Un passo verso l’abisso

Un passo nel vuoto

Carmela, ma dovè tua sorella? Di solito siete sempre insieme! non riuscì a trattenersi mia zia Rosanna, vedendomi passare di corsa in corridoio.

Mi fermai di botto, mi voltai verso di lei e, senza neanche provare a nascondere il fastidio, risposi seccamente:

Io sono Giada.

Lo sguardo che le lanciai era talmente freddo che il sorriso sulle labbra di zia Rosanna vacillò appena. Cercai di trattenere la crescente irritazione mentre continuavo:

E comunque non siamo poi così identiche da meritare di essere sempre confuse!

La sorpresa di Rosanna fu genuina. Sollevò leggermente le sopracciglia, come se cercasse qualcosa di nuovo nelle mie sembianze che fino ad allora le era sfuggito.

Ma dai, tesoro, obiettò con dolcezza. Siete gemelle! Quando state zitte vicine, davvero non cè modo di riconoscervi. Solo quando iniziate a parlare tutto si chiarisce subito.

Sentii dentro di me montare la rabbia. Mi morsi il labbro, tentando di non lasciar trasparire le emozioni che mi investivano, e mi diressi rapida verso la porta. Non aggiunsi una parola, uscii dalla stanza chiudendomi la porta alle spalle con decisione.

Rimasta sola, Rosanna scosse la testa, ancora senza capire perché avessi reagito tanto bruscamente. Intanto io, mentre percorrevo il corridoio, ripetevo mentalmente quelle frasi che da sempre mi facevano male: uguali come due gocce dacqua. Mi suonavano addosso come una maledizione a cui non riuscivo a sottrarmi. Basta, mi chiedevo, perché nessuno vede le nostre differenze? Perché per tutti restiamo solo le gemelle, senza nome, senza personalità, senza interessi propri? Nella mia testa si affollavano domande a cui ancora non trovavo risposta…

*********************

Ero seduto su una panchina al Parco Sempione, abbracciando le ginocchia. Il sole filtrava tra le foglie degli alberi, disegnando sul terreno strani giochi dombra, ma io non avevo occhi per la bellezza di Milano quel giorno. Parlavo ancora con Lucia del tormento che mi portavo dentro da troppo tempo. La mia voce era fievole, quasi rassegnata, e le confessavo per lennesima volta quanto fosse insopportabile sentirmi sempre confusa con Carmela.

Lucia mi ascoltava attenta, con il mento appoggiato su una mano. Dun tratto, i suoi occhi si illuminarono e si raddrizzò:

Senti qua, disse vivace, perché non cambi radicalmente? Tagliati i capelli cortissimi e tingili di un colore folle! Così nessuno potrà più scambiarti per Carmela. Lei, così precisa e riservata, non lo farebbe mai!

Guardai i miei lunghi capelli, scivolando istintivamente le dita sulle ciocche. Mi balenò negli occhi un accenno di curiosità, subito spento.

Mamma non mi darà mai i soldi per una cosa del genere, dissi sconsolata. Le piace che restiamo identiche. I miei desideri non contano per lei.

Ma Lucia non mollò. Fece un gesto ampio con la mano come a spazzare via i dubbi:

Chiedi i soldi per un altro motivo! Dì che devi comprare un regalo a una compagna di classe. Poi vai nel negozio sotto casa mia dove tagliano per pochi euro. Una volta papà mi ci ha portata mia mamma però si è lamentata del taglio troppo corto. Ma tu vuoi proprio quello no?

Alzai le sopracciglia, incuriosita. Lidea mi sembrava ancora folle, ma cominciava a convincermi.

E per la tinta quanto ci vuole? domandai cauta.

Lucia mi rassicurò:

Non preoccuparti, mia sorella maggiore sa come si fa. Basta comprare la tinta.

