La silenziosa rivolta di Gabriella. Un racconto

La Rivolta Silenziosa di Giuliana. Racconto

Giuliana, io non ce la faccio più, la voce al telefono non suonava come una richiesta, ma come una sentenza. Non ho un posto dove andare. Sei lunica che mi resta, sei mia sorella.

Giuliana, con lannaffiatoio per le violette tra le mani, restò immobile al centro della sua cucina luccicante. Fuori, la sera daprile colorava il cielo di rosa pallido; sul fornello borbottava un pentolino di orzo con cipolla rosolata, il profumo si spandeva, familiare. Tutto come sempre: tranquillo, pulito, ordinato. Fino a quella telefonata.

Anita, che succede? chiese, già conoscendo la risposta. Sapeva da sempre.

Pietro se nè andato. Sul serio. Mi ha detto che gli ho rubato tutte le energie. Che vuole unaltra vita. Ma io sono una persona anchio Mi restano due settimane ancora daffitto, il lavoro lho perso un mese fa, soldi zero. Giuli, vengo da te. Soltanto per dormire una notte, giusto il tempo di capire che fare.

Solo una notte. Quante volte Giuliana aveva ascoltato questa frase? Avrebbe potuto scrivere un dizionario dei rapporti familiari in cui solo una notte stava in cima, sopra ogni altro lemma. Solo una notte diventava una settimana, la settimana diventava un mese, il mese mezzo anno. Ogni volta, tutto cominciava con sei pur sempre mia sorella.

Quando arrivi? riuscì solo a chiedere, posando lannaffiatoio accanto alle violette.

Domani per pranzo. Ho già comprato il biglietto. Allultimo centesimo. Mi vieni a prendere?

Giuliana lanciò uno sguardo al suo taccuino, dove la grafia chiara elencava gli impegni del giorno dopo: visite mediche alle nove, poi portare dei moduli dalla signora Lidia, dopo pranzo organizzare il cambio stagione. La sua vita, quella di una pensionata di sessantanni che ancora arrotondava i conti facendo contabilità per una piccola azienda. Una vita costruita mattone su mattone, ogni minuto misurato e posato al suo posto.

Verrò, disse e abbassò la cornetta.

Sul fornello, lorzo borbottava piano, le violette sul davanzale si tingevano di rosa nellultimo sole, e Giuliana restava ferma in mezzo alla cucina sentendo dentro una stretta. Non era gioia per la sorella che non vedeva da quasi un anno, era qualcosaltro. Una premonizione che sarebbe ricominciato tutto, e lei era davvero stanca.

Il mattino dopo, sul binario della stazione, Giuliana scrutava la folla. Anita spuntò subito: capelli che un tempo erano castani ora tinti dun rame artificiale, radici scure in vista almeno tre centimetri; jeans troppo attillati per i suoi cinquantacinque anni, una giacca logora, un enorme zaino sulle spalle, due buste nelle mani.

Giuli! gridò Anita facendosi strada tra la gente. Sorellina cara!

Si abbracciarono. Giuliana riconobbe lodore di un profumo troppo dolce, abiti stantii. Anita si aggrappava a lei come per sciogliersi, sparire dentro quellabbraccio.

Non immagini che incubo, sussurrava Anita sulla via di casa. Pietro un ingrato, il lavoro un disastro, la padrona di casa uno stregone, questa città gelida, estranea.

Giuliana ascoltava distrattamente, guardando i viali familiari dal finestrino dellautobus. Da dieci, venti, trentanni, Anita raccontava sempre le stesse storie, cambiavano solo città, uomini, negozi.

Lo sai, disse Anita arrancando sulle scale verso il quarto piano, ho pensato quanto sono fortunata ad averti. Sei lunica, sei la mia famiglia, la mia linfa.

Giuliana aprì la porta e la lasciò entrare. Anita mollò lo zaino in corridoio, buttò le buste lì vicino, appese la giacca nello stesso attaccapanni dove pendeva il cappotto di Giuliana.

Mamma che bella casa hai, sospirò Anita guardandosi intorno. Così ordinata, così accogliente. Ha proprio lodore di casa. Me ne ero dimenticata.

