Colei che ha avuto il coraggio di dire «no»

Quella che ha detto «no»

Nina Paola Serrati stava seduta sullorlo di uno sgabello, affettando il pane. Sottile, preciso, come piaceva a lui. Otto fette, tutte uguali, come petali di una margherita allineati su un vassoio da festa. Poi posò il piatto in tavola, si avvicinò ai fuochi, diede una mescolata al minestrone. Gli ospiti dovevano arrivare alle sei, ma ormai erano già le diciotto meno dieci.

Valerio se ne stava in poltrona davanti al televisore, cambiando canale dopo canale. Non chiese mai se servisse aiuto. Non aveva mai chiesto. Perché chiederlo, se tutto poi si faceva da solo come dabitudine.

Nina aveva cinquantatré anni. Faceva la contabile nellistituto tecnico professionale numero sette, una piccola scuola nella periferia di Ferrara. Lavoro tranquillo, immerso nei numeri. Ventidue anni sempre lì, stessa scrivania, stesse facce. I colleghi la stimavano, il direttore non aveva mai avuto nulla da ridire. A casa nessuno ne parlava, come fosse scontato.

Gli ospiti arrivarono alle sei e mezza. Arrivarono la consuocera, Rimma Ivana con il marito Gennaro, e poi il fratello di Valerio, Sergio, con la moglie Lidia. Voci forti, risate larghe, pancioni soddisfatti. Si sistemarono in sala, e subito il chiacchiericcio infittì. Nina portava piatti, serviva, sparecchiava e tornava a servire.

A tavola si discuteva di prezzi, dei vicini, di come avessero appena aperto un nuovo mercato in quartiere. Nina ascoltava e taceva. Era abituata a tacere in quella casa.

Poi Rimma Ivana attaccò a parlare della nuova ASL che promettevano di costruire su via Industrie.

Ecco lì almeno le code diminuiranno un po, disse, sistemando il collarino, adesso per vedere un medico bisogna fare la settimana santa in fila!

Ma scherzi? le rispose Gennaro, le code ci saranno ovunque. Tanto di medici non ce nè.

Ho letto che mandano i giovani con un progetto comunale, balbettò Nina, timidamente lho visto sul Resto del Carlino

Valerio posò il bicchiere sulla tavola, con una delicatezza appena percettibile, ma con una tale gravità che tutti si ammutolirono.

Nina, porta i sottaceti, ordinò.

Subito, arrivo stavo solo dicendo della

Ho detto porta i sottaceti. E basta con sti giornali, chi ti ha chiesto niente?

Rimma Ivana tossì improvvisamente e si perse a guardare la tovaglia. Lidia abbassò lo sguardo. Sergio si allungò per il pane.

Nina si alzò. Andò verso il frigo, prese il barattolo di cetrioli sottaceto, lo portò a tavola. Si sedette.

Dentro di lei si fece silenzio. Non rabbia, non dolore. Solo silenzio, un chiaroscuro spesso come una stanza vuota dove entri e non ti ricordi cosa venivi a fare.

Guardava le sue mani in grembo. Mani non più giovani, nocche gonfiette, unghie tagliate corte. Mani che da trentanni lavoravano: cucinare, lavare, stirare, tagliare, portare borse. Trentanni.

Quella ciotola di cetrioli, li aveva messi in conserva lei nellafa di agosto, stando ore intere sopra la pentola, scottandosi le dita, chiudendo i barattoli. Nessuno chiese mai “è pesante?”, nessuno ringraziò. I cetrioli semplicemente si mangiano.

Sul tavolo la conversazione riprese, come se nulla fosse successo. Gennaro raccontava del suo amico che aveva comprato una Punto usata. Risate, bicchieri che si colmano.

Nina pensava alle sue mani.