Sentii la sua sicurezza e, mio malgrado, sorrisi. Forse, davvero, la gente avrebbe iniziato a vedermi per quella che sono? Magari, finalmente, non sarei più stata solo una delle gemelle. Una fiamma timida di speranza si accese dentro di me, anche se restavo incredulo che bastasse un gesto così semplice per cambiare le cose.

Pochi giorni dopo ci mettemmo allopera. Cercai di non darlo a vedere, ma ero agitata.

Il salone di parrucchiera era ben poca cosa: una stanzetta con una poltrona logora e specchi un po macchiati. La parrucchiera, unanziana signora dagli occhi stanchi, mi domandò semplicemente:

Come li vuoi?

Esitai un istante, poi sputai fuori tutta dun fiato:

Cortissimi! Proprio corti!

Lei annuì e iniziò a tagliare senza chiacchiere. Guardavo le lunghe ciocche cadere sul pavimento, sentendo un nodo dentro, ma ormai era tardi per tirarsi indietro.

Finito il taglio, mi guardai allo specchio. Corti, un po storti, ma accettabili. Almeno ora non assomiglio più a Carmela.

Con il cuore che batteva forte, corsi da Lucia. Ci aspettava già sua sorella. Dopo una breve discussione puntammo tutto su un rosa acceso di quelli che non passano inosservati.

Il risultato? Ben al di sopra delle aspettative, purtroppo in peggio. Il rosa era così acceso, quasi fluorescente, e la piega irregolare dei capelli li rendeva ancora più strani. Mi venne da storcere il naso, ma mi feci coraggio: ormai indietro non potevo tornare.

A casa mi attendeva mamma. Appena mi vide varcare la soglia, impallidì e si portò la mano al petto. Al posto della ragazzina ordinata che riceveva ogni pomeriggio, si trovava davanti unestranea con i capelli tagliati alla meno peggio e colorati di un rosa che gridava vendetta.

Giada, ma che ti sei combinata?! per la prima volta le uscì un urlo strozzato. Le mani tremavano, negli occhi leggevi la paura. Ti sei guardata allo specchio almeno? È un disastro! Come rimediare adesso?

Stringendo i pugni cercai di non far capire quanto il risultato mi deludesse. Alzai il mento e risposi ostinatamente:

A me piace! Così nessuno mi scambia più per Carmela.

Mamma scosse la testa incredula, poi prese il telefono da una borsa e compose il numero della sua amica parrucchiera.

Bisogna rimediare, alla svelta Bastava una semplice acconciatura! la voce era smarrita, quasi offesa.

Mi girai infastidita.

Tanto non me lavresti mai lasciato fare mormorai.

Ma certo che sì! Cosa ti fa credere il contrario? replicò lei, ancora confusa, stringendo il telefono allorecchio.

Presto la sua amica rispose. Mamma parlò concitata:

Pronto? Ma sei libera oggi? Mi serve il tuo aiuto mia figlia ha deciso di cambiare look. Dovresti vederla, è una tragedia! Arriviamo tra unora.

Poi mi guardò, la mano ancora a coprire il telefono:

Prepara le tue cose, andiamo a sistemare la situazione!

Infastidita incrociai le braccia. Avrei voluto ribattere, insistere sul fatto che era una mia scelta e così doveva rimanere. Ma inizio a capire che quella chioma rosa e irregolare non mi aveva dato la felicità sperata, bensì imbarazzo e insicurezza.

Ma a me non dispiace, ci resto così, borbottai, più per orgoglio che per convinzione.

Mamma non disse altro, già intenta a raccogliere la borsa.

Ne parliamo strada facendo. Ma non puoi restare così, Giada.

Mezzora dopo eravamo in macchina verso il salone. Guardavo fuori dal finestrino, mentre i pensieri mi si accavallavano. Provavo a convincermi che non fosse stato un errore, ma sapevo che lesperimento era fallito.

La parrucchiera, una donna gentile che mamma conosceva da sempre, mi accolse sorridendo. Studiò la mia testa scuotendo appena il capo, ma senza mai pronunciare un rimprovero. Con un sorriso mi disse:

Dai, vediamo che si può salvare.