La casa di Giuliana era davvero accogliente. In quarantanni ci aveva messo il cuore, da quando laveva avuta in sorte, da giovane ragioniera di fabbrica: carta da parati tenue, mobili di legno lucidati e riverniciati da lei, piante ovunque, centrini di cotone fatti a mano, cornici di foto. Tutto al suo posto, il frutto degli anni e della solitudine.

Vieni, sentiti a casa, disse Giuliana. Metto su il tè.

Mica cè qualcosa da mangiare? domandò Anita sfilandosi le scarpe (nei piedi del corridoio, tanto per cambiare). Dalle sette ho preso solo un caffè, in treno non ho toccato cibo. Avevo paura di spendere.

Giuliana preparò dei panini con formaggio, estrasse la torta di mele del giorno prima, mise il tè forte. Anita divorava tutto a grandi bocconi, raccontando a raffica le sue disgrazie. Pietro era uno spilorcio. Il lavoro in negozio era una rovina. Affitto carissimo, tredicimila euro al mese (anzi, tredicimila euro per una stanza a Milano!), padrona più severa della nonna.

Giuliana assaporava il tè tra le labbra, e taceva. Anita non diceva mai la parte vera: che faceva tardi perché si attardava a letto; che gli ultimi soldi li spendeva in rossetti e aperitivi; che a volte gli uomini si stancavano di darle anticipo fino a stipendio.

Giuli, Anita vide il fondo della sua tazza e la guardò supplichevole. Posso restare? Solo un mese, il tempo di trovare lavoro. Tu mi conosci, sono una che ci sa fare, con la gente. Trovo subito, te lo prometto.

Te lo prometto anche questa voce era parola da dizionario.

Resta pure, sospirò Giuliana. Però solo una cosa. Qui ci sono delle regole. Ho bisogno di ordine. Silenzio, soprattutto al mattino. Mi alzo presto.

Ma certo! annuì Anita. Io sarò silenziosa come un gattino. Non ti accorgerai nemmeno di me. Solo il tempo di rimettermi in piedi, dai. Siamo sangue del stesso sangue, Giuli, no?

La sera, Giuliana preparò il divano in salotto: lenzuola fresche, asciugamano piegato, caraffa dacqua sul tavolino. Anita si appropriò di tutto senza una parola di ringraziamento, aprendo il suo zaino, spargendo abiti sugli schienali.

Giuli, hai una crema buona per il viso? La mia è finita, mi si sta seccando la pelle tutta.

Giuliana portò la sua crema costosa, quella che comprava due volte lanno. Anita se la cosparse a strati su viso, collo, mani.

Buona questa, annuì approvando. Non uso una roba così da secoli.

Quella notte Giuliana non prese sonno. Rimase a sentire Anita rigirarsi, frusciare con la coperta, alzarsi a bere, accendere il telefono che colorava il buio di blu. Il solito silenzio della casa era ormai profanato. Solo linizio.

Alle sei, Giuliana era già in piedi come sempre. Si lavò, fece ginnastica piano sul tappeto per non svegliare la sorella, poi preparò la colazione leggera. Seduta davanti al computer, aprì le fatture. Era in scadenza, doveva sistemare tutto entro pranzo.

Alle nove, dal salotto arrivarono sbadigli, tossi, passi strascicati. Anita apparve sulla soglia in una maglietta slabbrata e le mutande, capelli arruffati.

Buongiorno, gracchiò. Cè caffè?

Cè nella credenza, replicò Giuliana, occhi incollati al monitor.

Anita fece rumore con tazze e cucchiaini, mise il bollitore, si infilò in frigo.

Hai qualcosa di dolce? Non ci riesco di mattina senza un biscottino.

Nella mensola trovi i biscotti.

Anita ne prese una confezione comprata per la settimana e ne mangiò metà in un minuto, seduta in cucina, immersa nel telefono.

Stai lavorando? domandò svogliata, dopo un po.

Sì, cè da chiudere il bilancio.

Quanto ci metti ancora?

Due ore, forse.

Mh, sbadigliò Anita. Vado a sdraiarmi, allora. Mi sento a pezzi, strada, stress insomma.

Si rimise sul divano, lasciando acceso il televisore su un talk show urlato. Giuliana faticava sempre più a concentrarsi tra numeri e voci.