Pensava che ventanni fa, con quelle stesse mani, aveva cucito le tende di quella stanza. Aveva scelto la stoffa da sola, coi suoi risparmi, perché lui aveva detto che non cerano soldi. Cuciva di notte, dopo il lavoro, perché di giorno cera da pulire. Quelle tende erano ancora lì. Forse lui nemmeno le aveva mai guardate.

Dopo il dolce, Valerio disse:

Nina, dai, sparecchia. Che aspetti?

E lì qualcosa si spense. Non con fragore, non un tuono. Solo, scattò. Come un interruttore nella notte. Solo che qui la luce si accese o forse finalmente si spense il buio.

No, disse Nina.

Valerio si voltò.

Cosa?

No. Sono stanca. Voglio sedermi un po.

Il tavolo si ammutolì. Rimma Ivana sollevò lo sguardo, Lidia rimase a bocca piena.

Hai perso la testa? sussurrò Valerio in quel suo tono basso che di solito le faceva capire tutto senza bisogno di scene.

No. Sono solo stanca. E voglio sedermi.

Si alzò. Non verso il lavandino, non verso il tavolo. Verso la porta della camera. Vi entrò, chiuse a chiave. La chiave era sempre stata lì, mai usata. Ora la girò.

Fuori sentiva Valerio che parlava coi parenti, rideva, spiegava. Poi il tintinnio dei piatti: Lidia aveva iniziato a sparecchiare. Buona Lidia, che intuiva sempre tutto senza fiatare.

Nina si sedette sul letto, guardò fuori dalla finestra. La strada, un lampione, un segmento di cielo. Ottobre, le foglie erano già cadute, i rami neri e nudi. Brutti rami, ma sinceri.

Rimase a lungo seduta. Sentiva gli ospiti andare via, lo sbattere della porta, Valerio che camminava su e giù per casa, armeggiava in cucina, poi si fermava davanti alla porta.

Apri.

Non rispose.

Nina, ti ho detto apri la porta. Parliamo.

Domani, disse. Stanotte dormo.

Lui rimase lì. Sentì il suo respiro. Poi se ne andò.

Nina si sdraiò vestita, sopra al copriletto, e guardò il soffitto. Scoprì, con meraviglia, che non aveva paura. Di solito ogni suo sgarro la riempiva di uno strano tremore, sottile, come il ticchettio dei termosifoni. Ora era tutto fermo.

Forse, pensò, perché era finalmente la cosa giusta.

La mattina dopo Valerio uscì alle otto per andare al lavoro in una fabbrica metallurgica, dove faceva il capoturno. Nina udì i suoi passi, i colpi di tosse, la porta che sbatteva.

Rimase a letto finché le scale erano tornate a silenzio.

Poi si alzò, si lavò, aprì larmadio.

Aveva una sola valigia, vecchia, marrone, con gli angoli di ferro. La tirò da sotto il letto, la aprì sopra la coperta. Dentro odore di polvere e una nostalgia secca, di un tempo che non cera più.

Si mise a raccogliere, senza fretta ma senza indugi. Intimo, qualche golf, pantaloni, un maglione di lana. I documenti stavano nel primo cassetto della cassettiera, li prese tutti: carta didentità, libretto del lavoro, librettino delle Poste. Rimise nella valigia una scatolina con gli orecchini della mamma e un anello della nonna. Le scarpe per lavorare, un paio di ciabatte.

Si fermò al centro della stanza, guardò intorno.

Non cera nulla di suo lì dentro. Larmadio laveva scelto lui. Il divano pure. Il tappeto lavevano preso insieme ma quello che voleva lei non gli piaceva. Le tende le aveva cucite lei, ma ora erano come radicate nei muri, non più sue.

Chiuse la valigia.

In cucina versò un po di tè in un bicchiere, lo bevve in piedi. Guardò la pentola del minestrone, la lasciò lì.

Si vestì. Prese la valigia, la borsa coi documenti, uscì. Chiuse la porta. Lasciò la chiave sullo zerbino, sapeva che lui poi lavrebbe trovata.