Lavorò paziente per oltre due ore. Rese i capelli più regolari, rifece la tinta il più naturale possibile ma lasciò una sottile ciocca rosa sulla tempia un tocco simpatico. Dal riflesso osservavo il cambiamento: pian piano, da unaccozzaglia informe rinacque una testa curata e moderna che valorizzava il viso.

A fine lavoro mamma sospirò di sollievo:

Ecco, ora sei di nuovo te stessa!

La signora la ringraziò commossa:

Non so cosa avrei fatto senza di te! Sei una maga.

Io rimasi in silenzio. Passai una mano tra i capelli, valutando la nuova versione. Non era male. Ma le parole di mamma mi ronzavano ancora, fastidiose.

Di nuovo te stessa E prima cosero, allora? Con Carmela avrebbe mai avuto la stessa reazione?

Non ringraziai la parrucchiera. Mi alzai e mi avviai verso luscita. Ero pieno di pensieri che, però, non riuscivo a confessare a nessuno. Volevo solo tornare a casa e osservarmi allo specchio, questa volta con distacco, senza rabbia.

Continuavo a non voler ammettere levidenza: Carmela non avrebbe mai combinato un simile pasticcio. Sembrava nata per essere il modello perfetto: sempre tra i primi a scuola, imparava alla perfezione passi di danza difficili, trovava il tempo per leggere sia classici che romanzi contemporanei, era organizzata e puntuale, con quaderni ordinatissimi.

Io non ero certo stupida. Imparavo alla svelta, potevo sorprendere i professori con qualche risposta brillante, se lumore mi aiutava. Ma proprio la vicinanza così costante con Carmela mi faceva soffrire. Appena ottenevo un risultato decente, ecco: Uguale a Carmela, ovvio. E se sbagliavo? Carmela non lavrebbe mai fatto. Questi confronti incessanti mi rodevano piano piano, come una goccia che scava lanima.

Dopo quellepisodio con i capelli mi sentii come autorizzata a provare altre stranezze nella mia vita. Se prima restavo nei limiti impegnandomi nella media a scuola, aiutando in casa, da allora sembrò che volessi dimostrare a tutti, e innanzitutto a me stessa, di essere lopposto di Carmela.

E così la scuola iniziò a andare a rotoli. Nel diario fioccavano i quattro e i cinque non perché non capissi, ma perché avevo smesso di provare davvero. Saltavo i compiti, ignoravo le spiegazioni, sbadigliavo apposta alle interrogazioni. Una volta mi sarebbe pesato, ora invece li affrontavo con indifferenza.

I miei cercarono prima la via del dialogo pazienti, cercando di farmi capire il valore dello studio, della disciplina. Poi passarono alle maniere forti: mi lasciavano chiusa in casa il pomeriggio, mi sequestravano il cellulare e il computer, vietavano le uscite. Ma ogni regola severa non faceva che rendermi più testarda. Niente scenate o pianti, solo ostinazione silenziosa.

Avete già un genio in famiglia Carmela, rispondevo fissandoli negli occhi, senza vergogna. Vi basta lei. Io non sono adatta alle medaglie. Accettatemi così come sono.

Mamma e papà si scambiavano sguardi allarmati, incapaci di capire come fermare questa rovina che mi stavo costruendo.

Arrivarono così a portarmi da una psicologa. Era una donna accomodante, parlava con voce morbida e occhi attenti. Mi ascoltava paziente, provava a scovare il mio disagio, a capire cosa mi spingesse a essere così contraria. In realtà io rispondevo calma, senza rabbia né particolare interesse. Esponevo semplicemente i fatti, evitando accuse o giustificazioni.

Forse la psicologa non era la migliore, o forse ero io a saper simulare bene la ribellione indifferente, ma nulla cambiò in meglio. Continuai a pensare e a comportarmi nello stesso modo. Dopo qualche appuntamento, la dottoressa suggerì timidamente ai miei:

Provate ad allentare un po la presa. Ladolescenza è il tempo della ricerca di sé, ogni tanto bisogna lasciare spazio perché trovino la propria strada.