A mezzogiorno, Giuliana aveva finito, ma era esausta. Andò a preparare il pranzo. Anita era sempre distesa, incollata al telefono.

Anita, vieni a mangiare?

Un attimo, un attimo.

Giuliana tagliò uninsalata, scaldò la zuppa di ieri, mise tutto in tavola. Anita si avvicinò, sbuffando.

Buona, disse. Tu sai sempre cucinare. Io manco le uova riesco, figurati. Pietro diceva che sono negata pure a pelare le patate.

Dopo pranzo, Anita si offrì di lavare i piatti, ma li lasciò talmente unti che Giuliana dovette rifarli da capo.

Giuli, andiamo stasera da qualche parte? Un bar, un cinema? Sono mesi che non esco. Ho bisogno di distrarmi.

Anita, non me lo posso permettere, rispose Giuliana. Vivo con la pensione e quei pochi soldi della contabilità che faccio.

Su, siamo sorelle! Anita fece il broncio. Non potresti farlo almeno una volta? Ti ridò tutto, appena avrò uno stipendio.

Ti ridò, unaltra parola del dizionario mai onorata.

Anita, perché non cerchi un vero lavoro? È la soluzione migliore per rimetterti in piedi.

Ma lo sto cercando! protestò. Adesso è difficilissimo trovare qualcosa di decente. O ti pagano una miseria, o trattano male. Io merito uno stipendio vero.

Quella sera, Giuliana si rifugiò in camera da letto fingendo stanchezza, mentre Anita rimase davanti alla TV. Al buio, Giuliana pensava che le relazioni tra sorelle non si spiegano in una parola. Si vogliono bene, certo, ma il modo di sentire laffetto è diverso. Giuliana pensava che amare fosse rispettare, aiutare senza annullarsi; per Anita significava essere sempre raccolta e salvata senza condizioni.

Passò una settimana e Anita non si decise a cercare lavoro. Si alzava tardi, girava per casa con la vestaglia di Giuliana presa di nascosto, svuotava il frigorifero, comunicava di mandare curriculum ma nessuno le vedeva mai farlo davvero. Di contro, trascorreva ore sui social, lamentandosi con le amiche.

I confini in casa diventavano ogni giorno più deboli. Anita usava trucchi, asciugamani e vestiti di Giuliana, entrava in camera senza bussare, prendeva cose dagli scaffali senza chiedere. Quando Giuliana provava a suggerire che avrebbe preferito che non le toccasse i suoi effetti personali, Anita si offendeva.

Oh, sei mia sorella! replicava con sdegno. Ma ti costa così tanto? Tu hai due stanze tutta per te, io nulla! È così difficile condividere?

Giuliana taceva. Non sapeva litigare, difendere a voce alta la sua intimità. E in fondo, tutta la vita le avevano ripetuto che alla famiglia non si dice di no, che aiutare i parenti è dovere di cuore, rifiutare è un tradimento.

Ma dentro cresceva la tensione. Cominciava a irritarsi per ogni rumore di Anita: le briciole lasciate sul tavolo, il tubo del dentifricio senza tappo, lasciugamano bagnato sul letto, le conversazioni telefoniche ad alta voce.

Giuli, dammi qualche euro, domandò una sera Anita. Mi si sono rotte tutte le calze.

Anita, non ho soldi in più, sospirò Giuliana. Già sto spendendo molto più del solito per vivere in due.

Dai, solo quindici euro. Te li ridò appena mi sistemo. Promesso.

Giuliana le diede quindici euro. Poi altri trenta per labbonamento ai mezzi. Poi ancora cinquanta per il cellulare. I soldi sparivano, ma Anita restava senza lavoro.

Ti ricordi quando eravamo piccole? disse un giorno Anita mentre bevevano tè in cucina. Tu sempre seria e responsabile, io sempre la spensierata. Mamma diceva: Giuliana è laffidabile, Anita il sole di casa. Te lo ricordi?

Sì, mi ricordo.

Siamo state sempre unite. Tu mi proteggevi dai maschiacci, mi aiutavi con i compiti. Sei sempre stata il mio pilastro. Lo sei ancora.