Fuori era freddo, umido, odore di foglie marce. Nina appoggiò la valigia per terra e rimase lì, a respirare quellaria. Il cielo era una pasta bianca, lattiginosa. Gente che andava al lavoro, nessuno la guardava.

Raccolse la valigia e si avviò verso la fermata dellautobus.

Galina Federica Mitrani viveva in via dei Giardini, in un bilocale al terzo piano. Anche lei lavorava nellistituto tecnico, insegnava economia; aveva otto anni di più di Nina, e le due, se si poteva chiamarla amicizia quella cosa strana che le legava, si vedevano spesso per un tè o per due chiacchiere fino al bus. Galina era vedova, senza figli, e sembrava portare bene la solitudine.

Alle dieci e mezza Nina le suonò il campanello.

Galina aprì in vestaglia, con una tazza di caffè in mano, viso assonnato: era in ferie fino alla settimana dopo.

Nina? Guardò la valigia, guardò Nina, tacque un attimo. Vieni.

Nientaltro. Nessuna domanda sulla porta. Solo vieni.

Nina entrò. Odore di caffè e libri antichi. Libri dappertutto, anche sullattaccapanni. Una gatta grigia passò come nebbia, annusò la valigia e sparì.

Siediti, disse Galina. Ti preparo un caffè.

Sedute in cucina, Nina parlò. Non tutto dun fiato, ma a pezzi, come affiorava: la sera prima, i sottaceti, il chi te l’ha chiesto. Le tende cucite. Trentanni.

Galina ascoltava in silenzio. Era una vera ascoltatrice, cosa rara.

Capisco, disse infine. Non ti chiederò se hai fatto bene o male. Non è affar mio. Puoi stare qui quanto vuoi, finché non decidi il da farsi.

Non voglio essere di peso mormorò Nina. Faccio tutto io, cucino, riassetto.

Nina, Galina la guardò severa ma dolce qui non sei venuta a fare la serva. Questa è solo casa mia, e sono contenta tu sia qui.

Nina si perse nella sua tazza. Qualcosa le si sciolse in gola. Non lacrime, ma qualcosa che si arriccia come la mano quando dopo tanto lasci andare un peso.

La stanza che Galina le cedette era la più piccola, uno studio con divano letto, scrivania e, ovviamente, altre mensole cariche di libri. Nina mise via le sue cose nellarmadietto, rifacendo il letto.

Pensò: questa è la mia stanza.

Da tanti anni non ne aveva una tutta per sé.

Certo che cucinava e rassettava. Ma non più per dovere. Le veniva naturale e, in qualche modo, era un modo per ringraziare. Allinizio Galina si ostinava, poi lasciò fare e basta. La mattina bevevano il caffè insieme, ogni tanto si parlava a lungo, a volte leggermente, ognuna nel suo libro.

Era nuovo anche il silenzio così, con qualcuno vicino, senza paura né dover spiegare.

Il lunedì Nina tornò al lavoro. Della contabilità si occupavano solo in tre: lei e due ragazze giovani. Le colleghe la guardavano con circospezione, avevano fiutato che qualcosa era cambiato, ma non chiedevano. Lei lavorava come sempre, precisa, senza errori.

Il direttore, Boris Nicola Morelli, la chiamò a fine settimana.

Tutto bene, Nina Paola? E lo disse con tono umano.

Sì, signor Morelli. Ho cambiato casa, cerano delle ragioni personali. Ma non influenzerà il lavoro.

Non parlavo della contabilità, rispose. Parlo di lei.

Nina lo guardò. Uomo anziano, pacato, sempre tra le carte, ma con uno sguardo che capiva chiunque nel suo istituto.

Grazie, disse. Me la cavo.

Ed era vero. Anzi, sentiva proprio il respiro più facile. Fisicamente, come se un peso che prima le opprimeva il petto fosse sparito.