I miei non sapevano se esserne contenti o avviliti. Desideravano aiutarmi, ma ora impararono a essere solo presenti, senza discorsi infiniti o minacce, nella speranza che prima o poi trovassi da sola la via duscita.

Col tempo si rassegnarono ai miei voti bassi. Si preoccupavano, ma smisero di farmi la morale ogni giorno. Speravano che capissi da sola i miei errori e ricominciassi a impegnarmi. Invece sorsero guai ancora peggiori.

Un giorno, mamma vide per caso che me ne stavo con una comitiva malfamata vicino alla stazione, dietro un garage abbandonato. Parlavamo a voce alta, ridevamo, qualcuno fumava. Appena mi accorsi che mi guardava, mi staccai in fretta dal gruppo, ma era chiaro che con loro ci passavo parecchio tempo.

Alla sera, a tavola, mamma non seppe più tenersi:

Carmela ha degli amici meravigliosi Li hai visti? Sono tutti educati, studiano insieme, frequentano musei, parlano di libri. Mentre tu? Con chi passi i pomeriggi davvero?

Non risposi. Stringevo la forchetta, sentivo quelle parole come una pugnalata. Tornava in mente: Carmela è perfetta, Giada le vale niente. Se la sua compagnia era ideale, allora la mia doveva essere la peggiore, per forza. Ero costretta a confermare di non essere lei.

Finì che mi immersi ancora di più in quel gruppo. Prima osservavo, poi mi unii ai discorsi, poi alle feste e alle assenze a scuola. Ci cascai dentro e saltavo spesso le lezioni per uscire con loro.

A volte, da sola, mi rinfacciavo questa sciocchezza. Vedevo bene che non mi dava alcuna vera gioia, ma non riuscivo a uscirne. Ogni volta che Carmela riusciva in qualcosa, io reagivo per contrasto: un passo ancora nella direzione opposta.

Le nostre strade si allontanarono. Carmela passò al liceo classico, e dopo la terza media io volli iscrivermi a un istituto tecnico, anche se mamma mi chiese mille volte di rifletterci. Pensavo che quel cambiamento mi avrebbe regalato libertà e una nuova vita; invece fu solo più difficile.

Carmela terminò il liceo con la lode e si iscrisse alla Statale di Milano. Gestiva gli studi, corsi extra, volontariato con una serenità che la faceva sentire inarrestabile.

Io a scuola andavo male, superavo a fatica gli esami. Ero sempre distratta, incapace di trovare obiettivi motivanti. Continuavo a cambiare compagnia, e i professori mi rimproveravano. Gli altri studenti non capivano il mio menefreghismo, ma io mi aggrappavo allidea che questa era la mia lotta contro lombra di Carmela.

Terminati gli studi la distanza si fece ancora più netta. Carmela trovò subito impiego in un grande studio legale: la notarono per la puntualità e la serietà, le diedero incarichi sempre più importanti. Io invece cambiavo spesso lavoro: una volta il posto era troppo noioso, unaltra lo stipendio non bastava, altre volte non mi trovavo bene con i colleghi. Puntualmente mollavo tutto, convinta di voler gestire sempre le cose da sola.

Dentro di me restava la speranza che, presto o tardi, avrei trovato la mia strada diversa da quella di Carmela, ma appagante. Tuttavia ogni tentativo di autonomia si traduceva in nuovi errori, e sentivo il disagio di agire quasi solo per dispetto.

A volte mi chiedevo perché lo facessi. Era come se qualcosa in me scattasse: se lei aveva successo, io dovevo, inconsciamente, fare il contrario. Qualunque buona intenzione svaniva non appena sentivo che Carmela aveva raggiunto un obiettivo. Mi disprezzavo per questo meccanismo. Di notte mi promettevo: Domani cambio tutto! Ma ogni mattina scivolavo nello stesso circolo vizioso, intrappolata come in una trappola invisibile.

