Io non posso sposarti. È quello che ti aspettavi, vero?
Come abbia fatto a non svenire, nemmeno Martina lo sa.
Tutti quei un fulmine a ciel sereno e una coltellata al cuore sbiadirono di fronte a quello che provò in quel momento.
Non aveva la minima idea che il suo adorato fosse già sposato!
Sì, faceva spesso trasferte di lavoro, ma era normale con il suo mestiere
Martina aveva lasciato il suo paesino sulle colline del Piemonte a sedici anni e non aveva nessuna intenzione di tornarci.
Sua madre, Olga Sereni, stanca e segnata dal lavoro di tutta una vita al salumificio, anzi, era ben contenta che sua figlia cambiasse aria.
Ma che poteva fare lì? Slogarsi la schiena pure lei, senza mai vedere la luce del sole?
Così, nei primi anni in città, la madre la aiutò come poteva.
Martina iniziò a mantenersi da sola quando finì listituto tecnico e trovò impiego in una piccola ditta di logistica.
E proprio in quellepoca ebbe una botta di fortuna: una prozia di cui nessuno ricordava nemmeno la faccia lasciò in eredità alla madre un bilocale minuscolo a Torino.
Olga Sereni ovviamente lo intestò subito alla figlia. Una questione chiusa… più o meno. Rimaneva quella del matrimonio.
Facile a dirsi.
Martina non sognava il riccone come certe sue amiche, voleva proprio un marito vero, uno con cui condividere la vita ma trovarne uno affidabile era più difficile che pescare una spigola nel Po.
Due sue storie finirono senza infamia e senza lode e, soprattutto, senza velo bianco.
Una volta un ragazzetto di vicolo vicino la guardava come se fosse la Madonna in processione. Lei nulla, ma quello sguardo non lo dimenticò.
Nessun altro poi la guardò mai così. Gli altri? Commedie votate tre stelle, calcio e il prezzo della birra tutto qui.
Martina proprio non ci stava a questo destino.
Poi conobbe Paolo: alto, affascinante, sicuro di sé, sedici anni più anziano. Lei ancora ci pensa a come la guardava lui
Parlava bene, agiva subito, aveva sempre quell’aria da uomo che sa cosa vuole.
Decise che era destino e si innamorò come una liceale.
Già sognava labito bianco, la luna di miele a Capri, i figli coi riccioli Ma la sorte aveva deciso di partire dalla fine dei suoi piani.
Sono incinta! comunicò Martina, raggiante, al fidanzato dopo sei mesi. Lo fissò, in attesa dellanello.
Ma dai pazzesco! sbottò Paolo, subito riprendendosi: Bellissimo, ma capita proprio adesso?
Perché, scusa?
Non posso sposarti. Lo aspettavi, vero? Vedi, in realtà sono sposato.
Come abbia fatto a non svenire, nemmeno Martina lo capisce a pensarci ora.
I fulmini a ciel sereno, coltellate al cuore, tutte metafore inutili. Quello che provò le bruciò l’anima.
Non aveva idea che il suo amore avesse già famiglia! Sì, era spesso fuori per lavoro Ma che ne sapeva?
Appena vide il colore sparire dal viso di Martina, Paolo cominciò a giustificarsi in fretta: Mi separo presto, tanto con mia moglie è già tutto finito! Mi dispiace solo per mia figlia Aurora, che ormai ha quindici anni, ma è abbastanza grande, no? Starà bene con la madre. E io sarò padre anche col nuovo bimbo, ho energie da vendere…
Martina non è che gli credesse poi tanto, ma dopo tre mesi Paolo le mostrò le carte del divorzio. Un mese dopo erano allufficio comunale, matrimonio lampo.
Niente fiori darancio, niente viaggio, ma almeno i piani minimi si erano avverati.
Lui si trasferì da lei (che vuoi, non si può stare nello stesso appartamento dellex, che figura ci si fa?!) e iniziarono una vita coniugale decorosa.
A tempo debito nacque Romano, e la gioia raddoppiò.
Paolo continuava a fare vere trasferte di lavoro in giro per lItalia, guadagnava bene, senza scordare gli alimenti ad Aurora.
