La Pozzanghera del Destino

La Pozzanghera del Destino

Certe mattine di sabato, quelle nella nostra vecchia casa di Milano, le ricordo ancora con una strana dolcezza. Giovanni si svegliava sempre alle sette e mezza, metteva su la moka per tutti noi, prendeva dal frigorifero i cornetti che avevo ordinato in anticipo dalla pasticceria allangolo, e si sedeva vicino alla finestra per leggere le notizie sul tablet. Era il suo piccolo rito, quellora di silenzio prima che la vita della casa giungesse a scuoterlo.

Ma quella volta, il silenzio finì prima del previsto.

Entrai in cucina già truccata, in una vestaglia di seta leggera, il telefono tra le mani. I capelli raccolti in uno chignon apparentemente disordinato, che in realtà richiedeva molta pazienza davanti allo specchio. Versai il caffè, lasciai la tazzina sulla mensola di marmo e, senza incrociare lo sguardo di Giovanni, dissi:

Lunedì mi serve la macchina, di mattina.

Giovanni alzò appena lo sguardo dal tablet.

Lunedì non posso, Silvia. Te lavevo detto.

Avevi accennato a un controllo, non a un divieto ribattei, irrigidendo le spalle. Basta accompagnarmi in salone.

Proprio quello. Quella mattina arriva la commissione dalla sede centrale. Forse ci sarà pure la signora Anna Ferranti in persona. Devo essere in ufficio alle otto in punto. Proprio alle otto, capisci?

Poggiai la tazzina sul marmo un po più forte del solito.

Giovanni, ho appuntamento dalla Federica per il colore alle nove. Tre settimane che aspetto questa data! Lo sai quanto è difficile trovare posto da lei?

Prenditi un taxi.

Non voglio il taxi, lo sai. Odio sedermi su sedili che non conosco, hanno sempre un odore strano.

Giovanni chiuse il tablet. Quel gesto lo conoscevo bene: era il suo modo di contenersi, di non esplodere.

Silvia, non posso arrivare tardi in ufficio per il tuo parrucchiere. È importante. Se qualcosa va storto lunedì…

Non andrà storto niente. Sei lì da dieci anni. Non ti cacceranno certo per una mattina.

Trovano sempre una scusa, se vogliono. E non dire così; tu non sai come gira il lavoro.

Dal corridoio apparve nostra figlia, Martina. Quattordici anni, capelli scompigliati, la faccia ancora assonnata. Si versò un bicchiere dacqua, si affacciò alla finestra. Poi, sottovoce:

State litigando di nuovo?

No, stiamo solo parlando risposi.

È la stessa cosa, replicò lei, e sparì nella sua stanza.

Un silenzio denso colmò la cucina. Fuori, Milano sembrava avvolta dal grigio autunnale; le foglie bagnate erano attaccate al marciapiede. Giovanni si alzò, portò la tazzina nel lavello.

Ti prenoto un taxi confortevole, non quello economico. Va bene così?

Alzai le spalle. Non era un sì, ma nemmeno mi andava di fare la guerra. Presi il telefono e uscii dalla cucina, lasciando dietro di me la scia del profumo.

Abitavamo in via Carducci, un elegante appartamento con soffitti altissimi e vista sui giardini: quattro stanze, due bagni, una cucina moderna con isola centrale. Tutto questo Giovanni lo aveva comprato sette anni fa, quando era stato promosso direttore dello sviluppo della EdilServizi, una società che importava materiali edili su larga scala. Non era il mestiere più affascinante, come raccontavo a Clara, la mia più cara amica, ma portava buon denaro e mi permetteva di non preoccuparmi troppo.

Io, di lavorare, non ne avevo avuto più la necessità. Prima del matrimonio avevo passato un paio danni in unagenzia pubblicitaria, ma quando Giovanni cominciò a guadagnare bene lasciai tutto senza rimpianti. Allora mi presi cura di Martina, finché non fu abbastanza grande da badare quasi da sola a se stessa. Poi iniziai a occuparmi di me. Palestra tre volte a settimana, il parrucchiere ogni quindici giorni, shopping il venerdì. Ero precisa e caparbia nel mio ruolo. A trentotto anni mi sentivo ancora giovane, curata, sempre profumata e con le unghie perfettamente limate e smaltate color ciliegia scura.