Poi, dopo anni di distanza, venne una strana apatia. Smisi di chiamare i miei, evitavo gli incontri di famiglia, non volevo sapere di come andavano le cose a Carmela tutto perfetto, era ovvio. Mi isolai, come dietro un muro invisibile, e proprio in quel periodo arrivarono i primi segnali positivi.

Trovai un lavoro semplice ma onesto, con orari regolari e uno stipendio dignitoso (ben 1.200 euro al mese: per me una fortuna). Mi accorsi che andavo daccordo con i colleghi e che le mie giornate sembravano, finalmente, avere un senso.

Poi conobbi Marco, in una caffetteria vicino lufficio. Era differente dagli altri ragazzi che mi erano capitati: pacato, equilibrato, senza esibizioni inutili. Marco non aveva bisogno di impressionare nessuno, ed era proprio questo che mi colpì. Iniziammo a frequentarci, a passeggiare tra i Navigli la sera, a confidare tutto quello che ci passava per la testa, e per la prima volta dopo tanto tempo mi sentii libera di essere solo Giada.

Cominciai persino a fare progetti: non grandi sogni, ma passi concreti mettere da parte per una vacanza, migliorare linglese, forse trovare un appartamentino tutto mio. Avevo limpressione che la mia vita fosse, finalmente, sotto controllo.

Ma una sera ricevetti una telefonata da mamma. La sua voce era sottile, trattenuta, come se avesse paura di dire troppo:

Giada, dobbiamo parlare. Vieni a casa, per favore.

Appena arrivata trovai i miei in salotto, entrambi più seri del solito. Mamma scelse le parole con cura, poi lasciò cadere la notizia che cambiò ogni cosa:

Carmela non può avere figli. I medici hanno detto che le probabilità sono quasi nulle.

Seguì un silenzio pesante. Non sapevo che dire. Mi passavano per la testa mille pensieri: provavo pena per lei, rabbia per la sfortuna, cercavo le parole giuste per consolarla. Poi, dimprovviso, rispuntò quel vecchio desiderio che avevo tentato a lungo di soffocare.

Meno di un anno dopo, diedi alla luce il mio primo figlio. E, appena due anni più tardi, il secondo. Non so dire bene neanche a me stessa perché fossi così in fretta. Sì, volevo bene ai miei bambini, ero felice delle loro risate e dei primi passi, ma dentro di me rimuginavo: Ora non sono più come Carmela. Ho qualcosa che a lei mancherà per sempre!

Sapevo che era assurdo costruirsi la propria vita su un costante confronto, sulla voglia di essere lopposto della sorella. Ma ogni volta che guardavo i miei piccoli, trovavo una giustificazione: Lho fatto per me. Lho voluto io. È una mia scelta.

Pure, nel cuore sapevo che, senza quella notizia su Carmela, forse la mia vita sarebbe stata diversa

*************************

Carmela ascoltava mamma raccontarle, per lennesima volta, delle mie scelte discutibili. Nella sua voce si alternavano preoccupazione e confusione: non riusciva a capire come aiutarmi a uscire dal tunnel che avevo scavato con le mie mani.

Quando finì di parlare, Carmela sussurrò, ferma ma gentile:

Ti prego, non parlarle di me.

Mamma mi guardò sorpresa:

Ma come? Siete sorelle

Carmela sospirò. Aveva già ragionato a lungo su questa decisione, soppesando i pro e i contro, e ora era sicura.

Lei sta rovinando la sua esistenza per essere lopposta di me spiegò. Ogni volta che viene a sapere dei miei successi, la spinge a scegliere con rabbia il contrario. Non cerca una sua via: si ostina solo a prendere quella opposta alla mia.

Mamma stava per controbattere, ma Carmela continuò con un filo di voce:

Se davvero ti importa di lei, non nominarla più quando parli con Giada. È lunica via possibile! Deve dimenticarmi e vivere la sua vita senza confronti.