Ci stavano anche i ragazzi, sedici-diciannove anni, rumorosi, a volte sgarbati, ma sinceri a modo loro. Lei non insegnava, ma vedeva ogni busta paga, sapeva nomi e cognomi. Quando incrociava quelle teste irsute nei corridoi, sentiva un calore, una freschezza. Loro avevano tutto davanti. E pensava che forse anche lei aveva qualcosa davanti, qualcosa che sembrava quasi strano, nuovo come scarpe appena comprate, ma non spiacevole.

Le telefonate di Valerio iniziarono il terzo giorno.

Prima chiamò sul suo cellulare. Lei rispose una volta sola e disse solo:

Valerio, sto bene. Mi serve tempo. Non chiamare.

Lui insistette. Lei non rispose più.

Poi chiamò in segreteria. La giovane Caterina passò il telefono con aria colpevole.

Nina Paola, cè suo marito

Dì che non ci sono, rispose lei, serena.

Caterina la fissò un attimo, poi ubbidì.

Con novembre il freddo intensificò. Galina tirò fuori dalla cantina una vecchia stufetta elettrica e la mise nella camera di Nina. La sera guardavano insieme la TV, bevevano tè caldo con i wafer che Galina amava, o chiacchieravano a lungo.

Galina le parlava del marito che aveva perduto dieci anni prima, della solitudine, di come aveva capito che solitudine e libertà, a volte, erano la stessa cosa.

Non ti invito a cercare la solitudine, diceva mescolando lo zucchero, dico solo che non bisogna averne paura. Guarda ora, hai forse paura?

No, diceva Nina.

Ecco.

Nina rifletteva sulle sue paure. Valerio le diceva spesso che senza di lui si sarebbe persa, che con la sua paga non ci avrebbe fatto nulla, che nessuno la voleva più a quelletà. Parole che si erano annidate dentro di lei come polvere vecchia, difficile da mandar via.

Ma ora viveva. E non si perdeva affatto.

Lo stipendio era magro, ma Galina non le chiedeva nulla per la stanza. Nina faceva la spesa e cucinava. Di mese in mese, riuscì perfino a mettere da parte qualche euro. Per cosa non sapeva. Per il futuro.

In dicembre, qualche giorno prima di Natale, lui venne.

Nina tornava dal lavoro nella sera precoce. Appena girato langolo di via dei Giardini, eccolo: Valerio, davanti al portone. Giacca marrone, senza cappello nonostante il gelo. Sembrava invecchiato di colpo.

Nina, disse.

Lei si fermò.

Come mi hai trovata?

Lo sanno tutti qua, qualcuno me lha detto.

Nina annuì. Una città piccola, ovvio.

Dobbiamo parlare, fece lui.

Parla.

Si guardò attorno, impacciato nella strada fredda.

Possiamo entrare? Ho freddo.

Mettiti il cappello, rispose lei. Parla qui.

Lui stette zitto un attimo, poi cominciò:

Nina, ma che hai combinato? Io ormai vivo in una scatola vuota. Niente da mangiare, la polvere dovunque. Io non so fare!

Imparerai.

Sei brava a dirlo. Si spostava da un piede allaltro. Sentimi, non lho fatto apposta. Ho il carattere così, un po brusco ma non si distrugge una famiglia per queste cose.

Trentanni, Valerio. Nina parlava in modo piano, stranamente calmo. Trentanni che ascoltavo, che facevo quello che dicevi. Che cucinavo, pulivo, accoglievo ospiti, stavo zitta quando mi zittivi davanti agli altri. Trentanni.

Daccordo, magari ho esagerato qualche volta

In pubblico mi hai detto chi ti ha chiesto niente. E non solo quella volta. Sempre. Tu pensavi fossi gratis: cuoca, cameriera, tuttofare. Mai pensato che fossi una persona.

Suvvia, provò lui, con un tono irritato che Nina riconobbe sono cose che si dicono. Una moglie deve

Basta, Nina lo interruppe.