Non ero una cattiva persona, almeno così pensavo. Volevo bene a Giovanni, forse con un pizzico di superiorità, e a Martina, che viziavo con lezioni di danza e inglese privato. Aiutavo mia madre che era rimasta a Novara, facevo donazioni ai rifugi per animali quando vedevo foto che mi facevano commuovere su Facebook.

Semplicemente, mi ero abituata: nella vita cè chi guida e chi aspetta lautobus. Io ero finita tra i primi. Non era colpa mia, era solo un dato di fatto. Cosa dovrebbe farci uno, se la fortuna gira dalla sua parte?

Lunedì Giovanni uscì presto, piano per non svegliarci. Dormii fino alle otto, poi presi il caffè e scelsi con cura i vestiti: pantaloni crema, maglioncino di cashmere color cognac. Indossai la pelliccia di visone chiara, anche se non faceva un freddo da giustificarla: mi dava sicurezza.

Il taxi ordinato da Giovanni arrivò con venti minuti di ritardo. Iniziai a innervosirmi. Non si poteva tardare dalla Federica. Quando finalmente scesi, vidi lauto, con il conducente in jeans e felpa. Mi diede fastidio, ma salii comunque.

In macchina cera profumo di deodorante a forma di abete. Proprio quellodore che detestavo delle auto degli altri.

Il tragitto passava dal centro. Allaltezza dei Bastioni, ci bloccammo nel traffico. Guardavo fuori dal finestrino, scorrendo il feed di Instagram, ignara del mondo.

Il tassista provò a evitare lingorgo passando per alcune viuzze. Stradine strette, ancora umide per la pioggia notturna, e una fermata dellautobus in fondo al marciapiede, dove alcune persone aspettavano. Non rallentò e, con una ruota, centrò in pieno una vasta pozzanghera.

Non vidi la scena, stavo rispondendo a un messaggio. Sentii solo uno splash e un suono che non saprei neppure descrivere. Non un grido, piuttosto un colpo soffocato e il tonfo di borse cadute.

Mi voltai.

Una donna anziana era rimasta completamente schizzata: abito grigio, calze sottili, scarpe vecchie. Aveva in mano due buste; da una uscivano rotoli e cartocci che correvano sullasfalto. Non cadde, si aggrappò alla spalla di una ragazza lì accanto, ma questa, sorpresa, si ritrasse e lei finì in ginocchio, proprio nella pozzanghera.

La macchina si era fermata ad un semaforo, a una quindicina di metri.

Avrei potuto non abbassare il finestrino. Guardare dritta davanti a me. Ma quel nervosismo accumulato spinse il dito verso il tasto: scesi il vetro e nel freddo dellottobre milanese urlai:

Proprio lì doveva stare? Impari a guardare dove si piazza!

La donna alzò lo sguardo. In viso aveva una quiete stanca, né rabbia né rimprovero, solo stanchezza e umido.

Che mi guarda? La colpa è sua, rilanciai, senza capire nemmeno il perché, e richiusi il finestrino.

Il tassista ripartì.

La donna ricompose le borse, cercò di pulirsi il cappotto come poté. La ragazza le disse qualcosa, ma io non vidi nulla di più.

Una ventina di minuti dopo ero già seduta dalla Federica, guardando nel grande specchio e scegliendo tra i nuovi colori per le mèches. Dopo unora ridevo con lei per qualche assurda polemica scolastica, e uscita dal salone andai a pranzo da Clara.

La mia giornata andò bene.

Non pensai più a quella donna.

Giovanni tornò più tardi del solito, quella sera. Mi accorsi che rimase a lungo nellingresso, prima di entrare in sala, dove stavo guardando una serie tv col bicchiere di Pinot bianco in mano.

Comè andata? domandai senza distogliere gli occhi dal tablet.

Normale, rispose. La voce mi parve spenta.

Anna Ferranti è venuta davvero?

Sì.

E comera?

Silvia, disse, e in quel Silvia cera qualcosa di diverso. Mi girai: era nellatrio, il cappotto ancora addosso. Non impaurito, ma come uno che ha appena incassato una brutta scoperta della quale non sa ancora che fare.

Cosè successo? chiesi.

Entrò, si sedette davanti a me senza togliersi il cappotto. Si passò una mano stanca sul viso.

Stamattina sei andata dalla tua Federica in taxi?

Sì. Che cè?

Che strada ha fatto il tassista?