La guardava spaesata, incapace di accettare una simile fermezza.

Davvero credi che possa servirle? domandò, combattuta.

Non lo so, ammise Carmela senza esitazioni. Ma tutte le altre strade le abbiamo già percorse. Consigli, ammonimenti, spiegoni non è servito niente. Magari, senza la tentazione di essere laltra, finalmente Giada si troverà.

Mamma fece un cenno dassenso: capiva la logica, ma il cuore di madre non riusciva a restare indifferente.

Ci proverò, disse. Anche se sarà dura.

Carmela la strinse in un abbraccio dolce.

Lo so. Ma se amiamo Giada, dobbiamo farlo.

Dopo quellincontro, mamma imparò piano piano a non parlare più di Carmela quando era con me. Smetteva di fare confronti, di citare i successi della sorella, di mettermi pressione. Allinizio le costava, ma col tempo diventò più facile: cominciò a parlarmi solo di me, dei miei interessi, della mia quotidianità.

Anche Carmela rimase fedele alla sua scelta. Non mi telefonava, non cercava occasioni per vederci, non tentò di imporsi nella mia vita. A volte ne soffriva, ma sapeva che quello era lunico gesto damore possibile.

P.S.

Fu mio marito, Marco, a convincermi ad andare da una brava psicoterapeuta. A piccoli passi, con pazienza, iniziai a costruire un futuro sereno un futuro senza più lombra di mia sorella.