Era una sottile manipolazione, Giuliana lo capiva. Giocare sui ricordi, far leva sul senso di colpa, su quellidea che lamore sia sempre e solo il porto sicuro della sorella maggiore.

Anita, io sono felice di aiutarti, disse lentamente Giuliana. Ma avrei bisogno di vedere che ti dai da fare sul serio, che provi davvero a rimetterti in piedi.

Sto provando! si infastidì Anita. Ma non è facile come pensi! Ho lansia, non ho più energia, mi serve tempo. Invece tu mi giudichi, pretendi. Non sono una macchina!

Anche stavolta Giuliana non replicò. La discussione si spense così.

Passò un mese. Anita non aveva ancora un impiego e nemmeno manifestava impegno per trovarne uno. Viveva a scrocco, si alzava tardi, non aiutava in casa, chiedeva soldi e attenzioni. Giuliana sentiva le forze svanire: dormiva male, mal di testa, le mani le tremavano quando lavorava.

Una sera chiamò la sua amica Lidia.

Lidia, non ne posso più. Anita è qui da un mese, la situazione non cambia. Non cerca lavoro, spende i miei soldi. So che dovrei aiutare la famiglia, ma come si fa a dire di no a una sorella?

Giuliana cara, le rispose Lidia dolce, aiuto e sfruttamento sono cose differenti. Non devi mantenere una donna adulta che non vuole cambiare. Quella non è cura, non è amore, è solo dipendenza. Linfantilismo degli adulti si cura solo con la realtà.

Giuliana abbassò il telefono e rimase a pensare. Quelle parole facevano male, ma erano vere. Ricordò tutte le altre volte in cui Anita era arrivata per una notte: dopo un divorzio, una perdita di lavoro, una lite con qualche affittuaria. Ogni volta la storia era uguale: soldi, casa, poi addio e poi tutto ricominciava.

Quella sera, Giuliana era seduta in cucina con la tazza di tè, mentre in salotto Anita guardava una fiction mangiando biscotti. Giuliana guardava la scena e sentiva qualcosa cambiare.

Si ricordava come aveva arredato la casa dopo che era andato via suo marito. Ogni mobile, ogni fiore, pagato con piccoli risparmi, conquistato con fatica. Aveva lavorato di giorno e di notte, senza chiedere niente a nessuno. Solo lei sapeva tutto il prezzo di quella tranquillità.

Ora, tutto stava crollando di nuovo. Non per mano sua, ma di chi pensava di aver diritto a tutto solo per il fatto di essere parente.

Giuliana si alzò e aprì la porta del salotto. Anita neanche si voltò.

Anita, disse piano Giuliana.

Mh? Anita non sollevò nemmeno gli occhi.

Dobbiamo parlare.

Aspetta, fatti finire la puntata, cè la scena più bella.

Giuliana entrò, prese il telecomando, spense la TV.

Ma sei matta?! protestò Anita. La stavo guardando!

Dobbiamo parlare subito, insistette Giuliana. E per la prima volta Anita capì che faceva sul serio.

Si mise a sedere, lasciando cadere il biscotto.

Parla, succede qualcosa?

Giuliana si accomodò davanti a lei, le mani tremanti, il cuore che batteva troppo forte. Sapeva di dover dire cose che non aveva mai saputo dire.

Sei da me da un mese, cominciò. Avevi promesso che sarebbe stato per poco e che avresti trovato un lavoro.

E allora? Sto cercando! Solo che non cè niente che vada bene.

Non stai cercando davvero, rispose Giuliana. Passi le giornate in casa. Guardi la TV, chatti col telefono. Non sei andata nemmeno una volta a un colloquio.

Ma mando curriculum! Non è mica colpa mia se non mi chiamano!

Spendete i miei soldi, continuò Giuliana, sentendo dentro crescere il coraggio. Usi le mie cose senza chiedere. Hai stravolto i miei ritmi. Anita, sono stanca. Molto stanca.

Cosa vorresti dire? Le labbra di Anita si piegarono stizzite. Vuoi cacciarmi via? A me, tua sorella? Non ho nessuno!

Non ti caccio, sforzandosi di non urlare, la voce ormai incrinata, ma così non può durare ancora. Mi serve che tu cerchi davvero lavoro, che rispetti la mia casa, le mie regole, che riconosca che anche io sono una persona con delle esigenze.