Che ne so? Ha fatto di testa sua. Ha evitato il traffico per le vie interne, credo.

In via Soderini cè una fermata del bus. La ricordi?

Iniziai a sentire un groppo dentro.

No Giovanni, mi stai spaventando.

Tacque un attimo.

Anna Ferranti, settantanni, proprietaria e presidente di EdilServizi. Quella per cui ti ho chiesto sabato di non fare storie per la macchina. Stamattina, alle nove e mezza, era proprio lì, a quella fermata. Lei si sposta in autobus, Silvia. Lo fa apposta, così controlla come si comportano i suoi dipendenti fuori dagli uffici. Lho saputo dalla sua assistente, dopo che… è stato tutto uno shock. Era una delle sue famose prove.

Appoggiai il bicchiere sul tavolino.

Vuoi dire…?

Che la donna che hai inondato di fango nella pozzanghera era lei. E che hai abbassato il finestrino e le hai pure gridato dietro. So tutto: ha riconosciuto macchina, colore, targa. Lassistente si è segnata anche lorario.

Lha fatto apposta?

Cosa? Stava lì apposta per farsi schizzare dal taxi? No, Silvia. Doveva solo raggiungere lufficio. Come fa di solito.

Mi alzai, feci qualche passo nella stanza, fermai lo sguardo sullo skyline di Milano.

Giovanni, magari non ha collegato. Non poteva sapere che ero io in macchina.

Alzò lo sguardo, in cui vidi qualcosa che non gli avevo mai visto prima.

Mi ha chiamato, dopo la riunione. Sola. Ha chiesto se ero sposato. Ho detto di sì. Mi chiede come si chiama mia moglie. Ho detto Silvia Bianchi. Si ferma, poi: Oggi ho conosciuto una Silvia. E racconta di una donna in pelliccia chiara e pantaloni crema, che abbassa il finestrino della berlina e urla: Guardi dove sta, signora!. E mi ha riferito pure il resto.

Stetti zitta.

Hai aggiunto qualcosa dopo, Silvia. Lo ricordi?

Non… non ricordo. Ho detto qualcosa distinto. Forse…

Che guarda? La colpa è sua. Ti suonano familiari queste parole?

Il silenzio fu lungo. Fuori passò un tram, i suoi passeggeri proiettavano ombre quadrate nei finestrini illuminati dalla luce dei lampioni. Ognuno aveva la sua storia, mi dissi. E io mai mi ero curata delle storie di chi non conoscevo.

Giovanni.

È stata una coincidenza. Non sapevo chi fosse. Se lavessi saputo

Se avessi saputo che era lei, magari avresti taciuto. Sì, lo so anchio. Ma che cambia, Silvia?

Vuoi farmi la predica?

No, ti sto solo chiedendo.

Sentii montare la rabbia, quella vecchia, salvifica.

Non è colpa mia se il tassista ha centrato la pozzanghera! Lhai prenotato tu. Se mi avessi accompagnato tu

Si alzò, senza fretta ma con fermezza.

Ora basta, disse solo.

Basta cosa?

Non serve adesso. Ti prego.

Uscì dalla stanza. Sentii finalmente il rumore del cappotto che si toglieva, la porta della camera da letto che si chiudeva. Non uno sbatacchio, un colpo secco. Solo si chiudeva, comè la fine delle cose vere.

Rimasi accanto alla finestra, il bicchiere vuoto tra le mani.

Da una fessura della porta vidi Martina, in piedi davanti alla sua stanza, le cuffie calate sul collo, che mi osservava. Aveva imparato, a quattordici anni, a leggere la verità sui volti, anche quando gli adulti cercano di nascondersi.

Mamma, va tutto bene?

Va tutto bene, Marti. Vai a dormire.

Lei indugiò un istante, poi, silenziosa, sparì. Come solo sa fare chi ha imparato a non fare domande superflue.

Seguirono giorni densi di torpore. Giovanni usciva presto, rincasava tardi. Parlavamo poco. Cercai più volte di avvicinarlo, di discutere di quella faccenda, trovare un rimedio, un piano. Proposi di telefonare alla signora Ferranti, spiegarle, scusarmi. Giovanni ascoltava in silenzio e scuoteva il capo.

Non serve sentenziava.

Ma se le chiedo scusa, forse…

Ha già capito tutto. È questo, il punto.