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Un passo verso l’abisso
Quindi queste si chiamavano trasferte di lavoro — Non posso sposarti. È quello che ti aspettavi, vero? Ancora adesso Masha non capisce come abbia fatto a non svenire in quel momento. Tutti i “fulmini a ciel sereno” e “coltelli nel cuore” impallidiscono rispetto a ciò che ha provato. Non aveva la minima idea che l’uomo che amava fosse già sposato! Sì, viaggiava spesso per lavoro, ma per quel mestiere era normale… Masha era andata via dal suo paesino a 16 anni e non aveva alcuna intenzione di tornarci. Sua madre, Olga Sergeevna, provata dalla vita e dal faticoso lavoro al pollaio del paese, non si era certo messa di traverso davanti alla partenza della figlia. Ma cosa avrebbe dovuto farci, restando lì? Rompersi la schiena per quattro soldi, senza mai vedere la luce del sole? Così, nei primi anni in città, la mamma cercò di aiutare Masha come poteva. Poi, quando finì l’istituto tecnico e trovò lavoro in una piccola ditta di logistica, Masha cominciò finalmente a mantenersi da sola. E, incredibile fortuna, quasi in contemporanea, una lontana zia che non aveva mai visto le lasciò in eredità a sua madre un piccolo bilocale. Ovviamente Olga Sergeevna lo regalò subito alla figlia. Restava solo una questione irrisolta: quella del matrimonio. E qui le cose si facevano complicate. Masha sognava un marito vero e proprio, non un “paparino” benestante come tante sue amiche, eppure nessun candidato degno di questo ruolo si faceva avanti. Due storie d’amore finite in fretta e senza gioia, e nessuna delle due degna di una vera proposta. C’era stato, tanto tempo prima, il ragazzino della via accanto che la guardava come solo chi è perdutamente innamorato può fare. A lei, allora, di quel Nicola non importava niente, ma quello sguardo non lo aveva dimenticato. Nessuno dei futuri pretendenti la guardò più così. Loro, piuttosto, erano interessati solo a commedie demenziali in TV, partite di calcio e prezzi della birra. Masha non poteva davvero sopportare tutto questo. Ma Paolo invece — alto, affascinante, sicuro di sé, sedici anni più grande— la guardava proprio come sognava. Diceva le cose giuste e agiva con decisione. Ovviamente, lei pensò che fosse il destino e si innamorò follemente. Già si immaginava in abito bianco, il viaggio di nozze e il loro bambino, ma il destino decise di sorprenderla proprio partendo dalla fine dei suoi piani. — Sono incinta! — annunciò con gioia a Paolo dopo sei mesi di relazione, aspettando la sua reazione. Lui avrebbe dovuto chiederle immediatamente di sposarlo. — Accidenti…— sospirò Paolo. — È bellissimo, ma ora non è il momento giusto. — Perché? — Non posso sposarti. È quello che ti aspettavi, vero? Vedi, in realtà… sono già sposato. Ancora adesso Masha non si spiega come abbia fatto a non crollare a terra. Tutti i detti sulle “manate allo stomaco” o “coltelli nel cuore” erano niente in confronto a quello che provò. Non sapeva che il suo grande amore avesse moglie! È vero, spesso era via per lavoro… ma era solo per il suo mestiere… Vedendo il volto di Masha sconvolto, Paolo la rassicurò dicendo che molto presto avrebbe divorziato. Con la moglie era tutto finito da tempo, peccato solo per la figlia quindicenne. Ma Livia era ormai grande e avrebbe potuto lasciarla con la madre per dedicarsi al nuovo bambino — ne avrebbe avuta la forza. Masha voleva credergli, ma dopo tre mesi lui le mostrò il certificato di divorzio e, dopo un altro mese, si sposarono. Niente festeggiamenti o luna di miele, però in fondo i sogni di Masha si erano realizzati. Paolo si trasferì nel suo appartamento — non poteva mica continuare a vivere con l’ex moglie! — e iniziarono una vita felice. Alla scadenza prevista nacque Riccardo, e la felicità aumentò. Paolo continuava ad andare in trasferta — questa volta davvero — e assicurava un buon tenore di vita alla nuova famiglia, senza dimenticare la pensione alimentare per Livia. Masha gestiva il bimbo da sola e non si lamentava. — Masha? — la chiamò una voce maschile mentre usciva dal supermercato. — Ti do una mano! — Un giovane abbassò abilmente il passeggino di Riccardo dalla rampa e lei poté osservarlo meglio. — Nicola? — esclamò stupita. — Scusami, ormai sarai “Nicolò”, vero? — Masha osservò con piacere il suo vecchio ammiratore. Sì, era proprio quel Nicola — il ragazzino della via di casa che un tempo la guardava con adorazione. Ma da timido adolescente era diventato un uomo attraente. Quanti anni saranno passati? Se lei ne ha 26, lui… 25. Come vola il tempo! Nicola li accompagnò fino al portone. Non volle farsi aiutare oltre, anche se le buste della spesa erano pesanti. Non voleva dare troppo nell’occhio ai vicini o dar modo a Paolo di ingelosirsi. In fondo con Nicola