Taceva. Lei stessa si stupì della fermezza.

Non voglio più sentirlo una moglie deve. Dimmi, Valerio: per te chi sono io? Sai che libri leggo? Sai che film mi piacciono? Cosa penso quando sparecchio?

Lui la fissava.

Ecco, disse. Non lo sai Perché non hai mai chiesto. Ti serviva solo chi gestisse la casa. Non è la stessa cosa.

Che discorsi, adesso era quasi smarrito. Non ragion fai. Te li mette in testa la Galina tua.

Sono pensieri miei, disse lei. Da molto.

Si abbottonò il cappotto. Iniziava a scendere una neve sottile.

Non torno, Valerio. Non è uno sfogo, non è una scenata. Me ne vado perché lì stavo male. E solo ora capisco quanto.

Resterai sola, disse. A quelletà! Ma ci pensi? Chi ti vorrà mai?

Io mi voglio, rispose. E basta così.

Si voltò verso il portone.

Nina! Aspetta!

Non si voltò. Inserì il codice, entrò. La neve le si poggiava sulle spalle.

Al piano Galina Federica evidentemente aveva spiato dalla finestra, perché aprì lei stessa prima che Nina suonasse.

Ho visto, disse.

Sì, rispose Nina. Tutto finito.

Vuoi tè?

Sì.

Sedettero in cucina.

Nina avvolse la tazza fra le mani. Le tremavano, se ne accorse. Non di paura, e nemmeno per il freddo. Quelle scosse che il corpo percepisce quando qualcosa finisce, ancor prima della mente.

Come stai? chiese Galina.

Bene. Davvero. Come se avessi restituito qualcosa che dovevo da tempo.

Un debito?

No. Nina scosse la testa. Lattesa. Attendevo che cambiasse, che capisse, che dicesse qualcosa di umano. È venuto e ha detto solo Non cè da mangiare. Sorrise. Non cè da mangiare!

In fondo, è sincero, disse Galina.

Sì.

Inverno passò. Nina sistemò le carte. Andò dallavvocata una signora anziana con unaria di chi fa il suo lavoro senza commenti. Non cera molto da dividere; la casa era di Valerio, il resto era suo. Nina non rivendicò nulla che non avesse guadagnato lei.

Non fu facile. Certi giorni si metteva sul letto e pensava: cinquantatré anni, sola, e il futuro che fa paura. Era uninquietudine vera e lei non la cacciava. Poi si addormentava.

Il mattino tornava, il lavoro, e stava ancora bene.

A gennaio vide che da mesi non la prendevano più nemmeno i mal di testa. Pensava fosse letà. Invece era svanito tutto insieme ai pensieri neri delle sere.

Era solo una piccola notizia, ma importante.

A febbraio cambiarono linsegnante delle materie tecniche. Lanziano era andato in pensione, e arrivò Andrea Simone Covale, quarantotto anni, trasferito dal tecnico di Rovigo. Specializzato in meccanica industriale, basso profilo, senza rumore.

Nina lo vide la prima volta in mensa. Solo a un tavolino dangolo, con un libricino sottile e il piatto di farro. Mangiva adagio, senza mai guardarsi attorno.

Lei prese il vassoio, passò. Lui la salutò col capo. Solo un cenno, educato, per nulla invadente.

La settimana dopo sincrociarono nel corridoio, davanti allufficio del preside. Nina portava faldoni da firmare.

Scusi, dove si può stampare qualcosa? La stampante dei prof non va.

In contabilità ce nè una. Se serve subito, venga da noi.

Grazie.

Il giorno dopo arrivò con una chiavetta. Nina stampò tre fogli per lui. Niente, disse, ci mancherebbe. Lui ringraziò e domandò:

Lei lavora qui da tanto?

Ventidue anni.

Davvero tanto.

Sì.

Allora saprà dove trovare tutto.

Le pratiche sì, la vita altrove non cambia molto.