Ah, è così? Anita si incrociò le braccia sul petto. Le tue esigenze valgono più di me? E io che sono in crisi? Che dovrei fare, sparire?

Non voglio che tu sparisca, Giuliana era in piedi ora. Ma non posso distruggere la mia vita per salvare la tua. Ti voglio bene, tanto. Ma amare non vuol dire annientarsi.

Ma quale vita? Vivi come una monaca, sola, sempre a contare i centesimi! Io almeno ti porto un po di movimento!

Le parole facevano male, come una frustata. Era la solita tecnica di Anita: ferire, per difendersi.

Hai ragione: sono sola, conto i soldi. Ma è la vita che ho scelto. Ne ho diritto anchio.

E io non ho diritto ad essere aiutata? le lacrime ormai in gola. Sono venuta qui solo perché non avevo alternative. Sono disperata, Giuli. Ti chiedevo solo un po di appoggio!

Te lho data, questa mano, disse Giuliana. Ti ho offerto casa, cibo, denaro. Ma laiuto non è solo questo. A volte aiutare significa essere onesti, porre dei limiti. E io adesso sono al limite.

Quindi mi lasci per strada? Anita sbarrò gli occhi. Dopo tutto quello che ti ho dato negli anni?

Non eri così presente, disse Giuliana per la prima volta con fermezza. Venivi solo quando avevi bisogno. Quando stavi bene ti dimenticavi di me. Non ti giudico, ti racconto solo la verità.

Non ti caccio, ribadì Giuliana. Ma serve una regola nuova: hai due settimane di tempo. In queste due settimane devi trovare un lavoro. Qualsiasi lavoro. Anche in un bar o in un negozio, non conta. Inizi a guadagnare, e poi cercherai una sistemazione diversa ti aiuto io con la prima mensilità. Ma poi sarai da sola.

Due settimane? Sei seria? Anita annaspava. Dove lo trovo un lavoro adesso?

Se vorrai davvero, lo troverai, rispose Giuliana. I lavori ci sono, serve solo accettare anche quelli che non sono ideali.

Lavorare per pochi spiccioli? Quando ho studiato? sbuffò Anita.

Usa allora quello che hai studiato. Ma non a spese mie.

Non mi aspettavo questo da te, Anita era scossa. Credevo che io pensavo che almeno tu

Lo faccio perché ti voglio bene, un groppo in gola a Giuliana. Nessuno ti ha mai lasciato la possibilità di cavartela da sola. Chi ti circondava ti ha sempre salvato. Ma la vera crescita arriva solo quando impari a stare in piedi sulle tue gambe.

Rimasero in silenzio, faccia a faccia. Si era fatta sera, in quella casa col battito degli orologi appena udibile.

Va bene, disse infine Anita piano. Proverò. Due settimane. Ma se non ce la faccio?

Ce la farai, disse Giuliana, sicura come non mai. Se lo vuoi davvero.

Le due settimane seguenti passarono in maniera surreale. Anita davvero iniziò a cercare qualcosa; ma lo faceva con il muso lungo, come se la costringessero ai lavori forzati. Mandava curricula, si presentava a qualche colloquio, ma ogni volta trovava un difetto: orari, paga, la simpatia dei colleghi.

Anita, stai rifiutando ogni posto.

Non posso accontentarmi! È la mia vita!

Sì, ma non più sulle mie spalle.

La tensione cresceva, ma Giuliana restava inflessibile. Non cedeva più. Anita a tratti si offendeva, a tratti ricorreva a pianti e ricatti. Ma Giuliana sapeva che non poteva tornare indietro. Se avesse ceduto anche stavolta sarebbe stato come sempre: allinfinito.

Allundicesimo giorno Anita tornò a casa e, passando davanti alla cucina, annunciò:

Mi hanno presa. In un negozio di abiti, commessa. Non è granché, ma è un lavoro. Contenti tutti?

Sono felice per te, rispose Giuliana.

Anita tracannò un bicchiere dacqua.

Odio quel lavoro ammise. Stare in piedi, sorridere sempre, ascoltare clienti acidi. Tutto per pochi euro.

