le cose erano cambiate davvero.

Le tornava in mente un professore di diritto, il prof. Varlamio: Il contratto più difficile non è quello scritto male, ma quello in cui una parte già sa che non rispetterà i patti. Parlava di società. Ma Marilena sentiva che valeva anche per i matrimoni.

Anche in matrimonio ci sono quei contratti non detti. Una parte pensa sia normale prendersi tutto il peso, laltra si accontenta di lasciare andare.

Il confronto con Alessio fu venerdì sera. Non per scelta, per caso: rientrò prima del previsto. Entrò senza bussare nella cabina-armadio.

Mamma dice che pensi di andartene, disse dalla porta.

Marilena depose la matita.

Sì, ci penso.

Alessio si piazzò lì.

Per colpa mia?

Per colpa nostra. È diverso.

Spiegami.

Aspettò qualche secondo, poi disse le parole che aveva appena realizzato:

Quando tua madre mi definiva ragazza semplice davanti agli ospiti, hai detto qualcosa?

No.

Quando Giulia insinuava che ero furba perché venivo dal paese, hai fatto qualcosa?

No.

Nemmeno quando in tavola mi escludevano dai discorsi di famiglia?

Deglutì.

Me ne sono accorto.

Allora perché ti dovrei spiegare?

Lui si sedette sul davanzale. Il giardino era buio, i lampioni ambrati, fiacchi. Guardava fuori.

Ho avuto paura di ferirli, disse alla fine.

Lo so.

Mamma ha costruito tutta la sua vita su certi valori

Alessio, lo interruppe non sono arrabbiata. Ho solo capito che, dovendo scegliere tra non ferire loro e difendere me, sceglierai loro. Non è colpa: è il tuo modo dessere.

Posso cambiare.

Forse. Ma io non ho più voglia di aspettare che tu cambi. Non sono più quella di un tempo.

Si voltò.

Dove vai?

Affitto un appartamento. Lavoro. Niente di nuovo.

Da sola?

Da sola.

Nei suoi occhi cera qualcosa che Marilena non voleva analizzare: forse pena, o qualcosa di vero, anche se tardo. E forse non le serviva nemmeno averne la certezza.

Divorzio? domandò.

Tra un mese. Non ho fretta.

Annì. Poi, quasi a bassa voce:

Ti amo.

Lei lo fissò qualche secondo.

Lo so, Alessio.

Sabato mattina, Marilena chiuse due valigie. Tutto ciò che era suo: vestiti, libri, portatile, qualche tazza quella a pois venuta da Carpino. Il resto restava lì: comprato per quella vita, e non voleva portarlo dietro.

Quando scese in ingresso, trovò Nunzia Arcangela sola. Gli altri non si videro; o non vollero farsi vedere.

La suocera fissò le valigie, poi lei.

Sei sicura?

Sì.

Nunzia annuì, lenta.

Non ti dirò che ti abbiamo sempre apprezzato. Hai ragione: non è così. Ero convinta che ognuno avesse un posto già scritto.

Capisco.

Non rientravi nei miei piani, ma eri meglio di quanto potessi immaginare.

Seguì un silenzio lungo. Non scomodo solo vero, carico perché pieno di verità.

Signora Nunzia, io non me ne vado per rabbia. Me ne vado perché non voglio vivere dove si deve prima essere salvate per essere viste. Non è una critica: è consapevolezza.

La suocera la guardò profondamente.

In bocca al lupo, Marilena.

Anche a lei.

Prese le valigie e uscì. Il taxi era già al cancello. Mattina dautunno, fredda, odorava di terra umida, quel profumo che sapeva di Carpino, dellorto, del padre in stivali di gomma.

Caricò tutto nel baule, aprì la portiera e guardò la villa nellalba: pietra, grande, con i cancelli in ferro battuto e il prato curato che i getti avvolgevano quotidianamente, senza tregua. Bella casa. Ma non sua.

Salì in auto.

Dove andiamo? chiese il conducente.

Via dei Navigli, sette, rispose. Lì aveva preso casa due giorni prima. Un monolocale al quarto piano, affaccio interno, scala vecchia che scricchiava al terzo gradino. La prima volta che laveva visto, aveva sorriso: Sa di mio.

Lauto si mosse.

Fuori scivolarono la villa, i cancelli, la via coi cipressi, poi la strada dritta, nuda, avanti.

Il telefono vibrò. Un messaggio da Romano: Caso Malvera, avviato procedimento su Lanzetta. Sei grande. Mise via il telefono.

Brava. Parola semplice.

Guardava la strada e pensava senza ansia, senza esaltazione a quello che laspettava nel monolocale di via dei Navigli. Muri vuoti, niente tende, nemmeno un piatto. Avrebbe dovuto comprare una tazza: aveva preso con sé quella a pois, ma cera anche quella verde che le piaceva. Pazienza, ne avrebbe presa unaltra.

È strano come sia facile pensare alle tazze dopo otto mesi che ti rivoltano la vita. Forse questo è il segno del buon cambiamento: niente vuoto, niente festa, solo il prossimo passo. Tenda, tazza, una scrivania sotto la finestra dove lavorare.

Il lavoro cera già. Un cliente dalla Lombardia aveva scritto il giorno prima per una causa fiscale. Romano aveva mandato un altro caso. Silvana proponeva di unire le pratiche non ufficialmente, per provare. La vita, insomma, continuava.

Il tassista accese la radio, basso. Una donna cantava piano, con voce un po stanca, di qualcosa di suo.

Il cellulare vibrò di nuovo. Stavolta: Alessio.

Marilena guardò il display. Pensò. Rispose.

Pronto.

Sei già lontana? domandò.

Sulla strada.

Volevo dirti restò in silenzio, che avevi ragione. Su tutto. Lo so che è tardi.

Sì, è tardi.

Non tornerai?

Marilena guardò fuori. La strada era dritta, alberi gialli ai lati.

No, Alessio.

Va bene, ansimò. Stammi bene.

Anche tu.

Chiuse la chiamata e lasciò il telefono in grembo. Il tassista guidava in silenzio, la radio sussurrava, gli alberi correvano via.

Marilena pensava che, a Carpino, dovesse essere autunno pure lì stesso odore di terra bagnata. Avrebbe chiamato la mamma. Dirle che tutto a posto. Che aveva trovato casa. Che il lavoro cera. Che, in sostanza, la vita andava avanti.

La mamma avrebbe certo chiesto anche di Alessio. Chiedeva sempre di Alessio.

Cosa avrebbe risposto?

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