Martina se la cavava egregiamente con Romano e non si lamentava.
Martina? la chiamò una voce di uomo fuori dal supermercato. Permetti? Un ragazzo agile le scaricò la carrozzina con Romano dal marciapiede. Lei lo squadrò: colpo di scena.
Nicolò? sobbalzò. O forse ormai Nicola? esclamò, studiando il vecchio ragazzone che un tempo sbavava dietro di lei in paese.
Sì, era proprio lui: il ragazzino magro e timido del vicolo era cresciuto in un uomo serio e anche, per nulla male, molto carino.
Quanti anni aveva? Se lei ne aveva 26, lui 25 porca miseria, il tempo vola!
Nicolò li accompagnò fin sotto casa.
Oltre non volle farlo salire i sacchetti erano pesanti, ma mica si voleva dare spago ai vicini per le chiacchiere e motivo di gelosia a Paolo!
Con Nicolò chiacchierò comunque per quasi unora nel parco; niente sviluppi in vista.
Lui non se la prese, domandò il numero così, per sicurezza. Lei lo annotò, ma non aveva nessuna intenzione di usare quel contatto.
Nei due mesi successivi, Nicolò per caso si presentò spesso in zona, e insieme fecero molte passeggiate con Romano.
Parlavano di tutto e niente: per Martina lui rimaneva solo un amico. E lui sembrava non curarsene, la faceva ridere con le sue storie e giocava come un matto col piccolo.
Successe che Romano aveva la febbre alta, il pediatra prescrisse delle medicine. Martina non riusciva a uscire (la febbre a Romano andava tenuta docchio!), ma Paolo stava per tornare da una trasferta.
Quanto ci metti? gli chiese per telefono. Devo prendere i farmaci. Ti mando la lista su WhatsApp.
Pa quando arrivi? Siamo affamatissimi! squittì una voce di ragazza in sottofondo.
Dovè che sei? la voce di Martina si incrinò.
Sono passato da mia figlia. Cosha che non va? tagliò corto Paolo, visibilmente irritato.
Papà, ti aspettavamo ieri e pure oggi! Dai, muoviti! rincarò la voce femminile, Aurora.
Ho capito, Martina riagganciò per prima.
Le lacrime le salivano agli occhi, ma per ora bisognava risolvere il problema medicine. Una vicina si offrì di guardare Romano.
Il marito si presentò dopo tre ore.
Non mi giustifico. dichiarò dal corridoio. Ti amo e amo nostro figlio, ma mi manca la mia prima famiglia. Sì, sono stato spesso lì a dormire negli ultimi mesi. Se non ti va bene, mi dispiace.
Se non mi va bene? ripeté Martina, stordita. Pensavo fossimo una famiglia, che ci amassimo… e tu… tu…
Se solo avesse detto che scherzava, oppure promesso che non sarebbe successo mai più, lei lo avrebbe perdonato…
Ma Paolo andò in camera, diede unocchiata al figlio addormentato, poi prese le sue cose e uscì.
Non preoccuparti, i soldi per Romano continuerò a darli, bofonchiò sulle scale.
Ma vai a quel paese! urlò Martina, sbattendo la porta e svegliando Romano.
Pianse tre giorni di fila, ignorando tutte le chiamate e i messaggi.
Tanto Paolo non avrebbe certo chiamato, e non le serviva nessun altro.
Ma quando la campanella della porta suonò con insistenza… dovette cedere.
Stai bene? Romano come sta? Nicolò la abbracciò stretto. Perché non rispondi?
Lei scoppiò a piangere come non mai.
Nicolò la confortò con due gocce di quell’intruglio derborista, ascoltò la sua storia laconica e la accarezzò tra i capelli: Andrà tutto bene.
Si rifiutò di andarsene e dormì sul divano. Al mattino le preparò la colazione, poi tornò al lavoro.
Per una settimana fu il suo angelo custode: aiutava con Romano, faceva la spesa (di tasca sua!), riparava qualcosa e cucinava quando poteva.
Non lavori tu? chiese Martina, svogliata.
Ho preso ferie.