Mandai più volte messaggi a Clara, la mia amica, ma poi li cancellavo. Non avevo vergogna di ciò che avevo fatto, piuttosto provavo disagio per la figuraccia, per la sfortuna dellincidente. Quello scambio tra senso di vergogna e imbarazzo mi confondeva.

Otto giorni dopo, Giovanni tornò a casa in pieno giorno. Stavo smaltandomi le unghie.

Cosa è successo? Non hai lavoro oggi?

Si sedette in cucina. Guardò le mani sopra il tavolo.

Mi hanno chiesto di dare le dimissioni. Oggi.

Restai impietrita, pennellino a mezzaria.

Dimissioni volontarie? Ma per cosa? Non hanno diritto!

Un motivo si trova sempre, se si cerca. Hanno rispolverato alcune irregolarità pratiche nei documenti, nulla che prima desse fastidio a qualcuno. Ora sì. O lascio io, o… peggio.

Peggio cosa?

Alzò gli occhi verso di me.

Licenziamento per giusta causa. È la fine del lavoro in questo campo. Non mi prenderebbero più da nessuna parte.

Abbassai il pennellino.

Giovanni…

Ho firmato. Oggi è il mio ultimo giorno.

Lo osservai. Quelle tempie con i primi fili dargentoora lo notavo per la prima volta. Le mani abbandonate sul tavolo, stanche. Come chi ne ha avuto davvero abbastanza.

Qualcosa inventeremo mormorai. Hai una buona reputazione. Troveremo altro.

Tutti si conoscono, nel nostro ambiente. Tra una settimana sapranno tutti perché ho lasciato. E non sono certo le dimissioni a salvarmi la faccia.

Cercai di aggiungere qualcosa di intelligente, qualcosa che cambiasse le cose. Ma non trovai parole. Solo la luce fioca dottobre, le tazzine svuotate sul tavolo e lo smalto a metà steso.

E ora che si fa? domandai dopo un po.

Non lo so, ammise lui, senza fingere rassicurazioni.

Il resto mi riaffiora ancora a tratti annebbiato. Non per la memoria, ma perché non voglio ricordare tutti i particolari. Ma i dettagli restano, anche se non li vuoi.

Avevamo risparmi abbastanza per quattro mesi, non di più se avessimo voluto continuare come prima. Giovanni tentò altri colloqui. Il mercato era difficile, e nel settore la voce era già girata. Una volta sembrava quasi ce la facesse, ma allultimo il posto sfumò e tornò a casa con quello sguardo smarrito che non gli avevo visto mai prima di allora.

Ci decidemmo a vendere lappartamento a dicembre. Sembrava una parentesi temporaneaaffittiamo, poi si vedrà. Ma dopo una vita di bugie a se stessi sulle piccole cose, non sai più inventare scuse sulle grandi.

Il trasloco durò tre giorni. Martina aiutava in silenzio, inscatolando vestiti. Lultima sera, davanti ai vetri che guardano su Parco Sempione, restammo io e lei, immobili. Le luci della città erano quelle di sempre. Mi sembrava ingiusto.

La nuova casa era in una palazzina vecchia, zona Navigli. Sesto piano senza ascensore, un balconcino stretto che dava sulle corti e i box. Tre stanze piccole, una cucina con il davanzale di plastica, odore di palazzo vissuto, intenso e un po acre. Nei primi giorni quasi non riuscivo a respirare.

Martina passò da un liceo privato, dove andava ogni mattina in taxi, a una scuola pubblica di quartiere. Si faceva quaranta minuti in tram. Guardavo la sua giacca, comprata lanno prima e ormai corta, mentre usciva senza una parola di rimprovero. E il silenzio, in quei mesi, divenne più pesante di ogni sgridata.

Giovanni lavorò solo dopo due mesi, in una ditta piccola. Non più direttore, ma venditore semplice, con lo stipendio ridotto a un terzo. Andava in metropolitana, tornava la sera stanco in modo diverso, quasi svuotato. Lo vidi proprio invecchiare. Non poeticamente, proprio davvero: più rughe, le spalle curve.

In gennaio mi rassegnai anche io a cercare lavoro dopo otto anni. Mi sentivo goffa, umiliata. Avevo lavorato troppo poco; nessuno cercava una ex account pubblicitaria di quarantanni. Feci qualche colloquio, nessuno mi richiamò.