Lui rise piano, senza ostentazione. Solo rise.

Poi, ogni tanto, parlavano in mensa. Prima minuti, poi poco a poco diventava mezzora. Chiedeva cosa pensava lei. Era raro: un uomo che voleva davvero sentire la sua opinione, non solo riempire laria.

Un giorno parlarono di letture. Nina confessò di amare i libri, ma negli ultimi anni cera stato poco tempo.

E ora?

Ho ricominciato. Da Galina mi sono imbattuta in una biblioteca, inizio a pescare qualcosa.

Cosa legge ora?

Si vergognò un po a dirlo, perché era una raccolta vecchia racconti contadini, e chissà come sarebbe suonato agli altri.

Pavese, sussurrò. Scovato su uno scaffale, iniziato e non stacco più.

Ottima scelta, disse lui, senza alcuna ironia. Cè dentro tutta la verità delle persone.

Proprio questo, disse Nina, verità, pura.

Poi lui portò un libro di Fenoglio, se le è piaciuto Pavese, anche questo le piacerà. Lo mise sulla scrivania, come niente, e se ne andò a lavorare.

Nina prese il libro, osservò la copertina, poi la porta chiusa dietro cui era scomparso lui. Dentro di lei qualcosa si scaldò e si fece fragile come una violetta di marzo. Sentì che quello era il principio di una felicità diversa, prudente, ma sua. Decise di non affrettare nulla.

La vita, aveva capito, dà il meglio quando la lasci andare piano.

La primavera arrivò a fine marzo. Il ghiaccio sparì in pochi giorni, la terra era scura e satura. Nel giardinetto di fronte le gemme si aprivano. Nina vide quelle gemme tornando dallistituto, si fermò a guardare. Minuscole, ma gonfie e vive.

Ricordò che un anno fa, proprio in quei giorni, tornava a casa pensando già alla lista della spesa, al ferro da stiro, alla camicia di Valerio, alla maniglia del rubinetto che perdeva, e tutto girava in tondo senza sosta.

Adesso poteva guardare le gemme.

Andrea Simone la raggiunse al cancello, per caso. Fecero strada insieme.

È una bella giornata, disse.

Davvero.

Volevo chiederle domenica cè la mostra nuova al Museo Civico. Avrei piacere di andarci, ma da solo mi annoio.

Nina lo guardò.

Al Museo Civico?

Dicono interessante, soprattutto la sezione sulla storia della fabbrica. Io sono appassionato di queste cose.

Va bene, rispose Nina. Andiamo.

E lo disse così. Senza paura, senza giustificarsi. Solo va bene, andiamo.

Domenica cera sole. Si girava per le sale, Andrea Simone spiegava tutto sulle macchine utensili e su come una volta si lavorasse il ferro. Nina ascoltava, faceva domande. Poi presero un caffè al bar del museo: era pessimo, ma finsero entrambi che fosse buonissimo.

Non si annoia a parlare con me? chiese lui.

Che domanda

Parlo molto di lavoro, di officine qualcuno mi ha detto che può stancare.

Chi glielo ha detto?

Successo, in passato.

Io ascolto volentieri, disse Nina. E se mi annoio, glielo dico.

Lui annuì.

È bello poterlo dire, disse. Bello che lo dica.

Capiva cosa volesse dire: non di noia, ma di potersi esprimere. Lei ora poteva. Per lui era importante. Anche lei stava imparando.

Così, senza fretta e clamore, fra loro nacque qualcosa che sentivano, ma cui non davano nome. Una storia adulta e tranquilla, priva di fuochi dartificio. Due che stavano bene, insieme.

Ecco, pensava Nina, questa forse è la felicità vera. Non quella dei film, ma quella che ti fa alzare serena al mattino.

Quella in cui ti chiedono cosa pensi, e aspettano risposta.

Quella dove nessuno ti dice chi ti ha chiesto.