È solo linizio. Più avanti troverai di meglio, sistemerai le cose.

Il tredicesimo giorno Giuliana la aiutò a trovare una stanza in affitto: piccola, in periferia, in casa di una signora anziana la cui nipote era emigrata. Costava poco, era dignitosa. Giuliana pagò il primo mese e le lasciò qualcosa per la spesa.

Questa è lultima volta, le disse. Da ora tocca a te.

Anita annuì. Mentre preparavano i bagagli, Giuliana sentiva un miscuglio di sollievo e malinconia. Sollievo perché la sua pace sarebbe tornata, tristezza perché era certo che qualcosa tra loro fosse cambiato irreversibilmente.

La sera, davanti alla porta, Anita era pronta, lo zaino sulle spalle, le buste in mano.

Vado, disse senza guardarla.

Anita, chiamò Giuliana.

La sorella si voltò. Gli occhi rossi, il viso scavato. In quel mese era cambiata, persino invecchiata.

Chiama, appena ti sistemi disse Giuliana. Raccontami come va, mi preoccupo.

Perché? chiese Anita di traverso. Ormai ti sei liberata di me.

Perché sei mia sorella. E ti voglio bene. Ci sarò sempre, solo in modo diverso.

Anita esitò, poi annuì.

Va bene. Ti chiamerò.

Se ne andò, i passi che si spegnevano sulle scale. Giuliana si sedette in cucina, le mani sul tavolo. La casa era tornata a un silenzio incredibile, quello che tanto le era mancato.

Si alzò, entrò in salotto. Il divano ricomposto, i cuscini a posto, nessun oggetto fuori posto. Aprì la finestra, lasciando entrare laria leggera di aprile. Dentro di lei era pesante, ma stranamente lieve.

Aveva fatto ciò che avrebbe dovuto fare molti anni prima. Non aveva negato laiuto: aveva solo indicato un altro sentiero, quello della crescita, responsabilità, indipendenza. Il percorso era duro, scomodo, ma necessario.

Pensò alla frase di Lidia: linfantilismo non si cura con le coccole, ma con lo scontro con la realtà. Ora Anita ci si stava scontrando per la prima volta, senza la ciambella della sorella maggiore.

Funzionerà? Chissà. Magari Anita cadrà di nuovo, chiederà ancora aiuto, o magari si offenderà e sparirà. Forse, invece, cambierà, troverà un equilibrio.

Giuliana si fece un tè, si sedette vicino alla finestra. La sera calava, le luci per strada si accendevano. La vita proseguiva, lenta, ordinaria: proprio come la voleva lei.

La settimana dopo, Anita chiamò. La voce era fioca, ma calma.

Giuliana, sono io. Volevo dirti che va tutto a posto. Lavoro, ho trovato una sistemazione. La padrona è simpatica.

Sono contenta, rispose Giuliana. E tu come stai?

Stanca. Non sono abituata a lavorare così tanto. Ma vado avanti.

Ci fu silenzio.

Giuli, disse Anita, ci ho pensato tanto. Su tutto quello che mi hai detto. Hai ragione tu. Ho sempre scaricato i miei problemi sugli altri. E ti confesso, allinizio mi sono arrabbiata. Pensavo che fossi diventata cattiva. Poi ho capito che, per la prima volta, qualcuno mi stava trattando da persona adulta. Non so se ce la farò, ma ci provo. Davvero.

Giuliana stringeva il telefono tra le mani e sentiva le lacrime sul viso.

Grazie per averlo detto. Avevo paura che mi odiassi.

Forse avrei voluto rise Anita amara ma in fondo so che avevi ragione. Fa solo male ammetterlo.

Se un giorno avrai bisogno

No, Giuliana, non dire altro. So che ci sarai sempre. Ma ora tocca a me imparare. Ho cinquantacinque anni, ora basta recitare la parte della bambina.

Si salutarono. Giuliana rimase a lungo affacciata alla finestra, senza sapere come sarebbe andata, se Anita sarebbe davvero cambiata o no, se tra sorelle la vita sarebbe stata più semplice, o se al contrario certi strappi non si ricuciscono più. Ma almeno, per una sera, la casa era sua. E il silenzio era tutto il conforto che desiderava.

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