A febbraio trovai un posto da segretaria in un ambulatorio. Dovevo prendere appuntamenti, rispondere al telefono. Le altre ragazze erano molto più giovani. Gentili, ma non interessate davvero a una come me. Stavo alla mia scrivania, e mi sorprendevo a ricordare che fino a pochi mesi prima, in quellorario, ero dalla Federica a scegliere il castano giusto dal grembiule della parrucchiera.

Adesso mi tingevano i capelli in bagno, con la tinta che si compra in farmacia. La prima volta il colore venne male. Martina mi aiutò a risciacquare la nuca, in silenzio. Nemmeno un commento.

Cambiò ogni piccola abitudine, anche la spesanon più la boutique del pane, ma il supermercato sotto casa, dove conti i centesimi. Imparai che cè un modo tutto nuovo di guardare ai prezzi, che mette tristezza accorgersene troppo tardi. La prima volta che alla cassa mi accorsi del totale, e dovetti togliere una confezione di formaggio, quasi mi vennero le lacrime agli occhi.

La cassiera non ebbe neppure uno sguardo di rimprovero. Vedeva scene così ogni giorno, mi dissi. Eppure mi fece più male di una ramanzina.

Tram, autobus, metrò. Lodore che tanto mi dava nausea nelle auto degli altri mi parve solo odore di gente vera, semplice vita quotidiana.

Un giorno, nellautobus affollato, stretta al corrimano, mi venne da pensare: Ecco, è questa la normalità. Gente che così vive ogni giorno. Non è la fine del mondo. È solo la vita.

Era un pensiero banale, ma ci arrivai solo allora.

Alla mutua, la fila era lunga. Novembre aveva portato con sé il solito picco di influenze, e in sala dattesa infilata di seggiole blu sedeva ogni tipo di persona: una coppia di anziani, una madre col passeggino, un uomo col braccio al collo. Gente che, prima, non notavo.

Ero in fondo alla coda, scrollavo il telefono solo per finta. Accanto a me sedeva una signora con un cappotto grigio: i polsi erano usurati, i bottoni spaiati; sulle ginocchia una borsa lisa. Le mani, appoggiate sopra, coperte di vene gonfie e deformate dallartrite.

Guardai le mani e poi il viso.

Il mondo ebbe un sussulto.

Era lei, Anna Ferranti. Stesso sguardo quieto, stessi capelli ora completamente bianchi raccolti dietro. Occhiali sottili. Il cappotto pure, grigio? Forse era lo stesso, o almeno lo sembrava.

Non guardava me, fissava le targhette coi nomi dei dottori. Forse non mi riconosceva. O fingeva.

Mi voltai di scatto. La fila avanzò di un posto, poi di un altro.

Basta, pensai. Meglio non guardarla. Meglio accettare che le cose siano andate così. Nemmeno le scuse hanno senso, tanto il passato è passato.

Poi la donna voltò lentamente la testa.

Ci fissammo qualche secondo. O qualche minuto. Allimprovviso tutto sembrava diverso.

Nei suoi occhi non cera alcuna soddisfazione, nessun trionfo. Solo fatica. Una stanchezza profonda, di chi ha già visto tutto e non si aspetta più nulla dal mondo. Né rancore né perdono: ecco, tu sei lì, io sono qui, ed è così che vanno le cose.

Prese il telefono dalla borsa, guardò lora, poi mi fissò.

Mi scusi, disse piano. Sa che ore sono?

Aperii bocca, poi la richiusi. La voce mi venne fuori strozzata.

Undici e un quarto, dissi.

Grazie, rispose. E tornò a guardare le targhette sul muro.

Non disse altro.

Avanzai nella fila. Mi prenotai dal medico, come chiunque altro.

Prima di uscire la cercai con lo sguardo. Era sempre lì, dritta, calma, composta, con il suo cappotto grigio e le mani intrecciate. Come chi sa aspettare, come sempre.

Uscendo, laria di novembre mi punse sul viso. Stretta il mio vecchio scialle di lana: un tempo lavrei lasciato alla casa in montagna, ora lo portavo sempre, era il più caldo.

Attraversai la strada. Intorno a me gente qualsiasi: buste di pane in mano, bambini, anziani. Un giorno qualsiasi, una folla qualunque.

Pensai che la signora Ferranti avrebbe potuto dirmi qualunque cosa. Mi riconosce?, o Le piace questa nuova vita?. O ignorarmi. Sarebbe stato più facile, più comprensibile.