avevano già parlato un’ora al parco — non ci doveva essere altro. Lui non si offese affatto, chiese solo il numero, “casomai”. Anche lei prese il suo, ma senza alcuna intenzione di chiamare. Nei due mesi successivi Nicola “per caso” si fece trovare spesso in zona e passeggiarono più volte con Riccardo. Conversavano del più e del meno e Masha non lo vedeva assolutamente come un uomo, ma solo un amico. Lui non sembrava notarlo, la faceva ridere, giocava con il piccolo. Un giorno Riccardo ebbe la febbre alta, dovette chiamare il medico che prescrisse delle medicine. Masha non poteva uscire, Paolo sarebbe dovuto rientrare a momenti dalla trasferta. — Tra quanto arrivi? — gli telefonò. — Serve che passi in farmacia a prendere i farmaci per Riccardo. Ti mando la lista. — Papà, dai, dove sei? Vieni, mamma ed io siamo affamatissimi! — sentì una voce femminile sullo sfondo. — Dove sei esattamente?… — chiese Masha sempre più in ansia. — Sono passato da mia figlia. Che c’è di male? — rispose Paolo con fastidio. — Papà, ti aspettavamo anche ieri e oggi di nuovo! Vieni subito! — rincarò Livia. — Ho capito — Masha chiuse per prima la telefonata. Era furiosa, ma prima doveva trovare le medicine. Grazie alla vicina, che accettò di badare a Riccardo. Il marito arrivò solo tre ore dopo. — Non voglio scusarmi — dichiarò appena entrato. — Sì, amo te e nostro figlio ma mi manca la mia prima famiglia. E sì, negli ultimi sei mesi ci ho dormito più di una volta. Se a te non va bene, mi dispiace. — Non va bene? — Masha restò scioccata. — Pensavo che fossimo una famiglia, che ci amassimo… tu invece… Se si fosse pentito, se avesse detto di scherzare o almeno promesso che non sarebbe più successo, forse Masha lo avrebbe perdonato… Invece Paolo andò in camera, guardò il figlio che dormiva, raccolse le sue cose e se ne andò. — Non ti preoccupare, garantirò sempre il mantenimento per nostro figlio. — Ma va a quel paese! — sbatté la porta così forte che Riccardo si svegliò in lacrime. Per tre giorni Masha pianse senza rispondere a chiamate né messaggi. Paolo non avrebbe certo scritto; di altri non le importava nulla. Ma i continui campanelli la obbligarono ad aprire la porta. — Stai bene? Riccardo tutto a posto? — Nicola la strinse forte. — Perché non mi rispondi più? Lei scoppiò in lacrime, raccontò tutto, e lui la confortò: “Andrà tutto bene”. Quella notte restò a dormire sul divano, la mattina dopo preparò la colazione e andò a lavoro. Per una settimana rimase da lei: aiutava con Riccardo, faceva la spesa a sue spese, aggiustava quello che c’era da sistemare, cucinava. — Non devi andare anche tu al lavoro? — domandò Masha. — Ho preso qualche giorno di permesso. Dopo una settimana finirono a letto insieme. E perché no? Paolo non si fece più vedere, solo un bonifico al mese. Masha decise che Nicola era un compagno molto più affidabile di quel traditore di Paolo. Non venne subito a vivere da lei — stavano aspettando il divorzio, previsto per il mese seguente — ma restava spesso a dormire. Non si poteva dire che Masha si fosse innamorata, ma accanto a lui si sentiva serena. E Riccardo stava bene con lui. E che espressione aveva fatto l’ex marito quando li vide tutti e tre insieme al parco! A Masha si strinse il cuore, pensò: “Ora Paolo capirà tutto, mi chiederà scusa e…” Non fece in tempo a finire il pensiero: lui si voltò, la salutò serenamente e si mise a giocare con il figlio. Così Masha fu convinta di aver preso la decisione giusta scegliendo Nicola. Sua madre arrivò all’improvviso. Le telefonò quando era già arrivata in taxi: “Vieni a darmi una mano con le valigie”. Nicola era appena uscito. Ormai era proprio arrivato il momento di raccontare a sua madre i cambiamenti nella sua vita. Mentre facevano colazione e si raccontavano le ultime novità, sua madre improvvisamente chiese: — Ma Nicola, il figlio di Lucia, vive qui nel tuo palazzo? Masha si irrigidì senza voltarsi. “Lucia” era la mamma di Nicola. — Come fai a saperlo? — L’ho appena visto. Che bravo ragazzo! Da noi non c’è lavoro — lo sai, tutti gli uomini partono per Milano — ma lui ha detto di no. È venuto qui. Porta sempre qualche soldo a casa, torna spesso per vedere “le sue ragazze”. Ti avevo detto che si era sposato tre anni fa, no? Ha anche una figlia, Sofia… Le parole della madre arrivavano a Masha come attraverso una nuvola. Si sedette, senza forze. Una seconda volta! La seconda volta di fila non si era informata se l’uomo fosse sposato o meno! Come si può ancora fidarsi? Con Nicola chiuse subito, o meglio, lo mandò via con una lite furibonda, proibendogli di tornare ancora a casa sua. Non volle nemmeno ascoltare le sue promesse di divorziare appena la figlia fosse cresciuta un po’. Pare proprio che per Maria la felicità femminile sia una fata Morgana…