Dopo unaltra settimana finirono nello stesso letto. Perché no? Paolo era sparito, mandava solo il bonifico.
Martina pensò che Nicolò sarebbe stato un marito migliore di quellinfame di Paolo.
Ancora non vivevano insieme: aspettavano il divorzio (stavolta il suo), che sarebbe arrivato nel giro di un mese; intanto, Nicolò restava spesso a dormire lì.
Martina non può dire di essere innamorata, ma con lui stava bene e Romano lo adorava.
E la faccia di Paolo, quasi ex marito, la diceva lunga quando li vide tutti e tre al parco!
A Martina batteva il cuore allimpazzata: Adesso tutto si sistema, Paolo capirà, chiederà scusa e…
Non fece in tempo a finire il pensiero. Paolo si girò, li salutò freddamente e si mise a giocare col figlio.
Beh, magari andare avanti con Nicolò non era una scelta sbagliata.
La madre arrivò allimprovviso.
Chiamò già sotto casa, atterrata col taxi: Vieni ad aiutarmi con le borse!
Nicolò era appena uscito… Forse era lora di raccontare alla madre le novità.
Mentre facevano colazione e parlavano del più e del meno, la mamma chiedeva:
Ma Nicolò quello di Lidìa abita qui nel palazzo?
Martina rimase di spalle, paralizzata. Lidìa era la mamma di Nicolò.
Come ti viene in mente?
Lho visto poco fa, che responsabilità! Da noi lavoro non ce nè lo sai tutti gli uomini finiscono a Milano, ma lui no!
Diceva: Non voglio stare lontano dalle mie donne. Porta sempre qualcosa a casa, torna spesso.
Te lavevo detto che tre anni fa si è sposato, no? Ha pure una bimba, Sonia
Le parole della madre le giunsero ovattate.
Martina si lasciò cadere sulla sedia.
Ancora! Unaltra volta! Non aveva nemmeno chiesto se lui fosse sposato o meno! Ma come si fa ad aver fiducia negli uomini a questo punto?
Con Nicolò fu rottura. Sfuriata, lo cacciò e gli vietò di rifarsi vedere, senza ascoltare le sue promesse che si sarebbe separato, appena la piccola fosse cresciuta un po.
A quanto pare, la felicità per Martina è come la carbonara fatta bene: pare facile, ma a lei proprio non riesce maiRimase lì, a fissare la parete, ascoltando soltanto i camion della raccolta a tarda mattinata che strillavano ai piani bassi. Tutto quel rumore di carichi e scarichi, come la sua vita che pareva traslocare ogni sei mesi: sogni fatti e disfatti, scatoloni pieni di aspettative lasciati a metà, vecchie illusioni incartate nei ricordi di mamme premurose e padri assenti.
Martina avvertì la rabbia salire, densa e silenziosa. Le venne voglia di urlare, di chiudere fuori il passato, di barricarsi in quella minuscola cucina insieme al suo piccolo, e di smettere di aspettare che un uomo qualsiasi venisse a riparare i buchi della sua esistenza.
Fece un lungo respiro. Poi si alzò. Romano stava giocando con una macchinina consumata sul tappeto, i riccioli arruffati, le guance ancora morbide di sonno: in quel momento, tutto le sembrò ridicolmente semplice.
Strinse a sé la creatura che era sulla soglia dellinfanzia, la sola presenza che nessuno le avrebbe portato via. “Siamo sufficienti,” sussurrò, lasciando scivolare la malinconia sulle spalle come una vecchia giacca troppo stretta. E in un lampo, capì che la felicità non le doveva più niente.
La madre la vide affaccendarsi sorridente ai fornelli e non capì subito. Solo dopo, osservandola ballare da sola per far ridere Romano tra il sale e le tazze, si rese conto che quella ragazza non aveva più bisogno di nessuno a cui appoggiarsi.
Martina raccolse la tazza piena e brindò sottovoce: “A noi, alla libertà, e ai nuovi inizi.” E mentre fuori cadeva la prima neve su Torino, per la prima volta in anni non si sentì né tradita, né abbandonata, né sola.
Si sentì intera.