E invece mi aveva solo chiesto che ore fossero. Come fanno gli sconosciuti alla fermata. Uninsignificanza che sembrava pesare più di un rimprovero qualunque.

Perché in quellinnocua domanda cera tutto: Ti vedo, ma ormai non minteressi; Il passato è passato; Non ti devo perdonare nulla, non te lo sei meritato il mio perdono. Solo: che ore sono?

Lautobus era pieno. Trovai un posto in piedi, afferrandomi al corrimano. Accanto a me una ragazzina dalle trecce e lo zaino a forma dorsetto. Un vecchio leggeva il giornale, forse lunico ormai.

Pensai a Martina, a quando mi aiutava nel bagno senza dire nulla. Chissà da dove avesse imparato quel silenzio. Non da me, certo.

Rividi le mani della signora Ferranti. Mani di chi ha sempre lavorato invece di scegliere la sfumatura dello smalto.

La verità, in queste storiacce, arriva sempre tardi. Mai a tempo per cambiare qualcosa. Solo dopo.

Guardavo dai finestrini appannati la città. Novembre, il cielo grigio, le foglie marce che nessuno raccoglie, tanto da lì a poco ci sarebbe stata la neve.

Il telefono in tasca. Avrei potuto scrivere a Martina per sapere cosa prendere per cena, o avvisare Giovanni che sarebbe dovuto tornare tardi e che mi sarei occupata io di tutto. O anche solo guardare il soffitto del tram, per non pensare a niente.

Scelsi questultima.

Il tram si muoveva a scatti. Ognuno aveva la sua storia, la sua sconfitta, il prezzo già pagato o che sarebbe arrivato. Questa è la vita, anche se nessuno ci crede finché non tocca a lui.

Le storie vere non finiscono con una morale letta ad alta voce. Solo con una donna che viaggia in autobus, e unaltra che aspetta il suo turno dal medico in un cappotto stanco. Solo una ragazzina che guarda fuori dal finestrino lo scorrere della città.

Ed è in questo silenzio, in un giorno milanese qualunque di novembre, che tutto cambia. Lentamente, senza fanfare. Forse davvero.

Il destino di una donna non è mai una linea retta. Svolta, si perde, a volte sembra chiusa senza uscita. Ero cresciuta convinta che la mia storia fosse di fortuna: matrimonio giusto, vita bella, scelte migliori delle altre. Ma era unaltra storia: quella delle scelte che lasciano il segno. Dellarroganza che si paga. Di quella signora col cappotto grigio, che non era solo un ostacolo per strada, ma una persona. Con la sua storia. Con il suo diritto a essere dove voleva essere.

Pensieri semplici, quasi ridicoli da dire ad alta voce. Ma proprio questi capii per ultimi.

Scese dal tram. Mi incamminai verso casa: quindici minuti a piedi sul marciapiede bagnato, tra i box e i giochi arrugginiti dei bambini. Pensai a cosa cucinare. A chiedere davvero a Martina come fosse andata la giornata, ascoltandola per davvero. A telefonare a mia madre, dopo settimane di silenzio.

Cose piccole, senza glitter. Ma vere.

In fondo, la luce della nostra nuova casa. Martina doveva già essere rientrata. Giovanni sarebbe tornato tardi. Presi qualcosa al volo, preparai la tavola piccola della cucina.

Non era quello che avevo sognato. Ma era quello che cera. E forse non era nemmeno poco.

Salivo ogni giorno le scale fino al sesto piano senza fiato. Aprii la porta. Dalla stanza di Martina veniva una musica bassa.

Marti, sono a casa.

Una pausa. La porta si aprì piano.

Mamma, sembri pensierosa.

Mi tolsi la sciarpa, appesi il giubbotto.

Tutto bene, sorrisi. E poi, dopo un istante: Come è andata la giornata?

Martina mi fissò, quasi sorpresa. Di solito lo chiedevo di sfuggita, già con la testa altrove.

Bene, disse, oggi in classe è arrivata una nuova compagna, Carina. Un tipo strano.

Racconta, dissi.

E Martina, un po timida ma fiduciosa, come chi non è abituato ad essere ascoltato davvero, cominciò a raccontare.

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La Pozzanghera del Destino
Crescere e sposare la mia dolce metà