Maggio portò il mercato della città. Nina ci andava il sabato mattina, a comprare insalatina e ravanelli. Gente dovunque, odore di terra viva e ortaggi. Girava tra i banchi, guardava i mazzetti di cipollotto.

E vide Valerio.

Era al banco della carne. Magro, il giaccone gli pendeva addosso, le occhiaie scavate. Parlava piano, faticosamente, col macellaio.

Nina si fermò. Non per timore. Solo osservò.

Aspettava che qualcosa si agitasse dentro pena, rabbia, forse vergogna. La solita reazione riflessa.

Nulla.

Era solo un uomo davanti alla carne. Non più giovane e ormai stanco. Aveva diviso con lui trentanni. Sì, era stata la vita sua, ma non tutta.

Allora cambiò corsia, comprò la verdura, un mazzo di aneto per Galina che lo amava nel minestrone. Uscì dal mercato.

Il maggio pigrone e caldo stava inondando la città. La borsa le scaldava la mano, la verdura profumava d’estate.

Pensava: ecco cosa significa rifarsi una vita dopo i cinquanta. Non è un solo gesto, ma linsieme: la valigia allalba, il tè in cucina, il lavoro tornato vivo, Fenoglio sul comodino, il museo con il caffè scadente, e questo maggio.

Andarsene da chi la opprimeva era solo l’inizio. Poi cera da vivere. E lei viveva. Imparando a guardarsi intorno, a scegliersi giorno per giorno. Sopportare o andare via: aveva già scelto. E aveva scelto bene, con tutto il dramma che comporta.

Realtà psicologica, pensò con un sorriso. Aveva letto la parola senza mai capirla. Ora sì. È vivere per davvero: prima in un modo, poi ad un certo punto basta, scappi, provi altro. Spaventa, fa male, ti senti sola, poi va anche bene.

Le storie delle donne sono varie. Nina non pensava che la sua fosse esemplare, né eroica. Era solo la sua.

Svoltò in via dei Giardini. Terzo piano, citofonò. Galina Federica aprì, col grembiule e la ciotola in mano.

Eccoti! Sto preparando linsalata russa.

Ho portato laneto, disse Nina.

Brava. Vai a lavarti le mani.

Appese il cappotto, andò in cucina, aprì il rubinetto. Guardò lacqua scorrere sulle dita.

Domenica lei ed Andrea Simone sarebbero andati fuori città. Voleva mostrarle una diga degli anni Cinquanta: altro ingegnoso meccanismo che spiegava con entusiasmo, e Nina ascoltava e pensava che la sua voce era piacevole.

Era strano e bello.

Si asciugò le mani, tornò in cucina.

Serve aiuto?

Taglia le uova, per favore.

Nina prese il coltello. Tagliò le uova in cubetti regolari. Un gesto familiare.

Solo che ora lo faceva per sé. E per Galina. Per desiderio, non per dovere. Una differenza che non si spiega con le parole, ma che si sente in ogni minuto della giornata.

Fuori il sole, bambini urlavano in cortile, correvano in bici, profumava di primavera e aneto.

Galina, disse Nina. Tu hai mai rimpianto di essere rimasta sola, dopo Elio?

Galina ci pensò; sapeva pensarci prima di rispondere.

Ho rimpianto lui, disse. Era una brava persona e mi mancava. Ma non la solitudine. Te lho già detto.

Sì, annuì Nina. Me lo hai detto.

E tu adesso sei sola?

Nina sorrise guardando le uova.

Non del tutto.

Galina Federica la scrutò, non disse nulla, solo sorrise andandosi a occupare dellinsalata.

Non cera nessuna morale. Cera la vita. Quella disegnata, stropicciata, una vita italiana e vera di una donna chiamata Nina Paola Serrati, impiegata contabile, cinquantatré anni, che una sera non sparecchiò e si sorprese quanto fosse stato facile.

E quanto di nuovo, da quel “no”, potesse finalmente iniziare.

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